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100 gradini
<<
Innanzitutto se non provi a scappare dalla tua merda
sei un “uomo
morto che cammina”,
dead man walking! >> Holly Sarah Lea Beattie 26.Dec.1996
Se ne parlava già da un bel po’
che Carmelo sarebbe venuto a stare
qualche giorno da me, nel mio diroccato vano sito in corso Vittorio Emanuele:
doveva “subire” l’alienante (nonché noiosissima) visita militare.
Io ero reduce da un weekend poco esaltante – casini, sempre casini. Lui, invece, a dir poco giulivo per via della neo-conquistata libertà… <<ci pensi?!? Libero! Posso ritirarmi quando voglio la sera!!!>>.
Il sabato prima della partenza
(dovevamo essere in viaggio lunedì alle 14:30) si era tenuta l’angosciante
festa dei diplomanti del Liceo Classico: tanta carne da macello guarnita per l’evento
con sfarzose stoffe da 800.000 lire (<<stasera sei la più bella>>,
e cose così).
La mia compagna, per via di una non
meglio identificata ragione, sembrava farsi ingombrante e a tratti opprimente.
Sai quando vuoi disfarti di qualcuno/a?
Ecco, proprio così.
Lei incalza: <<C’è Maniulia che
ha da fumare, vieni?>>.
<<Non me ne frega niente, vacci
da sola>>.
<<Ok>>,
detto fatto.
Carmelo ed io quella sera ci siamo dati
ai piaceri dell’alcool. Niente di cui pentirsi, certo, ma…
La domenica risulta troppo pesante
incontrare una persona alla quale hai detto, soltanto la sera prima, che non
provi alcun sentimento per Lei, né positivo né negativo.
Quindi, pertanto, decido per il non
vedersi. E non sentirsi.
In breve si erge il lunedì, con la sua
fastidiosa pioggia battente: fa freddo e si opta pertanto per una bottiglia di
Lancers, tanto per allietare le due ore e ½ di viaggio in autobus.
In autobus generalmente la gente tende
a dividersi spontaneamente in due categorie: ci sono quelli che stanno zitti e
contemplano beatamente la soave bellezza della natura (devastata dalla
superstrada) e ci sono quelli che parlano.
Questi ultimi possono essere a loro
volta suddivisi in due sottogruppi: quelli che parlano in tono placido e civile,
e quelli che urlano.
Generalmente nel sud d’Italia p più
facile imbattersi nei secondi.
Tra barzellette sconce e giudizi più o
meno meditati sulla (probabile in)fedeltà coniugale della moglie del preside di
una certa facoltà, è possibile percepire persino vaniloqui sulle attitudini
poetiche di un certo defunto James Douglas Morrison.
Sono le 17 quando arriviamo, sfiniti e
sfiatati, al quarto piano di questo vecchio edificio dal quale ti scrivo.
I buoni propositi di rimanere in giro
per questa città fino alle prime luci dell’alba è finito sotto coperta, proprio
come le nostre stanche membra, fiaccate dopo appena un paio d’ore di shopping
(serviva qualche liquido per far scendere meglio il tozzo di pane che avevamo
per cena).
Flash: sogno, di una rosa, e di cadere
da una lunga rampa di scale.. [the
exorcist, part III]
E intanto è già martedì, e Carmelo deve
essere in caserma per le 8, quindi alle 7:30am siamo già fuori.
Dopo averlo accompagnato mi dirigo
verso il cinema ove si tengono le lezioni dei corsi universitari che seguo.
Un paio d’ore di Sociologia Generale ed
un’oretta di Inglese e la giornata è passata, ma Carmelo tornerà soltanto per
le 15, e intanto mi sforzo di pensare ad alcune ragazze che ho incontrato oggi,
per rendere più avvincente la mia solinga vita, ma è del tutto inutile. La
gioia non torna, né vuole saperne di tornare ad attraccare presso il mio molo.
Nel pomeriggio decidiamo di passare
alla crema di whisky, quella a basso costo. Io perché vinto dalla frustrazione (nessuno
in facoltà mi ha rivolto parola), Carmelo perché vuole dimenticare al più presto
come lo chiamavano in caserma (<<dammi una sigaretta, coglione!>>).
Belli brilli ci scaraventiamo alla mensa
Chiaromonte per la sacra cena proletaria (solo 1500 lire). Neanche a dirlo, come
bevanda prendiamo un cartoncino di vino rosso: accettabile.
Tra mille fatiche giungiamo nella notte
all’Orad’aria (tutto attaccato), un pub con i telefoni ai tavoli, così da potersi
rincretinire mentre si beve chiamando e richiamando gli altri viaggiatori per l’inferno..
e quella non è mai una strada desolata, anzi!
