8
Un attimo prima che la ghigliottina gliela staccasse, Robespierre girò in modo innaturale la testa per guardare verso di me e farmi uno sberleffo.
La sua testa saltò sull’orlo della cesta poi rimbalzò ai piedi del boia che la calciò dalla mia parte.
Io con un balzo da provetto portiere mi tuffai e la presi al volo. Poi mi rialzai da terra, la feci palleggiare un poco, e con le mani affondate nei suoi capelli, la mostrai alla folla che sotto il palco, urlava di gioia.
- Arrestate quell’uomo! – gridò Abraham vestito da Re Sole ed io abbassai il braccio senza mollare la presa.
Mi svegliai proprio in quel momento e mi resi conto con terrore che mi stavo risvegliando in un letto che non mi era familiare, e che la mano sotto la mia coperta teneva ancora ben stretta la testa di Robespierre.
Rimasi con gli occhi aperti per abituarli al buio, ma malgrado ogni sforzo non riuscivo a riconoscere quella stanza.
Dalla finestra una fioca luce disegnava la sagoma dei mobili, e la mano sotto le coperte che stringeva la testa, mi faceva raggelare il sangue.
Dove mi trovavo? In che epoca? Allungai la mano verso il comodino e riconobbi al tatto la lampada da notte che accesi con sollievo.
La luce giallastra fu sufficiente per farmi capire che mi trovavo in una stanza da letto vecchio stile ma non certo settecentesca, la luce elettrica poi, mi confermava che ci trovavamo in tempi moderni, malgrado le dita che mi comunicavano senza dubbi ormai, che la testa di Robespierre era salda nelle mie mani, sotto le coperte.
Esitai un poco poi decisi di sollevare le lenzuola per vedere l’orrore di quella testa, ed ebbi una doppia sorpresa, la prima era che mi trovavo a letto completamente vestito, la seconda era arrivata più lentamente, con la scoperta che i capelli neri che la mia mano accarezzava incredula, aprendo un poco di più le lenzuola, altri non era che il gatto di casa, venuto a scaldarsi sotto le coperte mentre dormivo e dandomi al risveglio quella spiacevole impressione.
Saltai giù dal letto, mi rimisi le scarpe e andai alla finestra. Avevo bisogno di ricordare.
Fuori, il riflesso della luna sul lago illuminava il paese e come una doccia d’argento risvegliò il mio cervello che cominciò a ricucire fatti e ricordi.
Ci trovavamo a casa della nonna di Georgia al lago, dove lei trascorreva sempre le vacanze scolastiche. Mi aveva scritto invitandomi alla festa del suo compleanno, ieri compiva quindici anni, e io l’avevo raggiunta con la mia vecchia Guzzi, modello Galletto, un motociclo adatto per svolgere qualsiasi tipo di attività, fuorché viaggiare. Avevo percorso i trenta chilometri che mi separavano da lei come un’avventura nel deserto, con il motore che si è spento, la benzina finita, il distributore lontano, la candela sporca, la pioggia che mi ha costretto sotto un ponte per mezz’ora e poi finalmente il suo portone.
Mi aveva sorriso dalla finestra, poi era scesa di corsa per dirmi eccitata:
- Svelto, portami via, prima che arrivi la nonna!
Ora, devi sapere che al Galletto della Guzzi si possono accoppiare parecchi aggettivi, ma svelto, proprio no. Così mentre lo giravo, l’avviavo, e facevo accomodare lei nel piccolo spazio dietro dove, seduta all’amazzone, rendeva l’equilibrio precario, per ingannare il tempo le feci qualche domanda:
- E la festa?
- Quale festa?
- Per il tuo compleanno
- Non c’è nessuna festa. La mia festa sei tu – mi disse con la sfacciataggine delle adolescenti, quando
sono timide -- Dove andiamo? -
- Portami sul lago. Oggi mi sei simpatico, ti amo e ti voglio bene! -
- Tutte e tre le cose?
- Sì
- Troppa grazia!
Trascorremmo un pomeriggio di sogno e quando, sdraiati su un prato in riva al lago, baciandola le misi la mano tra le cosce, lei mi fermò appoggiando le sue dita sulle mie, capii che quella era una resistenza effimera, così insistetti:
- Perché no?
- Non ho detto di no. Sei il mio regalo di compleanno e ti voglio gustare come un gelato alla crema, ma non qui.
- E dove?
- A casa della nonna. Lei dorme sotto ed io al piano di sopra. Ti farò entrare dalla terrazza. Aspettami lì, finché non andrò a letto. Allora, entrerai nella stanza e festeggeremo la mia maggiore età…
- Maggiore età? Ma non hai mica ventun anni!
Diventò seria:
- Da questa notte sarò maggiorenne!
- Anch’io! – dichiarai solennemente
- Ma tu devi fare attenzione
- Certo! – dissi sicuro - Non ti farò male
- Non intendevo questo. Non devo restare incinta. Hai un condom?
- Condom? E cos’è?
- È un cappuccio di lattice che mettono i maschi per non fecondare…
- Ah, il goldone! Ne ho sentito parlare. No, che non ce l’ho. Ma dove diavolo potremmo mai trovare un goldone?
- In farmacia!
- In farmacia? Ma sei sicura? -
- Certo! -
Rimasi un poco perplesso perché mi suonava strano che una ragazza che faceva la vergine fosse così informata sui goldoni:
- Ma scusa, tu come le sai tutte queste cose? – dissi un poco risentito
- In Inghilterra le spiegano a scuola. Per le ragazze ci sono lezioni speciali negli ambulatori, e spiegano tutte le precauzioni da prendere
- Che porci! – mi scappo’ detto e lei si irrigidì:
- Cosa hai detto?
- No, dico, se insegni alle ragazze a non rimanere incinta, poi quelle andranno in giro a destra e a sinistra a fare sesso senza pensarci su…
- Invece dovrebbero rimanere incinta per pensarci su? – chiese
- No, ma se hanno paura di rimanere incinta non si fanno scopare e restano delle ragazze per bene
- Non ho capito. Per te, quando una ragazza è per bene?
Mi sarei morsicato la lingua perché capivo che quella conversazione mi stava portando lentamente lontano dalla meta che ci eravamo prefissi:
- No, scherzavo. Dai, non sai stare allo scherzo! – le
dissi rincorrendola
e ci volle tutta la serata in pizzeria per convincerla che scherzavo.Rientrammo che l‘aria era frizzante e lei aveva freddo. Mi fermai per darle il mio giubbetto di jeans, che non era molta cosa ma la strada era breve.
Lasciammo la moto lontana e ci avvicinammo a casa di soppiatto. La finestra era illuminata e la nonna di Georgia andava avanti e indietro per la cucina.
Salimmo dalla scala esterna sulla terrazza e lei aprì la porta a vetri che aveva lasciato socchiusa:
- È tutto premeditato – dissi
- Cosa?
Feci cenno di niente, che non era il caso, perché se partivamo per la tangente adesso, addio fichi!
Mi fece entrare nella vecchia stanza da letto, aprì le imposte per avere più luce e mi fece cenno di sedermi sulla poltrona. Mi sedetti e… schiacciai il gatto che lanciò un urlo che ci fece raggelare il sangue.
Se la nonna ci scopriva, cosa le dicevo?
Grazie al cielo non successe nulla e Georgia andò di sotto ripassando per la porta esterna. Entrò in casa e le sentii parlare. Non distinguevo il senso delle parole ma sentivo le loro voci e i rumori della casa. Quando alcuni tintinnii mi fecero capire che stavano cenando, mi venne freddo, così decisi di proteggermi infilandomi nel letto e rimanendo accovacciato sotto le coperte per il poco tempo che mi separava dal Paradiso.
L’importante, mi dissi, è non addormentarsi, perché questo tempo che scorre all’indietro quando dormo mi potrebbe fare un brutto scherz……
…accidenti, per un attimo ho creduto di addormentarmi.
Rimasi con gli occhi aperti per abituarli al buio, ma malgrado ogni sforzo non riuscivo a riconoscere quella stanza.
Una fioca luce dalla finestra disegnava la sagoma dei mobili.
Dove mi trovavo? Allungai la mano verso il comodino e riconobbi al tatto la lampada da notte che accesi con sollievo.
La luce giallastra fu sufficiente per farmi riconoscere una stanza da letto vecchio stile,. Esitai un poco poi decisi di sollevare le lenzuola per vedere la testa di Roberspierre che mi pareva di aver sognato, ed ebbi una doppia sorpresa, la prima era che mi trovavo nel letto completamente vestito, la seconda era che si trattava del gatto di casa che era venuto a scaldarsi sotto le coperte dandomi quella spiacevole impressione.
Saltai giù dal letto, e andai alla finestra.
Fuori, il riflesso della luna diede una frustata al mio cervello che cominciò a ricucire i fatti.
Adesso ricordavo: Georgia mi aspettava nella sua camera.
Rimasi ad ascoltare ma non arrivavano rumori da sotto e le luci erano tutte spente.
Aprii adagio e attraversai il corridoio immerso nella penombra. Gli occhi erano abituati al buio e mi muovevo con sicurezza.
Aprii la porta della camera di Georgia e la vidi nel letto. Si era addormentata con il viso di profilo sul cuscino, con il braccio ripiegato e il suorespiro era leggero.
Rimasi per un poco a guardarla nel buio, con la segreta speranza che si svegliasse da sola perché quasi mi spiaceva interrompere quella visione celestiale, però non accadde nulla, così mi sedetti sul letto sussurrando il suo nome:
- Georgia, amore mio, svegliati! – le dicevo mentre mi sbottonavo la camicia.
Volevo che al risveglio mi trovasse a petto nudo così avrebbe potuto accarezzarmi con le sue mani delicate, proprio nel momento del bacio.
Mi avvicinai al suo viso e le sussurrai:
- Georgia… - poi la baciai sul collo. Lei ebbe una
piccola reazione di piacere ma
non era ancora sveglia, poi alzò la sua mano e accese la luce emettendo un piccolo suono gutturale. Allora con le labbra percorsi tutta la pelle profumata che mi portava al suo orecchio, lei alzò un poco la spalla e aprì gli occhi, mi guardò e sedendosi di scatto sul letto cominciò ad urlare. Io ebbi solo un attimo di esitazione ma mi precipitai perchiuderle la bocca in attesa che mi riconoscesse, ma questo gesto aggravò la situazione e lei si mise a gridare più forte tentando di divincolarsi dalla mia presa urlando sempre più agitata, ma agitato ero pure io che le montai di sopra con le ginocchia, poi le misi un avambraccio sulla gola premendola, e con l’altra mano le tappai con forza la bocca e le soffiai con rabbia:
- Zitta!
