Memorie riminesi [2001]

1. Ricordi tra personale e pubblico

Comincio a scrivere da questo numero del Rimino alcune memorie personali tra privato e pubblico. Oggi 30 agosto compio 58 anni, essendo nato nel 1942. In Riministoria ho già inserito un mio curriculum diciamo così ufficiale. Voglio aggiungere ora qualcosa di diverso.
Della mia infanza ho parlato in quelle Memorie di Tama prima apparse sul Ponte e poi confluite in Anni cinquanta, un libretto edito da Guaraldi.
Ovviamente, queste Memorie riminesi non occuperanno il Rimino, destinato ad altre cose ed imprese', ma le inserirò in alcune pagine speciali alle quali si potrà accedere da tutto il mio sito, cioè dal Rimino stesso e dall'indice delle pagine di Riministoria, come per qualsiasi argomento normale.
Soltanto per questo numero, il Rimino ospita (eccezionalmente) la prima di queste Memorie riminesi, la quale è soltanto un foglio sparso di un progetto che si svilupperà man mano, senza l'obbligo di rispettare un indice prefissato, ma di volta in volta il sommario e l'ordine delle pagine si creerà da solo con il progredire del lavoro.
Nella home-page del mio sito Riministoria appare simbolicamente la data del 30 agosto 1999 come avvio del sito, che in realtà è nato a metà settembre 1999, dopo che l'amico Mirco Tenti, conosciuto nella redazione del settimanale Il Ponte, mi ha spiegato come si faceva a comporre una pagina e ad inserirla in Internet. Questo è in ordine di tempo il ringraziamento più recente che debbo rivolgere a qualcuno: mi limito al campo giornalistico e degli studi che interessano l'essenza di queste pagine che viaggiano nella Rete.
Dal mio curriculum diciamo così ufficiale del quale parlavo prima risultano due cose. La mia carriera di insegnante e quella di legata all'uso della penna, dal giornalismo agli studi storici.

A proposito di scuola. Grazie ad internet ho avuto qualche soddisfazione via e-mail. Ho ricevuto di recente queste due lettere che desidero riportare, senza la firma dei mittenti, per non esporli al pubblico ludibrio.
"Salve professore, spero si ricordi di me, sono Andrea Anelli e sono stato un suo alunno (frequentavo la IV F durante il suo ultimo anno di insegnamento all'Istituto Valturio).
Scrivo questa E-mail per porgerle i miei più cari saluti e per dirle che seguo sempre con interesse i suoi articoli sul Ponte.
Anche se a distanza di otto anni voglio cogliere l'occasione per ringraziarla (e sono sicuro di poterlo fare a nome di tutta la classe) per averci trasmesso, durante le sue lezioni, degli insegnamenti che vanno molto al di là di quelli contenuti nei programmi scolastici di Italiano e Storia.
Durante gli incontri (per fortuna abbastanza frequenti) con i vecchi compagni di classe, ricordiamo sempre con piacere le sue lezioni, durante le quali ci ha spesso dato la possibilità di confrontarci e di riflettere su importanti questioni riguardanti la nostra realtà di giovani alle prese con numerosi problemi, non solo scolastici.
Per tutti noi lei è stato certamente un esempio positivo di cosa possa e debba essere la funzione educativa della scuola.
Le auguro buon lavoro e le porgo i miei più cari saluti."
Secondo messaggio.
"Caro Prof. Montanari, é stato veramente un piacere rivederla, soprattutto così pieno di entusiasmo. Dieci anni fa l'avevo lasciata in una prospettiva molto più melanconica: sarà stato l'ambiente!?
Già dieci anni. Se solo lei immaginasse quale impronta ha lasciato su di me (ma anche su altri, una per tutti la Marangoni) credo - anche se non ha certo bisogno di simili riscontri - si sentirebbe fiero.
Io ci ho messo 6 anni a diplomarmi ed alla fine ho preso un 37 a dir poco vergognoso, tuttavia penso di aver capito alcune cose che pochi, uscendo da un istituto tecnico quale il Valturio, hanno capito, e ciò per merito suo: l'importanza della cultura e quindi dello studio e, più in generale, l'importanza della storia, la conoscenza della quale, forse, può renderci migliori. Le auguro buone cose." (30 agosto 2000)


2. A proposito di scuola.

Ho cominciato ad insegnare nel 1964, due anni prima di laurearmi, a Rimini alla Media N. 4 detta del Grattacielo, dal luogo ove essa era alloggiata. Era l'anno primo della riforma della Scuola media, mentre stava finendo l'Avviamento (che si trovava negli stessi locali). Un modo questo di verificare sperimentalmente quanto studiavo in teoria, nel corso di Pedagogia.
Portavo a scuola il registratore per far ascoltare brani di musica in relazione alle poesie che si studiavano. E questo destava grande scandalo. Feci fare ai ragazzi una ricerca sui mezzi di comunicazione, ricevendo materiale fotografico eccezionale dal Corriere della Sera.
Laureatomi nel febbraio 1966, l'ottobre successivo ricevetti la cattedra da supplente annuale (con divieto di ammalarmi per oltre sei giorni), alla Media Panzini di Bellaria retta da Giorgio Torri, preside alle cui dipendenze fui per il biennio bellariese (1966-67, 1967-68) e poi per un altro biennio (1969-70, 1970-71) a Miramare di Rimini.
Nell'anno scolastico 1968-69, il famoso anno della 'rivoluzione' studentesca, mi trovai alle Magistrali di Rimini, in una prima classe di trenta e più ragazze, con preside Giorgio Magnani di Bologna, figura onesta, intellettuale democratico, persona corretta. L'unico preside al quale non posso fare rilievi, fra quelli incontrati nella mia carriera, sia per il comportamento sia per la professionalità.
Furono giorni più tranquilli di quelli che trovai nel 1971-72 all'Istituto Tecnico Roberto Valturio di Rimini, dove sono rimasto sino al termine della mia carriera, in mezzo a diverse burrasche: storiche, quelle appunto che riguardavano all'inizio i giovani che sognavano la rivoluzione prendendosela con noi manovali dell'intelletto; e quelle burocratiche.
Basta ricordare, per questo secondo aspetto, che appena ricevuta la nomina a Forlì presso il Valturio, vado alla scuola, dove mi dicono che non c'era la cattedra, e che sarei dovuto andare a Morciano, sede distaccata. Morale, la mia cattedra era stata nascosta per darla ad un'anziana collega non abilitata!
Quelli che oggi parlano tanto dei mali della scuola, dei premi da dare agli insegnanti &cc., dimenticano l'ignavia e la malizia dei presidi che conoscono tutto il marcio che c'è, fingono che tutto vada nel migliore dei modi, proteggono i vagabondi, e se la prendono con chi fa onestamente il proprio lavoro. Vecchia lezione di ogni (?) apparato burocratico. (27.09.2000)


