IL
MANGIA
SASSI
VERDE
di Aldo Vincent
Paleologou 66
Corfu’ Grecia
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1.
A volte mi è capitato di pensare che il destino delle piccole città di provincia assomigli a quello degli uomini.
Ve ne sono alcune per esempio che senza alcun merito sono citate per qualche tempo nelle pagine della cronaca nazionale e nel giro di pochi anni diventano famose, qualche volta perché ci abita un tizio davvero importante, qualche altra perché c’e’ passato un tale più o meno conosciuto che rimasto incantato dall’atmosfera un po’ fané che hanno sempre le cittadine di provincia, ha deciso di passarci il suo tempo libero.
Ha cominciato quindi a dirlo in giro, chiamando nella zona gli amici, famosi anche loro, che sono arrivati con compagne piene di gridolini d’approvazione. Altre signore invece hanno seguito la scoperta del paese con smorfie di disgusto scuotendo il capo perché loro lo hanno sempre saputo: a Valladolid è meglio. Là c’è un’atmosfera più autentica e la campagna, oh, la campagna!…
Capita anche che a Valladolid non ci siano mai state ma glielo hanno raccontato alcuni amici intimi che passando di là sono rimasti colpiti da quell’atmosfera un po’ fané che hanno sempre le cittadine di provincia ed hanno chiamato gli amici, per continuare questa catena di santantonio che è la scoperta di un luogo ameno dove passare il tempo libero.
Succede così che alcuni paesini diventino famosi senza mai aver fatto nulla di speciale, ma solo perché il Toni vende panini con la mortadella alla stessa maniera d’altri diecimila Toni sparsi per tutta la Penisola, ma la serve su vecchia carta da macellaio gialla, che non si trova più in giro perché è pure antigienica, e la mortadella la puoi mangiare seduto su una delle sue sedie sgangherate che non ha mai voluto cambiare, anche se sua moglie Casimira glielo diceva un giorno sì e l’altro pure:
- Oh Toni, ma quando ti decidi di cambiare queste vecchie sedie? Vedrai che se le lasci così, un giorno qualcuno finirà col farsi male. Andremo tutti in malora! – diceva.
Invece una domenica erano entrati quattro tipi strani, coi capelli strani, i vestiti strani, e avevano chiesto se c’era qualcuno in grado di riparare una gomma.
- Mara! – gridò il Toni verso la retrobottega – corri giù al bar a vedere se c’è l’Alfredino! – era una domenica d’inverno e l’Alfredino, il meccanico che in paese faceva anche le funzioni di gommista, non stava certamente nei campi, perché dopo la raccolta del granoturco fino a primavera non c’è più niente da fare, e probabilmente se ne stava al Bar Sport, ai bordi del vecchio biliardo a commentare i tiri sbagliati.
Nel frattempo i due stranieri più mascolini, quelli tutti vestiti di pelle nera come i motociclisti, con la sigaretta che pendeva dalle labbra, che bestemmiavano sottovoce per il freddo e per la disavventura di essere rimasti bloccati in quel posto fuori dal mondo, insomma a quei due che poi risultarono essere le donne del gruppo, gli venne fame e chiesero quasi senza speranza:
- Ci potrebbe fare un sandwich?
- Pronti! – ribatté il Toni che non la sapeva nemmeno pronunciare quella parola lì
ma che sapeva quasi per inerzia che voleva dire che avevano una fame della madonna:– Ci avrei della mortadella… - buttò là, guardando l’affettatrice dove stava appoggiata la grossa mortadella così pesante che non gli veniva certo voglia di cambiarla con un altro salume.
- Che dici? – si guardarono le due maschie disgustate – per me va anche bene, che ne dite voi due? – e si rivolsero a due fichisecchi con l’orecchino e i capelli
ossigenati che se ne stavano da parte a parlottare fitto e che fecero un segno distratto d’assenso. Così una delle due virago ordinò:
- Allora ce ne faccia quattro! -
Fu solo allora che il Toni commise il suo primo errore.
Credendo, infatti, che i quattro si sarebbero portati via il malloppo per mangiarselo in un altro posto, non confezionò i panini come al solito ma avvolse le fette di mortadella in un foglio oleato, e per non sprecare uno dei suoi preziosi sacchetti di plastica con su stampato il nome della bottega, prese le michette tagliate in mezzo e avvolse tutto in una vecchia carta da macellaio che aveva avanzato da una precedente attività e che non usava più da qualche tempo perché, essendo tutta impolverata, aveva causato qualche reclamo.Aveva messo il pacchetto tra le braccia della virago e notando la sua esitazione, l’aveva guardata sicuro negli occhi, come per dirle: "Cosa c’è di strano?" e la druda aveva fatto un passo indietro, incerta, poi aveva chiesto:
- Possiamo mangiare qui?
- Certo! – disse lui facendo un cenno benevolo con la mano verso le sue chiacchieratissime sedie:
– Accomodatevi – disse, e qui commise il suo secondo, irrimediabile errore.Credendo di fare un gesto gentile, prese da sotto il banco un bottiglione con quel vino acidulo che gli aveva portato un suo parente acquisito, un terroncello originario di Trani che quando tornava dalle visite ai suoi genitori portava sempre quel vino così pesante che si faceva fatica a digerire.
Prese quattro vecchi bicchieri da marsala, perché il vino gratis è sempre meglio servirlo in bicchieri piccoli, e lo versò al tavolo dove i quattro si erano accomodati.
Oddio, chiamare tavolo quella cosa che teneva nell’angolo… Sì, perché se fosse stato un ciccinino più piccolo lo si sarebbe potuto chiamare tavolino, e se fosse stato più grande forse avrebbe avuto il rango di una vera e propria tavola per desinare, invece così, con quelle quattro gambette troppo sottili, senza nemmeno un cassetto per riporci qualcosa, con quegli angoli smussati dagli urti, pareva più un piano d’appoggio, ma a Toni andava bene per posarci il caffè il pomeriggio dopo pranzo, quando scendeva in negozio a leggere il giornale lontano dai borbottii di sua moglie Mara che aveva preso l’abitudine di accompagnare le pulizie con le più articolate invettive contro lui e le sue cattive abitudini.
- Prego, offre la casa! – esclamò il Toni soddisfatto e quando il più effeminato dei quattro si avvicinò con sospetto alla tavola ed alzò gli occhi cerulei, , vedendo quei capelli tutti ritti all’indietro e gli occhi umidi, al Toni gli venne un dubbio e chiese:
- Ma siete venuti in moto?
- No, perché?
- No, niente – disse il Toni che non aveva mai visto la gommina tra i capelli di un nottambulo che al mattino ha gli occhi acquosi per gli stravizi. Lui
quell’espressione se la ricordava dai tempi del Cele, che andava a morosa col Guzzi d’inverno e quando tornava lo dovevano togliere in quattro dalla sella e portarlo, così irrigidito, vicino al camino a sgelarsi:– No niente, mi pareva. Adesso arriva il tecnico e vi sistema – disse con sussiego calcando l’accento sul "tecnico".
Intanto il pollolesso con la gommina aveva aperto il pacchetto della mortadella e alla vista dell’affettato aveva assunto un’espressione dolorosa e la saliva gli girava in bocca per il disgusto:
- Ma non avrebbe una forchetta? – chiese
- No! – lo sfidò il Toni e l’altro non disse nulla, alzò una fetta col braccio distante e la testa reclinata, come se si aspettasse di veder uscire da lì sotto un serpente a
sonagli, poi appoggiò la mortadella nel pane e diede un morso:- Buono! – disse e gli altri, rinfrancati dal responso di cotanto esploratore, si precipitarono sul cibo.
Cominciò così la fama di Samarcate, ridente paesino vicino a Lecco ma potrebbe essere la storia di Neederad sulla strada che porta a Francoforte e di J. Schmidt di origini bavaresi che nello Schnellinbiss da lui gestito, di tanto in tanto offriva il "Goulasch suppe" di sua moglie a qualche avventore o del sindaco di Montreaux au Lion, certo Mapel, che a qualche chilometro da Parigi, sulla strada per Reims si dilettava con le torte della nonna e le vendeva a tranci nella sua tabaccheria.
Tante sono le storie di paesi che senza colpa né infamia sono diventati loro malgrado ricchi e famosi.
La storia che ti sto raccontando però, è una storia di tanto ma tanto tempo fa, quando Samarcate aveva ormai perso tutto il suo splendore ed era ritornata in silenzio nell’anonimato e i figli del Toni avevano deciso di vendere il fast-food che era sorto sulle fondamenta della vecchia bottega. Io allora avevo settantatré anni e ridevo quando mi raccontavano le storie strane che accadevano in paese.
Adesso che di anni ne ho quasi diciassette, mi sono deciso di prendere carta e penna per raccontarti come fu che a Samarcate un giorno si capovolse la freccia del tempo trascinandomi in quest’abisso di disperazione e costringendomi al suicidio.
Ma sto correndo troppo.
Cominciamo dalla fine.
2.
Ero a Freshfield in viaggio di piacere ormai da due settimane, era infatti morta la mia seconda moglie, quella che si era fatta intestare tutto e poi aveva chiesto il divorzio lasciandomi con il sedere per terra. In punto di morte aveva fatto testamento restituendomi il maltolto, ed i suoi legali mi avevano chiamato per l’eredità.
Giravo per il paese sulla mia vecchia Bianchi che avevo ritrovato in garage, tutta impolverata, ridevo e pedalavo come un pazzo salutando con calore mediterraneo quelle facce smorte che scappavano via fingendo di non sapere che fossi.
Di giorno andavo a passeggiare sulla spiaggia, col vento del Nord che mi trapanava la testa con il suo freddo, e la sera frugavo tra le tante cose ammucchiate qua e là nella soffitta della casa, nella segreta speranza di ritrovare oggetti familiari che mi ricordassero il passato e infatti una notte trovai una cassetta di legno tutta foderata di carta a fiorellini, una di quelle che si ricevevano a Natale con tre bottiglie della Stock, una decente e le altre due dai sapori improbabili, che andavano a raggiungere le bottiglie di Cedro, Braulio e Mandarinetto dentro quello scomparto foderato di specchietti che era il mobile bar del buffet in sala da pranzo, luminosa illusione di festa in un mobile triste che di solito se ne stava nella stanza più fredda della casa, una specie di Las Vegas al contrario, che mentre quella illuminava le illusioni dei poveri nella calura del deserto, questo s’illuminava nella stanza fredda, quando senza nemmeno accendere la luce mio padre andava a prendersi la bottiglia di Vecchia Romagna, per farsi un goccetto prima di addormentarsi davanti al televisore acceso.
Dentro quella vecchia cassetta, ritrovai tutte le fotografie della mia famiglia. Tre generazioni di fotografie. Che se ci pensi, la vita è proprio un niente. Tu ti danni l’anima per diventare qualcuno e tutto quello che rimane di te sono tre o quattro fotografie ingiallite.
Prendi mio nonno.
Ecco, questa foto ingiallita dal tempo l’ha fatta poco prima di sposarsi, e questa è mia nonna e quest’altra, quando lui era in guerra e si usava andare dal fotografo e mettersi in quella buffa posa, appoggiato al treppiede con le felci.
Questa nell’ovale invece se la sono fatta quando è nato il loro primogenito perché era una novità, infatti, per gli altri due figli poi non andarono dal fotografo, come se si trattasse di un noioso replay. Quest’altra la scattammo a Natale a casa di Pippo e si vede che il nonno è già mezzo partito. Ecco, questa è stata la foto che abbiamo usato per la sua tomba. Fine del nonno.
Non ti pare un po’ pochino?Me ne stavo in silenzio a riflettere, quando mi capitò tra le mani una foto con i colori tutti virati verso il magenta e quello ero io che ridevo giovane ed immortale tra le donne della mia vita.
Dove eravamo? Di certo al mare, a Stintino forse.
Sì, è Stintino e quella là dietro che guardava languida come se ormai da un pezzo avesse capito tutto, quella era Georgia, e dietro la foto c’era il suo numero di telefono scritto con una matita blu.
