13.

 

Quando Luciano tornò in paese, il Toni era già diventato Sindaco di Samarcate.

Anche la sua salumeria, da un pezzo, era diventata ormai un’altra cosa avendo svuotato la retrobottega per metterci qualche tavolo sgangherato ed una vecchia credenza appoggiata al muro. Le sedie traballanti all’ingresso, vicino a quella specie di tavolino, invece le aveva tenute perché, diceva, facevano impressione ed era vero.

Gli scicchettoni di città arrivavano a frotte e dal venerdì alla domenica era un via vai alla ricerca di quelle vecchie cose di pessimo gusto che facevano tanto Fogazzaro, o almeno così dicevano loro.

In paese, dopo il primo sgomento, ci si organizzò per non far mancare nulla a questi nuovi turisti, e ogni martedì il Franchino andava in città dove aveva trovato un rigattiere che ripuliva i solai e che gli vendeva a buon prezzo le porcherie che trovava. In un primo momento si erano tutti organizzati per una sorta di restauro delle cose che portava il Franchino: sua madre le lavava con la soda caustica, la sorella asciugava e il marito ritoccava e li esponeva su uno scaffale nel suo negozietto di scope. Le cose andarono avanti per un poco, finchè una domenica un turista più intraprendente degli altri, scoprì la vecchia stalla dove loro ammucchiavano gli oggetti prima di ripulirli e chiamò gli amici per mostrare cosa aveva trovato.

Per un momento i parenti del Franchino tremarono al pensiero dello scandalo, ma quando si accorsero di aver venduto più degli altri giorni e che le cose sporche si vendevano ad un prezzo più alto, si guardarono in faccia e capirono che una nuova Era si era aperta davanti a loro, e da quel giorno ammassarono la roba nella stalla senza nessun’altra cautela che non quella di nascondere negli angoli i pezzi che ritenevano meno pregiati, per dargli quel tocco esotico che permetteva ai turisti più curiosi di fare i loro bei ritrovamenti.

Si sa, oggi queste cose non sarebbero più possibili, ma allora gli scicchettoni erano ancora un poco fessi.

Alla bottega del Toni invece le cose funzionavano in questo modo: dal venerdì alla domenica le facce di città che giravano bighellonando per il paese, verso l’ora di pranzo andavano dal Toni che li faceva accomodare nel retro, servendo affettati e caraffe di vino, poi verso l’una, come ad un segnale chiudeva la saracinesca e serviva il pranzo che era composto da una trentina di piccole diverse porzioni di antipasti, un paio di primi tutti sullo stesso piatto e un arrosto di manzo come si deve, cotto da sua moglie Casimira chissà perchè detta Mara, nel vecchio forno a legna della nonna.

Carmen serviva ai tavoli sculettando maliziosa per la gioia degli avventori, e Nando serviva il pane e il vino e poi si sedeva all’ingresso per incassare il prezzo fisso senza rilasciare ricevuta, naturalmente.

Nel giro di qualche anno, tra i guadagni della salumeria che la domenica faceva quel lavoro da carbonari, con i clienti che si erano passati parola e facevano finta di passare lì per caso, tra l’IGE non pagata e la carne macellata di frodo, il Toni si era messo da parte un bel gruzzolo e non si spaventò nemmeno un poco quando il maresciallo dei carabinieri gli venne a dire che per ragioni di ordine pubblico, lui doveva mettersi in regola. Si arrabbiò invece quando il sindaco rifiutò la licenza per trasformare la salumeria in un ristorante, perché diceva, non c’erano i metri per la cucina e le condizioni igieniche erano scarse.

Fu qui che si scatenò il putiferio, perché oramai il paese si era ben avviato con la nuova economia fatta di terreni venduti ai turisti, negozi di paccottiglia e i giovani del paese che invece che andare a lavorare se ne stavano fuori dai bar ad ascoltare il juke-box e a fare gli occhi dolci alle ragazze di città e qualcuno si fidanzava pure partendo per nuove avventure.

Che le cose andassero bene, lo dimostrava il fatto che se in casa ti si rompeva una lampadina o ti sgocciolava un rubinetto, non eri più capace di trovare un idraulico o un elettricista a pagarlo oro, perché tutti i giovani ormai o studiavano o se ne stavano a far niente, e questo era un ottimo segnale che percepirono tutti, tanto che alle prime elezioni nominarono sindaco il Toni e buonanotte al secchio.

Luciano arrivò la sera all’ora di chiusura mentre Carmen ripuliva con una scopa dietro il bancone:

-Brava – le disse – una bella scopata prima di cena è proprio quello che ci vuole!

-Già – disse lei pronta – e come vedi scopo da sola perché se aspetto quelli come te, ti saluto! –

-Ma cosa dici… – le disse andando verso le scale

che portavano in casa – c’è il Toni?

-È su. Ma poi, fatti vedere! – disse lei maliziosa

-Contaci! – rispose salendo ed entrò in casa proprio

mentre il telegiornale dava la notizia di un attentato a Reagan. Lo speaker stava dicendo che forse il presidente era stato colpito ad un fianco e Luciano commentò:

-Cazzo! Se ci fosse Abraham buonanima, gli prenderebbe un colpo! –

La frase fece voltare il padrone di casa che riconobbe Luciano ed esclamò:

-Accidenti, ma guarda un po’ chi si vede! – poi chiamò la moglie – Mara! Guarda un po’ chi c’è!

Arrivò la signora Casimira proprio mentre Luciano stava sedendosi su una delle sedie del tinello:

-Non farlo! – esclamò allarmata - non su quella!

Indicò le sedie una per una:

-È la mania del Toni, cosa vuoi… Le sedie sono tutte sgangherate perché lui dice che fanno molto colore…

-Altro che! – queste sono di mio nonno ormai devono avere un valore inestimabile!

-Ullallà! Toni – rise Luciano – inestimabile poi!

-Tu intanto siediti su questa porcheria moderna. Bevi qualcosa? Hai mangiato? Da dove vieni? Cosa stavi dicendo?

Luciano prese tempo per rispondere alla mitragliata di domande che si fanno di solito gli amici quando non si vedono da molto tempo, poi disse:

-Non prendo niente, grazie. Sono di corsa. Stavo dicendo che ho scoperto che lo sport nazionale degli americani è quello di sparare al proprio presidente!

-Ah, ah – rise il Toni lasciando intravedere lo spirito anarchico che aveva imparato a manifestare

Le sue idee solo quando era con gli amici:

– Il popolo sovrano mostra tutta la sua maturità quando taglia la gola al suo Re, lo hanno dimostrato i Francesi e i Russi con lo Zar. Gli americani sono un popolo all’avanguardia su tutto, e lo dimostrano avendo soppresso tre o quattro dei loro presidenti e avendo praticamente tentato di ammazzarli tutti…

-Sarà, intanto l’America è l’unico paese al mondo dove venga attuata la vera democrazia… -

-E allora? Chi ti ha detto che la democrazia sia un valore assoluto? La democrazia è una delle tante tecniche escogitate per riuscire a convivere tutti insieme senza scannarci. Come il comunismo predicato da Gesù Cristo! –

-Perchè Gesù Cristo era comunista? – chiese Luciano che si divertiva quando il Toni partiva per la tangente ed enunciava le sue teorie

-Lui forse no ma i dodici Apostoli quando elaborarono l’Ecumenismo in pratica diffusero il manifesto del comunismo prima dell’Internazionale Socialista. Che cos’altro è il "Dare alla comunità quello che si può e prendere quello di cui si ha bisogno?" oppure: "Siamo tutti uguali al cospetto di Dio?" –

-La differenza con l’Ecumenismo è che non è previsto Dio!

-Certo! Perché alla base dell’errore di Gesù Cristo e degli Apostoli, c’è il presupposto che l’Uomo sia buono, come il "Buon Selvaggio" di Rousseau, e invece ciccia!

-Non sarà buono, ma la cultura lo rende più consapevole della necessità di essere buono

-Ma va là! Sono parole con cui si riempiono la bocca i potenti. "Siate buoni!" dicono ma si aspettano che siamo tutti figli di puttana per la sopravvivenza del sistema!

-Un po’ forte, come teoria!

-Ma è vera! Prova tu ad essere buono. Se ci riuscirai, sarai attorniato da gente che ti prenderà per un coglione, se invece sarai veramente buono, ma veramente, allora ti daranno un premio, il cuore d’oro, la medaglia d’oro, il Nobel per la Pace. E se sarai più buono ancora diranno che non è possibile, che sei un invasato e ti faranno santo. Ma se sarai buono, ma buono, ma buono, allora diranno che sei figlio di Dio!

-Cazzo, ma tu credi! -

-Che cosa vuol dire? –

-Dico che tu fai l’anarchico ma credi in Dio! -

-Sì ci credo – ammise sornione – ma non credo che sia nello stesso posto dove stai guardando tu! –

Dopo questa sentenza rimasero in silenzio per un poco mentre la signora Casimira cominciò ad apparecchiare per la cena:

-Allora rimani con noi?

-No, signora. Proprio non posso. Devo fare un sacco di cose prima che… prima ..-

-Prendi almeno un goccio di vino – gli disse il Toni versandogli da bere

-Grazie. Ero venuto per chiedere… - esitò un momento, prese il tempo per bere un goccio, poi fece

un’espressione soddisfatta per comunicare che il vino era buono, e continuò:

-Avete visto Georgia?

-Georgia? No. Sai, dopo che si sono lasciati con mio figlio Nando, non è più venuta a trovarci. La capisco, era imbarazzante… -

-Georgia si era fidanzata col Nando? – chiese Luciano incredulo

-Sì, ma tanto tempo fa. Ora Nando è felicemente sposato con Angela e questa è una vecchia storia tra ragazzi. È strano però, - aggiunse – oggi tu sei la seconda persona che chiede di Georgia, le sarà mica successo qualcosa?

-No, per carità! Chi sarebbe l’altra persona che l’ha cercata?

-Mah, uno di fuori. È venuto in bottega e ha chiesto di lei.

-Com’era?

-Di fuori –

-Va bene, di fuori. Ma com’era? –

-Uno col busto di gesso e faceva fatica a parlare.

-Con un accento inglese?

-Era di fuori –

-Allora lo conosco – disse mentre una bambina magrissima, si era avvicinata timidamente al Toni e

gli aveva portato un caffè inesistente dentro una tazzina di plastica rosa. Toni finse di bere e di gustare poi si rivolse a Luciano:

-Questa è Formichina, la figlia di Nando – disse

-Ciao! – le disse Luciano guardando interessato quel corpicino troppo magro e quella testolina

troppo grossa, che sapeva si sarebbero trasformate nella più bella ragazza del paese – come stai?

-Bene – disse lei timida – vuoi un caffè ? –

-No, grazie. Devo scappare via – poi si rivolse agli adulti – devo proprio andare, scusate tanto. Tornerò la prossima volta! –

-E rimani a cena, promesso?

-Promesso – disse e scese le scale che portavano alla bottega dove lo aspettava Carmen.

Lui si avvicinò e lei lo baciò con passione; poi, senza mai staccare le labbra dalle sue, spense la luce centrale e aprì con mani febbrili i pantaloni di Luciano frugando esperta fra le parti delicate. Lui la baciava lasciandola fare, quasi senza rendersi conto che si trovavano di fianco al bancone di una salumeria e non in un luogo appartato.

Infatti ci volle poco ed entrò il fratello e li scorse nella penombra:

-Ma chi c’è là in fondo? Luciano! Ma sei tu? Come stai vecchio porcone? Non riesci proprio a non appiccicarti a mia sorella, eh? – e intanto rideva.

Luciano si scostò solo di poco da Carmen ma la tenne ben salda contro il suo corpo per non farsi scoprire col coso fuori dalla patta:

-Sto bene! Sai passavo di qua… -

-Capisco! Vieni di sopra a salutare il vecchio, dai! – disse

-No, veramente devo scappare. Ho una fretta del diavolo – rispose

Luciano senza muoversi di un millimetro e Nando, che si era un poco avvicinato, finalmente capì che era di troppo e si allontanò su per le scale gridandogli dietro:

-Và, và, ma fatti vedere! –

-Certo! –

gli gridò dietro lui sollevato. Carmen intanto aveva ripreso le manovre ma, vuoi per l’interruzione, o sarà stata la sorpresa, sta di fatto che l’unica cosa rigida che era rimasta a Luciano erano le gambe che adesso, come liberate dall’ imbarazzo, erano diventate molli:

- No, lascia stare, devo proprio andare via

- Dai, solo un momento

- No, un momento no. Aspettami e quando torno ci prendiamo tutto il tempo che ci occorre!

- Dici sempre così ma poi sparisci!

- Questa volta no – mentì lui e si dileguò.

Arrivò davanti alla casa di Georgia ma nemmeno scese dall’auto perchè vide l’impresa di costruzioni che dopo la partenza della famiglia, aveva abbattuto il villino per costruirci su una palazzina di tre piani, che avrebbe disturbato il paesaggio per i prossimi cento anni.