3. Tra due libri.

Qualche anno fa mi è capitato di scrivere un piccolo libro di memorie, "Anni Cinquanta" per raccontare quel periodo con gli occhi di un bambino. Sono nato a Rimini nel 1942, agosto, i miei genitori si erano sposati nel febbraio del 1941.
Ho ripensato spesso al matrimonio dei miei genitori, ora che sono vecchio. Dopo un fidanzamento lungo, durato dieci anni, perché mio padre aveva dovuto aiutare alcuni fratelli. Mi sono sempre chiesto: io, avrei avuto il loro stesso coraggio, di creare una famiglia, in un momento così tragico? Che cosa li spingeva? Senza dubbio la speranza di un ritorno alla normalità. Del trionfo della vita sull morte, e così io fui messo al mondo.
Tutta la mia infanzia è stata caratterizzata dal continuo ricordo della guerra e dalla condizione economica non troppo brillante, anche se fortunata rispetto ad altre persone (mio padre era impiegato comunale).
Mio padre aveva la convinzione che la guerra sarebbe scoppiata di nuovo. Ricordo le crisi dello scontro tra i due blocchi, il conflitto di Corea, come continue fonti ed occasioni di timori, di non fare spese, di precipitare nuovamente in un altro dramma collettivo. Non ci mancava il pane, ma occorreva stare attenti a non sperperare. Le pezze nel culo, nei pantaloni, cioè, le portavamo per necessità, non per moda.
Nel 1951, l'acquisto di una radio, grande, con la Modulazione di frequenza (MF) quando c'erano soltanto le trasmissioni di prova (io mi divertivo a cercare le stazioni che si captavano meglio di quelle ad Onde Medie (MA), continuamente disturbate da ronzii e fischi), fu un avvenimento eccezionale. Nello stesso anno ci fu il disastro del Polesine, e la sera la Rai trasmetteva la Catena della Solidarietà: tutte le emittenti europee si collegavano tra loro per portare concretamente un aiuto.
Ascoltavamo la radio nella cucina, unica stanza ad essere riscaldata. Poi si andava a letto presto. Per motivi di lavoro mio padre avrebbe dovuto partecipare a serate pubbliche con qualche vestito elegante. Ma fu sempre costretto a disertare gli appuntamenti. Chi aveva i soldi per i vestiti eleganti?

Vicino a casa nostra c'era la caserma dell'esercito. Verso le 17 ogni sera, una fila di questuanti andava a prendere una gavetta di minestra calda. I più poveri avevano anche vestiti grigio-verdi da militari.
Qualche anno prima, durante l'ultimo sfollamento (mia madre me ne ha lasciato l'elenco, furono 14 in tutto), a Viserba, una frazione di Rimini sul mare, frequentata prima della guerra dalle migliori famiglie della borghesia emiliana, tra cui i Gardini, ad esempio, andavamo a comperare la "roba degli inglesi". In tutte le case di quelli della mia generazione, c'erano le "coperte degli inglesi", con le quali poi magari si faceva fare un cappotto.
Gli inglesi ci avrebbero voluto ammazzare tutti, noi italiani, quando vennero a liberarci. Rammentava mia madre che, mentre eravamo sfollati nella vicina Repubblica di San Marino, un giorno si recò da loro per chiedere piangendo qualcosa da dare da mangiare a me che le stavo in braccio. Un ufficiale inglese le rispose di no, perché altrimenti avrebbe dovuto dar da mangiare a tutti i bambini affamati che ci stavano intorno. E loro, gli inglesi, preferivano mettere sotto terra quel cibo che era rimasto dalla distribuzione del rancio. Questa scena raccontatami da mia madre, l'ho vista anche in un filmato storico trasmesso in tivù.

La gente, di domenica, si vestiva elegante. Occorreva staccare con la vita quotidiana, abbastanza misera.
Così lentamente, uscimmo dalla miseria della guerra, ma il ricordo era continuo, assillante, fino a rendermi nevrotico. Non ne potevo più, non ne volevo sentire parlare più.
Dopo, a tanti anni di distanza, ho ricostruito in un libro storico, intitolato "I giorni dell'ira", l'ultimo anno di guerra, qui a Rimini e a San Marino. Ha avuto successo. Dentro c'erano, inespressi, i graffi che le nostre vicende personali avevano lasciato sull'animo di quell'antico bambino. (27.10.2000)


4. Cattiva educazione
.

Nella puntata n. 786 del mio "Tam Tama", pubblicato sul Ponte n. 45 di domenica 17 dicembre 2000, sotto il titolo di "Perseverare", ho scritto quanto segue:
"In ormai diciannove anni di stesura di questa rubrica, credo di essere stato sempre limpidamente aperto nell'esprimere le mie opinioni, senza secondi fini o scopi nascosti. Quando nel settembre 1982 accettai la proposta di don Piergiorgio Terenzi di comporla settimanalmente, ho commesso un errore della cui gravità mi sono dovuto accorgere lentamente mentre passava il tempo. Se il lettore scorre queste righe, e si diverte o s'arrabbia, resta un fatto privato tra noi due, me e lui. Ma c'è sempre un terzo, un Grande Fratello che s'impersona in varie sedi, in quelle sedi che, per fare un giornalismo decente e non da tappetino scendiletto, si vanno a punzecchiare, disturbare o semplicemente a citare, provocando reazioni nascoste, carsiche, che prima o poi riaffiorano. Credetemi."
Nella parte iniziale dell'articolo, ero partito da una citazione relativa ad un volume "(pressoché massonico) su Bertòla": si tratta degli "Atti "del Convegno del 1998 sul grande poeta riminese, presentati il 16 dicembre "in un incontro pubblico il cui titolo è tutto un programma: 'Amante più dei salotti e delle alcove che dei chiostri'".
E scrivevo a commento del fatto:
"La sacrosanta verità biografica rischia di tramutarsi in uno slogan da filmetto porno, mettendo in ombra figura, ruolo e caratteristiche del grande poeta concittadino. Pazienza, così vanno le cose nella società dello spettacolo."
Perché mi sono soffermato, sia nella puntata del 17 dicembre sia in quella precedente del 10 dicembre, con tanta attenzione sul volume bertoliano, è presto spiegato con quanto avevo osservato appunto il 10 dicembre, sotto il titolo: "Caduta massi":
"Voi non lo sapete, ma il Tempio Malatestiano fu dedicato ad un culto massonico. Non impazzisco, il discorso è serio, la teoria è di una persona che, stando a voci circolanti in città, dovrebbe allo scopo produrre il suo bravo libro, con la dimostrazione che anche Sigismondo era iscritto ad una qualche Loggia, come alcuni nostri contemporanei. Non sono un esperto dell'argomento, ma ora ne so qualcosa di più grazie ad un bel volume appena pubblicato anche a spese del nostro Comune, cioè gli Atti del Convegno su Aurelio Bertola, tenutosi due anni fa. Tutto quanto, o quasi, si trova in questo testo è un inno alla Massoneria. Vedere ad esempio il secondo saggio dove si citano riflessioni non del nostro poeta ma che "debbono averlo accompagnato tra Pavia e Milano" (in mancanza della Settimana enigmistica): qui leggiamo che nel 1785 la Chiesa era accusata di non far più miracoli e che lo Spirito Santo dopo, aver abbandonato i preti, attraverso percorsi nascosti, aveva illuminato la Massoneria. Il gioco è pesante e scoperto in quasi tutta l'opera. Innegabilmente, Bertòla è stato uno dei massoni del 1700, ma nello stesso tempo era un uomo religioso, per quanto egregio peccatore. Perché si dimenticano gli aspetti religiosi delle sue "Notti" in onore di papa Ganganelli? Perché crollerebbe la mitologia massonica, e di conseguenza cadrebbe la falsificazione del suo discorso."

