LA MUMMIA

 

 

Parte prima: le Mummie Universal

 

 

“Dare il mio volto alla mummia non mi ha lasciato niente… se non un successo che MAI avrei trovato altrove”

                                               Boris Karloff

 

Le spedizioni archeologiche in Egitto, a partire da quella napoleonica del 1798, avevano fatto nascere un certo fascino nei confronti della misteriosa civiltà del Nilo, quindi era prevedibile che anche il mostro della Mummia, che incarnava contemporaneamente i temi dell’amore, della morte e del tempo, avrebbe avuto un notevole appeal cinematografico sugli spettatori sempre più avidi di emozioni connesse al macabro.

Inoltre il ritrovamento della tomba di Tuthankhamon nel 1922 e la maledizione ad esso legata gettavano un’ombra ancora più inquietante ed al tempo stesso attraente sulla civiltà dei Faraoni.

Nell’ambito della produzione orrorifica Universal degli anni 30, dopo Dracula e Frankenstein la Mummia si candidava prepotentemente ad essere il nuovo mostro che avrebbe dovuto, per citare le parole del produttore Carl Laemmle “far ridere le persone, o farle urlare, o tenerle sedute sull’orlo delle loro sedie in tutto il mondo”.

 

A differenza dei due mostruosi precedenti non c’era un forte caposaldo letterario a cui fare riferimento, ma soltanto alcuni racconti fra cui uno del creatore di Sherlock Holmes, Arthur Conan Doyle, “The ring of Thoth”, che conteneva il tema dell’amore eterno (che sarà un elemento pressoché costante in tutte le apparizioni della Mummia sul grande schermo, così come quello della vendetta scatenata dalla profanazione, evidentemente ispirato dalla leggenda di Tuthankhamon).

 

Nel 1932 uscì dunque “La Mummia”, per la cui regia la Universal puntò sul tedesco Karl Freund, al suo esordio dietro la macchina da presa, ma che già aveva una più che valida esperienza come direttore della fotografia sia nell’ambito dell’espressionismo tedesco (“Il Golem”, “Metropolis”) che per la stessa Universal (“Dracula”). La trama del film è la seguente: una mummia ritrovata in un sarcofago viene rianimata dalla lettura da parte di un archeologo del papiro di Thoth, contenente la formula dell’immortalità. La mummia era quella del Gran Sacerdote Im-ho-tep, condannato a morte per aver sacrilegamente tentato, millenni prima, di resuscitare la sua amata Ankh-es-en-amon.

Per il ruolo di Im-ho-tep fu scelto Boris Karloff, una scelta davvero azzeccata in quanto il magnetismo che emanano i suoi occhi penetranti difficilmente avrebbe potuto essere uguagliato da chiunque altro.

A dire il vero Karloff appare nelle bende della mummia soltanto nelle prime scene del film (e la sequenza in cui si rianima, per scelta di Freund priva di qualsiasi sottofondo musicale fa venire i brividi…); per il resto del film Karloff interpreta il ruolo di Ardath Bey, l’egiziano la cui identità è assunta da Im-ho-tep per cercare di riportare in vita la sua Ankh-es-en-amon, sacrificando una giovane che ne è la reincarnazione.

Anche in questo caso Jack Pierce realizzò un’opera magistrale di trucco, applicando numerosi strati di cerone sul volto di Karloff per dare un’idea di estrema vecchiezza.

Il film ha molti punti di contatto con Dracula, fra cui la presenza di David Manners di nuovo nel ruolo del fidanzato della fanciulla concupita dal mostro, e quella di Edward Van Sloan  in quello del vecchio e saggio professore che svela l’identità di Ardath Bey.   

 

Negli anni 40, gli anni del definitivo esaurimento dell’aureo filone degli “Universal classic monsters”, si tentò anche la carta di tirare la mummia fuori dal suo sarcofago e nel giro di 4 anni furono sfornati ben 4 film.