Andò a Milano e prese il treno per Mentone dove avrebbe cambiato per Parigi e dopo un giorno sarebbe arrivato a Calais per attraversare la Manica.

Doveva fare in fretta perchè il tempo correva come un pazzo e quella era l’ultima occasione di trovare Georgia e convincerla a sposarlo.

Quando partì il treno, Luciano guardò fuori come se fosse l’ultima volta che vedeva la Stazione Centrale, poi la stessa angoscia lo prese a Ventimiglia, quando il treno lasciò l’Italia e lui ebbe come l’impressione che non avrebbe mai più rivisto nessuno, e gli venne da piangere.

Si abbandonò sul sedile di velluto mentre fuori un ultimo cartello in italiano gli mandava il suo messaggio gioioso:

CHI VESPA MANGIA LE MELE E CHI NON VESPA NO.

Ma vaffanculo, disse tra sé, e riprese a leggere la Settimana Enigmistica.

 

14

 

Svegliarsi nell’incertezza e tentare di capire l’ambiente circostante carpendo ogni suono, ogni dettaglio, ormai era diventata un’abitudine quella volta però le cose si presentarono più difficili del solito.

Era tutto buio intorno ad eccezione di una madonnina che volava pregando, attorniata da alcune teste alate d’angioletti.

Altri angeli, molto più grandi, si affacciavano di tanto in tanto nel campo visivo e sussurravano parole incomprensibili.

Abraham si trovava supino legato ad una nuvola, o forse non era legato, era semplicemente morto e così non riusciva a muovere nulla perché sentiva di non avere un corpo.

La Madonna oscillò un poco nel buio e poi si fermò sopra di lui, come un elicottero che non volesse atterrare.

Gli angeli bianchi adesso erano molti e si affacciavano sempre più spesso nel suo campo visivo.

Uno disse:

-Eccolo, si sveglia! –

Abraham tentò di muoversi e di parlare ma senza riuscirvi.

-Non ti muovere – disse un angelo – hai avuto un incidente. Adesso stai bene -

Forse stava bene, ma se non avesse avuto quei dolori al bacino, se si fosse potuto muovere, se avesse potuto parlare malgrado quel grosso tubo che gli entrava in gola e nel naso impedendogli qualunque cosa fuorché respirare, ecco allora si sarebbe sentito meglio.

Tentò di alzare un braccio, ma sentì una forte resistenza, così tentò di alzarlo di strappo.

-Fermo! Fermo! Sei attaccato alla flebo, non ti muovere. Non ti muovere, ti dico!-

Era tutto inutile, Abraham aveva ripreso conoscenza e tentava di liberarsi dai lacci che lo tenevano sul letto.

-Fermo! Guarda che questo si alza, chiama gli infermieri! – disse qualcuno che lui

non riuscì a vedere. Dopo un poco arrivò il personale di servizio per portargli soccorso:

-Stia fermo, non si muova!- disse il più grosso – non abbia paura, lei si trova in un ospedale, ha avuto un incidente. Si calmi –

Ma non c’era nulla da fare. Abraham era stato colto da una frenesia e menava fendenti con la mano libera, nel tentativo di alzarsi dal letto. L’infermiere l’immobilizzò e disse all’altro:

-Sparagli trenta cc di Teutonal! – mentre Abraham gridava:

-Lasciatemi andare, vi prego, lasciatemi andare! –

ma nulla poteva, così si lasciò legare, e non fece resistenza nemmeno quando l’ago penetrò nel suo avambraccio. Si guardò in giro in silenzio e vide gli altri degenti, tutti vestiti di bianco come angeli, che lo guardavano in silenzio.

In alto, in un angolo della stanza buia, brillava una nicchia votiva con dentro la statua di una piccola madonna di Lourdes, attorniata da tante flebili lampadine, ognuna a forma della testa di un angelo.

Abraham, fissò la statuetta e si addormentò.

 

*

 

 

Al risveglio si aspettava d’essere stato trasportato nello spazio-tempo come accadeva di solito, invece si accorse che il tempo era sì scivolato in avanti, ma di poco, di pochissimo.

Si guardò in giro ancora indolenzito, scoprendo la stanza bianca di quell’ospedale con molti letti, i degenti in piedi, tutti vestiti di bianco come angeli, e accanto a lui, su una sedia stava Girolami che leggeva il giornale.

-Dove sono? – chiese Abraham

-Sei qui. Non agitarti, va tutto bene – gli rispose Girolami

Abraham si mosse per guardarsi meglio intorno e Girolami si precipitò per fermarlo:

-Non ti muovere, potrebbe essere doloroso. Aspetta che chiamo l’infermiere – disse

-Non è necessario – gli rispose Abraham continuando ad esplorare l’ambiente

circostante.

Si trovava nella stanza di un ospedale. Una stanza non molto grande. Alla stessa parete cui era appoggiata la testata del suo letto stavano tre letti sulla destra e altri due sulla sinistra. Nello stretto corridoio formato dai letti nella stanza, se ne stavano alcuni degenti, tutti vestiti di bianco, che lo guardavano. Alcuni sorridevano. Altri guardavano e basta.

Tutti avevano un che di sinistro. Abraham chiese:

-Ma dove mi trovo? –

-In ospedale. Hai avuto un incidente. Mentre giravi la scena della cattura del giovane universitario, hai perso l’equilibrio e sei caduto da un’impalcatura –

-Sono caduto dalla cima di un palazzo…- Abraham cominciava a ricordare

-Sì, quello era l’effetto. In realtà giravamo a non più di tre metri da terra. Purtroppo sei caduto male sbattendo la testa.

-In modo grave?

-Abbastanza. Sei rimasto un poco in coma –

-Un poco quanto? – chiese Abraham indolenzito

-Abbastanza. –

-Quanti giorni? –

-Mesi. –

Quella risposta fu come un’iniezione di ricordi che affluirono rapidi nel suo cervello e lui quasi rivide il medico seduto sul suo letto che gli faceva un sacco di domande stupide tipo, come ti chiami, quanti anni hai e lui a rispondere in modo indisponente come per dirgli, ma cazzo, già non mi sento per niente bene e tu mi spacchi le balle con queste ridicole domande?

Ma lui insisteva, e Abraham rispondeva di malavoglia chiedendo di essere lasciato in pace.

Poi ricordava il dolore di quando lo toglievano dal letto per metterlo sulla barella che lo portava in infermeria.

Ricordava anche una donna, che gli si avvicinava di notte e gli strofinava le tette sulla sua faccia, e lui che tentava di prenderla, ma lei se ne andava in silenzio…

-Mesi? – chiese incredulo.

-Otto, per la precisione. Quattro di coma vigile, e quattro di rieducazione. È stata dura, credimi! –

-E il film?

-Terminato. Tu sei caduto dal palazzo e sei morto. -

-Ma non può finire così! –

-È già finito! – rispose Girolami

-E l’assassinio di Kennedy? – chiese Abraham

-La morale della storia è che la Storia non si può modificare –

-E Luciano e Georgia? –

-Morti a sedici anni. Lo sai. –

-E Pablo? –

-Uno strumento della CIA come tutti gli altri. –

-Un finale di merda! – esclamò sconfortato Abraham

-Su questo sono d’accordo. Pensa che abbiamo montato una copia lavoro per una proiezione privata coi co-produttori americani. Non l’hanno nemmeno voluto terminare, il film. Cecchi Glioni è fallito e il film è rimasto sotto sequestro. Una tragedia! –

-A chi lo dici! Se il film non viene realizzato, nemmeno io potrò mai liberarmi da questo incubo!

-Lo dici a me? Io venderei mia madre se servisse a far circolare il mio film!

-Ma non si può far nulla? –

Girolami scosse la testa:

-Nulla –

Come sentì pronunciare quella parola, Abraham levò di scatto le coperte e si alzò dal letto. Girolami fece per tenerlo giù e intanto gridava:

-Chiamate qualcuno, presto. Chiamate qualcuno! –

Arrivarono quattro infermieri che afferrarono Abraham, lo stesero sul letto, lo legarono e gli iniettarono un calmante.

-Non mi potete fare questo! – gridò Abraham

Ma lo potevano fare eccome! Nel Manicomio Criminale di Aversa, potevano fare questo e altro.

 

*

 

 

 

 

Abraham si svegliò dal torpore che ormai era notte, si guardò in giro e nella penombra distinse gli altri pazienti addormentati nei loro letti.

Quanto tempo era passato?

Saperlo.

La madonnina di Lourdes se ne stava immobile nella sua nicchia luminosa e la luce che irradiava lasciava distinguere i contorni delle cose.

Abraham si accorse che la maniglia della porta a vetri che immetteva in quello stanzone, stava lentamente muovendosi. Rimase ad osservare la porta che si apriva e l’ombra della donna che veniva verso di lui.

Chiuse gli occhi e finse di dormire mentre l’infermiera gli si avvicinava per un controllo.

Fece le solite cose che faceva sempre: aprì un poco il flusso della flebo, lesse la cartella clinica, appoggiò sul comodino un bicchiere colmo d’acqua e rimboccò le lenzuola, prima da questa parte, poi senza girare attorno al letto, si sporse per rimboccare le lenzuola dall’altro lato, sfiorandogli la guancia col suo bel seno turgido che tanto aveva fatto sognare Abraham:

-Infermiera – le disse sottovoce

-Sì? – rispose lei

-Ti amo – continuò Abraham e lei scosse la testa prima di uscire.

*

La vita nel manicomio scorreva lenta e gli unici punti di riferimento della giornata erano i pasti e le iniezioni che si succedevano ad intervalli regolari.

L’unica sensazione che provava Abraham era quella del topo in trappola ed ogni giorno cercava qualcuno che pareva più reattivo degli altri, per elaborare un piano di fuga.

Qualche volta ci aveva anche provato a fuggire, ma era scoraggiante, perché quando lo riprendevano, gli davano un sacco di legnate, lo portavano in un ambiente dove lo investivano con un getto di acqua gelata per tutto il tempo del predicozzo, poi lo mettevano su di un letto di contenzione dove lo impasticcavano per chissà quanto tempo e buona notte.

Un giorno mentre passeggiava nel parco, tra le radici di una grande conifera dai grossi rami bassi, dove i degenti andavano qualche volta a sedersi, Abraham scorse alcuni fiorellini violacei e si ricordò di averne raccolti altri proprio simili e proprio lì, in quel posto, tra quelle radici.

Sì, si disse, erano proprio gli stessi fiorellini che aveva raccolto per la sua infermiera tettona. Vuoi vedere, si disse, che è già passato un anno?

Ma non fece in tempo a riflettere su questo fatto perché dal sentiero che saliva vide arrivare Gerolami che si sbracciava per farsi riconoscere. Abraham sorrise:

-Salve! - gli disse – ma lo sai che è proprio strano? Mi trovo da queste parti ed ho l’impressione che sia già passato un anno. Mi sbaglio?

-Ti sbagli sì – disse Girolami – perché di anni ne sono passati due –

Poi si sedette sulla panchina all’ombra e cominciò a pescare dal sacchetto di plastica che si era portato appresso:

-Ti ho portato un po’ di cioccolata, qualche frutto… -

Abraham guardava con gli occhi di un bambino, e rideva felice per quelle poche cose che gli mettevano allegria:

-Grazie, non dovevi disturbarti… - disse.

-Ti ho portato anche un bel libro.– disse allungandoglielo deciso. Abraham lo prese e il sorriso gli si

spense sul volto:

-Ma è il libro di Howkings – disse sconsolato

-Sì, è un best seller. Non ti piace? – chiese

-Accidenti di tutti i libri stampati nel mondo, questo è l’unico che ho letto cento volte! –

-Mi dispiace! – disse Girolami

-Non importa. Lo rileggerò un’altra volta – disse per non mortificarlo. Poi:

-Come va? – chiese speranzoso

-Bene, disse lui. Ci sono novità! –

-Davvero? Credi che possa uscire di qui?

-Ahimè questo non lo credo proprio possibile.- lo guardò negli occhi e aggiunse – per il momento, almeno…-

-Allora quali sono le novità? – chiese Abraham

-I creditori di Cecchi Glioni hanno firmato una liberatoria, per cui si potrebbero riprendere tutti i materiali del film per tentare una nuova edizione…

-Ma è magnifico! –

-Mica tanto! – disse Girolami – occorrono ugualmente un sacco di soldi e non trovo nessuno che si convinca della bontà di questo progetto! –

Rimasero un poco in silenzio a pensarci su. Poi Abraham sbottò:

-Ma io i soldi ce li ho! –

-Ah sì? – chiese Girolami – e dove?