Se chi consulta queste pagine di "Riministoria" va a leggersi nel mio sito qualcosa su Aurelio De' Giorgi Bertòla, capirà perché ne parlo con tanta insistenza. Su Bertòla ho composto qualcosa di un certo significato, se alcune mie operette sono state citate nel volume degli Atti. (Avverto che tutti questi miei scritti sono consultabili in questo sito, a partire dalla pagina indice della sezione dedicata a Bertòla.)
Anzitutto, nella Biblioteca Gambalunghiana di Rimini ho scoperto l'esistenza di un "Diario inedito" (come l'ho definito io), che ho brevemente annunciato in un "Quaderno di Storia" edito a mie spese. Chi ha poi citato quelle pagine di Bertòla (che sono di un certo peso e di una certa importanza), ha fatto bellamente finta che venissero ricordate per la prima volta da lui stesso. Per il bicentenario della morte di Bertòla l'editore Luisè, ad esempio, ha pubblicato un'anastatica del "Viaggio sul Reno" con prefazione dell'allora sindaco di Rimini, prof. Giuseppe Chicchi, in cui si riportano ampie citazioni da quel "Diario inedito" che contengono molte 'varianti' rispetto al testo originale. Non voglio soffermarmi qui, su questi aspetti filologici (dei quali parlerò in altra occasione: accenno solo al fatto che ho ricostruito la vera storia del viaggio sul Reno tratta dal "Diario inedito", usando la cortesia di non rinfacciare a Chicchi ed all'editore, pubblicamente, gli errori compiuti - forse da terza persona che ha consultato il manoscritto originale in Gambalunghiana).
Poi ho pubblicato un breve saggio su "Bertòla redattore anonimo del 'Giornale enciclopedico" di Venezia. Ovviamente senza guadagnarci una lira, perché la rivista "romagna arte e storia" non paga le collaborazioni. Stesso discorso (sul piano economico) per "La filosofia della voluttà" edita da Raffaelli.
A mie spese ho pubblicato la storia delle varie edizioni delle "Notti Clementine" di Bertòla presso le edizioni Il Ponte di Rimini, non mettendola in vendita, ma offrendola in omaggio a chi la chiedeva. Più di cento copie sono state date distribuite (gratis, ripeto), all'Accademia dei Filopatridi di Savignano, in occasione della mia conferenza di presentazione. Venti copie le ho date al museo di Rimini, perché doveva avvenire da parte dell'Assessorato alla Cultura la diffusione della notizia e degli inviti in occasione della presentazione a Rimini al Museo, appunto. Ma l'Assessorato od il Museo non hanno diramato notizie o fatto inviti.
Al Convegno riminese è stata chiamata una studentessa appena laureata a parlare del carteggio che mi è servito per quest'ultimo volume sulle "Notti Clementine" . Sennonché ella si limita a strigliare il povero Giuseppe Pecci per le sue dimenticanze ma non fa il lavoro che ha fatto il sottoscritto. Cioè non stabilisce tutta la complessa genealogia editoria delle "Notti Clementine".
Infine per gli "Studi Romagnoli" (1997, Lugo) ho curato una ricerca sugli ultimi anni di vita del poeta riminese, intitolandola "Bertòla politico, presunto rivoluzionario".
Questo saggio su "Bertòla politico, presunto rivoluzionario" è uscito all'inizio del 2000. Gli Atti, alla fine. Quindi un illustre cattedratico di un saggio in essi pubblicato, ha avuto tutto il tempo di consultare il mio scritto e di ricavarne alcune notizie che ha inserito nelle sue pagine, senza però citare le mie.

Ma che cosa c'entra tutto ciò con la confessione dell'errore di aver accettato di scrivere il "Tam Tama". C'entra, e come!
Se anziché scrivere controcorrente su di un giornale cattolico, avessi corteggiato gli intellettuali di certe correnti dominanti, non sarei stato attaccato, come sono stato, anni fa (1997) da quell'"illustre cattedratico" appena ricordato, che mi diffamò, avendo io sostenuto, contro il di lui parere, che esistevano documenti inediti sugli ultimi anni di vita di Bertòla. L'"illustre cattedratico" diffuse un suo testo, sotto forma di lettera anonima inviata alla Rimini degli intellettuali (absit iniuria verbis) e dei giornali. In esso mi si definiva un "provocatore", citando precedenti attacchi alla sua persona da parte del giornale su cui scrivo, "Il Ponte".
Io non so a chi si riferisse a proposito di questi precedenti attacchi. So solo che un'osservazione esclusivamente scientifica, circa l'esistenza di quei documenti bertoliani, è stata presa come offesa personale, grazie ai buoni uffici di spia locale svolti da persona che ben conosco. E che gli trasmette a Roma tutti i ritagli del "Ponte", come io stesso ebbi modo di vedere a casa dell'"illustre cattedratico", quando andai a fargli omaggio della "Spetiaria del Sole" (su Iano Planco), nell'estate del 1994.

Poco prima, era stata programmata una commemorazione di Iano Planco a cura dell "illustre cattedratico" e del sottoscritto, su iniziativa dell'allora assessore alla Cultura, Massimo Filippini. L'"illustre cattedratico" non si presentò, dicendo di essere gravemente malato. Poi in autunno, la commemorazione ovviamente saltata venne riproposta, ma non dedicandola più ad Iano Planco bensì alla cultura del Settecento riminese, per non far parlare il sottoscritto.
Negli incontri avuti con l'"illustre cattedratico", egli si era sempre dimostrato cortese nei miei confronti, anche perché molto amico di mio zio Guido Nozzoli, scomparso l'11 novembre scorso.