Rimanemmo per un lunghissimo momento a guardarci immobili ed in silenzio. Eravamo così vicini che potevo vedere nei suoi occhi la pupilla che si allargava per il terrore. Allora mi resi conto della situazione: era Georgia, ma avrà avuto sì e no undici o dodici anni. Era una bambina atterrita da un estraneo entrato di soppiatto di notte nella sua camera.
Mollai la presa per un momento e lei mi colpì facendomi perdere l’equilibrio.
Per non cadere dal letto lasciai la presa e lei mi sfuggì correndo per la camera urlando terrorizzata.
La inseguii e per farla tacere la presi per il collo e l’agitai, poi la colpii facendola stramazzare al suolo svenuta.
La presi in braccio e la portai sul letto. Di sotto intanto sentii il rumore di una porta:
- Georgia? Georgia? – era la nonna che stava salendo
Mi precipitai a chiudere la porta a chiave mentre Georgia si riprendeva mugolando.
Strappai il cordoncino elettrico sopra il letto, feci un cappio, ci feci passare le sue mani e strinsi con forza, poi presi un pezzo di lenzuolo e glie lo infilai in bocca per non farla gridare. La nonna intanto era salita e smuoveva agitata la maniglia:
- Georgia, Georgia, rispondi! Cosa sta succedendo?
Io approfittai per legare le mani di Georgia alle caviglie,
lasciandola così inarcata sul letto senza possibilità di muoversi.La nonna intanto, era tornata dabbasso e gridava, chiedendo aiuto ai vicini.
Tentai di aprire la porta finestra ma sentii che stavano arrivando persone anche dall’esterno. Chiusi le persiane e misi un canterano addosso alla porta.
Qualcuno bussò gridando:
- Vieni fuori da lì.
- Georgia! Esci! -
- Uscite o sfondiamo la porta – disse un’altra voce, poi – chiamate i carabinieri!-
Accidenti, ci mancavano i carabinieri. Non sapevo cosa fare, quando udii una voce dire:
- Spariamo nella serratura – mi decisi e gridai:
- Fermi! Non fate nulla se non volete che Georgia si faccia del male. È qui con me, non preoccupatevi!
- Cosa vuoi? – mi chiese una voce da uomo. Bella domanda.
- Lasciateci andare via - dissi
- Va bene –accondiscese la voce – ma calmati
- Andate via tutti e lasciateci uscire –
- Va bene, adesso ce ne andiamo – disse la voce ma sapevo che mentiva.
I minuti passarono interminabili ed io cercai in tutti i modi una via d’uscita ma senza esito.
Quando bussarono i carabinieri ero alla disperazione:
- Aprite, in nome della legge!
- Aspettate un momento
- Sono il maresciallo Caputo. Qui non c’è niente da aspettare. Apri o sfondiamo la porta! -
- Se sfondate la porta ve ne pentirete. -
- Cosa vuoi dire? Facci parlare con la bambina -
- La bambina è qui. Non le succederà niente se non farete cazzate! -
- TU, non fare cazzate! Guarda che ti trovi già in un guaio, ma se non apri, i guai diventeranno grossi. Pensaci! Facci parlare con la bambina!
- Subito – dissi e andai a prendere Georgia che stava immobile sul letto.
La toccai
per sollevarla ma il movimento innaturale della testa mi fece sobbalzare. C’era una macchia di sangue sul cuscino dove lei aveva affondato la faccia, il lenzuolo le doveva aver impedito di respirare soffocandola. La guardai esterrefatto:- Georgia, Georgia! – gridai ma non c’era più nulla da fare per lei. Piansi disperato
mentre i colpi alla porta si facevano più violenti.
- Fermi o ci ammazziamo! – gridai –
- Fermi! – sentii ordinare.
Il silenzio cadde su tutta questa storia.
Il resto lo sai.
Ho preso la stufa a gas e ho aperto la bombola. Adesso sto solo aspettando.
Scrivo queste note per spiegare a tutti che io non volevo uccidere Georgia, ma è stata una disgrazia.
Io le ho voluto bene per tutta la vita, e anche lei ne ha voluto a me.
Tanto.
Certo che è un bello scherzo, lasciargli la stanza piena di gas, così se entrano sparando nella porta, salta in aria tutto e buona notte al secchio!
Di questo almeno sarò colpevole. Ma della morte di Georgia no, io non sono responsabile. Perché se non fosse cominciato tutto quel giorno a Southport, quando il tempo aveva iniziato a scorrere al contrario…
Povero me, prima ero vecchio e rassegnato ed ora eccomi giovane assassino!
Ma un momento!
Se io ho ammazzato Georgia quando aveva dodici anni, com’è mai possibile averla incontrata a venti a trenta e persino a sessant’anni?
Perché se lei è morta adesso, non poteva essere a Southport!
Il gas ha ormai saturato la stanza e mi sforzo è per non addormentarmi.
Sento qualcuno che urla:
- C’è odore di gas, bisogna sfondare la porta! –
Ma ormai non me ne importa più nulla…più nulla…null…
9.
- Perso! – disse Abraham digitando furiosamente sulla la tastiera del computer:
- L’abbiamo perso! – disse ancora scagliando la cuffia sul ricevitore di microonde:
- È uscito dalla banda ed è sparito! – disse quasi a se stesso imprecando.
Il sintonizzatore intanto cercava un segnale nella banda che andava dal Challenger allo Sputnik, finché il monitor cancellò tutta la videata e su un fondo azzurro apparve la scritta: GAME OVER.
Si accesero le luci nella sala comandi dell’Enterprises e sullo schermo gigante apparve la scritta:
Grazie per aver trascorso le vacanze con noi
Ricordarsi di estrarre la tessera.
Abraham non si dette per vinto e azionò il pulsante dell’Help. Sul maxischermo apparve una figura sorridente che disse:
- Operatore K 52. Dica
- Guardi, deve esserci stato un guasto. Io avevo scelto le vacanze a Dallas nel sessantatré e mi sono trovato ai giorni nostri a Southport. Poi la macchina ha fatto rewind fino al 1957 ma io non ho visto quasi nulla
- Un attimo, - disse l’operatore della Tempotour e digitò i dati in suo possesso, poi:
- Esatto. Lei ha digitato in modo sbagliato la data d’ingresso. Ha comunque effettuato diciannove giorni di vacanza
- Ho capito, ma non era esattamente quello che mi aspettavo…
- Non si preoccupi, con la Tempotour se non sarà soddisfatto avrà diritto a ripetere il viaggio. Tempotour, le vacanze nel tempo – disse prima di scomparire.
Abraham guardò perplesso lo schermo spento e disse:
- Si, ma quei due ragazzi…-
Una voce fuori campo lo interruppe:
- Stop! Va bene così! – mentre la cinepresa sul carrello elettrico indietreggiava e l’operatore dava istruzioni al suo aiuto per la messa a fuoco. Entrò in campo il truccatore che con un batuffolo tolse le piccole gocce di sudore sul labbro dell’attore che aveva appena detto la battuta, poi gli riassestò il trucco.
Il regista intanto parlava ad alta voce con la sua assistente mentre il brusìo sul set aumentava diventando in pochissimo tempo un vociare da mercato del pesce:
- A Nandoooo, portame er bruto!
- Dov’è la sarta? C’è da stirà er costume!
- Spostame ‘sto praticabbile…
- Vengoooo
- Aho! E quando arrivano ‘ste pinze?
- Allora – disse il regista – adesso facciamo un primo piano del cliente soddisfatto, poi sul fermo immagine monteremo lo slogan e il body line. Così abbiamo lo spot da sessanta secondi, il promo e vario materiale promozionale. Manda tutto al laboratorio e fissami una proiezione dei giornalieri per dopo domani. Domani giriamo tutti i primi piani. – Alzò la voce: - Siamo d’accordo? Domani i primi piani – poi prese il tono del maestro con i bambini: - e mi raccomando andate a letto presto sennò domani avete le occhiaie, e…niente sesso! –
- Questo vale solo pè gli attori – disse il capo elettricista
- Pecchè, se fai tardi, quando te vengono le occhiaie, atte? – gli rispose un macchinista ridendo
- Sì, sì ciai voglia! – disse questo di rimando e l’atmosfera diventò improvvisamente ridanciana, con tutto il personale rilassato che stava smantellando il set prima di andare in pausa.
Solo Abraham, rimaneva pensoso sulla sedia e non si muoveva. Gli si avvicinò la costumista e gli disse:
- Abbiamo finito, signor Tom. Venga di là per cambiarsi…
- Cosa…?
- Abbiamo finito. Venga nella roulotte a cambiarsi
- Nella roulotte? Ma… ma…dove mi trovo?
Lella, la costumista era una mamma per tutta la troupe e non ci mise molto a capire che qualcosa non andava:
- Si sente bene? – gli chiese
- Certo, o almeno credo. Ma mi dica, dove ci troviamo?
- A Cinecittà. Non ricorda?
- No.
- Stamo affà er film de Girolami
- Girolami? E chi è?
- Er regista. Ma che ccià signò Tomme?
- Credo di non sentirmi molto bene. Come ha detto che mi chiamo?
- Tom. Tom Shepard
- Non mi chiamo Abrahm Levi, per caso?
- Quello è il personaggio der film. Ma lei si chiama Tom, ma ecco che ariva er regista – disse scostandosi. Andò incontro al nuovo arrivato e gli mormorò:
- Nun sta pènniente bbene er sor Tomme – poi uscì.
Fausto Girolami non ci fece caso, abituato com’era a fingere attenzione per tutti i capricci degli attori con cui si perdeva in noiosissime moine:
- Maaarco, caro, come stai?
- Mi hai chiamato Marco. Ma non sono Tom?
- Marco, carissimo, non vorrai mica che tra noi ti chiamo con il nome d’arte? Suvvia!
- No, ecco, ti devo confessare che mi trovo in uno stato diciamo così, confusionale. Io per un momento ho creduto di essere Abraham Levi!