Georgia si era trasferita in Inghilterra da molti anni e avevo saputo che era rimasta vedova da poco. Improvvisamente, guardando quella fotografia, mi venne il desiderio di rivederla.
Sai, alla mia età, quando hai perso di vista una persona, insieme al desiderio di rivederla c’e’ anche il timore di venire a sapere che sia morta. Spesso è questo timore che fa in modo che lasci stare tutto e non chiami, perché finché non lo sai, quella per te rimane viva e ti piace che sia così.
Quella volta invece, il desiderio di vedere Georgia fu più forte della paura di averla persa per sempre e la chiamai.
- Seven two four… - rispose lei con quella sua vocina inconfondibile.
Mi pareva impossibile che fosse lei, così al primo colpo. Esitai…
- Georgia?
- Yes ?
- Sono Luciano…
- Mio caro! – disse, e ci vollero solo due minuti di conversazione per decidere di
vederci. Prese un treno e venne a Liverpool. Io l’aspettavo alla fine del binario coi fiori in mano, come fanno i giovani innamorati. Scese e m’illuminò col suo sorriso, ci baciammo timidi e poi, saliti sulla mia vecchia Giulietta che malgrado la ruggine faceva ancora la sua bella figura, e ci avviammo verso Southport, sempre sorridendo, felici.- Andiamo a Blackpool – le dissi
- Fuori stagione? – rispose lei guardando nel vento.
Aveva ragione. Blackpool d’estate è quasi come Disneyland. La differenza sta nel fatto che essa è realmente abitata. I cittadini di Blackpool, ogni mattina, si alzano, si vestono, sbrigano le loro faccende domestiche e poi aprono i baracconi per il pubblico. Ne consegue che quando non è la stagione delle vacanze, tutto si trascina tristemente con quell’aria di smobilitazione che hanno i circhi, se ti capita di andare dietro l’abbraccio del tendone a scoprire il trucco.
Nemmeno le famose luci di Blackpool vengono accese fuori stagione, così dopo il tramonto invece delle invenzioni luminose tanto celebrate, ti ritrovi nella più triste penombra con la voglia di tagliarti le vene.
No. Meglio andare a Southport, che è anche più vicino.- Hai ragione, - dissi - andiamo a fare un pic-nic a Southport, poi andiamo a casa –
buttai là, incerto.
- Così presto? – disse lei guardando distratta i fili lunghi dell’erba
sopra le dune.
Feci un cenno d’assenso senza capire esattamente cosa intendesse per così
presto, se si riferisse all’ora, alla fase del corteggiamento oppure alla
prematura scomparsa dei nostri rispettivi coniugi.
Rimanemmo in silenzio fino a Southport. Girammo per un po’ sotto le tettoie infiorate, guardammo le vetrine dei negozi dentro vecchie gallerie dalle grandi volte di vetro, comprammo fish and chips avvolto nella carta unta e ce n’andammo verso le dune, per rimanere soli.
Una volta là, rifugiati dietro le mura diroccate di una vecchia casa sul mare, scoprimmo che se ti riparavi dal vento tagliente, il sole del Nord ti dava perfino una sensazione di calore.
Povero sole! Era così esangue che potevi fissarlo senza farti piangere gli occhi. A quello invece ci pensava il vento che soffiava senza sosta.
Parlammo allegri fingendo appetito, e lei mi disse di come vivesse serena la sua solitudine, io le dissi della mia, rievocammo episodi lontani, ci scambiammo notizie dei sopravvissuti, insomma stavamo bene, e ad un certo punto glielo dissi:
- Che bello stare con te. Io l’ho sempre saputo. Ma queste nostre due vite a scacchiera…
- A scacchiera?
- Sì, a scacchiera. Ci siamo amati di nascosto quando io ero sposato e tu eri sola, poi mia moglie mi ha buttato via come uno straccio vecchio e io sono venuto a cercarti ma tu avevi trovato l’amore. Quando sei rimasta vedova, così giovane ed indifesa io ho potuto fare poco per te, per via della mia nuova compagna, così gelosa…
- È vero – rise portando indietro la testa e me la ricordai così com’era un tempo, coi
suoi riccioli scuri su quel viso pallidissimo e la bocca rossa che si apriva sui denti candidi:- Una vita a scacchiera! Che matto! -
- Già, ma adesso siamo liberi tutti e due… - lasciai cadere quasi distrattamente. Lei rimase in silenzio, respirando con le narici appena più aperte l’aria fredda del pomeriggio:
- No, adesso è troppo tardi! – disse dopo un’esitazione quasi impercettibile
- Perché? - chiesi
- Perché i ricordi sono più belli -
- Credi che il ricordo di tuo marito sia più prezioso della realtà che potremmo vivere insieme? –
- No, non intendevo questo.. Mia figlia è sposata e vive lontano. Io sono sola e non ci sarebbe nulla di male se cercassi un poco di affetto.
- No, io mi riferivo proprio ai ricordi. Ai nostri.
Il ricordo di quei giorni meravigliosi è ancora così intenso che ho paura di gettarlo via con un nuovo tentativo. E poi per cosa? Siamo così diversi..- Diversi? Io ti trovo sempre uguale!
- Sì la prima mezz’ora. Poi dovrai fare i conti con il tempo passato, la carne non più soda, con le rughe intorno agli occhi, con le dentiere…
- Io non ho la dentiera! – esclamai di slancio
- Ma io sì! Vuoi vedere? – si mise la mano alla bocca e io la fermai con veemenza:
- No, ti prego!
Rise fino alle lacrime:
– Nemmeno io ho la dentiera, ma guarda che paura ti sei preso!
Era così bella che mi venne l’impulso di baciarla. Chissà come mi vedeva lei. Io la vedevo col suo bel visino sciupato ed i suoi colori avevano assunto tutte le tonalità di gialli, la pelle, l’ombretto, i capelli con le meches, chissà se quelli erano i colori della vecchiaia, per me erano le tonalità di un ritratto del settecento, di quelli con i tramonti da dietro. Mi avvicinai per baciarla ma mi fermai chiedendomi come mi stava vedendo lei. Piccolo, grasso, coi capelli radi e grigi, gli occhi stanchi e miopi…
Me ne stetti lì per qualche interminabile secondo in attesa di chissà quale evento, quando la terra cominciò a tremare intorno con un rumore sempre più assordante. Ci allontanammo dalla vecchia casa diroccata e corremmo spaventati verso una duna più profonda. Misi fuori la testa per capire quale strano fenomeno stesse accadendo e vidi la cosa più strabiliante di tutta la mia vita.
Con uno strano boato, quasi fosse un terremoto, tutte le pietre e i mattoni che erano sparsi nel terreno intorno, come in un film proiettato all'indietro, andarono a formare la casa, piano piano come se fosse il rallenty di una ripresa televisiva.
Era successa una cosa incredibile, invece che un’esplosione, era imploso tutto il terreno circostante COSTRUENDO quella casa dove prima c'erano solo le macerie! E il rumore era sempre più assordante e il turbinio della polvere e dell’aria spostata sempre più violento, tanto che dovemmo abbassare la testa dentro la buca di sabbia e portarci le mani alle orecchie.
Il boato cessò improvviso come era arrivato e dopo un attimo trascorso per riprendermi dallo stordimento, mi accostai a Georgia per sapere come stava:
- Bene, bene – mi disse mentre scuoteva la testa, io mi alzai e guardai verso la casa ancora fumante di polvere, appena in tempo per vedere il portone spalancato e una figura urlante, scaraventata fuori con violenza.
Mi precipitai verso lo sconosciuto per portargli soccorso, anche se temevo il peggio ma mi accorsi subito con sollievo che si era rizzato in piedi e stava bestemmiando in una lingua sconosciuta, mentre si toglieva la polvere dagli abiti.
- Salve, posso esserle d’aiuto? – gli chiesi in inglese ed in inglese continuò tutta la conversazione:
- Grazie, sto bene. –
- Cos’è successo?
- È successo…. non lo so! – disse convinto. Intanto anche Georgia, che si era
rassettata alla bell’e meglio, si stava avvicinando. Io chiesi:- Scusi, ma lei cosa stava facendo, prima che… - feci cenno con una mano intornoper fargli capire di che cosa stavo parlando
- Io stavo… stavo…non lo so. So soltanto che dobbiamo rientrare subito a casa di Georgia perché è ricercata dalla polizia -
- La polizia? – guardai Georgia per un lieve cenno d’intesa – ma lei come fa a sapere che la signora si chiama Georgia? La conosce, forse? -
- No, non credo. La conoscerò al posto di polizia dove mi faranno leggere il suo dossier –
La conversazione stava prendendo toni surreali:
- Ma lei è matto! – mi scappò di dire e lui rimase pensieroso a riflettere sulla mia
ultima frase, poi mi guardò sicuro:- No, non sono matto. Io invece sono… non me lo ricordo più! – disse togliendosi il
portafogli dalla giacca e leggendo i suoi documenti – Ah, sì. Adesso ricordo, sono Abraham Levi, il Capo della Polizia di Tel Aviv! – e mi consegnò il suo biglietto da visita – dobbiamo assolutamente raggiungere Cambridge. Dobbiamo andare a casa della signora perché la stanno cercando. Venite con le buone e non mi costringete a dichiararvi in arresto!- Calma! – dissi io – non so se lei fuori da Tel Aviv ha l’autorità necessaria per… -
Estrasse la pistola e me la agitò sotto il naso come un ventaglio:
- QUESTA è la mia autorità, e adesso sbrighiamoci.-
Ci avviammo senza parlare.
Prendemmo la tangenziale che portava a Liverpool dove ci infilammo sull’autostrada M6.
Ci fermammo un paio di volte per tentare di telefonare a casa ma senza successo.
A Brighton deviammo sulla M1 ma la conversazione non migliorò.
Arrivammo a Cambridge che l’orologio del campanile batteva le nove, evidentemente di mattina, visto che non era buio.
Non ci sarebbe stato nulla da dire. Solo che eravamo partiti da Southport nel tardo pomeriggio e dopo sei, sette ore di autostrada saremmo dovuti arrivare a notte fonda. Quest’incongruenza al momento non mi colpì più di tanto, occupato com’ero a tentare di capire cosa stesse succedendo.
Georgia indicò la direzione finché arrivammo davanti ad un villino in una strada dove tutte le case erano uguali e la sola differenza erano le porte dai colori smaglianti che spiccavano sul rosso scuro dei mattoni esterni.
Di fronte alla casa era parcheggiata l’auto della polizia col lampeggiatore spento, e la cosa mi tranquillizzò perché significava che erano lì diciamo pacificamente, quasi per una visita di cortesia. Se fosse accaduta una disgrazia, sicuramente avremmo visto il lampeggiante acceso.
C’era molta gente che andava avanti e indietro. Georgia guardò il patio e disse:
- Quello è il dondolo sulla quale stavo seduta insieme ai miei genitori da bambina. Te lo ricordi? L’ho venduto quando sono morti e adesso è ancora lì!
Scese dall’auto e corse verso la casa mentre una donna anziana, con le braccia aperte le venne incontro:
- Georgia! Mia cara… - e l’aspettò così mentre Georgia, impietrita non osava
muoversi:- Mamma… - disse solo – ma tu… ma tu…
- Ma io cosa?
- Ma tu… non eri… morta?-
La frase fece ridere la vecchia, benevola, come quando ci si trova davanti alle domande ingenue dei bambini:
- Piccina mia – le disse invitandola tra le sue braccia – evidentemente no. Non sono morta. Dove sei stata? Sono giorni che siamo in pena per te! Abbiamo persino chiamato la polizia… Ma cosa ti è successo? Stai bene? – adesso era preoccupata.
Georgia fece un cenno per rassicurarla poi non dimenticò, da vera signora, le sue buone maniere:
- Ah, dimenticavo, questo è Luciano, il mio amico italiano, te lo ricordi?