Tornando al Tam Tama del 10 dicembre, scrivevo, dopo l'accenno agli Atti bertoliani:
"Passo ad un altro libro, di un conterraneo dei nostri giorni, Pier Luigi Celli, direttore della Rai, che ha scritto "Passione fuori corso". Ad Alain Elkan (su "Specchio") ha confidato: 'Credo di avere alcune passioni. Una è certamente dire quello che penso, e questo può portare dei guai'. Avere questa passione, è un guaio di per sé. Parlo per esperienza: permettetemelo, in una specie di bilancio non soltanto di fine anno, ma di chiusura di secolo. Se dovessi scrivere una pagina autobiografica al proposito, l'intitolerei "Cattiva educazione", per spiegare che quando ci hanno allevato al non dire bugie, a rispettare sempre e soltanto la verità, ad essere sinceri, a fuggire le ipocrisie, le falsità, le invenzioni mentali, hanno compiuto un'opera di corruzione morale, presentandoci un'immagine del mondo ed offrendoci istruzioni per l'uso, che non corrispondono a gran parte della realtà."
Ecco questa lunga pagina potrebbe essere un capitolo di un libro intitolato appunto "Cattiva educazione". (26.12.2000)


5. Questioni di carattere.


A proposito di "Cattiva educazione" e dell'essere sinceri (come ho riportato da un mio Tam Tama, nella precedente pagina di queste "Memorie riminesi": "ci hanno allevato al non dire bugie, a rispettare sempre e soltanto la verità, ad essere sinceri, a fuggire le ipocrisie, le falsità, le invenzioni mentali"), faccio due piccole osservazioni. Non soltanto a livello personale, ma (perdonatemi l'ardire) su di un piano più vasto e direi persino teorico.
Ricordo quel passo del "Vangelo" dove si legge: "Il tuo parlare sia sì sì, no no, tutto il resto appartiene al demonio". Credo che la massima debba e possa valere anche per chi non crede, come passaporto di onestà intellettuale. Si sente dire talora che l'educazione cattolica abitua ad una vita ipocrita. C'è caso. Non nego che il costringere alla castità contrabbandata poi come obbligo del solo celibato, sia uno dei tanti esempi che possano essere presentati. Ma con obiettività mi chiedo se l'ipocrisia non sia il frutto piuttosto dell'uomo (Dio, racconta la Bibbia, si pentì di averlo creato), che dell'idea di uomo che una religione od una filosofia offrono. Sarebbe dunque facile trovare un mondo privo di ipocrisia laddove il Cristianesimo è negato. Credo ciò una pia illusione, un modo immaginario di raccontarci la realtà, una favola bella, e basta.
Seconda osservazione. Ricordo che quando nel 1969 (il giorno stesso in cui Mikail Gorbaciov era ricevuto dal Papa), presentai il mio primo libretto "Rimini ieri 1943-1946", feci questa dichiarazione: leggendo e raccontando le storie di quel drammatico periodo, mi sono chiesto se io avessi avuto il coraggio di compiere una scelta di campo, se avessi accettato la violenza trionfante o avessi fatto ricorso a quella che ad essa si opponeva in nome dei diversi ideali di democrazia che guidarono la lotta contro il nazifascismo.

Quando c'è stato, qualche anno fa, qui a Rimini, un convegno sul mondo ebraico e le persecuzioni da esso sub"te dal 1938 sino alla guerra, in tutt'Europa, ho ascoltato uno scrittore illustre come Furio Colombo affermare che per tutti, una volta nella vita, viene il momento delle scelte, della presa di coscienza, delle decisioni che sono veramente irrevocabili.
Credo che a quel momento si possa degnamente arrivare soltanto se assumiamo come regola esistenziale quella che ci hanno instillato, abituandoci "al non dire bugie, a rispettare sempre e soltanto la verità, ad essere sinceri, a fuggire le ipocrisie, le falsità, le invenzioni mentali". E' già un modo questo di fare una scelta di campo, anche nelle piccole cose che possono preludere a questioni più gravi.
Sono consapevole che questo abito mentale della verità abbia senz'altro fastidiosi effetti collaterali. Non solo ai fini della carriera. (Sandro Pertini diceva che chi "ha carattere" viene definito "un cattivo carattere".) Ringrazio Iddio di esser vissuto finora in un regime democratico, dove le noie si sono limitate a sgambetti, piccole perfidie ed altre cose peraltro tutte rimediabili. Un amico onesto ha confermato una mia ipotesi diciamo cos" storica: se fossi vissuto in altri momenti, mi avrebbero come minimo sbattuto dentro.

Una volta scrissi sul "Ponte un articolo relativo ai "sans papier" parigini, aggiungendo che non servono a nulla i gesti umanitari dei personaggi come l'allora moglie dell'erede al trono d'Inghilterra principessa Diana (che doveva giungere a Rimini per il Pio Manzù). Un sicofante telefonò al Pio Manzù, dal cui responsabile Dasi ricevetti una lunga telefonata di rimproveri: dopo 15 minuti, potei dire soltanto al Dasi che lui non aveva letto per nulla il mio articolo. E' vero, ammise candidamente. La mattina successiva mi richiamò per darmi atto che io non avevo scritto quello che il sicofante mi aveva attribuito nella soffiata che gli era stata cortesemente fatta ai miei danni, con la premessa che io, il Montanari, ce l'avevo con Dasi (che nell'articolo non era nemmeno lontanamente citato o sfiorato)
Gli dissi: "La spia che l'ha informata'", e qui feci il nome della persona che lui stesso mi aveva dichiarata il giorno prima. Dasi m'interruppe: "E' una brava persona". Gli obiettai: "Non lo metto in dubbio, ma il Vangelo dice che l'albero si conosce dai frutti che dà".
In altri momenti, non mi sarei preso la lavata di testa (successivamente asciugata dallo stesso autore perché il fatto non costituiva reato), ma mi avrebbero accompagnato in qualche luogo poco allegro.(27.12.2000)


6. La mia regola.

Ho formulato, in tanti anni di esperienze nei più vari settori di attività (dalla scuola al giornalismo), una specie di regola che ho ricavato dall'uso di mondo.