-Beh, non sono proprio soldi, ma potrei metterti al corrente di una scoperta che potrebbe renderti ricco! –

-Ah sì? – chiese Girolami con sempre meno convinzione

-Certo!- disse Abraham, poi aggiunse – si tratta del cinematografo! –

-Ma no! – disse con enfasi Girolami che non aveva affatto dimenticato di essere in un manicomio – avresti inventato il cinema? – gli chiese

-No, non l’ho inventato io ma nell’epoca in cui siamo esiste tutta la tecnologia necessaria per fare questa scoperta –

-Certo! Peccato che il cinematografo è stato inventato da cent’anni! –

-Sì, ma questo è a raggio laser. La proiezione avviene attorno al pubblico che crede di essere seduto in mezzo alla scena. Immagina di essere al cinema, e che da sinistra arrivino cavalcando gli indiani che si scontrano coi cow-boy che sono arrivati da destra e lì nel centro della sala si combattono a corpo a corpo. È un’impressione fantastica, credimi!

-Tu conosci quell’invenzione?

-Purtroppo no – disse Abraham sconsolato

-Allora diciamo che c’è un’invenzione che non è ancora stata inventata ma che tu hai intuito ma non sapresti riprodurre, dico bene? –

-Non è esatto. Adesso ti dico cosa devi fare…-

-Sentiamo

-Tu devi venire qua con il film che abbiamo girato e devi fare in modo di proiettarlo. Puoi farlo?

-Mmmm, difficile ma non impossibile. A cosa servirebbe?

-Ho bisogno di rivedere una scena –

-Quale?

-Quella del soldato. Quando Luciano è agli arresti, nel 1966

-E a cosa servirebbe?

-Tu fammela vedere e io ti farò diventare ricco. –

-Non mi interessa. Io voglio solo il mio film

-E io ti darò i mezzi necessari per finirlo. Vuoi collaborare?

-Vedrò cosa si può fare – disse Girolami alzandosi –

-Devi fare tutto il possibile! – insistette Abraham

-Sì, sì. Ma occorre chiedere un permesso all’Amministrazione carceraria, forse al ministero. Bisognerebbe giustificare la proiezione come avvenimento culturale, ma non vedo cosa ci sia di culturale, insomma, non è facile! –

-Devi fare il possibile! – quasi gli urlò Abraham e Girolami lo calmò:

-Va bene. Aspettami qui! – gli disse.

-E dove altro vuoi che ti aspetti? – rispose Abraham sconsolato.

Intanto…

Ma si può dire intanto, in una storia dove Luciano vaga prigioniero del tempo chiuso in una custodia di ferro per pellicole, e l’ altro, fuori dallo stesso film, non sa liberarsi dalle complicazioni dovute al fallimento di un produttore cinematografico?

Possiamo dire intanto, in una storia dove le due vicende se si fossero svolte in un tempo reale sarebbero distanziate di una trentina d’anni mentre il tempo avvoltolato sulla bobina della pellicola mette in contatto tra di loro fotogrammi di una stessa storia che era vissuta adesso e contemporaneamente in un tempo diverso?

Vabbè, per capirci, diciamo: intanto…

 

15.

 

Intanto Luciano era arrivato a Cambridge da Londra, col treno del pomeriggio ed aveva preso un taxi per andare a casa di Georgia, che sapeva si trovava dalle parti della famosa Università, in un agglomerato di case abitate soprattutto da insegnanti e da famiglie che accoglievano gli studenti.

Quando l’auto si fermò a destinazione, non fu per nulla sorpreso nel vedere la casa, come se già la conoscesse., ma soprattutto non lo sorprese rivedere il caro dondolo da giardino sul quale molte notti era rimasto seduto ad amoreggiare con Georgia sotto l’atrio della casa di Samarcate.

-Buongiorno, signora – disse alla donna quando venne ad aprire - sono l’amico di Georgia, ricorda?-

e rimase ad aspettare, speranzoso che quella svampita della madre facesse un altro sforzo per riconoscerlo

- Sì – disse lei dopo un attimo d’esitazione – tu sei… sei… –

ripetè la donna che trovava familiare quel ragazzo ma non sapeva collocarlo esattamente tra le conoscenze della figlia:

- Tu sei Aldo! – disse finalmente e il sorriso si spense sulle labbra di Luciano:

- Luciano. Sono Luciano, l’amico di Georgia. Sono anch’io di Samarcate si ricorda di me? Sono il nipote del postino…

- Ah il postino! Angelo.-

- Anselmo… -

- Sì, Anselmo, certo che ricordo! –

- Passavo di qui…- disse Luciano con la più banale delle scuse – e mi sono detto: andiamo a trovare Georgia! Sa dirmi se è in casa? –

- Georgia? N…no. Non credo. –

- Non crede?

- Non c’è. Sono sicura che non c’è. – disse la donna con maggior decisione

- Quando torna? – la incalzò Luciano

- Non saprei… - rispose con un evidente imbarazzo

- Come non saprebbe? Forse non torna? –

- Ecco sì. Cioè no. Forse non torna! – disse lei come sollevata

- Non torna oggi? E quando torna? –

- Non saprei, forse non torna…ppiù! – si liberò delle

parole come se si trattasse di un molare cariato:

 –  Credo non torni più a quest’indirizzo! –

- Si è trasferita? – chiese Luciano paziente

- Sì, si è trasferita – rispose la donna

- E mi sa dire dove? – chiese lui sempre più paziente ma deciso a non mollare la presa

-No. non saprei.

-Mi scusi, signora. Georgia esce di casa e si trasferisce e non le lascia detto dove si è trasferita? Via, sia gentile. Forse lei non sa che Georgia ed io siamo molto amici. Ho bisogno di sentirla per dirle una cosa veramente importante, che potrebbe cambiare la nostra vita. La prego signora…

-Guardi, proprio non so nulla, mi creda! – tentò lei in un disperato ultimo tentativo di difesa

-Mi scusi, ma non le credo. Per l’amore che lei porta per Georgia, per l’amore che nutro io per lei, non le credo –

-E allora – disse lei decisa – se lei dice d’amare così tanto Georgia, dovrebbe smetterla di cercarla.… - esitava

-Perchè? – la incoraggiò Luciano

-Perchè Georgia si è sposata proprio ieri ed è partita per il suo viaggio di nozze. – disse come si fosse liberata di un enorme fardello:

-Dovrebbe essere così cortese di lasciarla in pace a vivere la sua vita -

Luciano rimase di sasso e riuscì solo a dire:

-Ha ragione, mi scusi. Vado via – e si voltò mesto per tornare sui suoi passi. La madre, lo lasciò

andare per qualche metro poi gli gridò dietro:

-Quando torna le dirò che lei è venuto per farle gli auguri!

-Gia'! – disse lui con una smorfia che voleva essere un sorriso – me la saluti! –

disse e fece per andarsene ma all’improvviso si rese conto di trovarsi alla periferia della città e che senza aiuto non sarebbe andato da nessuna parte. La madre capì al volo e gli gridò:

-Aspetti un momento che le chiamo un taxi – e rientrò in casa.

Luciano tornò indietro e salì i tre gradini del patio. Poi scorse nell’angolo che portava sul retro un vecchio tavolo con quattro sedie sgangherate. Sul tavolo un centrino e un vecchio cane di ceramica. Luciano lo prese in mano perchè gli pareva di riconoscerlo. Uscì la mamma di Georgia che lo vide nell’atrio e gli disse:

-Sono le sedie del Toni. Quando hanno sventrato tutto per farci il fast- food le ho comprate io, perchè mi ricordano le sedie che mio nonno metteva in cucina per mangiare. Eravamo molto poveri, allora! –

-Sì – disse Luciano tenendo in mano il cane di porcellana – me le ricordo. Queste sono le famose sedie della signora Mara, che poi sarebbe la signora Casimira..

-Casimira, già. Chissà perchè – riflettè la donna ad alta voce – una donna che si chiama Casimira poi la chiamano tutti Mara, dovrebbe chiamarsi Mira, non le pare?

-Per la verita', - rispose Luciano sorridendo – bisogna sapere tutta la storia…- disse scostando la sedia per sedersi. Ma si sa come vanno certe cose. Ci sono storie che non sono fatte per essere raccontate. Nemmeno questa.

Infatti non appena Luciano si sedette, la sedia del Toni che aveva aspettato tutta una vita il momento più propizio per rompersi, cedette di schianto scaraventando a terra Luciano e il famoso cane di porcellana che aveva in mano:

-Che peccato! – disse la donna senza fare una piega – era un così caro ricordo…-

E Luciano capì che in quella casa, non sarebbe mai contato un cazzo.

*

 

 

16.

 

Abraham aprì gli occhi e quando rivide il soffitto della camera imbottita, imprecò per la rabbia.

Si rendeva conto che le cose erano cambiate e che non bastava più addormentarsi per far trascorrere il tempo. Era prigioniero, legato in un letto di contenzione e messo dentro ad una stanza imbottita di un manicomio criminale.

Ciò che Abraham sospettava era che questo manicomio fosse situato nella mente di un autore che stava scrivendo la sceneggiatura di un film che a sua volta era imprigionato nella scatola di ferro della pellicola, e che se non fosse stato proiettato non avrebbe mai permesso ad Abraham di cambiare la storia e salvare la vita a Luciano che per un deprecabile errore di calcolo, era stato costretto a suicidarsi dopo aver ucciso accidentalmente la sua amata Georgia.

Accidenti, pensò Abraham, c’era da impazzire, e non era certo il posto adatto a mantenere la calma.

Fece ricorso a tutte le tecniche di difesa della mente che aveva appreso nel lungo addestramento nei Servizi.

Grazie a lui, Luciano era già uscito dalla stanza del delitto, solo che adesso quell’avvenimento doveva diventare la storia del film altrimenti tutto sarebbe rimasto come prima.

Occorreva modificare la storia, si disse, ma per farlo doveva uscire da lì.

Torse i polsi dentro le cinghie troppo strette e cercò con la mente qualcosa che gli servisse a far passare il tempo:

- C’era una volta un Re… -

disse tentando di ricordare una filastrocca che gli raccontavano da bambino:

- …seduto su un sofà… -

sentì l’eco di passi nel corridoio e sperò che fosse qualcuno che veniva a liberarlo:

- …e disse alla sua serva…

….raccontami una storia… -

I passi si avvicinavano sempre più:

- … la serva incominciò: c’era una volta un Re, seduto sul sofà…-

Si aprì la porta ed entrarono un sacco di persone.

O almeno quella fu l’impressione di Abraham che imprigionato nel letto di contenzione non poteva muovere la testa per guardare.

- Ecco qui il signor Levi – disse il medico entrando nella visuale di Abraham che sorrise in segno di sottomissione: aveva imparato nell’esercito tutte le tecniche per resistere alle torture e ai tentativi di lavaggio del cervello, e stava mettendo in pratica ogni forma di difesa:

- E bravo il nostro signor Levi che ogni tanto tenta di andarsene – continuò con tono canzonatorio il medico:

- Ma noi lo vogliamo tra di noi, cosa fare? – adesso il tono diventò minaccioso:

- Lo so io, cosa fare! Io so bene che lei ha momenti di assoluta lucidità, ma non vuole seguire le terapie…-

-Se sono lucido, perchè non mi mandate a casa? -

- Perchè lei è stato condannato a rimanere qui. Omicidio, capisce? -

- Se ho ucciso qualcuno, mandatemi in prigione! E poi, scusi, chi mai avrei ucciso? -

- Non sono qui per rispondere alle sue domande! Mi dica piuttosto. Sono arrivato al limite della sopportazione e non intendo più tollerare i suoi tentativi di fuga. Ho scritto qui sulla cartella il suo irrecuperabile stato mentale. Ancora un tentativo di fuga e autorizzerò una lobotomia – rimase in silenzio per assaporare l’effetto di quella terribile sentenza poi ripetè scandendo:

- Lo-bo-to-mia, ha capito? Se lei tenta di fuggire io la stronco! – disse e uscì con il suo seguito frusciante che Abraham immaginò essere una sequela di reggicoda universitari che lo seguivano per le visite in religioso silenzio.

Abraham rimase solo a rimuginare sui fatti della vita:

-C’era una volta un Re… - riprese la filastrocca ma la mente correva altrove.

Era curioso che fosse prigioniero in un manicomio e solo per il fatto che manifestasse lucidità, veniva considerato ostile. Come faceva quella storia?

- C’era una volta un Re… - disse e come in una visione gli apparve la pagina scritta decorata da figure disegnate a colori che ornavano il suo libo di fiabe. Da dove arrivava quel ricordo?

-C’era una volta un Re – recitò ad alta voce senza altre esitazioni:

…che viveva in un castello. E il castello si ergeva sopra il suo regno così piccolo, ma così piccolo, che finiva dove tutti gli altri regni incominciavano.

Ma erano tutti felici.

Così felici da suscitare l’invidia della strega cattiva che una notte si recò nella

piazza del paese e versò una potente pozione nel pozzo dove tutti prendevano

l’acqua.

E così in un solo giorno tutto il popolo del regno impazzì. –

Abraham ebbe la sensazione che la porta si riaprisse. Rimase in silenzio per un poco, ma poi riprese a declamare la vecchia storia che tornava alla mente strofa dopo strofa, scorrendo come una rete da pesca che usciva dall’acqua con il suo carico di sorprese:

- …il re, che dalle mura del suo castello vedeva tutto ciò che accadeva, era molto

triste ma si preoccupo’ davvero quando i suoi sudditi cominciarono a gridare contro di lui, da sotto le mura, perchè lo vedevano così diverso.