- Bravissimo! Questo vuol dire identificarsi con la parte. È un ottimo esercizio. Ma ero venuto per parlarti un poco della sceneggiatura, sai, io non ne sono molto soddisfatto. Specie per quanto riguarda il tuo personaggio che mi sembra un pochino, un pochino... – Girolami aveva una lunga esperienza di set e sapeva che bisognava essere molto prudenti con gli attori, specie nel manifestare giudizi che potevano scatenare reazioni impensabili – un pochino sopra le righe, direi.. –
Cercò con lo sguardo l’assenso di Abraham che però se ne stava cupo a pensare ai casi suoi. Ad un tratto sbottò:
- Senti, credo che abbiamo un problema…
- Dimmi – disse Girolami attento
- Io non so spiegarti per quale ragione mi trovo qui, ma mi chiamo Abraham e sono un insegnante di Criminologia dell’Università Sperimentale di Tel Aviv. Per una ragione che ti spiegherò, sono tornato indietro nel tempo e per un deprecabile errore di calcolo ho messo a repentaglio la vita di due innocenti che adesso devo salvare, mi capisci?
-Certo! – disse Girolami fingendo interesse – continua…-
- In una delle nostre ricerche abbiamo trovato prove inoppugnabili di un complotto ordito per assassinare Kennedy, il presidente degli ex Stati Uniti.
Abbiamo scoperto che l’unico testimone che aveva incontrato il sud americano organizzatore dell’assassinio era ancora in vita, così abbiamo attivato il processore dello spazio-tempo per andare con lui a cercare questo individuo. L’ho trovato nel duemila trenta e l’ho accompagnato indietro nel tempo fino al 1957, poi per un deprecabile errore, l’ho perso e sono stato catapultato qui, ma ho bisogno del vostro aiuto per tornare là… - lo guardò cupo – tu credi che io sia matto?
- No, no – disse Girolami - ma non continuare. Aspetta che chiami qualcuno – si affacciò alla porta e chiamò:
- Paoletta! – che arrivò di corsa – Paoletta, per favore, chiamami il mio aiuto, gli autori e il direttore di produzione, riunione tra dieci minuti negli uffici della produzione – poi rivolto ad Abraham – non ti preoccupare, Marco, vedrai che sistemiamo tutto. Adesso cambiati e aspettami. Io torno tra un poco.
- Va bene. In che anno ci troviamo adesso?
- 1991
- È già stato eletto Bill Clinton?
- Clinton chi?
- Il presidente degli ex Stati Uniti
- Ma cosa dici? Il presidente è Bush ed ha appena sbaragliato gli iracheni nella guerra del Golfo, liberando il greggio e il Quwait. Come vuoi che perda le prossime elezioni contro un sessantottino che ha dichiarato di aver fumato marjuana senza però aspirarla – rise – è un bel tomo, ma non può vincere
- Vincerà – disse Abraham e Girolami scosse le spalle uscendo. Non glie ne poteva fregare di meno. Lui era tutto proteso alla realizzazione del suo film e si sarebbe lasciato tagliare in quattro per esso. Tutto il rimanente, invece, il mondo, il sesso, la sua vita privata, i soldi, non contavano niente.
Raggiunse gli uffici della produzione dove stavano ciondolando un po’ tutti gli addetti ai lavori. Entrò e disse senza esitazioni:
- Ragazzi, ho una proposta da fare. Intanto non sono contento delle riprese di oggi. La storia va via stancamente e non mi sembra un gran colpo d’ala quello di trasformare l’avventura di Abraham in un effetto speciale alla Disneyland.
Intervenne il direttore di produzione:
- Questa è la sceneggiatura, ed è stata approvata da tutti. Adesso non possiamo permetterci di perdere soldi per un ripensamento!
- Attenzione, però! Ripensamento, ma senza perdere soldi. Infatti si tratterebbe di rifare solamente tutto il girato di oggi che potremmo tenere di riserva per altri scopi. Gireremmo la stessa scena dentro la sala di comando dell’Enterprise ma invece che un baraccone da fiera, potrebbe essere la centrale di un’università dove Abraham insegna ad alcuni studenti in un futuro non ben specificato.
- E non è la stessa storia?
- No che non lo è. Intanto adesso dovremmo spiegare tutto il meccanismo che fa guadagnare le vacanze virtuali, del perché Abraham si trovi a realizzare un promo, come succede che in venti minuti si abbia la sensazione di aver trascorso tre settimane di vacanza nel tempo… tutte cose che distolgono dalla storia centrale. Invece con una videoconferenza mondiale, gli allievi potrebbero fare alcune domande e Abraham potrebbe rispondere. Non ci sarebbero tempi morti e la storia sarebbe più credibile. Credetemi! –
Il direttore di produzione era perplesso. Intanto sapeva che presentarsi davanti al produttore per dirgli che era stato cambiato il piano di lavorazione avrebbe scatenato reazioni eccessive. Poi una strada nuova prevede sempre un allargamento dei costi che a quel punto sarebbero fuori controllo, con rischi che nessuno più se la sentiva di correre:
- Io non sono d’accordo. E comunque occorre chiedere a Cecchi Glioni, il produttore, ma so già che succederanno casini impensabili. – disse sconsolato.
Gli rispose Girolami:
- Va bene, succederanno. Adesso però andiamo di là ad ascoltare Tom Shepard e il suo racconto. Lui non riesce ad uscire dal suo personaggio e mi sta dando alcuni suggerimenti preziosi. Registriamo quello che dice, poi preparatemi un canovaccio di dialoghi per domani. Gireremo una doppia versione, se perdiamo la guerra col produttore, avremo sempre il girato come stabilito dal piano di produzione.Che ne dite?
Si trovavano in mezzo alla solita tensione tra regia e produzione e loro non volevano dispiacere a nessuno. Parlò per tutti il direttore di produzione:
-Va bene. Fate quello che volete, ma io non vi autorizzo a nulla. Domani voi girate prima quanto stabilito, poi se c’è tempo, buttate via la pellicola che vi avanza con i vostri esperimenti. Finche non lo dice il produttore, da questa sceneggiatura non ci muoviamo di un fotogramma. Intesi?
Girolami fece cenno con la testa mentre formava il numero:
-Pronto, Marco? Bene, tutto a posto. Puoi venire un momento qui agli uffici della produzione?….Come? Ma certo che lo sai, sono gli uffici sopra il Teatro cinque. Quello di Fellini… sali le scale e di fianco agli uffici della Lucas trovi i nostri…. Cosa?… Va bene farò venire a prenderti. – appese:
- Povero disgraziato! È in condizioni pessime. Ma si droga?
Nessuno osò un pettegolezzo, allora Girolami sentenziò:
- Devono essere le corna! – e aspettarono Abraham facendo altro.
Quando arrivò lo fecero sedere, gli offrirono un caffè, poi cominciarono gli autori a fargli qualche domanda:
- Quali sarebbero le cause di questo tempo che corre all’indietro?
- Il tempo non corre all’indietro, è il puntatore spazio-temporale che dà l’impressione del tempo che scorre in tutte le direzioni. È come un videoregistratore che una volta registrato, si può far correre avanti o indietro e alla velocità che più ci aggrada…
- E lei come fa a essere dentro questo…. videoregistratore?
- Ho una scheda che fornisce al computer i parametri per generare un ologramma. Io nel monitor interagisco con il computer. È un’invenzione del secolo scorso!
Le persone della sala si guardarono prima di capire che il secolo scorso erano loro e tutto il millenovecento. Continuarono con le domande:
- Lei perché partecipa a questo esperimento?
- Ragioni di studio. Io sono docente di criminologia presso l’Università Mondiale di Tel Aviv.
- Mondiale?
- Sì, c’e n’è una sola. E’ da lì che è partita questa avventura. Io mi sono sintonizzato nel duemilaventi e quando ho raggiunto la persona gli ho fornito una scheda che lo ha fatto andare indietro nel tempo. Purtroppo, per un errore ho tarato i dati con qualsiasi satellite in orbita che era in grado di trasmetterli in ogni momento. Così il tempo è andato indietro oltre il millenovecentocinquantasette. Ma prima dello Sputnik non c’è nessun satellite artificiale in orbita, e l’ho perso.
- Ha perso chi?
- Ho perso la persona che deve incontrarsi col sudamericano che organizzò l’assassinio di Kennedy. In pratica è come tenere con due mani una pellicola per farla scorrere avanti e indietro davanti agli occhi così da leggere i fotogrammi uno per volta. Se la pellicola scappa via da una mano, si arrotola su se stessa e i fotogrammi si appiccicano. Così si può intravedere un fotogramma attraverso l’altro che adesso gli è stato sovrapposto ma non appartiene alla stessa sequenza di tempo. È chiaro?
C’era un silenzio di piombo in quella stanza. Girolami riprese a fare domande:
- Dimmi, Marco, di che Università si tratta?
- Do lezioni settimanali di criminologia al Centro Sperimentale dell’Università di Tel Aviv. Dopo la caduta dell’Impero Americano il mondo si è diciamo così, diviso in due, una parte asfaltata e una parte no. Quella non asfaltata è stata destinata all’agricoltura e all’allevamento. Tutti gli abitanti di questa area sono pagati in natura e così finalmente è stata debellata la piaga della fame nel mondo. Unica condizione da rispettare è che questi individui non possono entrare nella parte asfaltata per nessuna ragione, pena la morte. Tutti i militari sono stati trasferiti alle frontiere con l’ordine di uccidere chiunque oltrepassi la linea gialla.
- Ma perché succede questo?
- Non c’è cibo e benessere per tutti. Qualcuno, purtroppo, è condannato a vivere in condizioni precarie…
- E chi decide quali persone possono vivere negli agi e quali no?
- I Paesi Asfaltati!
- Ma chi sarebbero questi Paesi asfaltati?
- Non prendetemi alla lettera. Ho usato questo termine per farvi capire, perché non c’è più la differenza tra ricchi e poveri, civilizzati o selvaggi, detentori delle materie prime o paesi debitori. Allora, per semplificare ho usato questo termine che è stato coniato dagli economisti dello scorso secolo. In pratica dopo la caduta dell’Impero Americano, vi sono stati anni di tensione terminati con la Convenzione di Pechino con cui alcuni Paesi si sono riconosciuti in alcuni principi fondamentali e hanno dato vita ad una Coalizione Mondiale per la difesa di tali diritti. Tra le tante cose, c’è stata pure la costituzione di un centro d’istruzione permanente, che è stato affidato agli israeliani. A Tel Aviv è nata l’Università Mondiale che trasmette ininterrottamente le sue lezioni a tutto il resto della coalizione che è permanentemente collegata in una rete neuronale, un poco sul principio del vostro internet, ma molto più evoluto.