L'ho enunciata in questa maniera: "Se tu lavori, devi dare il meglio di testo stesso. Facendo ciò però susciti l'invidia degli altri. La quale è proporzionata alla tua capacità operativa e produttiva".
Ad esempio, se scrivi per un giornale, è perché ti hanno chiamano in quanto sai fare qualcosa di decente, come poi ti confermano i lettori.
A questo punto scatta il meccanismo di reazione degli altri. I quali non potendoti non elogiare, sono subito afflitti da un complesso di inferiorità che li porta a rendere concreto il sentimento dell'invidia.
Nei primi anni di compilazione della mia rubrica "Tam Tama", mi divertivo a commentare con me stesso il fatto che essa rassomigliava alla gloriosa "Settimana enigmistica" la quale sotto la testata recava (non so se lo porti ancora oggi) questa frase: "Il giornale che vanta i più numerosi tentativi di imitazione".
Ebbene anche il "Tam Tama" vantava questi tentativi: sennonché se io sfornavo la rubrica settimanalmente, qualcuno ci metteva tre mesi per produrne una sola sua brutta copia. X.Y. mi confidò: "Ma lo sai che è fatica scrivere quelle cose. Come fai tu tutte le settimane?". E si lamentava per averne elaborata una soltanto. E non fu il solo. X.Z. faceva anche di peggio. Arrivò persino a mettere un virus all'interno del libro su Don Giovanni Montali: le pagine uscirono bianche o manomesse dalla macchina fotocompositrice sulla pellicola.
Mi occupavo di libri, e subito qualcuno, senza interpellarmi, prendeva il treno ed andava a Torino al Salone del libro come inviato speciale, addirittura in coppia. Pensate quanto è venuto a costare quel dispettuccio.
Ho sempre lasciato fare. L'unica volta in cui mi sono arrabbiato è stato quando ho dovuto mollare "Riminilibri" che avevo ideato, proposto e realizzato per qualche anno, per non dovere sopportare troppo a lungo l'effetto di cui alla mia enunciazione iniziale, che resta confermata dal fatto che, dopo che ho abbandonato io la cura di "Riminilibri", il periodico è rimasto talmente stravolto da essere vittima di un'eutanasia giornalistica.

Stamani, 30 dicembre 2000, mi ha chiamato l'amico editore Bruno Ghigi, per propormi la recensione di un suo ultimo volume. Ho detto che queste cose non le curo più perché non ho tempo.
Infatti, io sono abituato a leggermi tutto il libro prima di parlarne, come possono testimoniare non queste mie parole ma le pagine e pagine che ho curato, con centinaia di articoli relative a volumi apparsi a Rimini od in Romagna.
Debbo ricordare che la "Gazzetta di Rimini" di buona memoria cominciò con me a pubblicare recensioni di volumi locali (sempre Rimini e Romagna), recensioni che non mi furono pagate perché il giornale fallì, e che ebbero un discreto successo, così almeno mi assicurò il direttore Fioravanti. Ma tutto ad un tratto, un bel giorno, un mio articolo fu perso, lo pubblicarono soltanto dietro mia sollecitazione, ed io non mi fece più vivo. Nel quotidiano che seguì, il "Corriere Romagna" il mio posto fu preso da Ivo Gigli, noto poeta. (30.12.2000)


7. Rubicone, un fiume di veleni.

Nello scorso novembre, ho partecipato a Sogliano ad un Convegno di studi sul Rubicone. Sono stato invitato a parlare della posizione che nel XVIII secolo ebbe sul problema l'illustre medico e scienziato riminese Giovanni Bianchi, Iano Planco. La mia comunicazione era intitolata "Un fiume di erudizione".
Questa pagina appare invece con il titolo di "Un fiume di veleni". Ecco in breve perché.
Il giorno 20 gennaio 2001 si è tenuto a Savignano, presso l'Accademia dei Filopatridi della quale sono componente come accademico ordinario (cioè facente parte del Consiglio dei XXIV), l'incontro del Comitato direttivo del Centro Studi Amaduzziani, che è stato fondato dal sottoscritto. Il presidente del Centro, che è anche vicepresidente dell'Accademia, prof. Sergio Foschi, mi ha dato praticamente della puttana perché sono stato a parlare a Sogliano.
Tra Sogliano e Savignano, da secoli, non scorre buon sangue per via dello stesso Rubicone. Savignano rivendica una gloria difficilmente attestabile. Sogliano ha dalla sua la geografia, e ragioni più meditate. Le parole di Foschi sono state: "Tu frequenti troppi letti", e "Non devi andare a Sogliano".
A Foschi non era stato detto che Iano Planco identifica il Rubicone nel "Luso" riminese. E che il fiume cesenate non c'entra nulla con Planco, il quale Planco anzi fu acerrimo nemico dei Cesenati. De hoc satis.
La spia che lo ha informato non so chi sia, ma ha riferito erroneamente sulla mia comunicazione (e sul pensiero di Iano Planco), ma correttamente su una postilla che io ho confermato a Foschi ed ai colleghi del Centro Studi Amaduzziani.
Al Convegno ho dichiarato infatti che per il savignanese Antonio Bianchi il vero Rubicone era quello cesenate e non il fiume del proprio paese. E che per tale pensiero, la sua "Storia di Rimino" manoscritta, che avevo curato per l'editore Ghigi, non era stata mai presentata in Accademia dei Filopatridi.

Ora qui sopra aggiungo che era stato il segretario Fermo Fellini ad esprimersi così contro Antonio Bianchi. Nulla di male, un'opinione come un'altra, ma perché si teme che la si riferisca? A Sogliano ho detto semplicemente che Antonio Bianchi era stato ostracizzato. Ricevendo un caloroso applauso che mi fece più effetto di quanto me ne abbia fatto la dichiarazione offensiva del prof. Foschi.
Riferisco qui il fatto perché la vera cultura non dovrebbe scadere mai in aggressione personale, come qualcuno invece è abituato a fare. A Savignano.
Dopo che nella primavera 2000 ho presentato a Sogliano la traduzione mia di quegli Statuti comunali, e dopo il Convegno di novembre, sono stato tenuto all'oscuro di tutto quanto si doveva fare in ambito del Centro Studi Amaduzziani, al punto che il lavoro di note, che mi era stato richiesto dal bibliotecario dottor Donati per un libretto contenente i "viaggi" dell'Amaduzzi appena pubblicato adesso, non è stato più ritenuto necessario.
Ecco perché il titolo "Un fiume di veleni". Se poi a Savignano la mia presenza non è gradita, perché sono un 'libero pensatore' rubiconiano, lontano da mafie di paese o di Accademie, basta che me lo dicano. Non ho il sedere attaccato alla poltrona. Io.
Post scriptum. Sui miei rapporti con l'Accademia dei Filopatridi, leggere per favore la pagina 8 di queste Memorie, cioè quella immediatamente successiva. (21.1.2001)