Questo per tre giorni e tre notti.

Finchè l’ultima sera, i più decisi, si misero in un punto più alto e parlarono a tutti.

"Andiamo a riposare" dissero. "Poi domani, all’alba sfonderemo il portone e taglieremo la testa al re. Poi ne avremo uno come piace a noi!"

Il re, poveretto, udito il discorso, pianse per tutta la notte, non per la sua vita ma perchè amava il suo popolo e vederlo impazzito, per lui era un grande dolore. –

Adesso Abraham avvertiva la presenza di qualcuno seduto vicino a lui, così smise di recitare la storia a voce alta.

-Ti prego, amico mio, continua – gli disse Girolami entrando nella sua visuale – ti prego, continua. E Abraham continuò:

-Un’ora prima dell’alba il Re scese in piazza e bevve dal pozzo inquinato.

Il mattino dopo, quando assaltarono il castello, quegli scalmanati trovarono sulla porta il loro re impazzito e dopo il primo sgomento lo portarono in trionfo giù in paese.

Fecero baldoria tre giorni e tre notti, per festeggiare il loro re che, finalmente, aveva riacquistato il senno… -

Povero amico mio – disse Girolami – sei proprio messo male! – esclamò. Poi, lentamente, cominciò sciogliere i legacci che fissavano Abraham al letto, dicendo:

- Non dire niente, altrimenti ti legano per un’altra settimana e magari legano pure me. – quindi tolse dall’interno del cappotto una telecamera digitale e la mostrò ad Abraham dicendo:

- Non sono riuscito ad organizzare la proiezione del film ma ho riversato gli spezzoni che ti interessano e potremo guardarli dentro il visore della telecamera. – armeggiò per qualche minuto – ecco… aspetta che ci siamo. No, non così – sembrava in difficoltà:

- Accidenti, quando mi hanno mostrato il funzionamento sembrava tutto così facile… -  finalmente il filmato partì e riuscirono a vedere alcune immagini:

- Ecco, questa è la scena del militare… qui sei tu. –

Abraham guardava attento. Ad un certo punto gridò:

- Qui! Fermati qui. Guarda! – adesso l’immagine era fissa e Abraham mostrò un dettaglio dell’inquadratura:

- Vedi? Questo è un proiettore per il cinema laser. Adesso ti basterà far riscrivere la storia ed io quando arriverò in questo punto mostrerò l’invenzione alla cinepresa e tu potrai copiarla! –

Girolami rise:

- Ma cosa dici? Questo è materiale di scena, si tratterà certamente di un oggetto di cartone, messo lì per fare scena. Forse potremmo chiedere allo scenografo se non l’ha distrutto…-

- Sei tu che sbagli – disse Abraham sicuro – un oggetto fantascientifico usato in una scena girata negli anni sessanta, che senso avrebbe? Ti dico che quello l’ho portato io… -

- E se anche fosse? Come potremmo copiarlo semplicemente guardandolo durante una proiezione? –

- È più semplice di quanto tu creda. Il dorso di ogni congegno elettronico ha un pannello a cristalli liquidi che in caso di necessità può essere collegato alla casa madre per le riparazioni…-

- Dici che potresti riparare una cinepresa collegandola in Internet? –

- Non è internet. Ti ho detto che è qualcosa di più avanzato. Comunque la risposta è si. Qualsiasi congegno elettronico prodotto sul territorio dell’Alleanza, può essere riparato dalla casa madre. Un pannello elettronico non solo trasmette le informazioni, via telefono, ma possiede anche tutto il circuito elettrico che si illumina a richiesta. Questo ti mostrerò e questo potrai mettere in produzione. -

- Ma ci vorranno un sacco di soldi! – disse Girolami sconsolato

- Non credo. Chiunque sarebbe disposto ad investire per un’invenzione del genere!

- Sarà! – disse Girolami – ma tu non conosci gli italiani –

- Lo sai cosa faremo? Tu mi porterai in quel punto e quando sarò lì io mostrerò a Luciano il funzionamento della macchina. Così sarà più semplice anche per te, far vedere l’importanza dell’invenzione –

- Crederanno si tratti di un trucco cinematografico! –

- No, se sapranno leggere i circuiti –

Gerolami rifletteva in silenzio, poi sbottò:

- Va bene. Ammettiamo che si possa fare, e ammettiamo pure che si possa riscrivere una parte della sceneggiatura. Come facciamo a girarla?

-Anche se riuscissimo a trovare i soldi per rifare la scena dell’Università, e ce ne vogliono tanti, credimi, tu da qui non puoi uscire, sai sei stato condannato –

- Sì, per omicidio. Ma si può sapere chi avrei ucciso?

- È stato un incidente – disse Girolami

- Ho capito. Ma chi ci avrebbe rimesso la pelle?

- Bisio. L’attore che interpretava la parte di Pablito, l’autista. È successo che una settimana dopo il tuo ricovero per l’incidente, lui si è sentito male e poi è morto. C’era in corso una pratica per internarti a causa del tuo comportamento un po’… diciamo così…

- Aggressivo – completò per lui Abraham e Girolami annuì:

- Sì. Ne è nato un casino incontrollabile. Così i giudici ti hanno condannato a rimanere qui per dodici anni

- E quanti ne sarebbero già trascorsi?

- Cinque – disse sottovoce Girolami come se temesse una delle solite aggressioni da parte di Abraham. Lui infatti reagì ma con freddezza:

- Ne rimarrebbero altri sette! –

- Già – rispose Girolami guardando le piastrelle della stanza

- Accidenti, se rimango qui un altro poco impazzisco! – disse disperato

- Calmati. Devi avere pazienza. Non sarà facile allestire un set cinematografico – gli disse

- Forse. Ma una recita teatrale sarebbe più facile!

- Qui? – aveva alzato lo sguardo, Girolami e gli si era accostato

- Sì, qui. Saresti incoraggiato da un casino di associazioni. Potresti allestire la messinscena con due lire e poi faresti una ripresa dello spettacolo. Non sarà certo un lavoro da Oscar, ma per quello che ci serve…

- Accidenti. Ma lo sai che è una buona idea? – gli disse:

- La scena dell’astronave-università non è stata distrutta e da lì potresti programmare di andare a trovare Luciano che fa il militare –

Il sorriso di Girolami però si spense mentre diceva:

- Cristo! Ho dimenticato che nel film Luciano è morto cinque anni prima! –

- No, che non è morto! – disse Abraham ridendo – se il tempo corre al contrario, Luciano prima fa il militare e cinque anni dopo muore adolescente. Quindi se programmiamo correttamente, posso raggiungerlo prima dell’incidente! -

- Hai ragione – disse Girolami rilegandogli i polsi nelle cinghie di contenzione

- Non stringere, che mi fanno male! – gli disse Abraham

- Starai bene. Io intanto torno subito

- Già. Torni subito. – disse Abraham cogliendo l’aspetto comico di tale affermazione. Girolami intanto se n’era uscito e lui aveva ripreso la sua posizione supina a guardare il soffitto. Ricominciò con i suoi esercizi:

C’era una volta un Re,

seduto su un sofà,

che disse alla sua serva:

"Raccontami una storia"

E la serva incominciò:

"C’era una volta un Re…"

Recitò con voce sempre più flebile, finchè si addormentò.

 

***

 

-Svegliati! –

era la voce di Georgia, non poteva sbagliare. Ed erano sue le mani che gli accarezzavano il viso, e suo era il vestito di seta che frusciava così vicino a lui.

Luciano riprese coscienza ma si impose di non aprire gli occhi per non guastare quella sensazione celestiale dovuta un poco alla confusione che aveva in testa e un poco alla vicinanza di lei.

-Luciano! –

era sicuramente Georgia, non avrebbe mai potuto sbagliare. Adesso lei si rivolgeva ad altri presenti nella stessa stanza:

-Non si sveglia! Non si sveglia –

diceva con voce angosciata e Luciano era combattuto tra il rimanere così ad occhi chiusi ad assaporare il confortevole nulla in cui era immerso, o il ritornare a vivere, prendendola tra le braccia per dirle: - Ti amo –

Invece rimaneva lì, sospeso tra la vita e il sogno ad immaginare la stanza che gli stava intorno.

Lo faceva anche da piccolo, quando lo portavano a dormire dalla nonna e anche in seguito, al collegio dei Barnabiti.

Si svegliava e ad occhi chiusi si immaginava di essere ancora nella cameretta di casa sua, con l’armadio qua, la libreria là, il carrarmato che faceva le scintille lì per terra, il tappetino con Pinocchio disegnato là in basso, e poi, quando la sua cameretta gli si era composta intorno senza che mancasse nulla, allora, solo allora apriva gli occhi per vedere cosa fosse riuscito a materializzare per magia.

Nulla. Per magia non si materializza mai nulla, questo lo scoprì quasi subito, insieme al fatto che Gesù Bambino a Natale i doni non te li porta se tuo padre è morto in guerra, per esempio; e allora, in attesa di scoprire per quale magia era riuscito a ritrovare Georgia, se ne stava lì con gli occhi chiusi, ad aspettare che qualcuno lo svegliasse.

- Oh, Luciano, povero caro! – adesso Georgia aveva preso un panno bagnato e gli inumidiva il viso – dev’essere svenuto per l’emozione! -

Luciano aveva le mani sul petto e tastò impercettibilmente il gilet traendone la sensazione che fosse di raso.

La camicia sotto era invece rigida come uno stoccafisso.

"Vuoi vedere che sono morto?" si chiese. Perchè un abito così di solito lo si mette ad una salma. Oppure…

Aprì gli occhi improvvisamente, come fosse stato colpito da una martellata sul cervello: - Oppure per un matrimonio! – gridò spaventando Georgia che fece un salto e rimase in piedi accanto al letto, col suo vestito di raso paglierino, un vestito che si indossa solamente per un matrimonio, appunto:

-Georgia, oh cara! – disse tendendole le mani

-Si è svegliato! – gridò lei per farsi sentire anche di fuori da quella sconosciuta

camera da letto.

-Georgia, ma sei tu! Sapessi quanto ti ho cercata! - le

disse tentando di alzarsi, ma lei lo trattenne:

-Calmati, non ti agitare. Sei ancora molto debole! – disse lasciandosi

prendere per le mani. Si sedette sul bordo del letto e continuò:

-Non devi preoccuparti. Sarà stata l’emozione, capita a volte il giorno del proprio matrimonio – gli disse con un sorriso

-Ma… - Luciano non ricordava proprio nulla – ci siamo sposati oggi?

Chiese, sperando in cuor suo che lo svenimento non avesse compromesso la cerimonia.

-No, - disse lei – non ci siamo sposati, noi.

-Ah, no? E chi si è sposato? –

-Ti sei sposato tu, con Carmen – disse scostandosi e lasciando sedere Carmen che

con l’abito da sposa era entrata di corsa nella stanza ed era andata ad abbracciarlo con trasporto.

-Luciano – gridò in tono melodrammatico mentre Luciano tentava di scostarsi:

-Carmen! Ma cosa fai tu qui?

Le disse mentre lei lo avvinghiava stretto

-Luciano, Luciano – gli diceva mentre lui cercava di

capire da Georgia cosa stesse succedendo

-Vi siete sposati stamattina, ricordi? – chiese lei

-No, che non ricordo – disse angosciato lui – ma tu, sei sposata?

-Sicuro! E ho anche una bella bambina, non ricordi nemmeno questo?

-Non ricordo nulla – disse lui sprofondando nello sconforto

-Sei svenuto al banchetto. – cominciò a spiegare Carmen – stavamo tagliando la torta quando è arrivata Georgia dall’Inghilterra che, poverina, non era riuscita a tornare in tempo per la cerimonia

-Già – disse Georgia – siamo arrivati alla stazione di Milano ma c’era sciopero. Un disastro. Chissà come farà questo Paese, se continueranno a scioperare quando gli pare a loro?

-Nessun problema, - disse distrattamente Luciano – stanno approvando una legge per regolamentare gli scioperi. Tempo un paio d’anni e verranno ristrutturate le Ferrovie. Come da voi – le disse e Georgia annuì. "Da voi", per lei ormai voleva dire " da voi in Inghilterra" dove era ormai trasferita da anni.

Soltanto il matrimonio di Luciano, che era stato costretto ad un matrimonio riparatore con Carmen, l’aveva fatta tornare per la prima volta. Ed adesso era lì davanti al "suo" Luciano contenta che pure quella testa matta si fosse sistemato.

La festa, che non era mai stata interrotta, riprese la sua rumorosa allegria quando Luciano tornò nel salone delle feste, accolto da un applauso. Poi andò calando piano piano, fino ai saluti e baci che preannunciavano la partenza degli sposi.

Lui si lasciò abbracciare e baciare da tutti, passivo come se si trattasse di un’esecuzione.