- Ho capito – disse Girolami mentre gli autori prendevano appunti – ma adesso, secondo te, cosa dovremmo fare?
- Dovete rimettermi esattamente dove mi avete trovato!
- Ma certo! – disse con enfasi il regista – domani giriamo esattamente la scena di oggi. Ti daremo un canovaccio da seguire…
- Un canovaccio?
- Sì una specie di falsariga con cui seguire la storia. Potrai improvvisare le tue battute. Sei d’accordo? Sì? Allora ti faccio chiamare la macchina che ti porta in albergo. –
Quando rimasero soli, i quattro della stanza si guardarono perplessi:
- Accidenti! Gli è partita la brocca! – disse Girolami
- È solo un po’ esaurito – replicò la segretaria
- Esaurito o no, è un pericolo per tutta la produzione
- Certo, ma non possiamo sostituirlo adesso!
- Che altro fare?
- Assecondiamolo. – disse Girolami che non aveva in mente altro che finire il suo film - La storia come ce l’ha suggerita lui è ancora più bella di quella che abbiamo scritto noi. Va tutto a vantaggio del film. Assecondiamolo!
Il direttore di produzione esitò:
- Non posso prendermi questa responsabilità!
- Ma non succede nulla! Giriamo domani e poi andiamo alla proiezione dei giornalieri con il produttore e gli facciamo vedere i due spezzoni montati. Scegliesse lui su quale linea continuare!
- Mi gioco il posto, lo sapete?
- No, se tu domani non vieni sul set
- E come faccio?
- Febbre alta
- È un’idea. E poi ho bisogno di riposo. Va bene. Ma se trapela una sola parola di questo nostro accordo, io vi spezzo le gambe. intesi?
- Intesi.
La Mercedes si fermò davanti al Grand Hotel di via Veneto e Abraham uscì veloce prima che l’autista avesse il tempo di aprirgli la porta. Rimase in piedi a guardare il traffico assordante, e quando fece per entrare un gruppo di ragazzine gli andò incontro sbarrandogli la strada. Lui rimase un momento a pensare a quale altra via prendere ma le ragazze gli si strinsero contro vociando e agitando i loro blocchetti di carta:
-Cosa volete? – chiese allarmato
-Un autografo! – dissero in coro e lui le accontentò per qualche minuto. Poi si aprì un varco ed entrò nella hall:
-Dove devo andare? – chiese all’autista
-Venga con me - disse lui e dopo aver preso le chiavi dal portiere lo condusse al suo appartamento
-Accidenti, che squallore! – pensò Abraham vedendo i mobili antichi che arredavano la suite – tutta roba vecchia!
Andò verso la sala da bagno e guardò la Jacuzzi:
-Merda! – disse – non c’è nemmeno la piscina in camera! –
si sedette sul letto a pensare in che bel
casino si era cacciato. Si era sovrapposto alla vita di un attore famoso. Chissà se sarebbe riuscito a venirne fuori. Altrimenti avrebbe dovuto vivere in mezzo a tutti questi disagi, pensò sconsolato. Poi si butto sul letto a riposare facendo ben attenzione a non addormentarsi per non provocare altri guai.Dopo qualche minuto squillò il telefono:
- Sono Girolami. Scusa, Marco, ma avrei bisogno di un favore. Potrei mandarti qualcuno che prende nota, mentre tu gli racconti qualche dettaglio dell’Università? Sai abbiamo tempi stretti e ho necessità di allestire il set per domattina… -
- Nessun problema, visto che avevo preventivato di passare la notte in bianco. Fa così mandami una bonazza disponibile così uniamo l’utile al dilettevole!
-Ti mando la mia segretaria – disse Girolami
-Ma non è per niente bona! – si lamentò Abraham
-Ma sa stenografare! – disse l’altro
-E allora mandami una bonazza col registratore – rise Abraham e Girolami capì l’antifona:
-Va bene! – sarà lì tra mezz’ora e appese.
Abraham andò in bagno per darsi una rinfrescata.
Lavarsi con l’acqua ed il sapone lo metteva a disagio. Provò ma ne ebbe una spiacevole sensazione. Chiamò allora il suo assistente:
-Ma lei fa la doccia fredda? – gli chiese
-Non so – rispose Abraham nudo come un verme. Il ragazzo prese un accappatoio e glie lo passò:
-Tenga così non prende freddo – gli disse e Abraham lo indossò prima di mettersi
sotto la doccia tiepida.-Ma cosa fa? Per l’amor di dio, esca! – disse il ragazzo allarmato.
-Ma se me lo ha detto lei! -
-Io? Va bene, va bene – disse il giovane che non voleva complicazioni – adesso esca che l’asciugo.
-No, mi asciugo da me. -
-Bravo. Ecco qua – e gli passò gli asciugamani. Abraham esitò solo una frazione di secondo, poi li prese perché non voleva fare la figura dello sprovveduto. Si arrotolò gli asciugamani intorno al corpo e disse:
-Va bene così può andare. A proposito, aspetto visite -
-È già di là – gli disse il giovane – è una esperta di massaggi, se si sdraia su questo lettino, la faccio entrare -
-Benissimo – disse Abraham e si mise sul lettino a pancia in giù . La ragazza entrò, accese il suo registratore e cominciò il suo lavoro:
-Buona sera – disse con voce suadente – fare massaggi non è proprio il mio mestiere ma so come rilassarla. -
-Bene, cominciamo -
-Certo, ma mentre lavoro, lei dovrebbe parlarmi delle sue esperienze così poi portiamo la cassetta a Girolami. D’accordo?
Cominciarono il lavoro, lei conosceva bene il suo, lui lasciava fare perché sapeva che la notte era lunga e temeva di addormentarsi.
Riempirono quattro musicassette da novanta minuti ciascuna. Qualche volta interruppero la registrazione perché si misero a fare altro, e con molti gemiti. Dopo le prime due ore si dimenticarono di staccare il "REC" per la delizia di Girolami che da impotente qual’era godeva di ogni tipo di sbirciatina, anche audio.
Si fece mattina che avevano sviscerato ogni argomento.
Quando arrivò l’autista per riportarlo a Cinecittà erano le sei e trenta, alle otto uscì dalla sala trucco e alle otto e trenta era sotto i riflettori pronto per il primo ciak.
-Allora – gli disse Girolami – quando senti che dico azione, tu fai come se non ci fossimo, intesi?
Abraham fece un cenno di assenso e l’aiuto regista invitò tutti al silenzio. Poi:
-Motore!
-Azione!
Entrò in campo un giovane con il ciak:
-Prigionieri del tempo, scena ventitre, prima – e battè con la tavoletta.
Abraham si guardò in giro nella sala dell’Enterprise, accese i monitor, poi introdusse la scheda magnetica nel computer e digitò la pass word.
10.
-Perso! – disse Abraham digitando come un ossesso sopra la tastiera del computer
-L’abbiamo perso! – disse ancora scagliando la cuffia sul ricevitore di microonde
-È uscito dalla banda ed è sparito! – disse quasi a se stesso imprecando.
Il sintonizzatore intanto cercava un segnale nella banda che andava dal Challanger allo Sputnik, finché il monitor cancellò tutta la videata e su un fondo azzurro apparve la scritta:
Error.
Nella Sala "Enterprise" dell’Università di Tel Aviv ad uno ad uno si accesero i monitor della video-conferenza e comparvero i primi venti docenti che si erano messi in lista per parlare.
Cominciò Melbourne:
-Siamo andati troppo oltre, con questo esperimento. C’è pure un errore di principio, non si può risalire indietro nel tempo all’infinito!
Continuò Bombay
-Dai nostri rilevamenti il segnale risulterebbe svanito perché la rice-trasmittente affidata al soggetto è impostata per rimandare i suoi segnali attraverso il satellite, qualsiasi satellite. Però prima del 1957, quando venne lanciato lo Sputnik, non c’era nessun satellite in orbita!
Intervenne San Marino:
-D’accordo, allora stabiliamo un confine per la nostra ricerca!
Abraham prese pacatamente la parola:
-Signori! Un momento di attenzione. l’ Esse Ti Erre, il registratore di spazio-tempo, è una macchina semplicissima. Occorre solo conoscere bene il sistema di funzionamento.-
Parlò il docente di Tegucicalpa:
-In linea di principio conosciamo quel che dobbiamo, ogni tanto però, ci sono delle sorprese…-
rispose Abraham:
-Appunto. Intanto dobbiamo dire che tutto lo spazio-tempo che viene catturato e riproposto, ritorna in una dimensione, un po’ come registrare dal televisore o spedire un fax. La seconda cosa che dobbiamo tenere presente è il principio di Zichichi: "Qualunque macchina che registri il tempo, potrà risalire il tempo medesimo, solamente dal momento della sua invenzione.-
-Non ho capito – disse il Rettore dell’Università di Banjul che era apparso in quel momento nel monitor.
Abraham glie lo spiegò:
-È un principio semplicissimo. Con l’invenzione del cinema, per esempio, si è operata una specie di cattura del tempo. È possibile registrare un avvenimento, su un supporto ad una dimensione quale la pellicola, per poi farlo scorrere avanti e indietro a piacimento. È un po’ come la cattura dello spazio tempo ma molto più primitiva. Bene, è possibile registrare qualsiasi avvenimento e poi riproporlo, A PARTIRE dal momento in cui si è inventata la cinepresa, perché prima non esistendo la macchina, non esisteva neppure il fenomeno. Lo stesso principio vale per il fonografo, per il videoregistratore e per la macchina del tempo. È chiaro il concetto? – fece una pausa poi continuò:
Quindi il fatto che abbiamo lasciato scorrere indietro il tempo fino al 1957, non rientra nel fenomeno della registrazione dello spazio-tempo, ma è un po’ come una sonda che è stata inviata ad esplorare uno spazio sconosciuto. Io non sono d’accordo quando dite che prima di quell’anno non c’era alcun satellite in orbita, perché un satellite in orbita c’era eccome: era la Luna!