8. Accademico all'Indice.

"' e nessuno tenti di muovere obbiezioni a questo discorso perché io lo rivolgo a chi vuole e rispetta la verità, non ai falsari." Indro Montanelli, Corriere della sera, 15 febbraio 2001
Desidero raccontare tutta la (piccola) storia dei miei rapporti con l'Accademia dei Filopatridi.
Cominciai a frequentarla per motivi di studio, nel 1992, dovendo preparare alcuni argomenti finiti poi nel mio volume "Lumi di Romagna", che un ex assessore alla Cultura di un Comune del Riminese, di Coriano credo, ricercò presso di me, per il suo interesse verso la materia, dichiarandosi collezionista di oggetti di illuminazione domestica.
L'allora bibliotecario dei Filopatridi, il sempre compianto dottor Luigi Ughi, mi invitò a tenere una conferenza sul suo amico e mio insegnante in prima Media, prof. Romolo Comandini. La conferenza avvenne il 24 ottobre 1993.
L'anno successivo fui nominato Accademico Corrispondente su proposta del segretario Fellini (lettera del 4 novembre 1994, prot. n. 254).
Nel 1995 fui chiamato a far parte di un Comitato di Gestione per la pubblicazione della Storia di Savignano (lettera prot. n. 57 del 20 febbraio).
Il 22 gennaio 1996 il presidente Lorenzo Cappelli (lettera prot. n. 12) mi incaricava di compilare il Notiziario a stampa dell'Accademia.
Il 20 luglio 1996 sono innalzato alla categoria degli Accademici ordinari facenti parte del Consiglio dei XXIV (lettera del 23 luglio prot. n. 200). Il successivo 25 settembre (lettera prot. n. 268) sono chiamato a far parte del Comitato per le onoranze a Bartolomeo Borghesi.
Il 7 aprile 1997 si tiene una riunione dei Consiglio dei XXIV. Nel corso di essa propongo di nominare Accademica Corrispondente la docente universitaria prof. Giulia Cantarutti di Bologna, che avevo fatto invitare (in mezzo a svariate difficoltà perché "non conosciuta" in Accademia) a tenere una conferenza ai Filopatridi. La mia proposta di nomina ad Accademica Corrispondente della prof. Giulia Cantarutti è alla fine accettata, però con la clausola che io firmi un documento assurdo: con esso mi dovevo assumere gli oneri finanziari derivanti da eventuale morosità della mia candidata prof. Giulia Cantarutti circa la quota sociale.
Si accese un dibattito che mise in minoranza il segretario Fellini, da cui era partita l'idea del documento appena accennato. Fellini raccolse, oltre al suo soltanto altri due voti: quello del presidente e dell'amministratore. Tutti gli altri presenti, una decina, furono dalla mia parte. (Definii quella riunione una specie di 25 luglio: per la prima volta si era alzato a parlare qualcuno contro i rettori dell'Accademia, segretario e presidente, mettendoli in minoranza.)

Nel frattempo ero stato anche chiamato ad organizzare il tradizionale concorso biennale di Latino. Dopo la famosa riunione del 7 aprile, culminata in una durissima reprimenda nei miei confronti da parte del segretario Fellini, fui estromesso da tutti gli incarichi ricevuti, Notiziario, concorso di latino, attività varie.
Circa il Notiziario debbo aggiungere un particolare. Dopo l'incarico affidatomi dal presidente Lorenzo Cappelli, una mattina in cui stavo recandomi in Accademia, nella piazza di Savignano, fui severamente attaccato dal vice presidente Sergio Foschi che mi parlò di "presunto incarico". Ignoravo ed ignoro tuttora il motivo per il quale quella mattina del 1996 mi disse tale frase. Non so per quale pregiudizio, Foschi non gradisse la mia attività accademica. (Forse perché collaboravo al settimanale diocesano "Il Ponte", mentre lui si dichiara ateo?) Mi è stato poi suggerito da qualcuno bene addentro alla segrete cose, di interpretare il fatto come espressione di gelosia dello stesso Foschi nei confronti del presidente Cappelli.
Il 27 agosto 1998 proposi all'Accademia di istituire un Centro Studi Amaduzziani nel suo ambito.
La lettera di accettazione da parte del presidente Cappelli, è del 15 settembre dello stesso anno (prot. n. 344). In questa lettera mi si annunciava che sarei stato convocato per stabilire "i dettagli relativi agli organi e al funzionamento del Centro stesso".
Tutto invece fu fatto a mia insaputa. L'istituzione del Centro fu deliberata il 7 maggio 1999 con un regolamento che ricevei per posta e già stilato, con alcuni punti inaccettabili ed illogici rispetto alla mia argomentata proposta. La lettera di trasmissione del regolamento è del 27 aprile, prot. n. 126.
Telefonai al presidente Cappelli il quale, dopo aver consultato il protocollo ed accertato che esisteva quella lettera n. 344 del 15 settembre precedente, modificò, ma soltanto in parte, prima della riunione, il regolamento come da me proposto. Il 19 giugno il neo Centro venne convocato. Presidente fu eletto lo stesso Sergio Foschi, anziché la prof. Giulia Cantarutti, come avevo proposto io.
Ho parlato di "piccola" storia dei miei rapporti con l'Accademia. Spiego l'uso dell'attributo. È piccola non in sé, quanto per le piccinerie dimostrate dalle sunnominate persone nei miei riguardi.
Per questione di dignità (e quindi di moralità nei comportamenti) non sono mai sceso a compromessi con nessuno. Questo mi ha procurato sempre molti nemici. Molti nemici, molto onore? (22.2.2001)


9. Cento e uno modi...

Ci sono cento ed uno modi per rendersi antipatici al prossimo. Le righe che scrivo in questo nono capitolo sono collegate a quanto ho raccontato nei due precedenti, relativi alle mie 'trasferte' savignanesi.
A proposito, l'8 aprile scorso non sono andato a parlare a Savignano, alla Giornata Amaduzziana, com'era previsto dal calendario della manifestazione, perché è inutile presentarsi dove non si è graditi.
Mi sono giustificato con questa "Lettera agli amici":
"Gentili e cortesi amici: prof. Giulia Cantarutti, dott. Isabella Amaduzzi, dott. Stefano Decarolis. Per l'inatteso spostamento di data di un mio importante impegno di studio, precedentemente assunto e previsto per marzo, dovrò assentarmi da Rimini a cavallo dell'8 aprile. Non potrò quindi partecipare alla Giornata Amaduzziana ed avere l'onore di essere in loro compagnia con la mia relazione (che può leggersi in sunto in questa pagina.
Sempre nel mio sito ho inserito un'altra pagina relativa alla nascita dell'Accademia dei Filopatridi. Prego la prof. Cantarutti, nella sua veste di componente del Comitato Scientifico del Centro Studi Amaduzziani, di comunicare questo mio messaggio al pubblico che interverrà, unitamente al senso del mio personale dispiacere per l'imprevisto impegno nella data dell'8 aprile. Con il più distinto ossequio e sentito ringraziamento. Antonio Montanari Rimini, 31 marzo 2001".
Non ho saputo nulla su che cosa, di me, sia stato detto coram populo o nel segreto di qualche sfogo irato, che non può essere mancato. Posso immaginarlo. Non perché abbia molta fantasia, ma perché ho un certo uso di mondo, e come suol dirsi, conosco i miei polli.