- Certo che me lo ricordo! Lei è quello che mi ha rotto il cane, vero? –
Feci una smorfia imbarazzata, non sapevo cosa rispondere. Mi salvò Georgia continuando le presentazioni:
- E questo signore viene da Tel Aviv. È stato lui ad avvertirmi che mi cercavate. È un ufficiale di polizia.-
Un ombra apparve sul viso della signora:
- Piacere. Spero che mia figlia non abbia commesso nulla di grave – disse porgendo la mano ad Abraham che rispose:
- No. Nulla di nulla. Stia tranquilla. Piuttosto avrei bisogno di parlare con il marito della signora Georgia
- Io e Georgia ci guardammo, poi decisi di intervenire::
- Guardi che la signora è ved…- m’interruppe la madre:
- Ma certo! Venga dentro, come lei certamente ricorderà, il buon uomo non può muoversi dal suo studio!
- Andiamo! - disse Abrahm avanzando verso la casa mentre io e Georgia lo seguivamo interdetti.
Entrammo in casa, e mi sorpresi a guardarmi in giro rapito dalla bellezza sobria delle case inglesi. Una moquette alta, rossa e morbida felpava i passi. Lasciammo l’ingresso da dove partiva una scala di legno bianca intarsiata, e ci ritrovammo nel salotto, davanti ad un vecchio camino acceso, pareti foderate di tessuto a fiori, tende di ciniglia, soprammobili improbabili. Una vera casa inglese.
Ci accomodammo in salotto dove stava seduta una coppia di poliziotti che prendeva il the, notai che la poliziotta era molto carina:
- Volete una tazza di the? – chiese ai nuovi arrivati e poi rivolta ai due sul divano:
- È tornata mia figlia. Questo signore è un funzionario di polizia e potrete chiedere a lui delucidazioni. Intanto…- chiamò con sé la figlia e ci disse:
- Vogliate scusarci un momento. Robert è di là. È in apprensione e credo che sia meglio che s’incontri da solo con la moglie – disse spingendo la figlia verso quello che doveva essere lo studio
del marito. Georgia ebbe un attimo di smarrimento e me lo comunicò con gli occhi. Io mi alzai di scatto per andarle vicino ma la madre mi fermò, decisa con una mano:- No. La prego. È una faccenda strettamente privata –
Davanti a tanta decisione non andai oltre e mi sedetti aspettando che mi riempissero la tazza.
3.
Fermiamoci un attimo per fare una pausa perché i fatti che ti sto raccontando hanno bisogno di una riflessione.
Mi era capitato anni addietro, prima della caduta dell’Impero Americano, durante una spedizione scientifica alla ricerca di un’antica popolazione che nel secolo scorso era chiamata "Pellerossa" e che si era estinta ormai da tempo, di incontrare un vecchio che aveva tutte le caratteristiche somatiche di una tribù che era vissuta sulle Montagne Rocciose nel territorio che una volta si chiamava South Dakota.
Dopo giorni di chiacchiere e di acquavite lo avevo convinto a guidarci nel territorio, alla ricerca di una tribù di Chochoni che si diceva vivesse isolata tra le gole di un Canyon.
Era un indiano sicuro e silenzioso che per giorni mi fece camminare nell’acqua bassa del Colorado River. Mi disse che non vedeva la sua tribù da quando le acque del fiume gonfiandosi non avevano più permesso l’accesso nella gola.
Quando arrivammo in vista della sua gente, inspiegabilmente invece che affrettarsi giù dalla collina, si sedette e cominciò a fumare.
- Ma non andiamo giù? – gli chiesi
- Non adesso. Prima aspettiamo che ci raggiungano le nostre anime!-
disse e rimanemmo a fumare guardando là sotto i tepee della sua tribù.
Propedeutica, si chiama. È il complesso di studi preliminari che permette l’accesso ad una materia difficile. Ma anche prima che la conoscenza venisse divisa in materie scientifiche, la pratica iniziatica era una consuetudine che permetteva ai nuovi adepti di accostarsi ai Misteri.
Avrai capito che senza la Propedeutica, le cose che ti sto dicendo, potrebbero darti l’impressione di essere il racconto di qualche esaltato ma questa doveva essere pure l’impressione che dava Cristoforo Colombo, quando andava a parlare di navigazione con marinai che non avevano la più pallida idea della grandiosità delle nozioni che aveva in testa. Ecco perché ho deciso di scrivere questi ricordi che non appartengono al mio passato ma al futuro che ho già vissuto, e prima che io abbia perso le mie capacità verranno fissati in uno scritto che so per certo ti capiterà tra le mani in non so quale forma e che tu leggerai come memorie che provengono però dal TUO futuro.
È evidente che la mancanza di una conoscenza adeguata della Fisica potrebbe sconcertarti, ma non c’è nulla di impossibile in quello che ti racconto, e nemmeno c’è nulla di inventato. Che d’altronde, se fosse inventato, non sarebbe impossibile, perché tutto ciò che la mente umana può immaginare è realizzabile. E allora…
Dove eravamo rimasti?
Ah sì, a quando Georgia era andata nell’altra stanza per incontrare suo marito che secondo noi doveva essere morto qualche anno prima.
I due poliziotti si erano seduti sull’ampio divano di fronte al nostro ed avevano cominciato con discrezione tutta inglese, a porci una serie di domande all’apparenza poco importanti ma con giri larghi, lenti e concentrici si avvicinavano inesorabilmente al punto. Come il volo del condor
L’urlo di Georgia proveniente dall’altra stanza interruppe la conversazione appena cominciata e io fui il più svelto a saltare oltre il tavolino per precipitarmi di là e trovare Georgia scivolata lungo la parete, priva di sensi.
La madre aveva gridato per chiamare aiuto e adesso si trovava vicino alla sedia a rotelle di un uomo che malgrado uno sforzo visibile, non riusciva a parlare.
Dopo un poco Georgia si riprese e tenendo le mie mani strette tra le sue, terrorizzata, ascoltava l’uomo sulla sedia a rotelle che aveva recuperato una macchinetta che emetteva un suono simile a quello di un rasoio elettrico che appoggiato alla sua laringe gli consentiva di parlare, con un suono impersonale e metallico
- Zzzz Georgia, come stai zzz –
La madre di Georgia tentava di riportare la situazione nei binari della normalità:
- Non è nulla, Robert, deve essere lo stress di questi giorni. Adesso si riprende -
Intanto Georgia si era seduta al tavolino dello studio e in pochi attimi aveva ripreso il dominio di sé stessa:
- Scusami, caro. È stata l’emozione del rivederti. Tu piuttosto come stai?-
- Zzzz Bene, grazie al Cielo sei tornata a casa. La piccola Katy era così in pena per la sorte della sua mamma zzz-
- Katy, nostra figlia? Dov’è adesso?– chiese Georgia agitata
- È a scuola, fra poco ritorna – disse la madre e intervenne la poliziotta:
- Se lo credete necessario, potremmo andarla a prendere –
- Non è il caso, grazie- Georgia ragionava con freddezza, adesso e ora che la
situazione stava tornando alla normalità osservai meglio suo marito che avevo già incontrato in occasione del matrimonio. Era un uomo scheletrico, ridotto allo stato larvale dalla paralisi progressiva che lo aveva costretto all’immobilità.Poteva fare solo pochi movimenti spastici, coi quali manovrava la leva della sedia a rotelle motorizzata e qualche movimento con il quale comandava il suo computer attraverso una minuta tastiera che aveva di fronte.
Questo stato non gli impediva però di continuare ad insegnare all’Università di Cambridge dove presiedeva la Cattedra di Matematica, la stessa che era stata tenuta ai suoi tempi, da Newton.
Faceva male al cuore vedere la fatica con la quale muoveva le mani per afferrare il laringofono, o per effettuare qualsiasi movimento. Fortunatamente la lucidità della sua mente, illuminava la conversazione. Disse:
- Zzzz Sono stati giorni terribili ma ora credo sia tutto finito. zzz Dovremmo forse fare in modo che Georgia riprenda senza traumi la sua vita di sempre. zzz Pertanto spero di non essere scortese se vi chiedo di volerla lasciare tranquilla, qui nella sua casa. Saremo lieti di una vostra visita, un altro giorno, magari domani stesso, ma per ora…zzz –
Georgia si alzò e fece cenno a tutti di accomodarci nell’altra stanza:
- Non ti preoccupare, caro. È tutto finito. Adesso noi andiamo di là vedremo di non disturbati ulteriormente. Ci sono alcune formalità da sbrigare, ma sarà tutto in ordine per l’ora di pranzo.-
Quando tornammo nel salotto tentai di dirle qualcosa ma sorrise e mi mormorò che ne avremmo parlato di lì a poco.
Intanto i due poliziotti continuavano gli accertamenti. Io diedi loro il mio passaporto e Abraham mostrò la sua tessera bilingue.
- Ah, così lei sarebbe il capitano del Distretto numero sedici di Gerusalemme… -
- Se c’è scritto così… - disse l’uomo
- Un momento! – li interruppi – ma quando si è presentato questo signore mi ha fatto vedere questa tessera qualificandosi come capo della polizia di Tel Aviv. Ricorda?
Lui fece spallucce e disse:
- No, veramente non ricordo. L’unica cosa che ricordo è che sono in missione speciale. Abbiamo notizia di un attentato al Presidente degli Stati Uniti ed occorre comunicarlo al più presto al Servizio di Sicurezza della Casa Bianca!
I due poliziotti non fecero una piega, come se gli avessero detto che si era raffreddato il the:
- Lo citeremo nel nostro rapporto – dissero e dopo un poco se ne andarono.
Dopo una rapida riunione decidemmo di rimanere ospiti di Georgia per un paio di giorni, il tempo di prenotare il Concorde che portasse Abraham in America. Io sarei tornato in Italia in automobile, cosa per nulla agevole perché c’era stata la più grossa nevicata del secolo sullo Yorkshire che avrei dovuto attraversare, e ai disagi si sommavano le violente proteste da parte dei minatori che non condividevano la politica dei tagli della Thatcher.
Il nostro soggiorno invece si protrasse più del previsto perché ogni giorno succedeva qualcosa di nuovo e di strano.
Abraham non riusciva a prenotare il Concorde perché ogni volta che andavamo all’aeroporto, l’aereo risultava sempre già partito.
Assistemmo per televisione ad un attentato a Reagan ma Abraham si disse sicuro che non era a quello cui si riferiva.
La mia Giulietta da catorcio che era, diventava sempre più scattante e brillante ogni giorno che passava, mentre i vestiti nei negozi ci sembravano sempre più demodé.
Un giorno andammo a comprare qualcosa da Marks & Spencer, i grandi magazzini ma rifiutarono la carta di credito perché, dissero, non erano convenzionati, e dovemmo chiamare Georgia che pagò in contanti.
Ogni giorno Georgia si faceva più bella e Robert, suo marito, continuava a migliorare dalla sua malattia finché lo vedemmo camminare con le stampelle e parlare con difficoltà ma senza laringofono.
La stanza dove eravamo ospitati era piena di scaffali colmi di libri. Cercammo qualche titolo per passare il tempo, ma scoprimmo che tutta la casa era piena di centinaia di copie dello stesso libro: " La nascita dell’Universo" che poi era il best-seller che Robert aveva scritto anni prima.
- Chissà cosa avrete pensato di me – rise Robert quando gli chiedemmo una spiegazione – il fatto è che il mio editore mi ha pagato parte dei diritti in copie del libro ed io le regalo in giro quando mi chiedono un autografo. Nulla di maniacale – disse ridendo di gusto mentre si trascinava con le stampelle verso il suo studio.
Passarono solo poche settimane, o giorni o mesi, adesso non saprei dire con certezza ma non passò molto tempo che Katy, la figlia di Georgia, smise di andare a scuola e cominciò a trottolare per casa carponi.
Vi fu un attentato a Carter ma Abraham disse che non era quello e fu allora che successe la disgrazia.
Accadde un pomeriggio quando Katy smise di camminare e cominciò a piangere ininterrottamente per giorni e giorni. La madre deperiva a vista d’occhio e finalmente decidemmo di portarle all’ospedale per un consulto.
Il medico che le visitò aveva la faccia scura e ci disse che avrebbe dovuto operare immediatamente.
Passammo ore d’angoscia in sala d’aspetto finché uscì l’infermiera che ci disse che erano riusciti a salvare soltanto la madre.