All’ingresso un tipo ci chiede una cartina
(..ma che te ne fai di una cartina con questa bella luna piena e tutta questa bella
gente in giro, tutte queste ragazze così belle e perfette e -quasi- intoccabili? ..
avrei voluto dirgli così, ma sapevo che erano solo stronzate, quindi..)
Gli rispondo che no, una cartina non la
avevamo, ma, a dir la verità, cercavamo…
Carmelo (l’esperto) controlla la bontà
della merce, da l’ok e quindi concludiamo la compravendita.
Entriamo comunque nel pub, ma incuranti
della gente che si accalca ai telefoni per ottenere –che so- un bacio o
qualcosa di più in questa fredda notte di dicembre.
..tanto noi abbiamo il nostro biglietto
per il Paradiso Artificiale dello Stordimento..
Ok, andiamo a casa e ci prepariamo per
la (lunga) notte.
Carmelo opta per la collaudata tecnica
dello svuotino, in quanto nessuno di noi due è avvezzo a rollare.
Spacca lui [trad. accende lui].
Io non me ne intendo, ma lui dice che
ci hanno “rispettato”. Io penso che non mi ha preso, ma quando mi accorgo che
siamo già in strada, barcollanti e sorridenti come se la vita ci sorridesse
realmente (il sole dell’avvenire di cartapesta), mi rendo conto che
probabilmente mi sbagliavo.
Giù a piazza Pretoria, tra racconti
hard e risate agrodolci, abbiamo aspettato il nascere del mercoledì, con tutto
ciò che ne conseguiva: sveglia alle 7 per Carmelo, alle 8 per me.
Ma a chi importa, dopotutto?
Fatico ad alzarmi. Lo stato di euforia della notte precedente si
è trasformato in bruciore agli occhi e grande stanchezza (nonché fame chimica
inaudita). Solo verso le 9 riesco a riprendermi dalla catalessi.
Mi aspettano un’altra ora di Sociologia e due soporifere ore di
Storia Moderna.
Dimenticavo.. neanche stavolta mi hanno rivolto la parola quei fottuti
dei miei “colleghi”. ‘Fanculo.
Carmelo torna ancora più tardi del solito (verso le 15:30)… lo
hanno fatto “rivedibile”: <<soggetto impulsivo>>.
Poco male, il prossimo anno verrà nuovamente qui e ci divertiremo
ancora una volta come pazzi, anzi, “impulsivi”… e poi c’era ancora mezza canna da
far fuori! (nevermind, my friend)
La sera di questo tiepido mercoledì (ha smesso di piovigginare)
decidiamo di andare a trovare il carissimo Meo Erbetta (dove Meo è il cognome
mentre Erbetta il soprannome) ed i suoi coinquilini.
La cricca tutta ci invita a festare in nome dell’amicizia.
Mettiamo cinquemila-a-testa e ci rilassiamo in attesa dell’acida nottata.
Erbetta stranamente si rifiuta di partecipare al rituale del fumo
(<<domani-devo-studiare>>)… fa niente, siamo già in quattro, e
forse tre non bastano (bastano, bastano.. ti dico che bastano!).
Mettiamo su un bootleg dei Nirvana e ci avviamo a pogare. Una
stanza vuota non è il massimo in situazioni del genere?
Michele (l’autista della cricca) accende la sua vecchia Giulietta
marrone e, mentre la mia mente è ancora in via Generale Turba n.42, siamo già
su strada… e come ci corre incontro la via!
Si prospetta una serata niente male.
E invece…
DECIDONO (autoritarismo! ..Società dell’eterno ieri!) di andare a
trovare dei tipi di loro esclusiva conoscenza (ovvero: MORTORIO).
Carmelo tenta di ravvivare la serata con un po’ di musica (c’era
una chitarra in quella casa, e lui la sa suonare)… ma è tutto inutile.
Ci rassegniamo.
Poi si va tutti a prendere dei cornetti al cioccolato dietro al
tribunale (proprio come dei veri duri…). Da lì passano alcuni soggetti delle
nostre parti (io però li conosco solo di vista).
Andiamo assieme al Molo 13?
Aggiudicato.
Anche qui qualche giretto di maria (non se ne poteva più… non ne
voleva sapere di finire quella merda… io e Carmelo siamo arrivati perfino al
gesto estremo di far finta di fumare!). E poi una pinta di birra, bionda.
Michele non ritiene stupido morire accartocciati dentro una
Giulietta dell’86 a soli venti anni, e brucia quindi due o tre semafori color
rosso fuoco.
Non so se essere felice, ma ce l’abbiamo fatta a rincasare vivi.