-Allora potremmo reimpostare i parametri sulla riflessione del segnale dalla Luna?- chiese il docente di Melbourne
-Certamente! – fate attenzione che tra andare e venire ci dovrebbe essere una scansione di qualche secondo. Tenete conto anche di una certa distorsione dovuta alla distanza in anni dal segnale originario…
-Certo, certo – disse pacatamente il docente di Bombay che aveva l’incarico dei calcoli da inserire nel SuperGate, il più potente Computer della Comunità.
-Bene – disse Abraham – io inserirò da qui il CD con l’ologramma della mia persona affinché possiate lanciarlo quando tutto è pronto.-
-Grazie – disse Melbourne e scomparve dal monitor.
Abraham manovrò con il CD, per inserire i parametri del suo cervello nella macchina, poi mentre aspettava che il generatore ricreasse la fisionomia della sua persona, si mise a giocherellare con le linee sinuose delle vite umane.
Era un programma dal principio elementare: poiché ognuno nella sua vita incontra altre persone, bastava seguire tali linee per sapere quando si incontravano.
Colorò di arancione la vita di Lee Osvald e si fece dare uno schema coi colori di tutte le vite da lui incontrate. Poi fece lo stesso con la vita di Luciano e lanciò un "Search" per trovare quali linee si intersecavano.
Guardò sul monitor sbigottito: c’era effettivamente una linea che si sarebbe incontrata con quella di Luciano, ma la macchina stava elaborando la massa di dati e ci volevano almeno un paio d’ore di lavoro. Lui prese i dati e puntò sulla congiunzione di quelle due vite, poi mise a punto il programma e digitò la formula per catturare lo spazio-tempo. Una volta catturato, dispose che la macchina facesse automaticamente REWIND.
Controllò ancora una volta che tutto fosse in ordine. Poi disse nel microfono:
- Sono pronto. Preparate il lancio! – e aspettò.
11.
Sentì uno schiaffo gelido dietro il collo e appena si rese conto di essere completamente immerso in un liquido nero come la pece, ebbe la presenza di spirito di trattenere il respiro per non annegare come un topo.
Il tempo era poco, i polmoni stavano per scoppiare e lui si guardò in giro galleggiando disperato senza sapere cosa fare.
Si rese conto che non percepiva neppure quale fosse il sopra e il sotto, e solo quando vide una luce poco distante, diede un colpo di pinne in quella direzione. La facilità con cui il corpo si mosse gli fece capire che stava andando verso la superficie. Lasciò andare un poco il fiato, e poi ancora un poco, e un poco ancora finché emerse dall’acqua scura con un grido liberatorio:
-Ahhhh! – disse mentre apriva spasmodicamente i polmoni per riossigenarsi
-Hai visto niente là sotto? – gli chiese una voce in un inglese trascinato come solo gli americani sanno pronunciarlo
-No – disse Abraham che non sapeva cosa avrebbe dovuto vedere – nulla! - disse
-Non si può cercare di notte, senza respiratori. Torneremo qui domani
-OK – disse Abraham lasciandosi issare da due marine su un’imbarcazione di alluminio - …era buio laggiù – disse
-Avevi la torcia! – gli risposero
-Già – disse lui esplorandosi – se volete m’immergo ancora –
-Non fa nulla. Tra poco è l’alba e non vogliamo correre il rischio di farci intercettare. Torniamo a riva
Era evidentemente un ordine, e Abraham decise di starsene zitto a poppa mentre i due armeggiavano per far ripartire il fuoribordo.
Arrivarono sulla spiaggia e portarono a riparo la leggera imbarcazione, poi si avviarono per il sentiero acciottolato che saliva dolcemente su una collinetta alberata. Il cielo dietro la montagna cominciava a schiarirsi lasciando intravedere la disposizione del campo.
Mezzi pesanti erano parcheggiati sotto gli ulivi e spesse reti mimetiche li nascondevano alla vista dall’alto. Grossi cespugli incurvati, si piegavano sopra grandi tende militari e muretti di sasso celavano alcune trincee dove erano state piazzate le mitragliatrici.
Abraham si fece condurre fino alla tenda del comando. Entrò e si mise sull’attenti davanti al piccolo tavolino da campo:
-Comandi! –
-Riposo, Abraham. Cosa mi dice?
-Nessuna novità, signore! Abraham – adesso ricordava perfettamente
dove si trovava. Era stato aggregato alla compagnia di Marine che era sbarcata di notte a Cassabile con l’incarico di prendere contatti con la popolazione, con il fine di effettuare uno sbarco Alleato. L’anno poteva essere fra il 1941 e il 1943, data in cui il Generale Smith firmò il famoso armistizio ma era più probabile che fosse il 1942, perché apparentemente la preparazione allo sbarco non era ancora stata completata.
Purtroppo Abraham non ricordava più a quale incarico era stato assegnato e temeva di compromettersi con una risposta inadeguata.
Il comandante succhiò nella sua Corn-pipe, la pipa di granoturco tanto famosa da quando la fumava il Generale Mc Artur:
-Accidenti, ma com’è possibile? Eppure i pescatori di queste parti sono stati molto precisi in proposito. Devono esserci! –
-Può darsi… - disse Abraham per prendere tempo in attesa di capire
-Ma cosa mangiano? – chiese il comandante
-Chi? – chiese Abraham stupito
-Le aragoste. Che cosa mangiano?
-Non saprei…- disse Abraham che cominciava a capire – forse gettando a mare le viscere dei pesci…
-Può darsi. Ordini di non buttare via gli scarti dalla cucina e domattina fateli gettare al largo.
-Sissignore! – disse Abraham – poi non è necessario immergerci. Basta lasciare le reti a mare e le aragoste vi si impigliano per andare a catturare i pesciolini -
-Dice? – rispose incuriosito il comandante – ma perché non me lo ha detto prima?
-Già – rispose Abrahm – perché non glie l’ho detto? – poi si rispose da solo:
-Perché non lo sapevo. L’ho saputo solo da poco!
-Ah, capisco! Comunque si dia da fare. Questa sera il Generale gradirebbe cenare con le aragoste ! –
-Agli ordini! – rispose Abraham ed uscì dalla tenda.
Il fischietto ad armonica aveva intanto suonato sommessamente l’adunata per l’alza bandiera che venne effettuata alla buona, prima di recarsi alla tenda adibita a mensa, per fare colazione.
Si mise in fila davanti alle macchine per le bevande calde.
C’era la scelta tra the, caffè, decaffeinato, latte. Bevande fredde, spremute, succhi di frutta o latte con cereali. Al banco erano esposte gallette, pane tostato, frittelle dolci da mangiare con la melassa, uova e bacon. Erano a undicimila chilometri dalla Base ed era il peggior momento della seconda guerra mondiale.
Abraham mise il suo caffè sul vassoio e si sedette al tavolo dell’unico soldato che aveva un’ automobilina nelle mostrine. Disse:
-Sei l’autista della Willy?
-Sissignore – rispose il giovane che aveva terminato la sua colazione e si stava godendo una Lucky
Strike che mandava in giro un profumo caramellato
-Devi accompagnarmi in città, lo sai?
-Lei è il tenente Levi?
-Esatto
-Credo sia preferibile andare in abiti borghesi e con la moto. Ho mezzo serbatoio, se deve solo andare e venire, credo basterà.
-Basterà –
Terminò la colazione, rifiutò la sigaretta che gli offrì l’autista e dopo mezz’ora viaggiavano sulla strada dissestata che portava a Siracusa.
Arrivati a pochi chilometri dalla città il giovane scese per una stradina dissestata e costeggiò il mare fino ad una località che le carte indicavano come Fontane Bianche. Abraham lo fece fermare per fare il punto:
-Che tu sappia, da queste parti ci sono i tedeschi,?
-Nossignore. C’è una compagnia in città ma non s’avventurano mai nella campagna
-Sicuro?
-Sicurissimo. Però la prudenza non è mai troppa. Sarà meglio fermarci in quell’insenatura e chiedere ai pescatori del luogo.
--E i fascisti?
Non ci sono fascisti
-Ma cosa stai dicendo? – chiese Abraham incredulo
-Signor tenente, questa è la Sicilia, dia retta a me che sono originario di Cuba e capisco bene gli isolani. Qui non ci troviamo in Italia e le cose sono diverse.
-In che senso?
-Alcune informative ci segnalano che potremmo avere l’appoggio della popolazione se garantissimo il movimento separatista locale…-
-E lei come lo sa?
-Intelligence! –
-Capisco – disse Abraham consultando la cartina – andiamo fino là in località Ognina. Ci dovrebbe essere un villaggio di pescatori –
Proseguirono lentamente, schivando buche e zigzagando tra le rocce. Finalmente arrivarono ad una vecchia baracca di legno dove se ne stava seduto un vecchio che tagliava una cosa tonda, bianca. Abraham si avvicinò e sfornò il suo migliore italiano:
-Salve, lei è di queste parti?
Il vecchio alzò la testa e il mento in modo esagerato.
Nel gergo locale voleva dire: no.
-Conosce qualcuno di queste parti?
Il vecchio alzò di nuovo il mento al cielo e Abraham incassò il secondo no.
-C’è qualcuno che potrebbe fornirmi qualche indicazione?
Il vecchio adesso non rispose nemmeno ma girò la faccia dall’altra parte. Abraham scoraggiato fece per andarsene ma il giovane autista, mettendo la vecchia Guzzi sul cavalletto gli fece cenno di aspettare, e andò a sedersi accanto al vecchio, estrasse il pacchetto delle Lucky, ne offrì una, accese e si mise a fumare in silenzio.
Chissà se quel giovane americano aveva mai visto l’isola di origine dei suoi genitori, di certo aveva impresso nel suo imprinting i modi di fare degli isolani, che sono come le ostriche, se tenti di aprirle, devi usare una grossa leva, rischiando anche di farti male, se invece le immergi per un poco nella loro acqua di mare, si apriranno da sole.
Infatti, dopo poche boccate, il vecchio parlò:
-Talìa, sazza u ventu – disse sputando il filo di tabacco che gli era rimasto sulla lingua. Il giovane guardò smarrito verso Abraham che fece un cenno circolare con la mano alzata per indicare l’aria, per dire che stavano parlando del tempo
-Forse piove – azzardò allora il giovane autista
-Che minchia dici? – disse con la confidenza dei vecchi verso i giovani inesperti – chistu è Maestru! Pè cchiovere ci vuole u Grecale! –
-Ah! – fece l’altro e rimasero in silenzio per un po’ di tirate. Poi:
-Sapete se ci sono tedeschi, in paese?