Robert, appoggiato al suo bastone, piangeva come un bambino. Quando le permisero di uscire dalla Sala Operatoria, Georgia aveva un pancione enorme.
- Non si preoccupi – le disse il dottore – il peggio è passato. Dovrà solo riposare qualche mese e poi riprenderà le sue normali attività. Nel giro di otto nove mesi, lei sarà tornata come prima.- disse e ritornammo a casa mesti come quando si torna da un funerale.
Era proprio arrivato il momento di partire.
Abraham aveva deciso che andare in America in aereo era una fatica inutile, visto che avrebbe dovuto fare ben sei scali tra Londra e New York.
Decise invece di prendere la Queen Elisabeth che salpava da Liverpool e arrivava a destinazione in soli sette giorni.
Io preparai la mia Giulietta fiammante per questo lungo viaggio e la notte prima della partenza, poiché non riuscivo a prendere sonno, mi misi a leggere il libro di Robert.
Arrivai al capitolo dei mini buchi neri e il sonno mi fece spegnere la luce, ma poi prima di sprofondare nel sonno arrivò un pensiero solitario, come un campanellino che trillava argentino:
- In questo libro c’è un errore di calcolo. Devo dirlo a Robert!- e mi addormentai.
4.
Da Liverpool a Milano sono all’incirca duemila chilometri quasi tutti di strada statale, una distanza che da giovane non mi avrebbe certo spaventato. Questa volta decisi di fare il percorso in due tappe con una sosta per riposare dalle parti di Parigi.
Partii che era quasi Natale ed arrivai a casa la seconda metà di novembre, venticinque ore esatte.
Mia madre mi venne incontro radiosa come non me la ricordavo più. Mi disse solo:
- Luciano! –ed io trattenni a stento le lacrime:
- Mamma – dissi e l’abbracciai. La guardai a lungo mentre sorrideva e notai un paio
di rughe che le screziavano le labbra. Quanti anni avrà avuto? Una cinquantina?
- Luciano! Quanto tempo! Dove sei stato?
- In giro, mamma
Vieni che ti preparo qualcosa. Avrai fame, immagino! – La mamma non cambiava mai.
- Da qualsiasi parte del mondo arrivassi, supponeva che io avessi fame. Mi sedetti alla tavola per continuare la conversazione:
- E il babbo?
- È al lavoro. Adesso lo chiamo
- Lascia stare. Più tardi vado io da lui – mentii. Non avevo nulla da dire al secondo marito di mia
madre, ma non volevo dispiacerle.- Devi andare da Georgia, subito -
- Georgia? È qui? -
- Certo, dove dovrebbe essere? Viene a trovarmi ogni settimana, la poverina. Non dovevi andare via in quel modo!
- Hai ragione. Da quanto tempo manco? - le chiesi
- È ormai da… è da… da tanto tempo – rispose. Anche lei era entrata nel vortice
dell’oblio e cominciava a dimenticare il passato.- Georgia abita sempre là? – chiesi
- Certo, e devi sbrigarti ad andare a trovarla, altrimenti non la vedrai più!– disse e
non capii se quella frase fosse stata detta per una sua esatta visione del futuro o per il solito cuore di mamma che tutto vede e prevede- Vado adesso – mi precipitai fuori casa mentre mia madre, protestando mi
inseguiva con la padella della frittata, come se potesse catturarmi con il profumo delle uova.- Torno subito, non ti preoccupare! - le gridai dietro e con quattro balzi scesi le scale
e aprii il portone a vetri che dava sul parcheggio. La sorpresa di non trovare più la mia Giulietta fu tanto grande che non mi accorsi subito che al suo posto era parcheggiata la mia due cavalli color acqua, che era stata la passione della mia adolescenza.
Quando la riconobbi fui sopraffatto dalla gioia come quando si rivede una vecchia amica e le saltai intorno, la guardai dentro e fuori, poi mi sedetti e tolsi le chiavi che erano nel cruscotto. Misi in moto e mi avviai verso la periferia.
Samarcate è un paese della Brianza come ce ne sono tanti. Ha la sua piazza con la fontana, tre bar in fila, la strada che porta a Milano e le botteghe vicino alla chiesa.
La strada che porta al lungolago è lastricata di sampietrini rossi messi giù a forma di ventaglio e le strade dietro la via Volta sono selciate e con due parallele di marmo in mezzo per non far rumore quando un tempo si passava con la carrozza.
Sui palazzi del centro storico ogni tanto c’è appesa qualche lapide. Qui ha dormito Garibaldi, là è passato Mazzini, laggiù stava Fra Dolcino e là sotto hanno sparato a due partigiani.
Vicino all’imbarcadero, si apre una piazza grandissima ed in mezzo ci hanno messo un monumento ai caduti degno di una città più grande. Chissà perché.
Chissà perché, mi sono sempre chiesto, un paese così piccolo non ha preferito per il solito obelisco con la targa di bronzo e una fila di nomi che nessuno ricorda nemmeno più chi erano, destinando la piazza ad un bel monumento a Garibaldi di quelli che non mancano da nessuna parte.
Il vecchio sindaco invece, aveva speso i soldi della comunità per erigere un monumento ai sedici caduti della zona con un bassorilievo pieno di scene di guerra e sopra un fante che cade, con dietro un soldato che suona la tromba, con sopra la Gloria che cerca di trattenerlo e di fianco il comandante che indica là davanti, che la domenica quando andavamo a fare il solito struscio, ci fermavamo estasiati davanti a tanto ardore per mormorare il titolo che il popolo aveva dato all’opera: "Cristo se ruzan" che tradotto sarebbe: "Accidenti come spingono" che probabilmente doveva essere l’ultima frase mormorata dal fantaccino prima di cadere.
Passando davanti al Bar di Lisa, che una volta si chiamava Bar Sport, buttai l’occhio più per abitudine che altro e vidi Piero che camminava spedito sul marciapiede con un sacco militare in spalla. Era bello come il sole, coi jeans a vita bassa e la maglietta bianca che gli modellava i muscoli come fosse una statua.
Lo chiamai e si voltò cercando con lo sguardo finché mi vide. Sorrise e diventò ancora più bello, come se fosse possibile, mentre io parcheggiavo l’auto sul marciapiedi per andargli incontro.
Mi rendo conto che a questo punto della storia, ti devo una spiegazione.
Ti ho detto che quando è cominciato tutto io ero settantenne e quella è un’età in cui se sopravvivi, sei condannato a vedere i tuoi amici finire nella tomba. Ecco allora perché questa avventura che mi faceva rivivere i tempi della mia gioventù, mi dava momenti di vera emozione, specie quando rivedevo gli amici che non c’erano più da tempo.
Rivedere Piero, che era stato il mio amico più sincero, mi aveva emozionato in un modo indescrivibile. Mi avvicinai e lo guardai con uno sguardo rapito:
- Ehi, disse, datti una calmata! Sono solo tornato da militare, non ero mica morto! –
fece lo spiritoso non sapendo quanto fosse andato vicino al vero.
- Come stai? – gli chiesi ancora emozionato
- Bene, ma smettila di guardarmi così o ci prenderanno per culattoni -disse ridendo.
– Sto facendo la patente -
- La patente?
- Quella per il camion. Devo trasformare quella militare, poi mi prendo un camion vecchio, lo metto a posto e comincio a lavorare. Che ne dici?
- Non farlo! – gli dissi d’istinto
- E perchè? – mi chiese stupito.
Adesso cosa gli racconto? Gli dico che la sua mania d’ aggiustare motori sarà la causa della sua morte prematura? Gli dico che lascerà nella disperazione la moglie e i suoi tre figli per aver voluto aggiustare il ribaltabile del suo camion, invece che portarlo in officina? Gli dico che lo abbiamo pianto tutti per quella stupida disgrazia? Gli dico della leva del ribaltabile che lui ha toccato incidentalmente mentre era sotto che cercava di ripararlo, e lo ha schiacciato come un topo?
- No, niente – dissi sconsolato – dicevo per dire –
- Dove stai andando? – mi fa lui
- Da Georgia
- Se non fai attenzione, te la sposi, quella! -
- Non c’è pericolo – dissi convinto
- Sì, sì. Sei già bello che cotto! -
- Non c’è pericolo, ti dico! -
- Sarà. Dopo dove vai? – mi chiese
- In giro. Ci vediamo qui? -
- Sì, nel pomeriggio – disse ridendo
- Va bene – gli risposi, - ci vediamo qui! - e non ci rivedemmo mai più.
Arrivai a casa di Georgia e attraversai il patio dove stava quella poltrona a dondolo così familiare. Suonai e lei venne ad aprire. Era la cosa più bella che io abbia mai visto in vita mia.
Era esattamente come me la ero ricordata per anni. Aveva un vestitino da bambina su una camicetta ricamata, con i colori del gelato, i capelli ricci e quel suo visino pallido da cui sbocciava, come un fiore d’amore, la sua bocca rossa.
I riccioli scuri facevano da cornice a quella visione e quando sorrideva ti veniva voglia di buttarti per terra con la faccia contro l’erba per implorarla di usarti come zerbino. Lei disse solo:
- Luciano… – e mi fece capire tutta la gioia che provava nel rivedermi. La baciai.
- Luciano – mi disse per riprendere fiato ed io le strinsi le mani dentro le mie:
- Sono qui – le dissi – siamo ancora insieme!- l’emozione mi prendeva alla gola
- Non ci lasceremo più! – riuscii solo a dire abbracciandola
- Ma cosa dici! Ci lasceremo eccome! – mi disse – andrò a studiare in Inghilterra dove eravamo prima del suicidio di mio padre. Povero papà, la tensione e i debiti non gli hanno permesso di vivere – abbassò gli occhi commossa ed io la strinsi a me aiutandola a sedersi sul dondolo, testimone silenzioso delle nostre effusioni notturne.
- Cosa fai? – mi chiese allarmata – vuoi farti vedere da tutti? –
- Mi scostai.
La fase dell’amore prematrimoniale che stavamo vivendo in quel momento, tra i pregi impagabili, oltre che la pelle fresca e il profumo dei prati, porta con sé anche il sapore del proibito.
- Scusa – le dissi ricomponendomi
- Vieni dentro, la mamma non c’è.-
Entrammo ed io sentii la sottile tensione che ti prende quando sai che quello che stai facendo appare innocente ma nasconde un’intenzione quantomeno maliziosa.
Ci baciammo sul sofà ma lei non mi permise di andare oltre:
- No, qui no. Ho paura - disse
- Di che? - le chiesi
- Di nulla, è che mi sento osservata – rise nervosa alzandosi - ti preparo "a cup of tea?-
- Yes please – risposi assecondandola nella sua seconda lingua.
Andò in cucina a preparare il "Keattle" dell’acqua calda poi tornò sul divano, ci mettemmo comodi a guardare la televisione.
Il tempo passò senza che ce ne rendessimo conto. I programmi televisivi scorsero come l’acqua di un fiume e noi ci baciammo per un tempo infinito.
Durante il telegiornale del pomeriggio mi fermai perplesso davanti alle immagini di un attentato a Gerald Ford, il Presidente degli Stati Uniti. La notizia era che probabilmente si era trattato di un malinteso e che Ford si era buttato per terra allo scoppio di una lampadina del flash di un fotografo che gli stava vicino.
- Credo sia il Presidente degli Stati Uniti più stupido della storia.- disse Georgia – da quando è stato eletto non fa che cadere, picchiare la testa, rotolarsi per terra…
- Non è stato eletto – la corressi – ha preso il posto di Nixon dopo il Watergate –
- Nixon? – mi chiese stupita ma venne interrotta dalla notizia che l’FBI in seguito a
controlli fatti dopo l’attentato, aveva fermato un probabile agente del Mossad che alle domande degli inquirenti fingeva uno stato confusionale:
- Ma quello è Abraham! – esclamai
- Abraham? E chi è? Lo conosci?
- Ma certo che lo conosco! Lo abbiamo incontrato a Southport, ricordi?