Quando arrivò il turno di Georgia, non ebbe nemmeno la forza di abbracciarla in modo speciale.

Partirono con un millecento verde e nero che gli aveva regalato il Toni, e quando furono lontani, lui guardò Carmen e le chiese:

-Dove stiamo andando?

-A Varazze! – disse lei radiosa.

A Varazze.

In viaggio di nozze.

Chissà come le era venuto in mente, pensò mentre ingranava la marcia.

Lui aveva sempre odiato Varazze.

Partì facendo fischiare le gomme.

 

17.

Si dovette aspettare fino a Natale per poter organizzare una recita in manicomio. Occorsero permessi, autorizzazioni e nullaosta; ci vollero persino permessi per alcuni nullaosta che autorizzassero ad avere liberatorie, ma alla fine Girolami riuscì ad allestire la scena dell’astronave dentro il piccolo teatro dove ogni giovedì veniva proiettato un film per i pazienti più tranquilli.

La troupe per la ripresa era ridotta al minimo, con un operatore, un fonico e un elettricista che faceva anche da direttore delle luci.

Vi furono due settimane di prove faticosissime ed in più di un momento Girolami credette di essere dentro il film di Milos Forman: "Qualcuno volò sul nido del cuculo" ma alla fine andò tutto bene, la recita ebbe successo e Girolami riuscì a mandare la pellicola al laboratorio per lo sviluppo.

Quando arrivarono i negativi, fece una copia lavoro e si presentò in sala moviola dove lo aspettava un giovane tecnico che lui non aveva mai visto prima:

-Sei il montatore? – gli chiese

L’altro fece un cenno con la testa senza smettere di fumare.

- Guarda che se vuoi lavorare con me, devi andare a fumare fuori! – disse Girolami e il giovane uscì dalla stanza e non si fece rivedere per due giorni.

Al terzo giorno, Girolami capì l’antifona e cominciarono a lavorare nella stanza piena di fumo.

- Ecco – gli disse dandogli la prima pizza da montare – comincia da qui. – Era la scena dell’astronave Enterprise che una volta era già stata un baraccone alla Disneyland per il turismo virtuale, che poi era diventata la sala operativa di un’Università del Futuro, e adesso era la rappresentazione teatrale di un lavoro da manicomio.

Le immagini cominciarono a scorrere.

-Perso! – disse Abraham digitando furiosamente sulla tastiera del computer

-L’abbiamo perso! – disse ancora scagliando la cuffia sul ricevitore di microonde

- È uscito dalla banda ed è sparito! – disse quasi a sè stesso

La cinepresa andò in panoramica sulla scena del piccolo teatro e si fermò su un grosso televisore sul quale c’era scritto "Melbourne".

Si accese una luce nell’interno che voleva dare l’idea di un monitor acceso e l’attore che doveva impersonare il professore australiano, entrò in scena con troppa veemenza sbattendo il capo:

-Aucc! Che botta! – poi massaggiandosi la testa:

-Siamo andati troppo oltre, con questo esperimento. C’è pure un errore di principio, non si può risalire indietro nel tempo all’infinito! -

Si accese la luce all’interno di un altro scatolone che rappresentava il monitor di Bombay:

-Dai nostri rilevamenti …- cominciò con slancio per poi interrompersi…

-il segnale risulterebbe …- si interruppe ancora. Girolami cominciò a suggerire dalla buca del suggeritore:

- svanito perchè la rice-trasmittente affidata al soggetto…

-svanito perchè la rice-trasmittente affidata al soggetto…- ripetè incerto l’attore che interpretava quello di Bombay che continuò:

-è impostata per rimandare i suoi segnali attraverso il satellite,

-Bene – disse Abraham – io inserirò da qui il CD con l’ologramma della mia persona affinchè possiate lanciarlo quando tutto sarà pronto.-

Abraham manovrò con il CD, per inserire i parametri del suo cervello nella macchina,

Impostò la data di arrivo nel 1966 e la localizzò nella Caserma Aurelia della Brigata Centauro di Civitavecchia.

Una volta ritrovato Luciano, dispose che la macchina facesse automaticamente REWIND.

Controllò ancora una volta che tutto fosse in ordine. Poi disse nel microfono:

-Sono pronto. Preparate il lancio! – e aspettò.

………………………………………………………………………..

 

-Fermati qui – quasi gridò Girolami e il montatore fermò l’immagine.

-Ecco, taglia qui, poi manda a stampare il negativo e prepara una proiezione con tutto il film nella sala grande. Riesci a fare tutto per giovedì mattina? –

Il giovane ci pensò su un pochino e si rese conto che la richiesta era congrua, i tempi giusti, e la persona meritevole. Giovedì sarebbe stato tutto pronto senza problemi. Rifece mentalmente i calcoli e quando fu sicuro che Giovedì sarebbe stato perfetto, disse:

- Facciamo Venerdì – e si lasciarono.

 

*

-Lupo chiama lepre, lupo chiama lepre crrrrt –

Il gracchiare della OC9 fece svegliare di soprassalto Luciano che si era addormentato dentro il furgone dell’autoradio. Pioveva da una settimana era novembre e quei cervelloni del Comando Centrale non avevano dato ancora l’ordine di mettere la divisa invernale.

Succedeva sempre così.

Ad ogni cambio di stagione c’era qualche cervellone che abitava a Roma e giudicava dal tempo sopra la sua testa se era arrivato il momento di cambiare le divise. Così succedeva che gli alpini montavano bestemmiando la guardia a settembre gelando nella loro divisa estiva, o che la fanteria di Palermo dovesse tenere il cappotto ancora a fine aprile smoccolando per il sudore.

Lì a Firenze, sul Piazzale Michelangelo, dove Luciano si era sistemato con la sua radio-mobile, faceva un freddo cane e lui andava in giro avvolto in un telo militare per le tende, che tra le altre cose era anche poco impermeabile:

-Lepre a lupo, passo –

-Sono Starace. Hai preso collegamento?

-Ma quale collegamento? Qui la radio è fuori uso. Come faccio?

-Pronto lepre, sono il capitano Tornante. – Mi senti? –

-Agli ordini, signor capitano

-La situazione è precipitata. Ci segnalano infiltrazioni di petrolio nelle condutture. La città è senza acqua. C’è pericolo di epidemie! Se la gente comincia a bere quest’acqua, e lo farà, sarà una strage!-

-Capisco, signor comandante, ma la radio è starata, non riesco a prendere collegamento!

-E tu prendilo lo stesso. È un ordine! – e chiuse la radio.

Ecco questo è l’Esercito. Ti danno una radio surplus di guerra, poi quando non funziona caricano tutto sulla truppa, così se ne lavano le mani.

Luciano si fermò soprappensiero un momento colpito da una sensazione di deja-vu e si chiese: "Ma io non l’ho già vissuta, questa situazione?"

Bussarono alla porta, lui aprì e gli comparve davanti Abraham:

-Abraham, che ti venga un accidente. Ma hai nove vite come i gatti!

-Ciao Luciano, come stai?

-Bene, vecchio maneggione. Ma non eri morto?

-Quasi – disse ridendo – ma eravamo dentro un film. Era tutto finto.

-Anche adesso? – chiese Luciano sorridendo. Era

strano come da un po’ di tempo a questa parte, tutti quelli che gli parlavano lo prendevano per matto. Abraham non perse la pazienza:

-Non è facile da spiegare. Il supporto è un film su cui noi viviamo le nostre vite. Quando vai indietro con il tempo è il film. Quando il tempo scorre in avanti come adesso stiamo vivendo la nostra vita

-Quindi non siamo in un film – chiese Luciano

-Quasi…- rispose lui indeciso.

Luciano lo guardava perplesso:

- Mi era appena venuta in mente l’idea di aver già vissuto questa situazione. Adesso arrivi tu. Che cazzo ci facciamo quaggiù, Abraham?

-Ho riprogrammato la macchina del tempo perchè mi sono arenato in una situazione dalla quale non riesco ad uscire. -

-E tu per uscire da questa situazione, mi hai ributtato nell’alluvione di Firenze? Ma vaffanculo!-

-Non sei contento? Hai salvato Firenze dall’epidemia una volta, la salvi una seconda, non sei contento?

Diciamo che sono contento. Pensa, ho passato tutta la vita a gustarmi questo episodio. Ci ho preso anche un encomio solenne dall’Esercito ma nessuno ne ha mai parlato. Si sono fatti scorrere fiumi di parole per esaltare quelli che hanno salvato i libri, i dipinti, la città. Ma nessuno ha mai parlato di quello sconosciuto fantaccino che tutto da solo ha fatto arrivare l’acqua potabile a Firenze scongiurando un’epidemia. –

-Bravo. Ma come hai fatto? –

-Ecco, - disse Luciano perplesso – non me lo ricordo più-

-Andiamo bene! – rise Abraham – comincia a farmi vedere la radio!-

-Ma che capisci tu di radio? Queste vanno a valvole! –

-Il principio è lo stesso!

-Sì ma le valvole sono più umane. Comunque il problema è la sintonia. Ci dev’essere rotto il potenziometro ad aria

-E allora?

-Potremmo usare la OC9 è un’ottima radio ma ha l’antenna a stilo che non è sufficiente per mandare un segnale radio a Civitavechia. Da lì sarà facile per loro collegarsi con il Comintern di Roma-

-Costruiamo l’antenna, allora –

-Questo è quello che ho fatto l’altra volta, ma non mi ricordo più perchè non funziona! –

-Non funziona? –

-Non funziona. Ma non mi ricordo più perchè –

-Cominciamo dal principio. Dimmi cosa intendi fare –

-Da civile io sono radio amatore. Mi sono costruito una radio con la quale rimango in contatto un po’ con tutto il mondo. Siamo in tanti, e la cosa mi è utile perchè mi esercito nella specializzazione che sto per prendere… -

-Va bene, ma vai al sodo – lo sollecitò Abraham

-Ecco, io la notte mi collego con gli Stati Uniti e qualche volta con l’Australia usando una lunghezza d’onda di quaranta metri -

-Lunghissima. Come mai? –

-Sfrutto un principio semplicissimo. Lanciando il segnale con un’antenna a presa calcolata, questo si propaga per qualche centinaio di chilometri in linea d’aria, poi si alza fino alla Ionosfera per poi ricadere sulla Terra dopo migliaia di chilometri.

-E allora?

-Vista l’impossibilità di prendere collegamento con altri mezzi, ho pensato di usare la frequenza di quaranta metri con una presa calcolata. Approfitterei della propagazione in linea d’aria che la frequenza mi permetterebbe da qui al Lazio. Non mi ricordo però perchè sono qui in Piazzale Belvedere!

-Io lo so! – disse Abraham

-Cosa sai tu?

-So perchè sei qui. L’ho letto sul rapporto in caserma la prima volta che ci siamo visti! Là c’era scritta la motivazione dell’encomio che ti sei preso.

-Allora?

-Hai montato l’antenna dalla caserma di Scandicci ma il segnale non oltrepassa le colline metallifere vicino a Grosseto. Per questa ragione hai chiesto il permesso di venire qui da dove vedi la Foce dell’Arno. L’acqua è una buona conduttrice di segnali radio, così tu orienterai l’antenna verso il mare esattamente dalla parte opposta a dove si trova Civitavecchia. Sarà il mare che porterà il segnale al Comando!

-Accidenti, ma è geniale!

-Geniale sì. Da decorazione militare!-

-Accidenti, sono riuscito a sorprendere anche me stesso!

-Adesso scusa, ma ho una certa urgenza. Ti ricordi la prima volta che ci incontrammo in caserma, che mi mostrasti il biglietto da visita che era un trasmettitore ?

S-ì, ricordo.

-E non ricordi che avevo in mano una scatoletta, una specie di apparecchio portatile, nero e grigio…

-Sì lo ricordo.

Abraham si illuminò:

-E ti ricordi, per caso dov’è?

-Sì, ce l’ho io!

-Dove?

-Qui – disse Luciano aprendo uno sportello sotto le radio – l’ho nascosto qui per paura che qualcuno se lo fottesse. Ma cos’è?

Abraham prese in mano la scatola che gli porgeva Luciano e l’aprì lasciando intravedere uno schermo a quarzo:

-È un proiettore cinematografico laser. Una invenzione del prossimo millennio – disse alzando la scatola e facendola roteare lentamente sulla testa.

-Cosa stai facendo?

-La mostro alla cinepresa, che però non so dove si trova. Se Girolami mi vede sarà in grado di copiare lo schema elettrico che mi permetterà di fuggire dal suo tempo.

-Ma non sei già fuggito?

-Cosa te lo fa pensare?

-Il fatto che sei qui!

-Ma questo è un film!

-Appunto! – disse Luciano ma poi scosse la testa, perchè malgrado ogni sforzo, più Abraham spiegava più lui non capiva!