-Chilli sono curnuti! – rispose il vecchio ed era una dichiarazione importante, primo perché stabiliva una complicità tra i due, secondo perché dimostrava che il vecchio si fidava. Il giovane tirò ancora dalla sua sigaretta e fece:
-Cosa state mangiando?
-Pane e cipudda – rispose il vecchio
-Pane e cipolla? Sarà buono. Ma come riuscite a fare il pane?
-Non c’è pane! – disse il vecchio convinto, e continuò a mangiare il suo pane e cipolla senza pane.
Il giovane si alzò e andò nella bisaccia della moto da cui estrasse una scatola di carne che portò al vecchio:
-Tenete, è buona!
Il vecchio la soppesò poi disse:
-Dio ti benedica, - poi dopo una pausa – siete americani?
Il giovane esitò solo un poco:
-Siamo amici
-Amici degli amici?
-Sì.
-Allora venite – disse e li condusse dietro una collinetta dove
incontrarono un altro paio di vecchi con cui rimasero a chiacchierare per il tempo necessario per far bollire l’acqua, buttarci la carne in scatola e la cipolla e gustarne la minestra con una patata che era miracolosamente comparsa tra i commensali.
Dopo aver ricevuto molte informazioni, decisero di tornare al comando non senza aver promesso che sarebbero tornati con altre vivande. Nell’uscire Abraham si ricordò del suo impegno con il Generale e chiese:
-A proposito, al comando gradirebbero aragoste e pesce fresco. Quando vi capita di pescarne qualcuna, conservatele per noi, che ve le pagheremmo bene!
Si guardarono indecisi sul da farsi poi uno disse:
-Io ci hagghiu qualcosa, venite cò mmia – li condusse su una roccia che dava sul mare e tirò una
fune che trasse fuori dall’acqua una nassa di legno dentro la quale si muovevano tre grosse aragoste. Vive!
-Ma come? – esclamò Abraham – voi avete le aragoste e ve ne morite di fame?
-Cosa vuole – disse il vecchio – questo è mangiare da ricchi, che ce ne facciamo noi?
Abraham rise e pagò con quattro grossi fogli rossi che era la moneta locale, poi ripresero la strada per il campo.
Consegnarono due aragoste e con la terza andarono sulla spiaggia lontano da tutti, per farsela alla brace. Usarono il coperchio della loro Razione Kappa come piastra per arrostire e il cubano andò in giro per trovare qualche erba aromatica che insaporisse il crostaceo che agitava le sue zampe in un’atroce agonia:
-Povera bestia – scappo’ detto ad Abraham
-Noi siamo qui ad ammazzarci come bestie e tu dici povera bestia ad un’aragosta?
-Hai ragione, ma la morte è brutta per tutti
-A me la morte non fa paura: quando arriva lei, non ci sono io. Sono i dieci minuti prima di morire che mi terrorizzano – stettero un poco in silenzio a meditare sui casi loro poi Abraham chiese:
-Come ti chiami?
-Paul, ma a casa mi chiamano tutti Pablito, signor tenente
-Chiamami pure Abraham. Da dove vieni?
-Miami. C’è una grossa comunità di clandestini che sono scappati da Cuba. Un poco alla volta prendono il permesso di soggiorno e poi diventano americani. Non è ridicolo?
-Perché?-
-Perchè NOI siamo gli americani. Los gringos sono venuti dopo!-
Risero di gusto mentre mangiavano l’aragosta caldissima.
Terminarono che il sole primaverile cominciava ad ingiallire prima di tramontare dietro la montagna, Pablito raccolse le cocce del crostaceo e Abraham chiese:
-Che te ne fai?
-Aspetta e vedrai con i tuoi occhi – disse e Abraham aspettò.
Salirono verso il campo dove i soldati stavano terminando di cenare, chi dentro le tende, chi in giro tra gli alberi, seduto qui e là, come se fosse ad un pic-nic.
Ai margini del campo, dietro uno sbarramento di filo spinato, stavano molte donne vestite di nero, con volti sofferenti, vecchi silenziosi e bambini sporchi che piangevano. Ai loro piedi erano disposte le loro povere vettovaglie, piatti di alluminio, pentoline con manici rotti, cuccume di ferro e scatole di conserva arrugginite, stese ai loro piedi come una coperta di ferro ricamata a pach-work dalla povertà.
A mano a mano che i soldati terminavano di mangiare, andavano verso questa distesa di miseria e versavano qua e là gli avanzi del loro rancio e poi se ne andavano in silenzio.
Ti saresti aspettato che a causa della fame, ci potesse essere un assalto al cibo da parte di quella gente stremata dagli stenti, invece la dignità li teneva in piedi, distanti, in silenzio ad aspettare che tutte le cuccume fossero egualmente riempite per poi tornare verso il paese, in silenzio, come se avessero paura di disturbare, con la loro razione di avanzi:
-Accidenti, bisognerebbe ricordarsela questa scena, bisognerebbe farne delle fotografie da distribuire alla popolazione…
-Vorresti umiliarli in questo modo?
-Non ora. Ma tra ottant’anni, quando l’Italia farà la guerra per difendere i suoi territori dall’immigrazione, sarebbe bello che guardassero queste fotografie per ricordare come erano loro…
-Tra ottant’anni! Ma chi ci sarà, tra ottant’anni?-
-Già – disse Abraham pensieroso – chi ci sarà?-
Un bambino di due anni, intanto, era sfuggito dalle mani di sua madre e caracollava col suo precario equilibrio verso la fine del prato, rischiando di cadere.
Quando passò accanto a Pablito, lui lo prese al volo e lo alzò sulla sua testa, riprendendolo più volte tra le sue mani:
-Luciano! – gridò la madre – Luciano! Vieni qua subito! –
gridò riprendendosi quel fagottino dentro
il pagliaccetto a scacchi. Pablito lasciò che il bimbo sgambettasse dalla madre e rise di cuore. Abraham ebbe un’illuminazione e si accostò alla donna:- Mi scusi, ma lei è la signora Brambilla?-
Le pupille della donna si dilatarono mentre lo guardavano incredula, perché erano tempi in cui si rischiava la vita solo a farsi riconoscere, poi, dopo un attimo si rilassò e disse sollevata:
- No, io sugnu signorina… - poi arrossì perché si rese conto, con un bambino piccolo al collo, di
aver rivelato sul suo conto, quello che ormai tutto il paese mormorava.
- Ma certo! – disse Abraham che realizzò all’istante che la madre di Luciano doveva essere ancora signorina, visto che dal dossier sul suo conto, risultava che si sarebbe sposata a Milano solo nel quarantacinque – ma ha una sorella che vive in provincia di Milano, vero?
-Sssì… - disse la ragazza incerta – come facite a saperlo?-
-Oh, è una storia lunga – le disse per non rivelarle che lui sapeva anche come la poveretta sarebbe arrivata a Milano nel quarantatre, insieme con l’avanzata delle
truppe inglesi. Passò la mano tra i capelli ricci del pupo poi si accomiatò.
L’uomo che cercava era Pablito.
Raggiunse la sua tenda e lo vide che si stava cambiando in attesa della libera uscita, che altri non era che un camion che portava a turno i soldati nell’osteria del paese.
- Ti devo parlare – gli disse cupo Abraham sulla soglia della tenda
-Sono di libera uscita – gli rispose Pablito
-Andiamo in paese con la Willy
-Va bene – disse e dopo un’ora erano sulla strada che portava a Cassibile.
-Svolta qui – disse Abraham quando vide un viottolo che portava giù al mare e l’altro svoltò. Scesero a guardare la luna che brillava sul mare poi Pablito disse:
-Devo andare a cagare – e si appartò.
Abraham rimase un attimo pensieroso perché sapeva che il momento era tragico.
Era uno di quei momenti che ti cambiano la vita ma per lui, potevano pure cambiare la storia. Dopo tutto quel andare avanti e indietro nel tempo, finalmente aveva trovato il cubano che quindici anni dopo sarebbe stato l’informatore di Oswald per il suo turpe progetto.
Il cuore di Abraham batteva forte, come sempre, quando stai per combinare qualcosa di enorme, e questa cosa era enorme. Più grande della vita stessa, più grande della storia, più grande del tempo.
Avrebbe salvato la vita a Kennedy!
Abraham sospirò, tolse pistola d’ordinanza dalla fondina, mise il colpo in canna e si avvicinò con cautela all’ombra che se ne stava accucciata dietro al cespuglio. Vide Pablito che se ne stava di spalle, si avvicinò con estrema cautela per non far rumore che peraltro era attutito dalla sabbia fine, e quando calcolò di poter annullare la residua distanza con un balzo, lo fece, puntò la pistola contro la nuca del giovane e tirò il grilletto:
clic. clic.
Maledetta pistola scarica si disse Abraham che non diede il tempo all’altro di rialzarsi che con il calcio cominciò a menare fendenti sulla testa del malcapitato che gridò:
-Aiuto! Aiuto!
-Zitto, infame, che per te non c’è più nulla da fare! – urlò Abraham
-Aiuto! Mi ammazza! – gridò il giovane e finalmente una voce liberatoria gridò:
-Stop! Fermate quel pazzo! – era il regista che aveva
capito la gravità della
situazione e dopo aver esitato per non rovinare la scena, si era reso conto che quello scalmanato di Marco Privitera, in arte Tom Shepard, aveva riperso la trebisonda e che bisognava fare qualcosa per bloccarlo.Intanto un macchinista e due elettricisti si erano avventati su Abraham e tentavano di tenerlo fermo mentre lui si agitava urlando come un ossesso:
- Noooo! Non puoi fermare la scena. Brutto figlio di una puttana, continua a girare, bastardo di regista frocio, lasciatemi andare! Lasciatemi andare, vi ordino!
Hai voglia! E chi osava lasciare andare quello scalmanato?
Finalmente riuscirono a metterlo seduto su una sedia e lui si lasciò cadere sfinito. Il regista intanto si era avvicinato all’attore che interpretava il ruolo dell’autista che se ne stava sdraiato mentre qualcuno della troupe gli tamponava la nuca con una pezza bagnata.
Girolami chiese:
-Tutto bene?