- No – disse e mi resi conto ancora una volta del fatto che anche Georgia ricordava il
futuro ma non il passato e che continuare sarebbe stato solamente doloroso.
Cambiai argomento:
- Cosa facciamo stasera?
- Non lo so. Mia madre è diventata insopportabile. Dice che non possiamo continuare a vederci. Non so più come fare!
- Fidanziamoci! – dissi convinto
- Adesso no. Devo andare prima a Cambridge per il biennio di specializzazione
- Ma così ci lasceremo!
- È inevitabile. Ma cosa vorresti, che interrompessi gli studi?
- No, ma non potresti continuare da queste parti? Così rimarremmo insieme!
- No, ho già preso contatti con il mio tutor, il professor Robert Howkings, il docente della facoltà di fisica.
Rimanemmo in silenzio uno di fronte all’altra.
Robert Howkings, il genio, l’uomo che Georgia avrebbe sposato in Inghilterra. Lo sapevo io che ricordavo il mio passato e lo sapeva lei che conosceva il suo futuro. Mi guardò negli occhi e le vidi scintillare un bagliore che avevo visto nel suo sguardo rare volte, dopo aver fatto l’amore.
- Robert Howkings – dissi. – Sei sicura di quello che fai?
- Sì – disse lei inesorabilmente. Non c’era altro da dire.
Me ne uscii di casa e andai a raggiungere gli amici al bar di Lisa.
°§°
5
Samarcate, come molti paesi della Brianza, ha il nome che finisce in "ate".
Qualche cervellone dice che "ate" in Longobardo era il nome del fiume e che i paesi con quella desinenza sorgevano lungo corsi d’acqua.
Il mio amico Alfredino invece, è sicuro che la finale "ate" va fatta risalire alla deprecabile tendenza all’imperativo dei paesi brianzoli che all’ingresso dei paesi mettono cartelli intimidatori:
"Carugate!", "Vimercate!" "Usmate!" che sarebbe stato più gentile accogliere lo straniero con frasi tipo: "Per favore potreste Carugare?" oppure: "Vi spiacerebbe Vimercare? meglio: "Vi sarebbe di troppo disturbo odorare qui?"
Sempre secondo Alfredino si arriva poi addirittura ad alcuni eccessi, come Abbiategrasso che non solo è un imperativo ma è addirittura un incitamento ad interrompere la dieta, o peggio: Buscate, che poi voi andate lì e non vi danno niente.
In tutto questo caos fa eccezione Rho, ridente (si fa per dire) cittadina dell’hinterland milanese, che si scrive con l’acca perché quelli di Figino assolutamente non la volevano.
Tutte queste facezie sui nomi dei paesi e sulle loro tendenze, erano il frutto di interminabili discussioni fuori dal bar di Lisa, nelle lunghissime serate di noia che erano la caratteristica della vita di provincia di allora.
Lisa era una bella ragazzotta, figlia di uno che aveva fatto il pugile in America ed era ritornato a casa con qualche soldo racimolato a pugni in faccia, e l’illusione di essere stato importante.
Il loro bar era piccolo e sporco, e non riusciva a mantenere tutta la famiglia che viveva credendo che il cassetto dell’incasso fosse l’orto di casa dove andare a prendersi il necessario per la cena.
I dolori arrivavano sempre quando i fornitori rifiutavano di lasciare la merce se non fosse stata pagata la fattura precedente, e allora il padre scappava dal retro, la madre si lasciava prendere da una crisi isterica e si ritirava di sopra, i fratelli se la squagliavano e rimaneva solo Lisa a prendersi gli insulti dai fornitori. Erano scene che noi seguivamo ridendo, senza capire.
Solo dopo qualche tempo, sul prato dietro la ferrovia, un’estate piena di grilli e di sogni, Lisa guardando la notte stellata mi disse tutta la sua voglia di morire. Erano i primi amori, i primi approcci e nemmeno io sapevo come si facesse, ma l’impeto di lei, la sua voglia di gettarsi via, mi trascinarono in quella storia senza voglia, senza senso, senza futuro.
Adesso Lisa se ne stava al banco asciugando i bicchieri. Entrai nel bar esitando, e lei mi guardò senza riconoscermi. O forse fingeva.
Io la guardai e le dissi:
- Ma che begli occhi che hai! –
- Luciano! Ma da dove arrivi?
- Da lontano, sapessi! Ma dove sono tutti gli altri? – chiesi guardandomi intorno stupito non
vedendo nessuno degli sfaccendati che a quell’ora di solito si rifugiavano al bar.Oggi sono tutti da Nando, perché c’è il funerale del nonno, il vecchio Toni, te lo ricordi?
- Certo che me lo ricordo, ti pare? –
- Sono tutti là. Sarà una grande cerimonia e Nando ha invitato tutti. Se sapesse che sei qui, inviterebbe anche te.
- Certo. Vado a fargli le condoglianze – dissi svelto per non correre il rischio di
dover ritornare su vecchi dolorosi argomenti.- Stammi bene – disse Lisa e riprese ad asciugare i bicchieri.
Esitai un poco prima di uscire perché sapevo che non se la passava troppo bene. Il suo ganzo se ne era andato via senza nemmeno dirle beh, lasciandola con un figlio piccolo e tanta gente che rideva alle sue spalle. Se il mio passato era il suo futuro, doveva sapere che sarei stato io il primo uomo della sua vita, e non era possibile che mostrasse tutta questa indifferenza!
Aspettai ancora un poco ma non successe nulla, così mi allontanai imprecando contro le donne.
A casa di Nando la confusione era totale. Venne ad aprirmi un’amica di famiglia che mi fece entrare senza nemmeno chiedermi chi ero, poi si allontanò verso le camere gridando:
-Vengo, vengo! –
Io mi inoltrai fino al salotto dove incontrai una faccia amica. Era Carmen, la sorella:
- Ciao, come stai? – mi chiese senza minimamente mostrare interesse per la risposta.
- Bene. C’è Nando?
- È di là – mi fece un cenno, liberandosi finalmente dall’impaccio dei convenevoli – vai pure – disse e scomparve in cucina.
Trovai Nando con la camicia nuova mentre stava disperatamente cercando nei cassetti:
- Carmen! Dove sono i miei gemelli? – chiese con il tono rassegnato di chi ormai non si aspetta più una risposta, poi si voltò e mi sorrise:
- Luciano! Che bel vederti. Sei dei nostri, vero? – mi chiese mentre sua moglie Angela entrava con una scatolina amaranto:
- Ecco i tuoi gemelli
- Mettimeli! – poi implorò – per favore -
- Fatteli mettere da Luciano, io devo ancora vestirmi – mi passò vicino e disse solo:
- Ciao – poi scappò via pure lei.
Devo dire che l’aria che si respirava non era certo quella di un funerale, pareva piuttosto la frenesia che prende tutti un’ora prima del matrimonio. Mi avvicinai a Nando e cominciai pazientemente ad infilargli i bottoncini d’oro nei polsini:
- È per il funerale del nonno Toni, vero? – chiesi
-Si'! – disse Nando
- Com’è successo? – chiesi e Nando si soffermò un attimo a pensare senza ricordare:
- Non so… non saprei… il prete ci ha telefonato per dire che la cerimonia sarà stamattina alle undici al Cimitero Monumentale. Sapessi che gioia!
Rimasi perplesso nel vedere che in quel mondo al contrario anche i sentimenti erano capovolti, e che un figlio gioiva al funerale del padre invece che piangerlo.
- Allora mi avvio – dissi – altrimenti faccio tardi
- Scusa, Luciano – mi disse lui senza guardarmi – potresti portare con te i ragazzi? Qui fanno solo confusione e non abbiamo posto per tutti in auto
- Volentieri– dissi e andai a cercare i figli di Nando all’altro ingresso della villa. Ma non trovai nessun altro ingresso e mi resi conto che quell’ala della casa l’aveva costruita Nando quando i figli si erano sposati. Adesso dovevano essere adolescenti e la casa si trovava ancora come l’aveva fabbricata il nonno.
- Ciao! – mi disse arrivando ed io rimasi affascinato da quella bellezza. La ricordavo come una bambina magrissima con una testona grossa e scura e adesso era uno splendore:
- Ciao Formichina! – le dissi di rimando – vieni via con me, andiamo al cimitero prima degli altri
- Il papà lo sa? – mi chiese, prudente
- Sì. Me lo ha chiesto lui. Cerca tuo fratello – risposi
- È andato a prendere la bicicletta -
- Macchè bicicletta, digli di lasciar perdere altrimenti non arriviamo in tempo. Andiamo tutti insieme -
- Vado
- Ti aspetto in macchina. Quella azzurra, ricordi?
- Certo, è sempre quella, no?
- Già – risposi contento di andarmene da quel casino.
Quando tornò Formichina con il fratello Giorgio ci avviammo verso il cimitero.
Qui ci aspettava già una piccola folla di conoscenti e sfaccendati, più in là quattro becchini fumavano e ridevano delle loro storie mentre una orchestrina di paese strapazzava una vecchia nenia che aveva conosciuto esecuzioni più decorose e che aveva lasciato tutte le sue armonie in quella fisarmonica.
Si dovette comunque aspettare una buona mezz’ora, prima che arrivassero tutti e che la cerimonia avesse inizio.
Il prete organizzò il corteo, con i parenti davanti, poi gli altri, in fondo i tre musicisti e dietro ancora i bambini che correvano qua e là senza ascoltare i richiami dei grandi.
Percorremmo il vialetto alberato e ci trovammo davanti alla buca che era stata scavata dai becchini.
Ci fu una breve cerimonia poi la cassa fu issata fuori dalla tomba e spinta verso la cappella, venne messa su un cofano per essere ripulita con calma mentre tutti i presenti sfilavano vicino, poi passavano allegramente davanti ai familiari per le congratulazioni e quindi si recavano in chiesa.
I becchini lavorando svelti e precisi, avevano intanto svitato il cofano che era stato appoggiato in un angolo.
La bara così aperta venne portata in chiesa dove rimase per terra davanti all’altare durante tutta la funzione.
Vi fu la Messa in canto e l’omelia. Poi il prete benedisse la bara e tutti s’inginocchiarono pregando.
Non so se sarà mai successo anche a te, ma ci sono alcuni momenti mistici che raggiungono la loro più sublime intensità se abbassi gli occhi per non guardare.
Forse è questo il mistero.
Se guardi, perdi il feeling, ma quella volta ero troppo sconvolto da quanto mi stava accadendo, per lasciarmi coinvolgere nell’atmosfera mistica che aleggiava nella chiesa, così me ne stavo dritto guardando avanti a me mentre le parole del Rosario riempivano cicliche e monotone l’aria dolciastra d’incenso e cera.
Ci volle poco ancora, poi la bara venne scossa da un fruscio e le preghiere aumentarono d’intensità come se le persone tentassero di forzare gli avvenimenti con il tono della voce.
Quando le mani del morto uscirono dalla bara e le dita si aggrapparono al bordo, venni preso da sgomento e mi misi a gridare:
- Guardate là!
Un mormorio si alzò dai banchi fino a diventare un vociare incontrollato. I bambini corsero verso l’altare e i becchini aiutarono il Toni a mettersi seduto mentre risa e grida ormai assordavano tutti.
L’orchestrina riprese a suonare e il prete si avvicinò al Toni, che ormai se ne stava curvo fuori dalla bara, benedicendolo.
Nando aveva tolto il padre dalle braccia dei becchini e se lo abbracciava e baciava con trasporto:
- Papà, papà – diceva commosso mentre tutti si avvicinavano per partecipare in qualche modo a quella festa
- Ma è una resurrezione! – dissi io
- Certo, cosa ti aspettavi? – mi chiese Carmen
Scossi le spalle e mi allontanai.
Il tempo indietreggiava inesorabile.
6
Mi risvegliai lentamente, come se tornassi a galla dopo una lunga immersione in un mare notturno, e rimasi a braccia aperte sul letto come per galleggiare in quei rumori e in quel profumo che mi sembravano familiari, ma che non volevo scoprire subito aprendo gli occhi.
Quando finalmente mi decisi, rividi la cameretta della mia adolescenza e rimasi per qualche momento a gustarmi le cose che avevo dimenticato da molto tempo.