L'episodio savignanese lo commento in due forme.
La prima, facendo ironicamente ricorso alla famosa scenetta di Totò (il principe De Curtis Antonio, ect.), in cui raccontava degli schiaffoni presi da un tale che continuamente, prima di colpirlo, lo chiamava con il nome di Pasquale. Interrogato da Mina su che cosa egli, Totò, facesse o rispondesse al picchiatore, l'illustre comico spiegava di aver taciuto: "Tanto a me che m'importa, mica mi chiamo Pasquale".
Invece io avverto di chiamarmi Pasquale e che non amo lasciarmi prendere a schiaffi per più di due o tre volte di seguito. Il giudizio degli altri m'interessa, ma m'interessa più salvaguardare la mia dignità personale.
Non ho ritenuto opportuno, lecito e giusto continuare a permettere a qualcuno di prendersi gioco di me, soltanto perché è un potente (clan politico-culturali'), trama nell'ombra e spadroneggia.
La seconda forma del mio commento, è più seria. (Ma apro una parentesi dottrinale, teorica, che farebbe la delizia di un frate inquisitore per mandare al rogo un comico qualsiasi. Dove sta il confine fra serietà e facezia? Quel Totò della scenetta di Pasquale, è molto più drammatico del comportamento austero di molti finti gentiluomini che invece sono involontari e, ahinoi, inesperti buffoni.)
Allora, seriamente dico, che io nella vita le rogne, nella maggior parte dei casi me le sono andate a cercare, soltanto per non essere buffone, rispettare la legge, farla rispettare agli altri, comportarmi dignitosamente come mi hanno educato in casa.
In questi ultimi giorni, ho ripensato alla mia esperienza umana, ed ho trovato che inconsciamente ho assunto dei modelli di azione non soltanto in quanto mio padre e mia madre mi hanno sempre severamente insegnato, ma anche in particolari discorsi che, giovinetto, ascoltavo da mio zio Guido Nozzoli, del quale mi scopro di aver ereditato alcuni tratti psico-politici che rifiutano la diplomazia per amore (disinteressato, e spesso autolesionista) della verità.
Questo ovviamente non interessa a nessuno, ma dato che ho il maledetto vizio di scrivere, le posso o no dire queste cose, soprattutto nell'appartato mondo internettiano?

A scuola, ad esempio, ho dovuto scontrarmi per difendere diritti miei ed altrui. Ho già scritto nel cap. 2 di queste Memorie: "... appena ricevuta la nomina a Forlì presso il Valturio, vado alla scuola, dove mi dicono che non c'era la cattedra, e che sarei dovuto andare a Morciano, sede distaccata. Morale, la mia cattedra era stata nascosta per darla ad un'anziana collega non abilitata!".
Aggiungo che, quando l'istituto fu sdoppiato, venni estromesso dalla sede di Rimini ed avviato a quella di Santarcangelo, in base ad una graduatoria interna, nella quale una collega aveva ottenuto punti a suo vantaggio (e quindi a mio danno) facendo figurare handicappato un figlio che aveva soltanto un lieve difetto di pronuncia (una esse un poco sibilante).
Accettai il verdetto, comunicando al vicepreside che il mattino dopo mi sarei recato alla nuova sede di Santarcangelo, non prima di essere però passato alla Procura della Repubblica di Rimini, dove avrei denunciato la Presidenza della Scuola, la collega ed il medico che le aveva fornito una certificazione falsa per il figlio.
Mi fecero rimanere a Rimini, ritirando (prima del suono della campanella delle ore 13), tutta la graduatoria falsa che era stata compilata.
Altre volte dovetti intervenire per tutelare gli interessi collettivi di noi docenti, per l'assegnazione delle cattedre all'interno dell'Istituto, che riuscii ad ottenere che fosse pubblica e non fatta con segreti maneggi nelle stanze della Presidenza.
Mi acquistai (abusivamente) la qualifica di "sindacalista" che in quegli anni '70-'80 significava per i superiori (termine in uso anche nelle carceri, che individua i secondini), essere una specie di rivoluzionario. Il concetto di diritti individuali non era stato ancora mentalmente digerito e metabolizzato, si parlava soltanto dei doveri. (E di note di qualifica, dove si giudicava anche la condotta privata dell'insegnante, in una specie di rapporto di Polizia al ministero.)
Davanti a tutto questo scenario della mia carriera di "provocatore", come mi ha chiamato un certo professore per aver io scritto che esistevano, contrariamente a quanto Egli sosteneva, degli scritti inediti del Bertòla (che poi ha ricopiato da un mio saggio, senza citarmi), davanti a tutto ciò (dicevo), le storielle che mi hanno fatto a Savignano mi fanno ridere.
Rientrerò in Accademia soltanto dopo che avrò ricevuto delle scuse ufficiali. (Cioè, mai). Non ho fretta. Ho solamente una dignità da difendere. Della quale non importa nulla a nessuno. A molti interessa però il degrado verso cui l'Accademia si è avviata. (13.4.2001)