-Tutto bene un cazzo! – rispose l’altro continuando a tamponare la nuca – gli ha dato tanti di quei colpi che ha sfasciato persino la pistola. Per fortuna era di plastica, altrimenti gli avrebbe sfondato il cranio!
Si avvicinò la costumista con un batuffolo di cotone imbevuto d’alcol:
-Tiè fijo mio, com’è conciato! Ma sto porello der signor Tomme, ma quello non sta pè nniente bbeeene! Bisogna fà quarcooosa! – esclamò disperata guardandosi in giro per avere approvazione
Girolami intanto si era portato di fronte ad Abraham che se ne stava col capo chino per riprendere fiato:
-Come stai? – chiese poco prima di essere colpito ai testicoli da un gran calcione tiratogli da
Abraham che si era poi alzato di scatto e lo aveva preso per la gola:
-Brutto figlio di puttana, come ti permetti di dire stop? Non devi mai dire stop quando giro io, hai capito? – gli gridò in faccia mentre l’altro paonazzo tentava di liberarsi da quelle dita di ferro.
Fece prima Mario, l’elettricista, che vista la mala parata, decise che l’unica cosa da fare era quella di sfasciare un mini bruto da cinquecento watt sulla capoccia dell’attore.
E lo fece.
12
Un attimo prima che la ghigliottina gliela staccasse, Robespierre girò la testa in modo innaturale poi la lama la fece saltare sull’orlo della cesta e rimbalzò ai piedi di Luciano che raccolse la testa per i capelli, la mostrò alla folla che sotto il palco urlava di gioia.
-Arrestate quell’uomo! – gridò Abraham vestito da Re Sole gettandosi verso di lui e travolgendolo
con lo slancio. I due corpi oscillarono paurosamente sul palco, poi si rovesciarono all’indietro cadendo sul selciato e Luciano perse i sensi.Mentre riprendeva conoscenza si rese conto con terrore che la mano sotto la coperta teneva ancora ben stretta la testa di Robespierre!
Si risveglio del tutto e rimase con gli occhi aperti per abituarli al buio, però malgrado ogni sforzo non riusciva a riconoscere quella stanza.
Una fioca luce dalla finestra disegnava la sagoma dei mobili e la mano sotto le coperte che stringeva la massa dei capelli, gli faceva raggelare il sangue.
Dove si trovava? In che epoca? Allungò la mano verso il comodino e riconobbe al tatto la lampada da notte che accese con sollievo.
La luce giallastra fu sufficiente per fargli riconoscere una stanza da letto vecchio stile, e le dita che gli comunicavano senza dubbi ormai, che la testa di Robespierre era salda nelle sue mani, sotto le coperte.
Esitò un poco poi decise di sollevare le lenzuola per vedere lo sfacelo di quella testa, ed ebbe una sorpresa: le sue dita si stringevano attorno ai capelli di Abraham che non aveva ancora ripreso conoscenza
Luciano cominciò a chiamarlo a bassa voce dandogli leggeri colpetti sulle guance, finché si accorse che si stava riprendendo:
-Ehi Abraham, svegliati!
-Ah! Accidenti che male! – disse Abraham toccandosi il collo
-Hai il torcicollo? – gli chiese Luciano
-No, è proprio come se avessi preso una botta. Massaggiami un po’ qui!
disse Abraham che aveva già cominciato a dimenticare il passato
-Dai sbrigati, perché se ci scopre la nonna di Georgia sono dolori.
-Hai ragione, dobbiamo andare via in fretta da qui -
-Davvero? Aspetta che vado a dirlo a Georgia -
-No! – Non passare quella porta o siamo finiti – gli urlò Abraham a cui
piano piano si stava schiarendo il futuro
-Perché? – chiese Luciano stupito
-Andiamo via e te lo spiegherò per strada
-Ma Georgia?
-Non è un problema. Tra pochissimo la macchina farà rewind…
-Cosa?
-Il tempo tornerà indietro e potrai incontrare Georgia in un momento più favorevole. –
Luciano rimase in silenzio per qualche secondo a riflettere:
-Ma se il tempo va all’indietro allora vuol dire che andrà in avanti!
-Esatto! Andiamo. –
Uscirono dalla porta a vetri della veranda e scesero a prendere il Galletto che se ne stava appoggiato al muro.
-Ma non hai la Due Cavalli?
-Ma quale Due cavalli? Non vedi che ho solo sedici anni?
-Capisco. Allora andiamo a Milano con questo – disse
Abraham indicando il
catorcio-Con questo? Ma non ci arriveremo mai!
-Tentiamo – e si avviarono.
All’altezza di Fino Mornasco la moto cominciò a tossire, tirarono fino a Saronno ma poi decisero di fermarsi sotto un cavalcavia anche perché cominciava a piovere.
Luciano prese la chiave a tubo per le candele a armeggiò un poco attorno alla moto. Abraham intanto tentava di spiegargli la situazione:
- Ecco, - gli disse – In due parole si tratta di questo: tu non esisti ed io sono un ologramma. -
Chissà se fu la frase o l’olio che fece scivolare la chiave inglese, sta di fatto che Luciano si fece male ed imprecò:
-Maledizione – disse succhiandosi la mano che cominciava a sanguinare – se non esisto mi dovresti spiegare questo – disse indicando il sangue
-È tutto spiegabile. Siamo incollati su un supporto spazio-temporale, un po’ come una pellicola cinematografica che scorreva all’indietro e adesso comincia a scorrere nella giusta direzione ma ad una velocità accelerata. Come un film alla moviola…
-Allora?
-Allora, per avere un senso, dobbiamo completare questo film in modo che venga proiettato, altrimenti esisteremo solo in un cassetto del tempo, come una pellicola dentro la sua scatola di ferro. Dobbiamo fare in modo di venire proiettati, capisci?
-Solo un po’ – disse sconsolato Luciano – ma Georgia?
-E dagli con questa Georgia! –
-E dagli sì! È la ragione della mia vita, reale o virtuale che sia, è la ragione della mia esistenza
-Ma tu non esisti!
-Se non esisto, allora perché questa mano mi fa un male della madonna?
-Il tempo adesso scorre nella giusta direzione e tu ti sei dimenticato il tuo futuro. Ti sei dimenticato cioè, che tu ti sei già fatto male ad una mano, in passato. Non ricordi?
-Ma devo ricordare il passato o il futuro?
-Lasciamo stare – disse Abraham sconsolato e ripresero la strada per Milano.
Arrivarono sulle circonvallazioni e persero un sacco di tempo per orientarsi in quella città rotonda dove tutti i viali sembravano dritti. Arrivarono alla Statale che sembrava mattino, così decisero di andare a cercare Howkings ma in segreteria dissero che non c’era:
-E quando arriva? – chiesero
-Il mese prossimo! – risposero- Siamo a settembre e i corsi cominciano a ottobre. Non credo che i docenti arriveranno prima di tale data –
rispose la segretaria e i due rimasero a calcolare quanto
tempo avevano impiegato per arrivare a Milano. Un record.- Se dobbiamo aspettare così poco, andiamo in Piazza Beccaria a fare uno spuntino alla Crota Piemuntesa – disse Luciano
- Conosci il posto? – gli chiese Abraham
- Certo! Nel 1973 io guidavo il camioncino di una casa discografica. Conosco tutti, là in giro.
- Allora andiamo!
La Crota Piemuntesa era un negozio brutto, sembrava sporco e gli inservienti non erano nemmeno gentili, però sfornava una quantità impressionante di panini col wurstel caldo a tutte le ore, e si mormorava avesse fatto la fortuna del suo padrone, che se ne stava alla cassa beato a contare gli scontrini.
I nostri due, addentarono il panino caldo con la mostarda ed uscirono sul marciapiede. Luciano guardò dentro una boutique là di fianco e fece un cenno di saluto:
- Barbara! – disse e dal negozio uscì una bionda, notevole e sorridente:
- Come stai? – chiese baciandolo
- Bene e voi?
- Anche noi. È un po’ che non ti si vede –
- Già. Ho avuto da fare – si girò verso Abraham per le presentazioni – scusa, ho il piacere di presentarti il mio amico Abraham
- Venite dentro – disse lei – e si accomodarono nel piccolo negozio caldo e scuro, e mentre Luciano e
Barbara, parlavano di questa e di quella, di passato e futuro, Abraham si guardava in giro incuriosito.
- È la moglie di Paolo, il batterista dei Camaleonti! – disse Luciano ad Abraham che non nascose il suo stupore:
- Camaleonti? E chi sono?
- Come i Camaleonti! Ah già che tu sei di Tel Aviv!
- Erano in classifica pure là – disse Barbara – Adesso c’è andata la Formula Tre
- Davvero?
- Sì, e la Elisa, la moglie di chi sai, se la sta spassando con Pappalardo
- Davvero?
- Sì, lei ha preso una sbandata micidiale. Credo che il suo matrimonio sia finito.
- Ma va!
In quel momento il campanellino della porta squillò, ed entrò una ragazza. Luciano si alzò e le andò incontro:
- Lilli! Come stai – e si ripeterono le scene di prima. Poi Luciano la presento ad Abraham:
- Questa e Lilli, una mia cara amica d’infanzia. Adesso è sposata col paroliere del Clan
- Il clan? – chiese Abraham
- Il Clan Celentano! Mai sentito neppure quello? –
Abraham non disse nulla per non creare imbarazzo. Parlò Barbara:
- Purtroppo credo che il Clan sia finito! –
- Cosa mi dici!
- Eh sì. Claudia, la moglie, crede sia più redditizio per la carriera, orientarsi verso il cinema. Sta lasciando a casa tutti…
- Anche i Ragazzi della via Gluck?
- I musicisti sono i primi
- Accidenti! – disse Luciano che oramai aveva perso la nozione del tempo. Abraham invece fissava il televisore acceso:
- Cosa c’è? – chiese Barbara
- Quel televisore… mi sembra strano…
- È un Brionvega. Io lo trovo bellissimo!
- No, non il televisore in sé ma i programmi. Hanno qualcosa…qualcosa… - disse Abraham e raccolse una copia di Sorrisi e Canzoni che stava su di un tavolino e cominciò a sfogliarla:
- "Dov’è Anna", "Domenica in..sieme" di Corrado, "Adesso musica" con Vanna Brosio…- Abraham sfogliava febbrilmente le pagine e commentava i programmi:
- Sandokan con Kamir Bedi viene programmato su RAI uno e i programmi sono a colori, non ti dice niente? – chiese Abraham e Luciano fece cenno di no. Allora Araham si rivolse a Barbara:
- Chi ha vinto il Festival di Sanremo, quest’anno?