Il sole entrava con una lama di luce dentro la stanza e mi aspettavo di vedere il mio angioletto che veniva a trovarmi.
Mi era successo spesso, quando ero piccolo: tenendo gli occhi socchiusi appena sveglio, vedevo un bambino che usciva da quel raggio di luce e si sedeva ai piedi del letto.
Io credevo che quello fosse il mio angelo custode e mi rallegravo molto quando veniva a trovarmi.
Ho sentito in seguito la testimonianza di molte persone che dicevano di aver visto il loro angelo custode, descrivevano lo stesso fenomeno. Sono convinto che ci deve essere qualche processo nella mente di un bambino che trasforma in immagini gli effetti della luce.
Socchiusi gli occhi e guardai verso la finestra nella segreta speranza di vedere qualcosa, ma non successe nulla e così mi alzai.
In cucina la mamma mi aveva lasciato la tazza del latte e sul fornello c’era la caffettiera pronta. Presi tra le mie mani la tazza e la rimirai come fosse una scultura. Era bella, grande, come non se ne facevano più. Mentre la maneggiavo mi venne in mente un pensiero un po’ strano.
Tazze in questa maniera non se ne fanno più, ma tazze così si sono sempre fatte. Allora, se il tempo corre al contrario, anche lasciando cadere la tazza, questa non si romperà, infatti, se il mio futuro è il passato della tazza, allora lei DEVE esserci d’ora in poi. Non so se mi sono spiegato!
Lasciai andare la tazza e lei si ruppe in mille pezzi con un fragore secco, e ci rimasi male ma solo per un poco, perché se la tazza si rompeva, allora significava che potevo modificare il futuro delle cose e forse anche degli avvenimenti!
Feci in fretta colazione, pulii alla meglio il pavimento e corsi a prendere il treno delle Ferrovie Nord perché avevo qualcosa da fare.
Arrivai a Milano che erano le dieci e mi ritrovai tra le macerie di Piazza Cadorna.
- Scusi, per andare alla Statale? – chiesi ad un passante frettoloso
- Eh, cosa vuole! Coi lavori della metropolitana hanno cambiato tutte le linee. Prenda l’uno. Vada fino a Cairoli, Via Dante e da lì va a piedi.
Conoscevo la strada e quando arrivai a piazza San Silvestro mi fermai da Strippoli per un panzerotto, poi mi avviai verso le Cliniche, che era un edificio su Via Visconti di Modrone dove facevano corsi sperimentali e post universitari.
Guardai nella bacheca per capire dove si tenessero le lezioni.
C’era un corso di comportamentismo all’Aula Uno tenuto da Fabriis e Cesabianchi.
Mi ricordavo tutto il casino che era successo a causa di quel corso, con manifestazioni, attacchi della polizia, occupazioni. Tutto perché questi due docenti avevano tradotto il Metodo Weshler Bellevue che stabiliva alcuni parametri per misurare le capacità intellettive e con questo contestavano il Metodo I.Q. con cui secondo loro, gli americani effettuavano discriminazioni invece che accertare il quoziente d’intelligenza.
Entrai nell’aula semicircolare mentre parlava Fabriis e mi sedetti a seguire la lezione.
Avevo tempo, la lezione di Fisica si sarebbe tenuta tra due ore.
Fabriis aveva negli occhi le fiamme della passione di chi sa di aver ragione un’ora prima degli altri.
Affermò che la memoria era la base di tutto e parlò delle sue funzioni:
Apprendimento, Ritenzione, Riconoscimento, Evocazione e si dilungò su concetti impossibili da afferrare ma che con l’avvento del personal computer sarebbero diventati facile materia per le scuole medie.
Parlò dello Spin, cioè di una ulteriore funzione della memoria che secondo lui andava come una navetta avanti e indietro durante il discorso, per non perdere il filo e quando finì, i ragazzi uscirono per l’intervallo senza parlare, intimoriti quasi da tanto osare.
Anch’io, passando gli sorrisi e lui, quando i nostri sguardi si incontrarono, rispose al sorriso, forse interpretandolo come una manifestazione di solidarietà, invece io sorridevo per le immagini televisive che erano state diffuse in occasione della sua morte, lui quieto borghese che aveva fondato una delle più importanti compagnie internazionali di sondaggi che vendeva preconfezionati a quegli imprenditori che un tempo aveva combattuto con tanto furore…
La lezione di Fisica iniziò con qualche minuto di ritardo perché l’ospite non era ancora arrivato. Quando entrò nell’aula, Robert Howkings si guardò in giro intimidito. Camminava rigido in una corazza di gesso nascosta dentro la camicia di flanella che, disse per rompere il ghiaccio, lo faceva rassomigliare ad una tartaruga.
Era un brillante studioso che aveva ricevuto la proposta di reggere la Cattedra di Matematica dell’Università di Cambridge, e che si trovava in Italia per una serie di convegni. Era stato invitato a tenere una lezione alla Facoltà di Filosofia dove si discuteva l’Essere e il Divenire.
Robert fu brillante e si districò in mezzo a tanto umanesimo senza quasi mai usare le formule matematiche per spiegare cosa lui intendesse quando parlava di "Orizzonte degli Eventi" e di come una stella lontana qualche miliardo d’anni sia già divenuta un’altra cosa mentre noi ora aspettiamo la sua luce.
Fu una lezione appassionante e alla fine mi avvicinai a lui mentre firmava autografi e gli chiesi se potevo parlargli privatamente
- Mi dispiace davvero – si scusò – ma non credo che i miei impegni mi permettano di fermarmi a conversare con lei. Lo farei volentieri ma devo partire! – mi disse con il suo accento inglese
- Dispiace anche a me – risposi – volevo solo parlarle di quella sua teoria sui mini buchi neri... -– aggiunsi quasi per caso. Si fece attento:
- Come fa lei a conoscere i miei studi in materia?
- Beh, modestamente, anch’io… - mentii
- Aspetti un momento che mi sbrigo e prendiamo un caffè insieme -
- Aspetto! – dissi sollevato e mi misi in disparte finché non si fu liberato. Poi ci avviammo verso lo spaccio. Ci sedemmo ad un tavolo e lui mi guardò incuriosito:
- Allora?… - mi disse
- Allora, cosa? – chiesi a mia volta
- Cos’ha da dirmi sui mini buchi neri?
- Oh, nulla di speciale, solo che continuando in questa direzione occorrerebbe cambiare la dimensione delle micro strutture
- Già, lo pensavo anch’io…- disse serio. Io mi feci venire in mente qualche altra cosa che avevo letto sul suo libro a casa sua, poi dissi:
- Potrebbero essere stringhe… che ne dice?
- Certo! Ci stavo pensando…- rispose
- E la vibrazione di queste stringhe…-
- Già, potrebbe essere – disse volando con la mente. Stetti in silenzio finché i suoi occhi non ripresero la brillantezza che denotano una mente presente:
- Io veramente volevo parlarle di Georgia. -
- Georgia? Mia moglie Georgia, la conosce? -
- Si, siamo amici d’infanzia. Stavamo preparando una tesina insieme - mentii
- Davvero? Non me ne ha mai parlato! –
- Pensavo che forse, se lei volesse, potremmo organizzarci e preparare un piano di ricerca da sottoporle periodicamente –
- Certo – disse – ma Georgia vuole rimanere in Inghilterra, e non credo che ci sia al mondo qualcuno capace di farle cambiare idea!
- Lei, forse potrebbe -
- Chi io? – rise - e per quale ragione dovrei convincerla?
- Io potrei aiutarla alla stesura del libro che lei, professore, sta scrivendo. Ho avuto occasione di leggere le bozze e vi ho trovato un errore, ma non si preoccupi, io sono in grado di correggerlo…-
- Lei?
- Sì, io – dissi sicuro – Lei ha pronto un libro che avrà un grande successo editoriale in cui parla della teoria dei mini buchi neri di cui stiamo discutendo ora. Ma secondo me lei ha commesso un errore di calcolo
- Dice? – questa volta era davvero attento
- Certo, quando lei afferma che se un mini buco nero incontrasse la Terra questo la attraverserebbe come burro per andarsi a sistemare esattamente nel centro di essa..
- Certo, nel centro della Terra la gravita equivale a zero e sarebbe lì che si stabilirebbe
- Non è esatto, signore – dissi convinto – perché per arrivarci occorre fare un percorso e durante questo percorso la forza di gravità impedirebbe di raggiungere la meta! -
- Si spieghi meglio –
- Supponiamo che per arrivare al centro della Terra, lei disponga di una scala di cento gradini, mi segue? –
- La seguo –
- Ora quando lei sarà sull’imboccatura del pozzo la forza di gravità sarà tutta quella che l’attira verso il centro, mi segue?
- La seguo –
- Adesso, dopo aver percorso il primo gradino, lei avrà la forza che equivale a novantanove gradini che la spingono verso il centro della Terra e uno che la attira verso la superficie…
- Così lei afferma che sul secondo gradino, avrò novantotto gradini che mi attraggono verso il centro mentre la somma del primo e del secondo gradino mi attrarranno verso la superficie…
- Esatto. Quando la somma dei gradini che l’attraggono verso il centro si equivarrà alla somma dei gradini che l’attraggono verso la superficie, lì si fermerà il famoso mini buco nero
- Questo avverrebbe approssimativamente al settantatreesimo gradino e non al centro… - disse e mi stupì per la velocità del calcolo e per la rapidità con cui aveva fatto suo questo nuovo concetto – però… però - aggiunse subito.
- Però? - chiesi
- No, nulla.. Sono lieto d’averla incontrata!
- Ma le pare – mi schernii – E Georgia? – tentai di ritornare in argomento ma lui era
lontano con la mente:
- Bisognerebbe modificare pure quella - disse con la mente altrove
- Cosa?
- La Legge di Gravità. Andrebbe modificata per far quadrare alcuni calcoli. D’altronde anche Newton quando parlava di Gravità si riferiva ad una forza che partiva dal centro di ogni corpo celeste, non si era mai soffermato sull’attrazione tra il centro e la periferia di ogni corpo. Andrebbe rivista…- ormai avevo scatenato un vulcano e me ne rendevo conto, ma insistetti:
- E Georgia?
- Georgia? Non c’è nessuna possibilità di trattenerla, non l’ha capito? Lei piuttosto, potrebbe essermi di notevole aiuto
- Non c’è più niente che io le possa dire, mi creda…
- Accidenti, mi ha aiutato più lei in mezz’ora di conversazione di tutti i miei colleghi nell’ultimo anno! – esclamò
- Non creda. È tutto merito suo – dissi e anche se lui non capiva il perché, questa era
la verità.
Certo che era una situazione quantomeno curiosa, io avevo letto il libro di Howkings e gli avevo suggerito delle modifiche che sarebbero finite nei suoi libri precedenti!
In quanto a Georgia adesso capivo che andando a ritroso nel tempo, lei era destinata a non vedere mai più il suo professore e quindi avevo una grossa opportunità che non volevo sprecare. Decisi di andarmene e lo salutai:
- Un momento! – mi disse – quanta fretta! – era eccitato dall’opportunità di parlare con uno che si dimostrava così interessante – cosa mi sa dire dell’espansione dell’Universo?
- È la strada obbligata per accettare la teoria del Big-Bang
- Certo, senza espansione i conti non tornano! Il problema è…
- E' vero – dissi sicuro perché avevo letto attentamente questo interessante capitolo del suo libro – ma l’espansione non sarà infinita – conclusi sicuro
- Ne ha le prove? -
- Sì – dissi senza aggiungere altro
- Vuol dire che lei può provare che esiste una massa oscura nell’Universo a causa della quale un giorno questo comincerà a contrarsi?
- Posso dirle con certezza che un giorno il tempo scorrerà all’indietro – dissi con fare misterioso
- A causa della massa oscura?