 

18

 

- Ecco! – disse Girolami con l’occhio appiccicato al visore della telecamera portatile

- Ecco, questa è la scena del militare… qui sei tu. – disse passandola ad Abraham che guardò attento finchè quasi gridò:

- Qui! Fermati qui. Guarda! – adesso l’immagine era fissa e Abraham mostrò un dettaglio dell’inquadratura:

- Vedi? Questo è il proiettore!- era raggiante per la riuscita del loro esperimento che era dovuta tutta alla sua intuizione, il che dimostrava che non era certo pazzo!

- Lo so – disse con calma Girolami – stai perdendo la nozione del tempo. Quanto tempo credi che abbiamo impiegato?

- Non me lo dire. Dimmi solo che va tutto bene.

- Va tutto bene, eccome! Ho interessato al progetto un amico mio che lavora al CERN dove stanno facendo esperimenti con il raggio laser. Loro hanno già realizzato olografie tridimensionali e altre piccole cose, ma questo progetto li ha entusiasmati.-

- Siamo a cavallo, allora! –

- Non proprio. Purtroppo hanno montato una macchina sulla base dello schema elettrico che gli abbiamo fornito, ma non funziona.

- Cooosa? Ma non è possibile! – disse Abraham ridendo istericamente

- Invece è possibilissimo – disse Girolami – ma non ti scoraggiare, stanno studiando la cosa e presto ci diranno dov’è il difetto.-

- Ma quale difetto? Non è possibile che la macchina abbia un difetto. Le macchine del prossimo secolo sono collegate costantemente con la casa madre per un continuo controllo. Se avesse avuto qualcosa che non funzionava, lo avrebbe segnalato ed io l’avrei collegata alla Centrale di Assistenza. La macchina funzionava. Almeno finchè l’ho avuta io… - adesso era perplesso e non riusciva a farsene una ragione. Se la macchina non funzionava. Lui se ne sarebbe accorto. Ci pensò su un po’ e poi disse:

- Dobbiamo andare a vedere come l’ hanno costruita -

- Tu non puoi uscire di qui – gli ricordò Girolami

- Questo lo dici tu. -

- Sì, lo dico io. Insieme a me però, lo dicono il direttore di questo manicomio e il giudice che ti ci ha infilato dentro. Sei ricoverato qui e, credimi, non è un’opinione! -

- Hai già fatto sgomberare la scenografia dal teatro dell’ospedale?

- Lo faranno a giorni.

- Allora ecco cosa faremo. Tu verrai qui con quelli del CERN fingendo che devi sgomberare, e farai montare in teatro il proiettore laser. Poi mi fai chiamare perchè dici che devi girare alcuni rifacimenti, così io potrò vedere la macchina e correggerne i difetti…-

- È un po’ macchinoso ma si può fare. Non sono certo che quelli del CERN si presteranno alla nostra sceneggiata…-

- La scoperta del cinema tridimensionale si basa su un principio da premio Nobel. Uno scienziato si farebbe tagliare un braccio, per questo.

- Vedrò cosa si può fare – disse Gerolami e se ne andò un’altra volta lasciando Abraham nello scoramento più profondo.

Tornò dopo una settimana e si videro nel parco dell’istituto:

- Siamo pronti. – disse Girolami ho avuto il permesso di girare nel teatro per un solo giorno. Tu però non sei stato ammesso alle riprese per ragioni di sicurezza. Che cosa facciamo?

- Certamente si tratta di quello stronzo del direttore. Non mi sopporta, forse perchè capisce che non sono né perso né rassegnato. Eppure questo dovrebbe essere un istituto per il recupero. O sbaglio?

- Sbagli. Questo è un girone dell’Inferno.

- A chi lo dici! Ma non ti preoccupare, io so come entrare in teatro dalla parte dei camerini. Piuttosto avete portato il proiettore?

- Sì. Abbiamo fatto un po’ di fatica ma l’abbiamo scaricato dal camion proprio questa mattina.

- Dal camion? Una scatola di sigari?

- Altro che una scatola di sigari! Per applicare la tecnologia che era scritta in quel circuito elettronico abbiamo dovuto impiegare apparecchiature complicatissime, solo il proiettore laser pesa cinquecento chili! –

- Cinquecento chili? – Abraham era esterrefatto – ma è pazzesco! –

- Il progresso è anche miniaturizzazione, e sono certo che negli anni, questo proiettore diventerà portatile grande come una scatola di sigari. Ma per adesso, dobbiamo accontentarci. –

Arrivarono intanto due infermieri per prelevare Abraham e portarlo al reparto per la terapia. I due amici si salutarono. Disse Abraham:

- E quei tuoi amici del CERN?

- Sono al loro posto, proprio dove volevi tu – gli disse Girolami

- Allora ci vediamo! – gli gridò Abraham andandosene

- A presto! – gli gridò dietro Girolami, poi tornò in teatro dove aveva allestito il piccolo laboratorio con il proiettore.

I due infermieri seguivano Abraham in silenzio, a poca distanza. Erano ben addestrati e sapevano che un tipo come lui, classificato potenzialmente pericoloso andava trattato con una certa cautela.

D’altronde anche Abraham aveva imparato ormai da tempo che lottare con tutta la tecnica che gli avevano insegnato nei Servizi, serviva solo a far aumentare gli infermieri intorno a lui, a prendere più botte per calmarsi, a sottostare a terapie più intensive e a rimanere legato per più giorni. Era quindi molto tempo che per tacita convenzione, lui non faceva nulla per ribellarsi e gli infermieri non lo pestavano.

Fu un vantaggio per lui, quindi arrivare calmo fino alla stanza imbottita dove avrebbe dovuto fare la terapia, perchè mentre il primo apriva e lo lasciava passare, il secondo rimaneva di spalle per prendere il carrello delle medicine.

Ecco perchè quando il secondo infermiere, spingendo il carrello, entrò nella stanza rimase sorpreso nel vedere il suo collega steso per terra e, incredulo alzò gli occhi prima lanciare qualsiasi tipo di segnale d’allarme perchè non si era reso conto di come potesse essere accaduta una cosa simile, senza rumore.

Quando il colpo alla carotide colpì il secondo infermiere, Abraham lo raccolse tra le braccia e lo seguì nella caduta per attutire il rumore, poi spogliò il più grosso dei due, si vestì di bianco e, dopo aver chiuso la porta imbottita con la sicura, si avviò per i corridoi spingendo il carrello delle medicine.

È incredibile come un estraneo travestito da infermiere, possa percorrere tutti i corridoi possibili senza essere riconosciuto, a condizione che tenga lo sguardo fisso a terra e che non guardi nessuno negli occhi. Anche questa era una tecnica che aveva appreso nell’addestramento militare, e quando fu sulla porta si avviò nel parco con passo deciso, lo attraversò ed entrò nel teatro dell’ospedale dalla porta di servizio che sprangò con cura.

- Buongiorno, signori! – disse interrompendo la conversazione dei convenuti – come sapete siamo qui per un esperimento scientifico, ma se permettete, prima di cominciare, vi farò qualche domanda per accertare a quale livello tecnologico siate arrivati, così saprò come regolarmi.-

Li interrogò a lungo sulle applicazioni del laser e la cosa buffa non era lui che interrogava alcune delle più brillanti menti del Centro Sperimentale di Fisica di Frosinone, ma che questi, convocati in un manicomio, rispondessero con serietà ad un pazzo dichiarato.

Quando venne il momento di passare alla pratica, parlò il più anziano:

- Ecco qui. Noi abbiamo seguito le istruzioni, ma abbiamo dovuto superare qualche ostacolo. Il processore portatile, per esempio è di una potenza estrema. Per ottenere metà di quella potenza abbiamo dovuto lavorare con una Work-station di sei computer 286 della IBM ma la memoria non sempre è sufficiente.-

- Questo non mi sembra un problema. C’è un programmino interno che comprime i dati fino ad occupare metà spazio, come il vostro antico Win-zip. Avete presente?

I presenti annuirono perplessi nel sentire definire "antico" un programma che era ancora in fase sperimentale, ma si continuò:

- Tutto quello che abbiamo ottenuto – disse il biondo che sembrava il più giovane del gruppo – è una rappresentazione della scena programmata, ma le dimensioni sono ridicole. Le istruzioni parlano di scenografie che avvolgano il pubblico seduto in sala, facendogli credere di vivere la scena dal vivo, invece noi abbiamo una proiezione che potrebbe essere rappresentata su di un piattino da the. –

- Vediamo! – disse Abraham e le persone cominciarono ad armeggiare finchè prepararono il raggio da proiettare.

- Faccia attenzione a non guardare il raggio! – gli disse uno porgendogli gli occhiali scuri. Poi un raggio verde uscì lentamente dal cannone elettronico e si andò a riflettere su una serie di prismi che lo sezionarono in tante fette, come fosse una solida torta.

Su uno specchio rotondo delle dimensioni di un’arancia, apparve la rappresentazione di una stanza verdognola e trasparente, con tutti i mobili al loro posto ma che pareva la casa di una bambolina. Abraham capì subito che qualcosa non andava ma per un momento non riuscì a capire cosa fosse.

- Avete potuto realizzare altre scene?

- Sì, c’è un catalogo di quaranta scenografie. Le abbiamo provate tutte, ma le dimensioni non cambiano.

Abraham stava in silenzio davanti a quella figura verde di piccolissime dimensioni, e guardava i programmi che trasmettevano dentro un televisore grande poco più di un centimetro. Guardava in silenzio ed era sicuro che qualcosa era sbagliato. Ma che cosa?

Tentava di concentrarsi ma quegli anni di ospedale psichiatrico lo avevano provato. Rimase a fissare il telegiornale che trasmettevano in quella casa di Barbie, tutta verde per via del raggio laser che…

- Fermi ho trovato! – gridò facendo sobbalzare tutti – è sbagliata la frequenza. Il raggio verde è per altre applicazioni, per l’olografia mobile occorre cambiare la frequenza. Il raggio deve essere rosso! –

La notizia non scosse più di tanto i presenti che dissero:

- Non c’è problema. Ma non possiamo manomettere questa apparecchiatura. Potremmo tentare con un’altra, occorreranno però almeno tre settimane. –

- Tre settimane? – Abraham era atterrito. Dovete sapere che io tra dieci minuti se non trovo il sistema per uscire da qui, sarò preso, legato, sfottuto e lobotomizzato. Altro che tre settimane, qui occorre una soluzione immediata! –

Girolami se ne stava in un angolo a fumare in silenzio mentre i quattro scienziati si misero in cerchio parlando tra di loro.

Abraham si avvicinò al cannone laser per analizzarne gli elementi finchè anche tutti gli altri gli andarono vicino:

- Senta, una soluzione ci sarebbe. Potremmo riflettere il raggio dentro un rubino sintetico invece che il quarzo, questo comporterebbe una serie di problemi, il primo dei quali è la frequenza che non sarebbe variabile, secondo, non so quanti minuti il rubino potrà resistere prima di fondersi.

- A me ne bastano pochissimi – disse Abraham

- Allora tentiamo – rispose il più vecchio e cominciarono tutti a lavorare in silenzio.

Da fuori, intanto si sentivano voci che andavano e venivano finchè qualcuno bussò chiedendo se ci fosse nessuno lì dentro.

Tutti si guardarono bene dal rispondere e le voci si allontanarono per un poco finchè tornarono, questa volta più numerose e concitate:

- C’è nessuno lì dentro? Rispondete o sfondiamo la porta! –

Abraham fece cenno a Girolami di rispondere:

- Sì, siamo qui. State fermi, non aprite perchè stiamo cambiando la pellicola. La luce potrebbe danneggiarla! – disse ma gli altri non si diedero per vinti e le voci continuarono:

- Aprite subito. C’è un pazzo pericoloso che ha assalito due infermieri e se ne va girando per l’edificio. È pericoloso. Aprite! –

- Un momento – disse Girolami. Poi rivolto ad Abraham:

- Adesso che facciamo? –

- Assecondali, perchè altrimenti sarai accusato di essere mio complice. Prendi tempo, fingi di non riuscire ad aprire! –

- Vengo! Vengoooo, un momento! – Girolami si avviò verso la porta di servizio mentre gli scienziati terminavano le modifiche necessarie:

- Ecco, adesso potremmo accendere. –

- Aspettate un momento – disse Abraham – andate nella stanza vicino alla porta insieme con Girolami, così quando arriveranno gli altri, voi potrete dichiarare di essere stati costretti qui dentro. Non vi preoccupate per l’apparecchiatura, io l’accenderò e così come si trova, voi potrete continuare l’esperimento. Andate! – li spinse e tutti uscirono.

Abraham adesso sentiva i colpi nella porta e gli scricchiolii che non annunciavano nulla di buono. Spense tutte le luci e rimase completamente al buio. Si aiutò con una lampadina tascabile per selezionare la scenografia di un aeroporto di piccole dimensioni e quando azionò l’interruttore, le parti dell’aeroporto si materializzarono intorno a lui come d’incanto. Qua sulla sinistra c’era la porta a vetri che portava all’imbarco e là sotto c’era un CESSNA a sei posti col motore acceso, pronto al decollo. La porta del teatro stava per cedere e le urla si facevano sempre più vicine. Girolami tentava di fermare le persone che volevano entrare a tutti i costi. Abraham non sapeva se attendere ancora, quando la hostess gli fece un cenno:

- Aspetti, debbo imbarcarmi anch’io! – gridò Abraham correndo giù per i tre gradini e saltando sul piccolo aereo. Guardava fuori dall’oblò sperando di fare in tempo a scappare via.