 

Nel 1940 uscì “La mano della mummia”, che inaugurò il cosiddetto “ciclo di Kharis” (che verrà ripreso dalla Hammer negli anni 60): la mummia non è più il sacerdote Im-ho-tep, ma il principe Kharis, condannato ad essere sepolto vivo a guardia della sua amata principessa Ananka, e dopo la profanazione della tomba non assume un aspetto umano, restando nelle sue bende come un automa  mantenuto in vita e controllato da un sacerdote del dio Karnak, attraverso un elisir estratto da delle magiche “foglie di Tana” (che evocano in un certo senso il fiore tibetano Mariphasa Lupina Lumini del film “The werewolf of London”).

Detto per inciso, anche se nella valle del Nilo esiste un luogo che si chiama Karnak, nella mitologia egizia non c’è nessun dio con questo nome. Analogamente, la reincarnazione non fa parte delle credenze dell’antico Egitto.

Questo film ed i successivi furono realizzati in economia, riciclando diverse scene del film del 1932, quindi per il ruolo di Kharis fu scelto Tom Tyler, un attore che aveva abbandonato i ruoli da cowboy per via dell’artrite, per via della sua vaga somiglianza con Karloff. Il sacerdote Adhoneb è interpretato da George Zucco, l’archeologo Banning da Dick Foran.

Due anni dopo la Universal assegnò le bende di Kharis a Lon Chaney Jr., che l’anno prima aveva raggiunto la notorietà ne “L’uomo lupo” e sugli schermi uscì “The Mummy’s Tomb”.

In questo caso la mummia viene portata in America da un sacerdote, interpretato da Turhan Bey, e rapisce una ragazza per renderla sacerdotessa di Karnak, ma viene ucciso dalla folla inferocita (con sequenze prese dai film di Frankenstein) con il fuoco, come nel film precedente.

 

Nel 1943 la Universal aveva annunciato l’uscita di un film che avrebbe riunito i vari mostri, fra cui anche la Mummia: la sceneggiatura fu più volte riscritta ed il cast modificato, ma quando nel 1944 uscì “House of Frankenstein”, che vedeva insieme Dracula, Frankenstein, l’uomo lupo e lo scienziato pazzo, la mummia non faceva parte della mostruosa combriccola, anche se il film uscì nelle sale associato a “The mummy’s curse”.

 

Il 1944 vide infatti la nascita di ben due film sulla mummia, entrambi di durata molto breve e sempre con Lon Chaney Jr. nel ruolo di Kharis. Nel primo, “The Mummy’s ghost”, il sacerdote, interpretato da John Carradine, tenta di donare la vita eterna ad una giovane studentessa che è la reincarnazione di Ananka, ma Kharis lo uccide e si inabissa nella palude tenendo fra le braccia la donna, che improvvisamente mostra tutti i segni del suo millenario invecchiamento.  Pur trattandosi di un b-movie, la scena finale ha avuto numerosi estimatori.

Si dice che Chaney tenesse una fiaschetta sotto le bende e vi attingesse con una cannuccia durante le riprese e che la bella Ananka-Ramsay Ames, sentendolo un po’ barcollante, aveva il terrore che cadesse nelle scene in cui la portava in braccio.

 

“The Mummy’s curse”, sempre del 1944, è ambientato 25 anni dopo il precedente,quando la palude viene prosciugata e ricompaiono Kharis ed Ananka (ringiovanita). Il sommo sacerdote è interpretato da Peter Coe, che però passa in secondo piano di fronte alla discreta prova recitativa di Martin Kosleck nella parte del sacerdote giovane. Questo film dura solo 60 minuti e rivela tutta l’insofferenza di Lon Chaney Jr. nell’interpretare un ruolo che non aveva mai amato.

 

Anche la Mummia non sfuggì al destino parodistico che stava colpendo i suoi mostruosi colleghi, e nel 1955 condivise lo schermo con Gianni e Pinotto in “Abbott & Costello meet the Mummy”.

 

 

Bibliografia:

Teo Mora, “Storia del cinema dell’orrore vol.1”, ed. Fanucci

Fabio Giovannini, “Mostri”, ed. Castelvecchi

 

La Mummia

Le Mummie Hammer

Mummie varie ed eventuali

Immagini mummiesche

 
 


 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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