- Non mi faccia dire più di quanto sia in grado di dirle. – dissi alzandomi dal tavolo per evitare l’imbarazzo di una conversazione che non ero più in grado di sostenere
- La prego, collega – quasi implorò
- Continui così – gli dissi con fare magnanimo – lei sta andando nella giusta direzione. Sappia però che il tempo che scorre all’indietro non è uniforme. È…è… come l’orbita ellittica dei pianeti, alcune volte scorre veloce, alcune volte più lentamente… – dissi cercando di allontanarmi.
- Si fermi! – quasi gridò ma io mi ero già allontanato dalla sedia:
- Continui, così! - gli gridai e scappai via.
Andai alla STIPEL, così si chiamava allora la compagnia dei telefoni, che aveva un posto pubblico in Galleria del Duomo e comprai venti gettoni per telefonare a Georgia. C’era un mucchio di gente che si accalcava per fare un’interurbana, allora decisi di recarmi alla cabina che stava all’angolo di Piazza della Scala e mi misi ad aspettare che il tizio chiuso là dentro finisse la sua telefonata. Quando uscì, entrai in cabina e tentai di formare il numero di Georgia ma il telefono non dava nessun segnale. Appesi ed il telefono cominciò a squillare ed io misi fuori la testa per vedere se c’era qualche tecnico della compagnia dei telefoni che stava facendo una riparazione o un controllo.
Non c’era nessuno ma il telefono continuava a squillare.
Il problema era che finché squillava io non potevo fare la mia telefonata, allora mi presi la briga di rispondere:
- Pronto – dissi
- Hallò Luciano, sono Abraham-
- Abraham, cosa fai lì? – chiesi e mi resi conto immediatamente di aver detto una stronzata. Infatti, la domanda corretta non era cosa fai lì, ma "come fai a sapere che sono qui". Non feci in tempo a correggermi che disse:
- Sono qui a Milano nella Centrale di Controllo della Polizia. Sono state messe alcune telecamere sotto i portici di piazza San Babila, per controllare i movimenti dei manifestanti. Oggi ci sono questi scalmanati che si agitano per il referendum sul divorzio. Casualmente, guardando i monitor ti ho visto passare in galleria, così ti ho chiamato. Mi senti? Pronto? Pronto! –
Qualcosa, come da un tarlo nel cervello, mi aveva distratto.
La voce di Abraham continuava a chiamarmi nella cornetta ma io stavo facendo mentalmente alcuni semplicissimi calcoli. Allora diciamo che da quando è cominciata questa storia, saranno passati una quarantina d’anni. Quindicimila giorni. Ogni giorno ha circa mille e quattrocento minuti, diciamo allora che sono passati venti milioni di minuti. io passo in Galleria per un minuto e lui mi vede. Una probabilità su venti milioni. Una probabilità da lotteria nazionale, quasi vicino al miracolo, visto che io mi trovavo a Samarcate e lui in America. E che dire poi del fatto che uscendo dalla Galleria bisognasse avere una sfera di cristallo per indovinare che mi sarei fermato a telefonare a questa cabina pubblica?
- Pronto?…pronto! –
- Sì. pronto! – dissi
- Ho bisogno di vederti subito. –
- Dove sei? - chiesi
- Qui vicino –
- Allora scendi, ti aspetto qui -
- Ma dove sei di preciso? -
- Sono nella cabina telefonica dove hai chiamato – gli risposi
- Sì, ma dov’è? – chiese
- In piazza della Scala. C’è n’è una sola! -
- Arrivo – e appese.
Mi spostai svelto dalla cabina e mi andai a nascondere dietro un cartello pubblicitario dei Jeans Jesus, per spiare l’arrivo di Abraham.
Quella telefonata aveva dimostrato un paio di cose. Primo, che lui poteva usufruire di un sistema di controllo molto avanzato, come per esempio il controllo telefonico cellulare, una tecnologia del terzo millennio e non di adesso. Quindi questo tempo che scorreva all’indietro, per qualche strana ragione non era uniforme e faceva eccezioni per me e per Abraham. Punto secondo, lui non sapeva dove mi trovavo e quindi poteva venire a trovarmi in compagnia di qualcuno che poteva fermarmi o ad arrestarmi, non so per quale ragione. Decisi di essere prudente e me ne rimasi acquattato per qualche minuto, finchè vidi Abraham arrivare a piedi con un paio di scagnozzi.
"Vecchio imbroglione" pensai e mi allontanai in fretta.
Passai davanti ad un’edicola e comprai il settimanale GENTE, "Un anno di fotografie".
C’erano foto della sonda Pioneer con le immagini di Giove, la guerra dello Yom Kippur, l'embargo con le sue domeniche silenziose e lunghe camminate, il presidente Nixon sudato che giurava, Marlon Brando e l’Ultimo Tango a Parigi, la bomba di Bertoli in via Fatebenefratelli…
Sfogliai la rivista per quasi tutto il tempo che il treno impiegò per riportarmi a casa. All’altezza di Saronno chiusi gli occhi appoggiandomi allo schienale di velluto e mi dissii:
"Se non riesco a fermarla qui, posso sempre andare in Inghilterra per convincerla a sposare me, invece di quella tartaruga di sessanta chili."
Mi misi comodo e pensai:
"Debbo assolutamente sposare Georgia finché sono maggiorenne" e mi addormentai.
7.
La prima cosa che sentii risvegliandomi fu il dolore della schiena indolenzita sull’asse di legno obliquo..
I piedi, dentro un paio di grosse calze, erano appoggiati su una specie di tronco alla fine del piano inclinato e mi impediva di scivolare a terra.
Ero sotto una coperta che sapeva di piscio o forse era il cuscino che puzzava.
Ripresi lentamente conoscenza ma non volevo riaprire gli occhi, come per un presentimento. È strano come sia cambiata la visione del proprio destino. Adesso il futuro lascia indifferenti come qualcosa che si compirà fatalmente, senza possibilità di poter essere modificato, mentre l’idea del passato che si cancella subito dalla mente mette tutti in uno stato di angoscia.
Per me era ancora peggio, perché conoscevo il futuro per averlo già vissuto e, per una misteriosa ragione che non ero ancora riuscito a capire, non dimenticavo il passato.
I miei ricordi.
Poiché il risveglio era diventato via via sempre più doloroso, passavo il tempo che mi riportava al presente andando a frugare tra i ricordi, come se cercassi qualcosa a cui appigliarmi per rimanere me stesso, come se fossi su una parete da scalare e i ricordi fossero le fessure o le protuberanze con le quali issarmi in cima.
Andavo indietro negli anni perché ricordare l’infanzia era più difficile, e lo ritenevo un buon allenamento.
Avevo una visione quasi lineare dei miei ricordi fino alla seconda elementare, poi in prima, uscivano e rientravano persone o cose, come se stessi navigando in una laguna nebbiosa. Ricordavo la maestra, la scuola, il direttore, qualche amico, la mia casa, il cortile dei giochi, ma era tutto confuso.
Andando indietro poi, c’erano solo pochissimi episodi, qualche flash qua e là come se sei anni di vita potessero condensarsi in quella volta che piansi per il mio fucilino a tappo col manico rosso, che galleggiava nel fiume che se lo portava via, o quell’altro ricordo, di un soldato che mi prendeva e mi faceva saltare sulla sua testa riprendendomi al volo.
Mia madre dice che quello era un americano che era sbarcato in Sicilia, ma mi sembrava improbabile perché a quell’epoca avevo due anni e a due anni non si hanno ricordi.
O almeno credo.
La tromba suonò l’adunata e il piantone entrò nella cella per portarmi in giro per la caserma durante la mia ora d’aria giornaliera. Misi gli anfibi e per prima cosa mi feci portare al gabinetto.
Ora sapevo dove mi trovavo.
Ero a Civitavecchia nella caserma "Aurelia" della Brigata Centauro ed ero il caporale maggiore della Compagnia Trasmissioni, degradato per insubordinazione. Ricordo benissimo quel periodo perché è stato uno dei momenti più infelici della mia vita, che adesso il destino mi costringeva a riviverli. Che iella!
Il piantone è alto, friulano, un ragazzo atletico che conosco bene da quando facemmo insieme il corso di ardimento, che poi si rivelò essere una selezione per far entrare i migliori nella Gladio di cui si sarebbe parlato molto tempo dopo.
Faceva caldo, doveva essere giugno e me ne rallegrai, perché stavo vivendo nel mille novecento sessantasei e a novembre prossimo era già avvenuta la terribile alluvione di Firenze a cui avevo partecipato guadagnandomi un encomio solenne.
Bene, se era Giugno 66, voleva dire che Novembre ’66 era già passato e che non avrei dovuto fare quel po’ po’ di scarpinata in umido.
Camminavamo in silenzio, io davanti, con le scarpe senza stringhe, la camicia senza cravatta, i pantaloni senza cinta, la vita senza voglia, e dietro di me camminava il piantone, tutto impettito, col fucile puntato, la divisa di ordinanza, l’elmetto e le giberne con quel caldo, mi chiedevo chi di noi due fosse quello libero.
Ad un tratto il piantone parlò:
- Fai attenzione, arriva Twist! –
Twist era il soprannome del sergente maggiore che mi aveva fottuto schiaffandomi in quella cella di rigore. Era il figlio di un Generale di Corpo d’Armata che aveva fatto carte false per farlo arruolare nell’Esercito come Allievo Ufficiale, ma Twist era talmente cretino che non aveva superato nemmeno il primo test attitudinale, così il padre era stato costretto ad arruolarlo come volontario e dopo cinque anni era diventato automaticamente sergente maggiore, senza che nessuno badasse al fatto che fosse completamente fuso.
Ora il colto e l’inclita si chiederanno, ma nell’esercito italiano, per fare il sergente maggiore, è necessario essere cretini?
La risposta è no. Però aiuta.
Infatti Twist, per il solo fatto di essere cretino attraversava i disagi della vita militare come un coltello nel burro, senza accorgersi che non eravamo in un film in bianco e nero con i Marines che non muoiono mai.
Oggi era di picchetto, quindi girava armato e credendo di essere il protagonista di un film western, portava il cinturone di traverso come i cow-boy. Mi si avvicinò e mi fece una smorfia che voleva essere un sorriso alla John Waine, ma quella cicatrice sulla guancia lo rendeva sinistro come un serial killer (Per inciso, la grande cicatrice sulla guancia se l’era procurata una notte che gli si era fermato l’anfibio e lui per controllare se c’era benzina nel serbatoio, si era fatto luce con un fiammifero rimanendo fiammato come un pollo alla diavola. Per fortuna la benzina non c’era davvero, altrimenti avrebbe incenerito un’intera squadra).
- Ehi tu! – mi disse dondolando sulle gambe come se mi avesse sfidato a duello
- vai a rapporto dal capitano. – poi gridò tanto per fare scena: - Subito! – e io mi avviai lentamente, solo dopo aver sputato per terra, in segno di rispetto.
Il piantone mi seguì fino alla fureria, poi mi precedette nella stanza del capitano e dopo aver fatto tutte le cazzate che deve fare un soldato in assetto di guerra quando si trova al cospetto del capitano, uscì dalla stanza e mi fece entrare.
Trasalii alla vista di Abraham che mi sorrise sornione. Mi misi sull’attenti davanti al comandante, portai la mano tesa alla fronte e gridai con troppa enfasi:
- Comandi! –
Mi guardò sconsolato:
- Hai visto troppi film di guerra. Nell’esercito italiano, non si saluta con la mano alla fronte se non si ha il cappello. Riposo!-
- Mi scusi, signor capitano, ma io non ho fatto l’addestramento…
- Lo so, lo so – disse e poi rivolgendosi ad Abraham continuò – vede, questo è uno dei migliori elementi della Brigata. Ha una preparazione notevole ed è inserito nella Compagnia con il più alto quoziente d’intelligenza di tutto l’Esercito. Però… - e si mise a scartabellare nel suo dossier: - però è l’elemento che ha fatto più giorni di cella di rigore di tutti. Andrebbe deferito al Tribunale militare, ma sto facendo tutto il possibile per tenerlo qui.- passò le carte ad Abraham che cominciò a leggere:
- Così tu staresti facendo il militare a ventisette anni..