Nel teatro, intanto i due infermieri riuscirono a spalancare la porta ma furono investiti dallo spostamento d’aria creato dal piccolo aereo che fece volar via carte, e cappelli. Si fermarono un po’ tutti incantanti nel vedere all’interno di un edificio un perfetto aeroporto con tanto di aereo in partenza. Girolami si fece avanti fendendo il vento che gli impediva di camminare e si portò sulla porta a vetri scrutando verso l’aereo in partenza. Dall’oblò Abraham gli fece un cenno di addio con la mano e lui rispose con un sorriso appena accennato.

L’infermiere lo spinse da parte guardandosi in giro per trovare Abraham, non vide altro che il piccolo aereo che ormai prendeva velocità sulla pista.

- Dov’è andato? – chiese l’infermiere

- È troppo tardi ormai. È andato via – gli rispose Girolami.

 

 

19.

 

Salirono sulla vecchia Giulietta che malgrado la ruggine faceva ancora la sua bella figura, e si avviarono verso Southport, sempre sorridendo, felici.

-Andiamo a Blackpool – le disse

-Fuori stagione? – rispose lei guardando nel vento.

Aveva ragione. Nemmeno le famose luci di Blackpool vengono accese fuori stagione, così dopo il tramonto invece delle invenzioni luminose tanto celebrate, ti ritrovi nella più triste penombra con la voglia di tagliarti le vene.

No. Meglio andare a Southport, che è anche più vicino.

-Hai ragione, - disse Luciano - andiamo a fare un pic-nic a Southport, poi andiamo a casa –

buttò là, incerto.

-Così presto? – disse lei guardando distratta i fili lunghi dell’erba sopra le dune.

Luciano fece un cenno d’assenso senza capire esattamente cosa intendesse per così presto, se si riferisse all’ora, alla fase del corteggiamento oppure alla prematura scomparsa dei rispettivi coniugi.

Rimasero in silenzio fino a Southport. Girarono per un po’ sotto le tettoie infiorate, guardarono le vetrine dei negozi dentro vecchie gallerie dalle grandi volte di vetro, comprarono fish and chips avvolto nella carta unta e se n’andarono verso le dune, per rimanere soli.

Una volta là, rifugiati dietro una vecchia casa sul mare, scoprirono che se ti riparavi dal vento tagliente, il sole del Nord ti dava perfino una sensazione di calore.

Rievocarono episodi lontani, si scambiarono notizie dei sopravvissuti, insomma stavano bene, e Luciano lo disse:

-Che bello stare con te. Io l’ho sempre saputo –

Lei stava per rispondere certamente qualcosa di carino, come sua abitudine, quando la terra cominciò a tremare spaventandoli a morte.

Il rumore si era fatto rombo e poi boato ed era salito di intensità in modo rapido e insopportabile, tanto che i due dovettero proteggersi le orecchie per ripararle dal frastuono.

Fu allora che, con un boato sordo, la casa vicino a loro esplose in mille pezzi, lanciando schegge e sassi che caddero a gragnola sul terreno circostante.

Luciano tenne la testa di Georgia sotto il livello della duna e ritrovandosi per un momento molto vicini e si baciarono in mezzo tutto quell’ inferno. Quando le loro labbra si staccarono si resero conto che il misterioso cataclisma intorno a loro era terminato, facendo capolino videro un uomo che era stato sbalzato fuori dalla casa a causa dell’ esplosione, e che adesso tentava a fatica di alzarsi da terra.

-Aspettami qui – disse Luciano

-No, vengo anch’io – le rispose Georgia sicura

-Aspetta un paio di minuti e poi seguimi: potrebbe essere ancora pericoloso – disse e si allontanò da lei.

Giù in basso intanto Abraham, bestemmiando, si stava togliendo di dosso i calcinacci, e batteva sulla manica della giacca, da dove usciva un poco di fumo.

-Abraham, vecchio spione! – disse allegro Luciano riconoscendolo

-Luciano! Finalmente ti ritrovo. È una vita che ti cerco! –

-Come stai?

-Bene.Vedo che anche tu te la passi bene.

-Sì, ho ereditato – disse ridendo. Anche Abraham rideva

-E quella che sta arrivando è Georgia? -

-Proprio lei -

-Te ne ha fatta fare di strada, quella! –

-Puoi dirlo forte. Pensa ci siamo rivisti solo oggi. Tu cosa fai?

-Sono venuto a prenderti. Il film è terminato e ho programmato il computer per ritornare indietro nel tempo. Abbiamo solo qualche minuto per i saluti. –

-Quali saluti? –

-Vorrai salutare Georgia, spero! –

-Non hai capito. Io saluto te! –

-Guarda che non hai scelta, dobbiamo tornare indietro insieme –

-E chi lo dice?

-Te lo dico io. Il film sta per essere proiettato e finalmente ricomincerà questa storia!- fece una pausa - finalmente avremo una ragione di vita!

-Ma quale vita? Io non me la ricordo nemmeno la mia vita. L’ho passata a inseguire come un pazzo la vita che avrei voluto vivere.-

-Come tutti, cosa credi?

-Forse. Ma adesso che l’ho ritrovata io voglio rimanere qui con Georgia

-Non puoi, non capisci? Tu non puoi rimanere qui mentre ricomincia questa storia, perchè tu sei parte integrante di questo film. Senza te questo film non esisterebbe!-

-E che me ne fotte ammè? -

-Sciocco! Se non esiste il film, nemmeno tu esisti!

-Io sono qui.

-Tu sei qui, perchè lo vuole l’autore. Noi siamo qui in questo momento solo perchè qualcuno sta scrivendo di noi, o qualcun’altro ci sta leggendo. Se chi sta leggendo queste righe chiudesse il libro, noi fermeremmo le nostre esistenze, come congelate, fino a che il lettore non decidesse di riaprire alla pagina dove era rimasto. Se questo libro non fosse mai stato stampato, tu ed io non esisteremmo, capisci?

-Forse. Ma io sono qui e adesso!

-Ma allora sei di coccio! Sei qui perchè a qualcuno serve che tu sia qui. Se la storia avesse un senso o una morale con te che ammazzi Georgia a sedici anni e poi ti uccidi, ora non ci saresti. Se il film che abbiamo realizzato non venisse mai proiettato, di te non si saprebbe niente. Saresti un personaggio chiuso in una storia abortita come migliaia di storie mai nate, come una foresta amazzonica piena di alberi che hanno senso solo come foresta ma che come alberi, preso uno per uno, non sono niente. Pensa, potrebbe essere che in questo momento in quella foresta un albero sia stato abbattuto da un fulmine. Per noi che siamo qui e che non abbiamo visto nulla, non è successo niente. La foresta è ancora là e gli alberi per noi ci sono ancora tutti. Rendo l’idea?

-No.

-Intendo dire che se vorrai essere qualcuno, anche un personaggio di fantasia, devi permettere che l’opera si compia. Se vuoi esistere devi lasciare scorrere il film, perchè solamente dentro il film darai un senso alla tua esistenza.

-Altrimenti?

-Altrimenti non esisti

Georgia intanto li aveva raggiunti e si era fermata un poco indietro ascoltando la conversazione.

-Ah Georgia, scusa stavo dimenticando, questo è il mio amico Abraham, per fortuna non si è fatto nulla – Georgia tese la mano:

-Ne sono lieta. È sicuro che non si eà fatto niente?

-Sicuro.Va tutto benissimo. Ero venuto per dire a Luciano… - Luciano fu svelto ad interromperlo:

-Cara, ti devo dire una cosa importante. Te la devo dire qui perchè il tempo è tiranno e dobbiamo decidere in fretta.-

-Dimmi – disse lei nascondendo una leggera apprensione

-Ecco, volevo dirti innanzi tutto che arriva un tempo, arriva un’età in cui credi che alcuni fenomeni come l’amore siano destinati ad altri, e che tutto l’amore che avevamo dentro, lo abbiamo dato, gettato, sprecato, conservato in una teca, e che non ce ne sia più… –

-…e invece non è vero! – disse lei

-Esatto. Invece non è vero. Può darsi che l’amore a una certa età vada vissuto in modo diverso. Per esempio, se avessimo avuto tempo e modo, io ti avrei chiesto cento volte durante la mia vita di sposarmi o di voler vivere con me…-

-Capisco, ma le circostanze…

-Sì, le circostanze. Adesso però è arrivato il momento di prendere una decisione importante. Dimmi, se vivessimo nella stessa città, qui o in Italia, e ci incontrassimo ogni volta che ne abbiamo voglia per parlare, per andare da qualche parte o semplicemente per vederci, credi che ti piacerebbe?

-Certo che mi piacerebbe! Sono sola ormai da tempo e tu sei la più intensa compagnia che io possa avere…

-Così se vediamo che stiamo bene insieme, poi potremmo addirittura trasferirci tutti e due in un solo appartamento, magari con due camere separate..

-Certo! –

-Ma potrebbero essere anche non separate…

-Luciano – lo interruppe lei – ma non starai mica facendomi una proposta di matrimonio?

Luciano si pensò su un po’ e poi disse:

-Sì. Credo proprio che sia così. Ma mi dispiacerebbe troppo sentirmi dire di no. –

-Perchè dovrei dirti di no? – chiese lei in modo così soave da stringere il cuore di Luciano che la prese tra le braccia e la guardò intensamente negli occhi. Poi si girò verso Abraham e disse sorridendo:

-Una volta hai già tirato fuori il tuo cannone per convincerci a seguirti. Adesso, ti prego, non farlo. –

Poi guardò la sua Georgia e senza lasciarla un momento le disse:

-È ora di andare. – Salutò Abraham che gli rispose con un cenno, esitò un solo attimo e si avviarono per il sentiero che portava alle dune. Camminavano piano, allontanandosi da Abraham che diventò sempre più piccolo all’orizzonte.

Proprio come in un film, dove quando finisce la storia i protagonisti si allontanano camminando controluce finchè dal nulla appare la parola

 

 

F I N E

 

20.

Il fumo avvolgeva la campagna al tramonto e portava con sè acri zaffate.

Quel giorno era bruciato di tutto: corpi umani, legna, cavalli, bandiere, vestiti, speranze, progetti, e la polvere da sparo esplosa aleggiava qua e là in dense nebbie scure come tentasse di coprire tanto sfacelo.

Qualcuno si lamentava, e tra quelle rovine alcuni camminavano sui cadaveri forse per raggiungere quelli ancora vivi, forse per depredare i morti.

Vicino ad un cannone rovesciato di sghimbescio, se ne stava piangendo un giovane tenente napoleonico che tentava di caricare la sua pistola con la poca polvere rimasta, ma le lacrime gli impedivano di infilare la staffa di ferro nella canna.

Dopo tanto piangere e tanto armeggiare finalmente la pistola fu pronta se la portò alla tempia senza esitazione.

Tirò il grilletto ma invece dello sparo ci fu come un cataclisma, la terra tremò e con un fragoroso frastuono il cannone si ricompose come per incanto.

Dall’esplosione era rotolato fuori Abraham che tossendo per il fumo, si spolverava la vecchia giacca sgualcita. Quando vide il giovane con la pistola in mano, ebbe un sussulto e poi gli disse:

- Fermo ragazzo! Sono un amico! –

- Non temere – disse il giovane – questa palla non è per te, ma per me. –

- Fermati! Forse non tutto è perduto! Dimmi piuttosto dov’è il Comando. Devo andare da Napoleone a dirgli di non usare la cavalleria altrimenti sarà una disfatta! –

- Troppo tardi. Wellington ha vinto. È tutto finito. Non vedi? –

E nel dire quest’ultima frase fece un gesto con il braccio ad indicare lo sfacelo che stava intorno a loro: quel giorno erano morti cinquanta mila uomini e dieci mila cavalli

- La battaglia di Waterloo è terminata e con essa è finita la Storia.

- Calma ragazzo, la Storia non finisce mai. –

- Belle parole! Ma che storia potrà mai essere senza Napoleone ?

- Ci sarà una Storia anche senza Napoleone, credimi.

- E l’Europa? Ci sarà mai un’Europa senza Napoleone?

- Certo che ci sarà! – esclamò Abraham

- Ma che dici! Le nazioni europee non si riuniranno mai senza una guerra. Guarda gli Stati Uniti d’America. Solo una guerra li ha messi insieme e solo le guerre li fanno andare avanti. Come puoi immaginare un mondo senza la guerra? – disse e mentre parlava guardava la pistola che aveva in pugno, indeciso sul da farsi.