- Peppino di Capri, con una canzone che non ricorderà nessuno – rispose lei.
- Hai capito adesso? – chiese Abraham e Luciano a sua volta domandò:
- Ma in che anno siamo?
- Nel 1976! – rispose Lilli
- Accidenti, siamo in ritardo! – esclamò Luciano che finalmente aveva capito il problema
- Ehilà – disse Lilli – un po’ di ritardo cosa vuoi che sia! Fatti desiderare!-
- Non possiamo proprio, - disse Luciano – siamo proprio MOLTO in ritardo! - e uscirono di corsa. Arrivarono alla mensa della Statale e Howkings era seduto assorto a prendersi un caffè.
Quando vide Luciano sorrise e riprese la conversazione interrotta come se non fosse passato tutto quel tempo:
- Salve! Che piacere rivederla! A proposito del suo sasso lanciato al centro della Terra…
- Dica – disse Luciano sedendosi
- Entrano in gioco una serie di incognite che rendono inutile tutto il suo calcolo… - disse con la
consueta serietà
- Perché? – chiese Luciano
- Ci sono forze in gioco che non sono calcolabili, quali la rotazione della Terra, la legge di Coriolis, quella dei fluidi in un corpo rotante, la massa di metallo che oscilla ai Poli…
- Facciamo un discorso puramente teorico – propose Luciano – supponiamo che la Terra sia una sfera sospesa nel vuoto e che sia completamente attraversata da un pozzo che passa per il suo centro dentro il quale abbiamo gettato un sasso –
- Così andrebbe meglio. Non potremmo però prescindere dalla velocità del sasso lanciato nel pozzo…
- E allora?
- Entra in gioco Galileo secondo il quale il sasso lanciato nel pozzo acquisterebbe una velocità crescente fino ad un certo punto, poi decrescente, fino a ritornare dove è stato lanciato alla stessa velocità di partenza!
- E questo cosa vorrebbe dire?
- Vorrebbe dire che se io ho sbagliato i miei calcoli, nemmeno lei ha ragione, perché se togliamo tutte le varianti che abbiamo citato prima, teoricamente abbiamo creato il moto perpetuo in quanto questa pietra continuerebbe ad oscillare all’infinito nel pozzo, senza mai fermarsi
- Ma c’è l’attrito…
- Se mette l’attrito deve mettere pure tutto il resto. Comunque, grazie per avermi fatto pensare a questo problema. Lei non sa quanto mi è stato prezioso, potrò pensare senza timori a nuove prospettive.
- Ma le pare…- disse Luciano perplesso e aggiunse di slancio:
- Volevo presentarle il mio amico Abraham…
- Anche lui studioso?
- Dilettante – disse Abraham sorridendo – però la conosco di fama
- Oh, non esageriamo – disse Howkings di rimando: - ho pubblicato solo qualcosa su riviste specialistiche, non credo di aver raggiunto la fama…
- La raggiungerà! – disse sicuro Abraham – ma volevamo chiederle un’opinione a proposito di certi fenomeni inerenti la direzione del tempo… –
Lo scienziato sorrise e disse:
- Dovrebbe chiedere a questo suo amico che sembra conoscere la materia molto meglio di me! –
- Certo, me ne ha parlato e conosco come la pensa. Ma io volevo porle la domanda in termini matematici. Secondo lei, se un giorno si inventasse una macchina del tempo, sarebbero possibili fenomeni al di fuori di essa?
Il giovane scienziato riflettè e poi parlò:
- Allo stato attuale della nostra conoscenza, possiamo teorizzare che esistano alcuni fenomeni che non necessitano di una direzione del tempo…
-Sarebbero?
- Nelle strutture sub-atomiche, gli elettroni, per esempio, si trovano in punti indeterminati della loro orbita, ed un esperimento di laboratorio ha dimostrato che alcuni fotoni possano passare contemporaneamente da due differenti finestre spazio-temporali,. Non è escluso, nel campo dell’antimateria che si possa calcolare anche un anti-tempo, ma è un discorso complesso…
- Noi vogliamo solo sapere se è possibile modificare gli avvenimenti –
- Mah, sì e no. Occorrerebbero macchine capaci di calcoli complicatissimi per dimostrare che la sezione aurea, divisa all’infinito è di per sé immodificabile ma costruirebbe insiemi su cui si potrebbe apportare modifiche. Prendete il Fibonacci… - I due si guardarono perplessi – Si, la sequenza 1,1,2,3,5,8,13,21 eccetera. Se con questa sequenza ci costruite una sfera di numeri…
- Una sfera di numeri…- ripeterono i due ma lo scienziato oramai pensava ad alta voce e non si lasciava distrarre da nulla:
-Ecco che potremmo dire che al di fuori di un ordine di numeri, c’è….
-Il caos! – disse Luciano e Howkings ne rimase colpito:
- Il caos. Bravo. Potrebbe essere un modo di definire alcuni fenomeni apparentemente determinati dal caso.. –
- Certo! – disse Luciano ringalluzzito – e la sezione aurea espressa all’infinito altri non è che la teoria dei frattali!
- Frattali?
- Certo, i frattali sono figure ottenute dal computer con un calcolo di base identico a quello della sezione aurea!
- Davvero? – chiese lo scienziato
- Certo! - Disse Luciano, noi quei calcoli li abbiamo già fatti!
- E le macchine per tali calcoli?
- Ci sono già
- Dove?
- Qui, là, in tutte le case!
- Occorrerebbero computer grandi come palazzi!
- Ma no, immagini computer grandi come radio, che siano in tutte le case e siano collegati tra di loro con le linee telefoniche…
- Sarebbe come creare una connessione neuronale con le funzioni di un cervello grande come il mondo…- rispose Howkings che cominciava a fantasticare
- Già e immagini che tutti questi computer possano collaborare a progetti comuni come la ricezione di segnali nello spazio o ricerche di vaccini che abbisognano di una serie infinita di sperimentazioni…
- Lei ha un’immaginazione contagiosa – disse lo scienziato – dimentica che i computer sono macchine complicatissime..
-Si semplificheranno notevolmente
-Dice? Non credo!
-Pensi che solo l’anno prossimo verrà fondata la Apple…
Mentre Abraham si guardava in giro, Luciano rimase in silenzio come se esitasse a fare la prossima domanda. Poi si decise:
-E Georgia? Dov’è Georgia?
-Georgia chi? –
chiese lo scienziato un poco stupito da quella veloce
inversione di rotta – Georgia Torazzi?-Sì… - la voce di Luciano si era fatta timida
-Non c’è. Quest’anno non si è iscritta. Sapete, con questa contestazione venire a studiare alla Statale è roba da martiri! Si è trasferita a Cambridge con la madre e approfitta di una borsa di studio per prendere una specializzazione…
-È già a Cambridge? – chiese Luciano
-Sì
-Allora partiamo – disse di slancio ad Abraham che invece se ne stava zitto come un gatto che punta una preda:
-Cosa? – disse Abraham – sì, sì, partiamo – Poi si voltò verso Howkings e chiese:
-Conosce quello straniero, là in fondo?
-No. Di certo non è uno dei miei allievi. Cosa vuole, con questi esami collettivi e voti politici si è perso un poco il contatto con gli studenti, ma lui credo proprio di non conoscerlo, anche se…
-Dica – lo incalzò Abraham
-Anche se mi sembra uno degli agitatori delle assemblee di sinistra
-È forse sudamericano? – poi si rivolse a Luciano – sembra Pablo
-Pablo chi? – chiesero i due all’unisono
-Oh, nulla. Uno che conosco da molto tempo e che adesso dovrebbe avere una sessantina d’anni!
-Ma allora non è lui! – disse Luciano
-Questo avrà sì e no, diciotto anni! – aggiunse Howkings
-Ed io vi dico che è lui – disse Abraham alzandosi e tentando di avvicinarsi al ragazzo sudamericano che se ne stava da solo vicino al banco della mescita. Quando Abraham fu a portata di voce gli gridò:
-Scusa! Permetti una parola?
Ma il giovane, invece che ascoltarlo, buttò a terra il bicchiere di carta col caffè e si fece largo tra la folla
-Ferma! Ferma! Fermate quel ragazzo! – gridò Abraham ma l’altro svelto era già
scantonato dietro la porta.
Abraham lo inseguì tra la folla senza preoccuparsi delle persone che spingevano da parte al loro passaggio. Attraversarono il cortile della Statale, poi salirono una rampa di scale e poi un’altra. alla fine si ritrovarono sul terrazzo di un vecchio edificio che dava sul campo di pallacanestro.
-Fermati, per la miseria! – gli gridò Abraham e l’altro, ormai senza via di fuga, si fermò ansimante.
-Aspetta un momento, ti devo parlare…- gli disse Abraham avvicinandosi con cautela.
Il giovane rimaneva in silenzio, teso come un animale in pericolo.
-Sei Pablo? – gli chiese Abraham e lui fece cenno di no con la testa
-Però sei cubano… - gli disse e l’altro fece sempre cenno di no, ma con minore convinzione
-Ma sì che sei di Cuba! E sei qui a fare casino per conto del tuo governo, non mentire perché io conosco tutta la storia della tua vita! –
Il giovane rimaneva in silenzio e Abraham gli si avvicinava con cautela senza smettere di parlare. Quando gli fu vicino lo afferrò per la camicia e gli disse:
-Allora, dimmi, sei un infiltrato del Movimento Studentesco? – adesso lo strattonava e gli parlava con tono sempre più minaccioso:
-Allora, parla! – gli disse e il giovane fece cenno con la mano che avrebbe parlato. Abraham lasciò la presa mentre chiedeva:
-Allora chi è Pablo?
Il sudamericano afferrò Abraham per la giacca e si piegò all’indietro facendogli perdere l’equilibrio e quando Abraham fu pericolosamente proteso in avanti, lo spinse violentemente facendolo cadere oltre la balaustra. Abraham agitò le mani nel tentativo di afferrarsi al niente che gli stava intorno, poi si rese conto che l’equilibrio era irrimediabilmente perso, e imprecò. Mentre precipitava al suolo sentì la voce dell’altro che gli diceva con disprezzo:
- Pablo è mio padre, cabron! –
Capitolo 13 / 21