10. Montanelli, Ricciardetto, e poi Vergani e Mosca.

NEL PENULTIMO anno delle Magistrali, avevo un compagno molto intelligente e ribelle (avrebbe poi fatto il politico). Anziché soffocare in aula nei caldi pomeriggi primaverili di quel 1959, a cui ci obbligavano i doppi turni, lui faceva puffi frequentando il bar Diana, lungo via IV Novembre, il tempio dei giocatori di biliardo (almeno nella fantasia di chi lo aveva visto solamente dall'esterno).
Le rare volte che veniva in classe, sfoggiava provocatoriamente tutta la sua capacità di apprendere. Durante un'interrogazione di latino (con traduzione alla lavagna), mi suggerì un congiuntivo presente del verbo essere ricorrendo alla marca di un liquore, il "Cavallino rosso", prodotto dalle aziende "Sis", utili nella sigla alla mia coniugazione. Era un gustoso inganno che sfuggì alla nostra insegnante, terribile nel suo inappagato istinto materno e soprattutto utilmente inesperta delle cose ordinarie del mondo (io non bevevo, ma guardavo le pubblicità).
Un giorno con il compagno di classe, durante la ricreazione, il discorso cadde su quello che avremmo voluto fare da grandi, e lui disse il giornalista, "magari scrivere sul 'Corriere della Sera'". Lo leggevamo in pochi, forse in quell'aula soltanto noi due. Ma sapere di conoscerlo, instaurava una complicità intellettuale, se gli altri ci avessero ascoltato, ci avrebbero preso in giro.
(Un altro che lo leggeva, era un frate di Santo Spirito, professore di Filosofia. Quando la domenica arrivavo per la Messa, se non celebrava lui, mi sottraeva il "Corriere", ed alla fine me lo restituiva con un sorriso amaro: "Giornale eclettico", disse una volta. Un'altra spiegò alla predica che i professori materialisti potevano rovinare noi giovani, per fortuna che noi non capivamo niente e non potevamo così essere guastati dai loro strampalati ragionamenti.)
In quei tempi, dire "Corriere della Sera" voleva dire Indro Montanelli, che era già un mito, un maestro di stile. Quando il 22 luglio ho appreso la notizia della sua scomparsa, ho subito ripensato a questi semplici episodi, che però ci restituiscono un po' del clima della nostra giovinezza, in quella Rimini solenne nelle sue dimensioni provinciali dell'inverno, ma che poi, da giugno ad agosto, diventava una città del mondo. I veicoli del nuovo, per noi che avevano solamente diciassette anni, erano (oltre al "Cineforum" di fantozziana memoria), i giornali ed i libri, come le "Poesie" di Federico García Lorca, con traduzione e prefazione di Carlo Bo e testo a fronte, editore Guanda di Parma, stesso anno 1959. Ed anche Carlo Bo se n'è andato, precedendo nella volata d'un soffio Montanelli.
Il gusto della lettura dei libri non era molto alla moda per i nostri coetanei. (Con quell'amico ribelle, si parlava anche di musica jazz, un'eresia per molti). L'insegnante di Lettere non imponeva nulla, suggeriva con quella ostentata indifferenza che soltanto una mente bizzarra, ma dalla raffinata e scettica intelligenza, poteva sfoggiare davanti a molti maschi beceri (ed aspiranti vitelloni), ed a tante ragazze attente ad un apprendimento utilitaristicamente mnemonico, con una parsimonia più adatta alle virtù domestiche che a quelle scolastiche.
A muovere le acque della città, ci pensava un giornale che offriva servizi provocatori anche sul mondo dei giovani studenti, "La Provincia" diretta da Mimmo Mainardi che una volta alla settimana faceva da contraltare all'ufficialità quotidianamente servita a benpensanti e conformisti dal "Resto del Carlino", ribattezzato "Il Rino del Carlesto" in una parodia fatta sul periodico degli universitari riminesi "Il Goliardo" che una volta all'anno, per Pasqua, suscitava innocenti scandali ma anche comiche querele.
Sono i tempi in cui Fellini, se arrivava in città a salutare la mamma, lo faceva di notte, per non farsi vedere. Era già una celebrità (proprio nella primavera del '59, comincia a girare "La dolce vita"). Ma nessuno voleva ammetterlo.
Quello che si è letto finora, è un articolo mio, pubblicato il 5 agosto 2001 sul Ponte di Rimini Lo stesso giorno, sul Corriere della Sera, è apparso un inedito montanelliano, la voce composta per il Dizionario Biografico degli Italiani [DBI] e dedicata ad Augusto Guerriero, alias Ricciardetto.

Ho provato un altro tuffo nel cuore. Ho sempre detto che avevo imparato a ragionare, sia a voce sia per iscritto, leggendo i suoi articoli sullo stesso Corriere della Sera e su Epoca. Se poi non ci sono riuscito, spero che non sia addebitata la colpa al Maestro, ma soltanto ai difetti dell'alunno.
Ricciardetto aveva uno stile tutto speciale: fatto di un procedere razionale, con la partenza da un assunto e l'articolarsi accurato della spiegazione. Rendeva comprensibile a tutti la materia ostica di cui trattava, la politica estera.
Aveva anche momenti di abbandono personale, nelle risposte ai lettori di Epoca, dove lentamente cominciò a trattare quegli argomenti religiosi che poi raccolse in due volumi che ebbero un grande successo.
Partendo da Montanelli e Ricciardetto, mi sono chiesto quali siano stati gli altri grandi giornalisti che mi affascinavano quand'ero ragazzino con il tarlo della carta da leggere, ereditato per lunghe vie parenterali (un antenato materno fu persino bibliotecario gambalunghiano: ma l'argomento richiederà un altro capitolo a parte).
Due nomi, dopo (anzi, con) Montanelli e Ricciardetto: Orio Vergani e Mosca, Giovanni Mosca, quello dell'"oliva pallida" ("per un'oliva pallida si può delirare", parodiava in una commedia che credo s'intitolasse Gli astanti).
Vergani era l'incarnazione di una rara felicità narrativa che poi ho venerato nel suo libro Memorie di ieri mattina, ritratto di un'Italia distante anni luce da quella in cui allora vivevo, quindi una specie di museo da visitare con l'attenzione che richiedono oggetti delicati e frangibili come i sentimenti legati ai ricordi personali o di famiglia, quelli cioè che sono raccontati nel volume.
Mosca era il mondo dell'invenzione, l'uomo delle vignette pubblicate ogni giorno sul Corriere d'Informazione, che arrivava alle 17 solo nelle tre edicole della due piazze centrali di Rimini, un appuntamento quasi maniacale per me, tant'è vero che mia madre credeva che andassi a trovare qualche fanciulla quando uscivo di caso con una puntualità inglese e la gioia negli occhi per correre a comprare quel giornale della sera, un prodotto che oggi non esiste più, e che nessuno, se non l'ha vissuto con i propri occhi, può immaginare.

L'ho conosciuto, Mosca, quando facevo l'ultimo anno della Magistrali, ed il Giro d'Italia arrivava a Rimini. Feci puffi, per vedere i corridori allo Stadio, a trenta metri da casa mia. Mia madre lo salutò, e parlarono del fatto che non ci avevano dato vacanza per la tappa della corsa ciclistica più importante, quasi un rito popolare. E lui le disse che era strano, che dovevamo vederlo il Giro. Ed io pensai: anche se siamo grandi, ci dovevano accompagnare i nostri professori, come facevano i maestri delle elementari.
Non riconoscendoci il diritto di legalizzare una vacanza per il passaggio della Maglia Rosa e dei suoi compagni d'avventura, il vecchio preside burbero aveva cercato di imporre la sua autorità. Ma io, precocemente disobbediente, non mi sottomisi con la complicità di mia madre, a cui il mondo delle biciclette piaceva più di me.
Sia Vergani sia Mosca furono grandi inviati sportivi. Per il Giro d'Italia, Mosca continuò la tradizione di Vergani, che allora si chiamava degli articoli di colore. Per il Tour de France, doveva fare anche la cronaca.
Ma la cronaca di Mosca (così si firmava, senza il nome di battesimo) era tutta diversa da quella degli altri inviati. Non erano discorsi tecnici i suoi. Il pennino che usava, assorbiva assieme all'inchiostro contenuto in una bottiglietta anche una dose affascinante di fantasia, malinconia, dolore, entusiasmo. Era cantore dell'uomo che pedalava, delle sue miserie, delle sue imprese gloriose.
Per certi articoletti che pubblicai nel 1960-61 sul Carlino riminese, considerai talora Mosca un modello degno di imitazione.
Antonio Montanari  (13.8.2001)


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1549 Pagina creata, 16.12.2011. Modificata, 13.08.2016/Rev grafica 18.09.2014.