- Ma davvero non riesci ad immaginare un mondo senza guerra? –

- E come? La guerra è il motore di tutto. È la guerra che trasforma le economie, che allarga i territori civilizzati, che fa progredire la medicina, la chirurgia, la tecnologia. È la guerra che da uno stipendio ai giovani addestrandoli alla disciplina, insegnando loro a scrivere e preparandoli alla vita sociale. Il mondo così come lo conosciamo non esisterebbe senza la guerra!

Abraham guardava silenzioso quel giovane disperato sulla soglia del suicidio e tentava di trovare una buona ragione per farlo desistere:

- Hai fatto sempre il soldato?

- No, io lavoravo presso l’Ufficio Brevetti di Parigi. Un lavoro noioso perché non c’è più niente da inventare. Cosa ci facevo là? Così quando è uscito il bando di arruolamento con Napoleone, sono partito per nuove avventure.

- Capisco. Cosa ti fa pensare che non ci sia più nulla di inventare o da scoprire?

- È già stato inventato tutto. Oddio, qualcosa ci sarà ancora da scoprire, ma si tratterà di curiosità, di fenomeni da baraccone, allo stato attuale della conoscenza, possiamo dire che possediamo tutta la tecnologia che ci occorre.

- Ah sì? – disse Abraham incredulo – ma se andate ancora a cavallo! –

- Certo, con lo sviluppo della tecnologia, tutti questi cavalli ci daranno qualche problema specialmente nelle città, dove tutto questo traffico inevitabilmente provocherà una crisi per lo smaltimento degli escrementi di tutti questi animali. Occorrerà trovare un sistema per svuotare le città. Potremmo dare incentivi a quei contadini che verranno dalle campagne e si porteranno via il loro carro di concime…-

- Che sarebbe la cacca di cavallo. Così secondo te, il progresso dei trasporti si tradurrà inevitabilmente in città piene di merda e contadini che trafficano in cacca di cavalli…-

- Certo! –

Il tramonto stava lentamente lasciando il posto al buio e nella valle, i fuochi ancora accesi illuminavano coi loro rossi bagliori alcuni angoli di quella immensa tragedia. Abraham si guardò intorno e disse:

- È una conversazione interessante ma devo proprio andare. Tenterò di passare a Nord, dalla Normandia. Se mi affretto potrei trovare un imbarco prima della partenza della Invincibile Armada. Addio! –

- Addio, vecchio! Ma io che ci faccio, qui? – chiese il giovane soldato agitando nell’aria la pistola carica.

Abraham si girò senza smettere di camminare:

- Amico mio. Cosa dirti? Visto come la pensi credo che fai bene a spararti – disse e si allontanò ridacchiando, poi si girò:

- Guarda che scherzavo! – disse – la vita vale la pena di essere vissuta sempre, anche senza Napoleone, credimi! – e continuò la sua strada.

Certo, si disse, una volta in Spagna avrebbe potuto tentare un imbarco per il Medio Oriente. Gli sarebbe piaciuto arrivare a Gerusalemme in tempo per conoscere il Nazareno, chissà, forse ce l’avrebbe fatta, ed avrebbe coronato quella sua avventura con un finale degno di tutta la storia, e finalmente, come sull’ultima pagina di un libro avrebbe potuto leggere la parola

 

FINE

 

21.

 

Stamattina mi ha telefonato Girolami.

Mi dice:

- Vincent, mi sono rotto le palle. Sono in ritardo di tre settimane con l’inizio di questo film e se non mi consegni la sceneggiatura sono costretto a protestarti con la Produzione.

- È finito, Fausto. È finito! – gli dico tanto per prendere tempo.

- Sì, è finito ma intanto tu te ne stai beato in Inghilterra ed io qui ad aspettare non si sa che cosa, che sarà pronto non si sa quando, che non si sa se poi mi piacerà…-

- Ti piacerà, vedrai che ti piacerà – gli dico per calmarlo – è un soggetto così innovativo, che se lo facevamo vedere agli americani ci facevano un film come "Ritorno al futuro"

- Davvero? – ci voleva poco per calmare Girolami ed io ne conoscevo tutte le debolezze:

- Raccontamelo! –

- Aspetta ancora un paio di giorni e te lo mando

- Nemmeno per sogno! Ti do un paio di giorni e poi me lo porti. Non posso perdere tempo per le correzioni. Devi venire subito qui.

- Va bene. Facciamo tre giorni. Tre giorni e sono lì da te con la storia finita.

- Promesso?

- Promesso –

- Me lo giuri?

- Te lo giuro –

- Sulla tua testa?

- Sulla tua testa –

- Allora ti aspetto. Non fare scherzi, eh? –

- No, niente scherzi – dissi ed appesi.

Ero a Freshfield in viaggio di piacere ormai da due settimane, era infatti morta la mia seconda moglie, quella che si era fatta intestare tutto e poi aveva chiesto il divorzio lasciandomi con il sedere per terra. In punto di morte aveva fatto testamento restituendomi il maltolto, ed i suoi legali mi avevano chiamato per l’eredità.

Giravo per il paese sulla mia vecchia Bianchi che avevo ritrovato in garage, tutta impolverata, ridevo e pedalavo come un pazzo salutando con calore mediterraneo quelle facce smorte che scappavano via fingendo di non sapere che fossi.

Di giorno andavo a passeggiare sulla spiaggia, col vento del Nord che mi trapanava il cranio da un orecchio all’altro, e la sera tentavo di terminare una storia incredibile che avevo spacciato come già realizzata, per la quale avevo incassato due cospicui anticipi, e che non c’era verso di far uscire dalla mia testa ormai spremuta da anni di storie improbabili scritte di corsa per assicurarmi questo discreto benessere.

Era successo dopo il primo anticipo, mentre passeggiavo sulla spiaggia di Southport con il secchiello con cui raccoglievo il carbone che le onde portavano a riva. Forse lì sotto c’era un giacimento sommerso da dove il carbone si staccava con la marea, fantasticavo, e ogni giorno, per dare un senso alla mia passeggiata, ne raccoglievo una secchiata che poi bruciavo nel camino.

Mi era presa la nostalgia e quasi senza accorgermene, cominciò a ronzarmi nella mente il pensiero di Georgia, alla stessa maniera di quando ti succede che senza volerlo comincia a svolazzarti in testa una vecchia canzone e tu non sai come mandarla via:

- Come definiresti la colazione degli Orfei all’aria aperta? – mi chiedeva girandomi intorno mentre passeggiavamo sulla spiaggia di Stintino.

- Non saprei – rispondevo

- Circolazione atmosferica – diceva ridendo. Poi mi veniva vicino fingendo di volermi disturbare come un volatile noioso. Muoveva un poco le mani e riprendeva quasi subito:

- E un carabiniere di servizio en plein air?

- Non ne ho la più pallida idea

- Agente atmosferico! – diceva e di queste splendide idiozie lei ne sfornava a bizzeffe, quando era di buon umore. Una volta però mi diede una risposta che non mi fece ridere. Mi chiese:

- Che cos’è quella creatura verde, che vive a dieci metri sotto il livello del suolo, e che si nutre di sassi, mangiandone in grande quantità?

- Dimmelo tu – le dissi

- Il grande mangiasassi verde! – mi rispose e non ci trovai nulla da ridere, ma lei non si scompose e continuò a girarmi intorno facendomi le sue domande bizzarre:

- Come definiresti l’operazione del cuoco per insaporire la minestra con il lardo?

- Aggiustamento strutturale? – lanciai lì per lì, incerto

Rise: - È bellissimo! Io per aggiustamento strutturale intenderei il rifarsi la bocca con un pezzo di grasso di maiale, ma va bene lo stesso –

Ora si era allontanata e si era andata a sedere davanti a me, su un tronco liscio e bianco che se ne stava abbandonato sulla rena. Appoggiò il viso tra le mani e rimase ad aspettarmi.

Quando la raggiunsi mi abbracciò e mi baciò come se non mi vedesse da tempo ed io pensai che quella era la donna per me, ma mi sbagliavo.

- Siediti qui – mi disse facendomi posto accanto a sè – voglio parlarti di una cosa seria -

Sapendo che le sue cose serie erano leggere come bolle di sapone, mi misi seduto ad ascoltare la musica della sua voce:

- Secondo te, se qui ci fosse un buco tanto profondo da attraversare la Terra passando per il suo Centro, e noi gettassimo un sasso dentro questo buco, cosa succederebbe al sasso? Verrebbe espulso come un proiettile dall’altra parte, si fermerebbe ad un certo punto, o tornerebbe indietro? -

Ero un po’ stordito dal vento, dall’ora serale e dall’amore, e quella domanda improvvisa mi colse di sorpresa e rimasi a riflettere in silenzio.

- Dai! – mi sollecitava lei impaziente, ma io non volevo dare una risposta avventata perchè sapevo come siano importanti le risposte che si danno gli innamorati. Basta una leggerezza e può sparire la magia. Perciò ci pensai a lungo prima di decidere qual’era la mia opinione:

- Credo che si fermi al Centro della Terra – dissi ma lei scosse la testa:

- Ma no, mio caro! Il sasso percorrerà una decina di metri nel sottosuolo, dopo di che verrà divorato dal Gande Mangiasassi Verde!-

Ridemmo. Quanto ridemmo!

Ridere e toccarci ci portò inevitabilmente a fare l’amore, clandestini su quella spiaggia di Stintino, vicino alla Valle della Luna, con la paura di essere scoperti e la follia che ci faceva continuare, finchè esausti rimanemmo vicini ad ascoltare lo sciabordio delle onde davanti all’Asinara.

- Non si fermerebbe però al Centro della Terra! - disse

- Cosa? – chiesi senza capire

- Il sasso. Lanciato in un pozzo. Non si fermerebbe al Centro della Terra -

- Dici? – chiesi distratto

- No, davvero! – si infervorò – non riuscirebbe ad arrivare al Centro della Terra perchè ad un certo punto del percorso verrebbe attratto verso la superficie…-

- Allora dici che tornerebbe indietro?

- Dico che oscillerebbe all’infinito -

Adesso la conversazione mi coinvolse e tentai di ragionare con distacco:

- Oscillerebbe tra l’attrazione del Centro e della superficie?

- Sì-

- Come fai a dirlo?

- Intuizione femminile. Se cade attratto dal centro, ad un certo punto verrà attratto dalla superficie – mi disse e scoppiai in una sonora risata perchè mi immaginai un Galileo femmina che davanti all’Inquisizione, per spiegare i Massimi Sistemi dicesse:

- Intuizione femminile! -

La cosa sembrò finire lì, ma anni dopo mi capitò tra le mani il libro di Stephen Hawking "Dal Big-Bang ai buchi neri", e scopersi che anche lui era incappato nello stesso errore del Grande Mangiasassi Verde e quello fu l’inizio della fine, ovvero il principio di tutto, perchè cominciai a parlarne in ufficio e poi coi miei superiori, e poi al bar e con gli amici. Scrissi ai giornali, alle riviste scientifiche, ma senza risultato.

Andai a parlare con matematici ed astrofisica, tentai persino un incontro con lo stesso Hawking purtroppo senza esito.

In verità l’esito ci fu.

Qualcuno cominciò a dire in giro che ero matto e persi il posto di lavoro.

Dovetti adattarmi a scrivere piccole cose per riuscire a sopravvivere e si sa come vanno certe faccende: a furia di scrivere, ho pescato un jolly e sono diventato uno dei più sterili e mal pagati sceneggiatori di soap del momento.

Questa è la mia storia e la sceneggiatura che ho preparato per Girolami altro non è che l’applicazione pratica della teoria del Grande Mangiasassi Verde che smascherò un errore commesso dal più grande matematico di questo secolo. Così tanto per pareggiare i conti col destino, visto che nessuno mi ha mai dato retta.

La settimana scorsa su in soffitta, mentre frugavo tra le tante cose ammucchiate qua e là, mi capitò tra le mani una foto con i colori tutti virati verso il magenta e quello ero io che ridevo giovane ed immortale tra le donne della mia vita.

Dove eravamo? Di certo a Stintino e quella là dietro che guardava languida come se ormai da un pezzo avesse capito tutto, quella era Georgia, e dietro la foto c’era il suo numero di telefono.

Lei si era trasferita in Inghilterra da molti anni e avevo saputo che era rimasta vedova da poco.

Volevo rivederla.

Sai, alla mia età, quando hai perso di vista una persona, insieme al desiderio di rivederla nasce sempre il timore di venire a sapere che sia morta.

Spesso è questo timore che fa in modo che lasci stare tutto e non chiami. Perché finché non sai che quella persona è morta, quella per te rimane viva e ti piace che sia così.

Però voglio rischiare. Adesso finisco questa storiaccia che ho scritto per Girolami e poi prenderò il telefono e lentamente comporrò il vecchio numero di Georgia, sperando di trovarla.

Sì lo farò.

Adesso lasciami finire questo capitolo, così domani, quando ripartirò per Roma, non dovrò fare altro che rileggerlo e metterci in calce la parola

 

 

F I N E

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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