Un lungo filo che unisce
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Antonella Prota Giurleo da anni lavora per esprimere col linguaggio delle arti visive quel pensiero politico delle donne che più l’ha aiutata a essere libera.

Inventa a volte situazioni in cui diventa visibile l’ importanza delle relazioni, la singolarità, il partire da sé,il rapporto con la madre e la genealogia, la disparità, parole queste che la pratica e il pensiero della differenza hanno portato alla luce come elementi del simbolico che guida l’agire di molte donne.

Ecco allora la performance Fili di donneFili di vita alla galleria Quinto cortile di Milano.

Innanzi tutto il rapporto con Mavi Ferrando, la gallerista.

E poi con le donne invitate, ciascuna diversa, non un gruppo ma tante relazioni duali con l’artista:

ciascuna arriva alla convocazione conoscendo lei, con diverse aspettative di ciò che si andrà a fare.

La galleria è in un vecchio edificio a cui si giunge inoltrandosi in cortili, uno di seguito all’altro, un pezzo quasi sconosciuto della Milano popolare dell’Ottocento: stradine acciottolate, deviazioni laterali, una scuola d’arte, ragazze e ragazzi che non sanno dare indicazioni. La sensazione di non arrivare in tempo viene scacciata dalla fiducia in chi ci ha invitato.

Nella sala dal pavimento di legno con finestre su un solo lato su un giardino invernale alcune donne in cerchio ascoltano Antonella.

"Sino a che non esisterà un forte filo ininterrotto di amore, approvazione ed esempio da madre a figlia, da donna a donna, di generazione in generazione, le donne continueranno a vagare in un territorio ostile."

La frase di Adrienne Rich in Nato di donna aveva mosso in lei, anni fa, il desiderio utilizzare fili colorati, gomitoli, come stimoli per azioni che coinvolgessero donne già in un percorso di ricerca simile al suo.

"Ora però le donne non vagano più e il territorio non appare così ostile perché è segnato dal passaggio delle altre", aggiunge Antonella e propone di prendere a caso da una borsa un gomitolo, di legare un capo del filo dove si desidera e poi di dipanarlo, lei fotograferà girando.

E allora sgomitoliamo la vita, dipaniamo i nostri fili, intrecciamoci.

Dalla borsa di tela, un utero colorato che ha attraversato l’oceano, prendo il gomitolo: l’inizio della vita mi è dato, libertà è accogliere il mio essere donna e riempirlo di desideri e di senso qui ed ora.

Col filo grigiazzurro in mano mi ancoro a una catenella appesa alla finestra: vengo alla luce. Come me altre la amano e tanti fili si dipanano vicini al mio.

Ma io cerco gli incroci: lego stelle filanti e creo legami.

Mi sposto per la sala: voglio esplorarla tutta.

Il filo dell’imperdonabile bimba verde si incrocia col mio: la rincontro come nella nostra amicizia.

Alcune donne mi sono sconosciute, di altre so qualcosa. Osservo i loro movimenti, i loro colori: rosa, viola, bianco, il verde di Nadia, blu, una grande collana di muschio e un basco, tante sciarpe al collo.

Antonella ci ha chiamate, ci ha unite e ora gira raccogliendo le immagini.

Muovo i fili creando palazzi e passaggi. Camminiamo in una multicolore elasticità sottile.

Poi cominciamo a riavvolgere i fili: la necessità dei ricordi. I percorsi del riandare indietro non sono più gli stessi: nuovi incontri nel tempo che avanza.

Uniamo i gomitoli: frenesia dell’efficienza o morbidezza di soluzioni divergenti?

Formiamo due grosse palle, possiamo giocarci. Non vogliamo unirle: vogliamo che tra noi vivano differenze. Tante mani si avvicinano.

In due con un filo spezzato riandiamo al gioco degli intrecci sulle dita. Ritorno bambina e, come allora, incapace di spostare l’intreccio dalle sue alle mie dita. Un’altra si unisce. Mi diverto a guardare la danza delle dita e dei fili che trascorrono dall’una all’altra.

Luciana Tavernini

25 gennaio 2007

 

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