BORIS KARLOFF
William Henry Pratt nacque il 23 Novembre 1887 a Dulwich, un sobborgo di Londra, e nel 1909 si trasferì con la famiglia in Canada. Dopo aver provato diverse occupazioni provò a sfondare nel mondo dello spettacolo e scelse un nome d’arte altisonante che evocasse anche le origini russe della famiglia di sua madre. Girò per molti anni con varie compagnie teatrali itineranti, la sua prima apparizione cinematografica fu in un film con Douglas Fairbanks nel 1918.
Interpretando sempre ruoli da “villain” o da comprimario per personaggi esotici o
stranieri continuò a barcamenarsi fra set cinematografici e palcoscenici
teatrali, fino ad un fatidico giorno del 1931, quando James Whale, che aveva
raccolto il testimone della regia di “Frankenstein” da Robert Florey e stava
cercando un interprete per la creatura
dopo
la defaillance di Bela Lugosi, (che aveva altezzosamente rifiutato un ruolo in
cui non avrebbe avuto nemmeno una battuta di dialogo e sarebbe stato così
truccato da essere quasi irriconoscibile) vide casualmente l’ormai 44enne
caratterista Karloff mentre mangiava in una stanza degli Studios. Whale rimase
folgorato dalla forma della sua testa, e gli offrì di interpretare il ruolo che
lo avrebbe reso una vera e propria icona orrorifica, e avrebbe scritto il suo
nome a caratteri indelebili nella storia del cinema di tutti i tempi.
Era “Frankenstein”, il film del famoso grido “It’s alive!”, un mito della filmografia horror, il 70esimo film interpretato da William Henry Pratt, quello che lo avrebbe reso immortale.

Nel 1932, sotto la direzione di Karl Freund (già direttore della fotografia di Dracula di Browning e di capolavori dell’espressionismo tedesco fra cui Metropolis) Karloff interpretò il redivivo sacerdote egizio Im-Ho Tep in “La mummia”. Soltanto nelle sequenze iniziali (davvero memorabili!) Karloff appare avvolto nelle bende della mummia: nel resto del film è lo sfuggente ed enigmatico egiziano Ardath Bey, ruolo che interpreta magistralmente grazie al suo carisma e al suo magnetismo, e grazie anche al trucco del grandissimo genio del make-up Universal Jack Pierce.
Abbiamo detto che Boris Karloff ebbe
il suo trampolino di lancio nel rifiuto di Bela Lugosi di interpretare la
creatura di Frankenstein, divenendo così una stella il cui splendore gareggiava
con quello dell’attore ungherese. Era inevitabile che queste due star di prima
grandezza si trovassero a recitare insieme, e questo avvenne nel bellissimo
film di Edgar G. Ulmer “The black cat”
(1934). Lugosi in questa pellicola interpreta la parte del Dottor Vitus
Verdegast, che dopo molti anni di prigionia a causa della guerra torna nella
casa fortezza dell’ingegner Hjalmar Poelzig, interpretato appunto da Boris
Karloff, glaciale e crudele seduttore ed assassino di sua moglie. Il confronto fra i due pezzi da 90 fa
veinire i brividi ancora oggi, a 80 anni di distanza.
L’anno
successivo Karloff tornò sotto la direzione di Whale a vestire i panni della
creatura in “La moglie di Frankenstein”, un vero e proprio capolavoro in si cui
accentua il carattere “tragico” della solitudine del mostro, con delle sequenze
di matrice espressionista di una modernità quasi sconvolgente: bisogna infatti
pensare che si tratta di un film realizzato quasi 80 anni fa, ma dal fascino
ancora attualissimo! In erito a questa pellicola viene spesso ricordata
l’acconciatura di Elsa Lanchester, sposa predestinata del mostro (ma che lo
rifiuta inorridita).
Il
film si concludeva ovviamente, per il sollievo del pubblico, con
l’annientamento della Creatura, che però dato l’enorme successo al botteghino,
sarebbe inevitabilmente risorta come la fenice dalle sue ceneri: ecco che il
figlio del Barone Henry Frankenstein si ritrova impelagato nuovamente dopo
vent’anni a lottare con la la creatura, stavolta con lo zampino di un servitore
di nome Igor, interpretato da Bela Lugosi. Va detto per inciso che soprattutto
questo film, insieme a “La moglie di Frankenstein” fornirà spunti a Mel Brooks
per la sua esilarante parodia del 1974 “Frankenstein Junior”.
Nel
1945 Boris Karloff interpreta un bellissimo film in cui è diretto da Robert
Wise: “La Jena”. Se come creatura quasi bestiale nei panni del mostro di
Frankenstein Karloff si era affidato ad una espressività gestuale e quasi
mimica, in questo film riesce a sviscerare le sue doti di grande attore. E’
un’interpretazione di quelle che lasciano il segno, e che lo consacra
definitivamente nell’Olimpo dei grandi. Da segnalare anche in questo film un
contrasto con Bela Lugosi, qui in un luogo da comprimario e ormai in una fase
di inarrestabile declino.
Per concludere questa breve e riduttiva carrellata sulla filmografia di Boris Karloff , vale la pena citare due film “celebrativi” della sua grande e gloriosa carriera:
“I
tre volti della paura” del 1963 è un film a episodi, diretto dal grande Mario
Bava, di cui Boris Karloff rappresenta per così dire il filo conduttore:
introduce infatti i tre episodi del film, è interprete di uno di essi (il
secondo) ed appare alla fine per concludere il tutto, svelando ironicamente la
finzione cinematografica;
“Targets”, diretto da Peter Bogdanovich nel 1968, in cui Karloff interpreta la parte di una vecchia star di film horror il cui nome è tutto un programma : Byron Orlok!
L’anno successivo William Henry Pratt ci ha lasciato, forse ora cavalca nei Campi Elisi su un destriero meccanico come nella scena finale de “I tre volti della paura”, o forse anche in cielo sta cercando un eremita cieco che gli doni soltanto una goccia di affetto. William-Boris se n’è andato. Ma il gesto della creatura di Frankenstein che, smarrita, protende le mani verso un raggio di luce vivrà per sempre nel cuore di chiunque ama il cinema e le sue immortali emozioni.