Ed è già giovedì (senti come colpisce l’accento sulle parole?).
Oggi assemblea generale degli atenei, ed inoltre è il 27°
anniversario della strage di piazza Fontana (ricordi 12 dicembre ’69?): sit in
a piazza Politeama, ore 15.
Conosciamo una tipa giusta, punk, ritengo amante del piercing
(colpo d’occhio, semplice colpo d’occhio). Dice che stasera al Molo 13 c’è un
concerto grandioso: gli Airfish.
Aveva ragione.
Il Molo 13 dista dai Quattro Canti (cioè da dove sto io) una
bella decina di chilometri, ma se ne vale la pena….
Andata con l’autobus (ed incontro con due capelloni che volevano
gentilmente piazzarci delle pasticche nonché introdurci nel fatato mondo degli
afterhour), ritorno con molte probabilità a piedi.
Dopo il bello, coinvolgente ed originale crossover onirico di
questi Airfish ci rendiamo conto che mancano appena 4 ore all’arrivo del primo
bus per casa. Armati di sola fide andiamo in cerca di un improbabile
passaggio (<<chi lo darebbe mai a due ubriaconi?>>).
Incredibile ma vero: due stupendi esemplari di essere vivente,
genere umano, sesso femminile, dotanti di patente & auto propria,
acconsentono ad accompagnarci fino al nostro sperduto domicilio.
Era meglio se non accadeva.
Siamo solo dei perdenti.
Per uno splendido quarto d’ora le vite di questi quattro giovani
spensierati si sono fatalmente unite nell’estasi suprema del NULLA PIU’
COMPLETO.
Come da Manuale Professionale di Introduzione all’Arte dell’Idiozia,
abbiamo sprecato il nostro fottutissimo quarto d’orina fortunato
semplicemente raccontando alcune nostre disgraziate vicende personali (Carmelo
che si è rifiutato, una volta, di spegnere le candeline del suo compleanno; lo
hanno picchiato e poi gli hanno fatto una foto mentre piangeva – io che al
ritorno da qualsiasi viaggio, puntualmente, devo farmi la strada dalla stazione
fino a casa a piedi perché nessuno si degna di venirmi a prendere – etc.).
Come di certo saprai tu, che sei una “donna vissuta”, simili
momenti ti si presentano una sola volta nella vita.
Subito dopo essere scesi dalla vecchia Citröen bianca (house of
love), un momento prima di infilare la chiave nella toppa del portone di casa,
ci rendiamo conto dell’occasione ormai irrimediabilmente perduta e decidiamo
quindi di porre fine alla nostra ignobile nonché miserabile esistenza.
Facciamo il punto della situazione: dal canto mio posso dire di
essere attualmente&sistematicamente disprezzato/ignorato da gran parte dell’emisfero occidentale
(ed in particolar modo dalle colleghe di università).
Carmelo poi non è che se la passi molto meglio, con quei capelli
che ha avuto l’infelice idea di tagliarsi.
Comunque,
la vita continua… o almeno così dicono (dando sfoggio, peraltro,
di scarsa originalità) gran parte dei convenuti-medi di un qualsiasi funerale.
Ci rendiamo conto che NO, non può finire così questa cazzo di
serata, quindi ci incamminiamo così, a piedi, senza meta, per le confusionarie
vie di questa città a noi straniera.
La lucidità lascia troppo poco spazio alla fantasia. Forse una
pinta di birra sarebbe bastata a far passare in secondo piano il peggio della
vita. O forse no.
<<Sto facendo un grande sforzo per non pensare..>>,
<<Spacchi tu?>>,
<<Spacco io.>>.
E mentre gli angeli continuano a sognarmi (io così insicuro che
canticchio sottovoce che <<vado via da me>>), ci troviamo già sulle
scale di casa: 4 tortuosi piani, 100 gradini esatti. Quattro piani e noi
stanchi come braccianti agricoli al ritorno da una calda faticosa vendemmia,
con la voce che muore nel petto ansimante, ed i piedi gonfi, logori, laceri.
Cento gradini e noi distrutti nel corpo e stroncati nell’anima.
<<Ancora un goccio?>>,
<<Ma si, dai.>>.
Giorni dopo sono nuovamente solo.
La voglia di incontrare i cari vecchi fantasmi non si è ancora
completamente estinta.
Tento di telefonarti, amica mia, solo per sentire un altro po’ la
tua tenera leggera stupenda rassicurante voce.
Ma tu non ci sei.
Ricado nella tana del lupo. Mi ha già fatto molto male, ma
probabilmente non mi basta.
Scusami, sono solo confuso.
A volte le parole non riescono
A
rendere le sensazioni.
..::Dec1996..::
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