- Sì-
- Rispondi sissignore – mi ordinò il capitano
- Anche a lui? -
- Anche a lui! -
Abraham non riusciva a nascondere quella espressione che ha il gatto quando ha artigliato la coda del topo:
- Sei stato dichiarato renitente alla Leva.. -
- Sì…sissignore. Ero all’estero. Sono riuscito ad evitare di essere accusato di diserzione rientrando precipitosamente al Corso AUC
Intervenne il capitano:
- Il corso AUC è quello destinato agli ufficiali. Lui ha frequentato con ottimo profitto per quasi sei mesi, poi un bel giorno è uscito dalla scuola ufficiali e non è più ritornato per dieci giorni…
- È vero. Era venuta a trovarmi un’amica dal mio paese, Georgia, te la ricordi?
Abraham fece cenno di assenso col capo
- … siamo rimasti in giro un po’…
- Così lo hanno buttato fuori dal corso ed è andato a San Giorgio a Cremano a fare la specializzazione come marconista. Ma lì ha litigato con alcuni allievi e pure lì…-
- Sissignore. Incomprensioni.
- Leggo qui che si è comportato bene fino alle ultime manovre dove ha dato segni di insubordinazione.
- Ma quale insubordinazione! Sono stato punito con dieci giorni di rigore perché mentre Twis… il sergente maggiore parlava, picchiettavo con la gavetta su di un carro armato, facendo rumore
- Leggo qui, sul rapporto del Sergente maggiore che ti ha punito: "Tentava con mezzi impropri di demolire un articolato di proprietà dell’esercito"
- Questo è il solito esagerato. Quando mi ha detto che mi aveva punito io ho gridato: "Trenta giorni all’alba!" e lui ha aggiunto: "Incitava all’insubordinazione" ma le pare possibile?
- Non siamo qui per discutere le decisioni di un tuo superiore. Procediamo!-
Abraham adesso rideva di gusto:
- Qui risulta che alle ultime manovre avresti perso un carro armato!
- Non io, è stato Twist, il sergente maggiore!-
- Il sergente maggiore si chiama Starace e non le è permesso di chiamarlo Twist.
- Sissignore. Insomma, Twist, Starace, il sergente maggiore, insomma, aveva la mania di collegarsi via radio con la centrale operativa ma sui carri armati le radio in dotazione non funzionano!
- Non funzionano? – chiese stupito il comandante
- No. Non funzionano. Fanno parte di una truffa che è stata scoperta negli anni settanta con lo scandalo Lookeed – dissi rivolto ad Abraham che annuì, ma il comandante non capiva:
- Ma allora come fate a collegarvi per ricevere gli ordini?
- Facciamo finta. Facciamo finta di parlare e finta di ricevere qualcosa. I veri ordini ce li porta il motociclista che tiene i collegamenti con tutti noi.
- È incredibile! – sbottò il comandante – ma se ho appena ricevuto un encomio dal Generale Turco per l’efficienza delle trasmissioni!-
- È vero! Lo ha detto anche a me. Era ammirato per come riuscivamo a prendere collegamento con apparecchiature che loro avevano buttato via da vent’anni! Per farla breve, Twist… il sergente maggiore credeva di parlare con il Comando e invece ero io che l’avevo collegato con l’interfono e alterando la voce gli passavo gli ordini. Quando i carri hanno ripiegato, io ho dato l’ordine di proseguire e dopo un poco ci siamo persi nel bosco.
- Persi nel bosco? Come Pollicino? – chiese sornione Abraham
- Si, con un Carro M15! – dissi io
- Ma è uno scandalo! – disse il comandante
- Certo che è uno scandalo, ma non è il solo! – dissi guardando fisso il comandante che dopo un poco capì e abbassò gli occhi.
A quell’epoca ti saresti chiesto come mai molti ufficiali della Brigata Centauro andavano in giro con automobili di grossa cilindrata e la risposta era, perché non pagavano la benzina. Infatti la facevano succhiare dai carri e di notte c’erano soldati che saltavano il muro e andavano con le taniche a fare benzina ai parcheggi subito fuori dalla caserma.
Io, che tenevo la contabilità dei fogli di viaggio, ogni mese limavo qua e là per far tornare i conti. Un’operazione che facevo fingendo di non aver capito da dove venisse l’eccessivo consumo.
Decisi che i preliminari erano finiti, così mi piantai di fronte ad Abraham che stava armeggiando con una strana scatola grigia e gli dissi:
- Spiegami perché sai sempre dove mi trovo
- Facile. Hai un cip che segnala la tua presenza al satellite
- Quale satellite? Nel mille novecento sessantasei?
- Sì. Nel mille novecento sessantasei.
- E dove sarebbe questo cip?
- Ce l’hai addosso
Ci pensai un attimo e poi tolsi il portafoglio dalla tasca. Una serie di foglietti si sparse per la tavola insieme con alcuni biglietti da visita sgualciti. Tra tutti però si distingueva la tessera plastificata che mi aveva dato Abraham il primo giorno che ci eravamo incontrati:
- È questa? È fatta come una carta di credito. Ha una banda magnetica, dico bene?
- Non solo. È anche una ricetrasmittente – fece – te lo dico perché ormai non serve più a nulla, visto che ti ho preso
- Mi hai preso per fare che?
- L’attentato… - disse
Ci pensai un attimo e risposi:
- Ah, ma tu non avrai intenzione di coinvolgermi nell’assassinio di Kennedy?
- Può darsi
- Ma sei scemo?
- Moderi i termini. Si ricordi che lei è di fronte ad un sottufficiale della polizia Israeliana –
- Sottufficiale? Sei andato già così indietro?
- È la vita – mi fece
- Allora. L’attentato a Kennedy deve ancora essere effettuato, quindi è nel tuo futuro. Tu sai che è stato Oswald
- Sì, lo so. Ma non era solo. Sappiamo di un suo collegamento con un soldato sudamericano qui in Italia.
- Ma io non sono sudamericano
- No, tu no. Ma sappiamo che ti ha incontrato prima dell’attentato
- A me? Ma ragiona, Abraham. Siamo nel sessantasei e se io incontro un sudamericano coinvolto nell’attentato, adesso l’attentato È GIÀ AVVENUTO! Mi capisci?
- No, che non capisco. Tu ed io, per una ragione che mi sfugge, non siamo coinvolti in questo fenomeno del tempo a ritroso, quindi tutto è possibile.
- Capisco. Ma io durante le manovre ho già incontrato un casino di americani della NATO. Come faccio adesso a ricordarmeli tutti?
- Non è necessario. Quando sarà il momento si farà vivo lui. Piuttosto ho bisogno di un collegamento con lo Stato Maggiore a Francoforte, puoi aiutarmi?
- Volentieri. Ma qui hanno una modestissima OC9 con antenna a stilo, che non va più in là del Lazio. Occorrerebbe operare nella Sala Radio. Là hanno un’antenna a presa calcolata di quaranta metri. forse da lì si potrebbe. –
Abraham si rivolse al comandante:
- Crede sia possibile, lasciarlo in mia custodia per un po’ di tempo?
- Sì. Purché non lasci la caserma.
- Non si può – dissi io – perché dobbiamo andare a comprare qualche valvola per fare una modifica alla radio –
- Va bene. Ma non lasci la città.
Uscimmo e Abraham mi chiese:
- Quale modifica devi fare?
- Nessuna. La verità è che con la tecnologia che disponiamo, per prendere collegamento con l’America, con un’onda radio di venti metri, occorre farla rimbalzare nella ionosfera…
- E allora?
- E allora, bisogna aspettare che faccia notte, altrimenti il sole disturba il collegamento. Sono solo le dieci, pensavo volessi farmi sgranchire le gambe e offrirmi un buon pasto al ristorante, o no?
Rise di gusto:
- Certo, certo, andiamo! –
Rientrammo in caserma che si era fatto buio e ci recammo in Sala Radio dove sapevamo che ogni sera alle dieci c’era un collegamento fra tutti i Corpi di Armata, una specie di rete dove in tempo di pace si fornivano solo alcuni dati di routine, quali le temperature al suolo, i fenomeni atmosferici, la forza del segnale radio.
Hai presente le sale operative dei film, dove è tutto pulito, in ordine con apparecchiature sofisticate, e monitor con lucine di ogni colore, e personale efficientissimo che si sposta in silenzio portando dispacci?
Hai presente? Sì? Bene, dimenticalo.
La Sala Radio della Centauro era un locale sporco con tavoli e vecchie sedie di legno, dove militari scamiciati, gridavano frasi oscene e, nei ritagli di tempo, tentavano di collegarsi con le altre Compagnie
C’era un settore aperto ai marconisti e vari operatori, poi un tavolo dove si sedeva il sottufficiale di servizio e quello era la Sala Operativa "Segreto", più in là una porta scalcinata impediva l’accesso alla Sala "Segretissimo" dove potevano entrare solo gli ufficiali dotati di tale qualifica. Io venivo tollerato alla Radio "Segreto" anche se non ero un sottufficiale perché conoscevo così bene le magagne di tutte le apparecchiature che senza di me, quasi nessuno sapeva usare le apparecchiature.
Accesi la scatola di ferro nero scrostato che era la radio, attesi che le valvole dessero tutta la potenza, poi accesi il trasmettitore, mi sintonizzai su una stazione americana, e feci isoonda.
Contemporaneamente, dalla sala "Segretissimo" sentii partire le manovre degli americani che prendevano collegamento.
- Hai sentito? – dissi ad Abraham
- Cosa? – mi chiese mentre cercava di collegare la sua scatola grigia alla trasmittente
- Il suono che viene da oltre la porta – dissi
- Sì. E allora?
- Non ti dice nulla?
- Non capisco
- Hai sentito che per collegarsi, bisogna sintonizzare il ricevitore sulla stazione con la quale si vuole entrare in collegamento e poi fare isoonda con il trasmettitore, questo provoca un fischio acuto e lancinante. Hai sentito qui?
- Sì
- Hai sentito la stessa cosa di là?
- No. Mi è parso, come…. come un….
- Come un modem?
- Già!
- Esatto. Gli americani posseggono già il modem e un sistema di trasmissione dei dati in pacchetti sulle linee telefoniche.
- Internet?
- Non proprio. Qualcosa come arpanet ma più primitivo. E noi, i loro alleati, siamo ancora qui a prendere collegamento coi marconisti e l’alfabeto Morse…
- Ufficialmente Arpanet comincia nel 1969…
- Ma non ufficialmente, nel ’66! - dissi
- È la guerra fredda, baby! –esclamò e ridemmo insieme. Abraham aveva terminato il suo collegamento e mi disse:
- Non funziona. Volevo attivare questo proiettore laser ma non è possibile collegarlo alla Centrale. Forse chiedendo agli americani se mi lasciano usare il loro modem…-
- Dimenticatelo! Quelli sono alleati così per dire. I loro sistemi li usano solo loro e poi si portano via le schede con i circuiti per non farci capire. Di noi, non si fidano!
- Ma io sono di Israele. Di noi si fidano –
- Se vai di là ti tagliano la gola!
- Mi hai convinto. Sarà per un’altra volta
- Se ci sarà un’altra volta! – risposi.
Sbrigammo le nostre faccende poi lui mi disse:
- Torniamo in cella
- No, - dissi – torniamo in albergo piuttosto
- Ma andrai a finire in prigione!
- Ci sono già in prigione. Pagami l’albergo e invece, se la mia teoria è esatta, domani ci sveglieremo in un altro posto –
- Andiamo.
La serata fu piacevole. Pranzammo vicino al porto e rientrammo in tempo per vedere dalla saletta dell’albergo, una commemorazione per la morte di Totò e la partita dei mondiali di calcio.
Erano i tempi eroici del bianco e nero e la palla si vedeva a stento.
Avevamo molte possibilità, dicevano, di vincere la Coppa Rimet.
La partita era Italia – Corea e Valcareggi aveva definito i coreani: "giocatori alla Ridolini.".
Perdemmo a causa di un gol segnato da un centravanti che giocava per hobby e nella vita faceva il dentista.
Andai a letto che fischiettavo una canzone di Mina:
- Se te-le-fo-nando-ti…
Capitolo 8 / 12