Sul passaggio della realtà nella finzione: ideologia e sistema dell'identità in Ken Parker

di Carlo Altini

 

                                        È stato il tempo migliore.
                                        È stato il tempo peggiore.
                                        È stata l'età della saggezza.
                                        È stata l'età della stoltezza.
		                                    Charles Dickens



1. Differenze di fondo
La complicata vicenda editoriale di Ken Parker intrattiene un rapporto di stretta corrispondenza con le ragioni della innovazione stilistica e narrativa caratteristiche della serie, tanto da portare in evidenza il contrasto tra la linea editoriale di un fumetto d'autore e quella di un fumetto popolare. Ken Parker è un fumetto di frontiera: in questo senso è un prodotto laterale rispetto alle strutture produttive della casa editrice Bonelli. Il personaggio nasce dalla collaborazione di due giovani autori indipendenti che, grazie al genio dell'editore illuminato, innescano un processo di rivisitazione nelle strutture di un genere narrativo e di un prodotto editoriale ormai classico: il formato Bonelli ospita per la prima volta al suo interno un personaggio che nega i personaggi Bonelli.
Ken Parker è un antieroe, inteso che con il termine non si denota un eroe negativo, bensì un personaggio per il quale l'azione, in linea di principio non dominante rispetto al gioco e all'atmosfera, non è rottura, ma prosecuzione della quotidianità: la Storia è fatta di tante cose. Su questo assunto cambiano le strutture tematiche e stilistiche del racconto: le storie di un antieroe non possono essere narrate con gli schemi classici del fumetto eroistico. Il genere western si trasforma, tanto da diventare talvolta detective story, a metà tra il serio e il faceto. Gli intrecci si complicano, mentre gli indizi, nascosti e visibili, si infittiscono con la presenza dei protagonisti, personaggi a tutto tondo, a fianco di Ken Parker. I buoni non sono più solo buoni, così come i cattivi non sono più solo cattivi. L'occhio realistico e poetico al tempo stesso degli autori però non rinuncia alla schiettezza: gli indiani per esempio sono per molti aspetti più nobili dei bianchi, ma non per questo si può nascondere la loro crudeltà. La leggenda del West è dunque un po' consumata, ma resiste ancora come metafora e come luogo del gioco d'avventura.
Il fumetto popolare inteso come prodotto seriale funziona, al di là del tema eroistico, in base a schemi narrativi collaudati che Berardi e Milazzo sottopongono a severa verifica. Il successo di Ken Parker è la prova che non esiste necessaria corrispondenza tra fumetto popolare e retorica della semplicità. Sceneggiatore e disegnatore orchestrano pagine nelle quali sono assenti le didascalie, tra dissolvenze e colpi di scena che rendono vibrante e asciutto l'intreccio, anche grazie ad un montaggio dinamico che rivoluziona la gabbia della pagina. Il gioco delle angolazioni corrispondenti e del montaggio parallelo facilita la resa delle analogie e dei contrasti, così come gli inserti rinnovano il potere evocativo delle citazioni con funzione spazio-temporale. Il disegno non è una appendice figurativa delle parole e delle didascalie, bensì uno strumento espressivo che costruisce, insieme alla sceneggiatura, i caratteri della storia. La complessità stilistica si rende evidente soprattutto nella densità dei racconti autoconclusivi, nei quali la suspense non inficia la piacevolezza dell'estrema leggibilità.
La distanza che esiste tra la figura dell'eroe e quella dell'antieroe corrisponde a quella che esiste tra le strutture narrative del fumetto Bonelli classico e quelle di Ken Parker. Non serve sottolineare come non siano rintracciabili segni di contatto tra i comprimari delle serie classiche e i protagonisti secondari delle storie di Berardi e Milazzo, così come non serve ribadire che è su questo punto che si verifica il maggior distacco tra l'eroe e l'antieroe. In questo senso Mister No e Dylan Dog sono più eroi di Ken Parker, che in molte delle sue vicende riveste il ruolo di testimone, lasciando spazio ad altre vite e ad altre storie: il crepuscolo del West è il crepuscolo dell'eroe. Il sacro mito viene smarrito, gli autori intervengono nelle storie del personaggio e il personaggio scrive le proprie storie da solo, mentre compaiono protagonisti del cinema e dei fumetti che rappresentano altro da sé essendo se stessi: i fantasmi vivono un'altra vita. I segni hanno altri significati e il gioco dei significati infiamma il fascino dei significanti. La geniale rivisitazione del genere western - non è poco - è tutta qui.

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2. Preparativi per una conversione
Il successo di critica e di pubblico conseguito negli anni dalle storie di Ken Parker è dovuto a molti fattori, in particolare alle significative innovazioni stilistiche intervenute sul genere narrativo tradizionale che hanno contribuito a sfumare la caratteristica distinzione tra fumetto d'autore e fumetto popolare. Non è stato tuttavia irrilevante per il progressivo successo del personaggio l'aspetto più propriamente tematico e ideologico delle vicende narrate, tanto che, dovendo dare in modo grossolano un'etichetta alla serie, si potrebbe azzardare l'idea di un western di "sinistra".
Le etichette non rendono mai giustizia alla complessità del reale, e spesso tendono a risultare forzate, se non addirittura arbitrarie: in questo senso, nessuno pretende di fornire griglie interpretative univoche, inutili per la corretta lettura di una serie che conta ormai quasi cento episodi e che contiene in sé mille motivi di gioco e di riflessione. Tuttavia, non si può non rilevare come molteplici siano i temi sociali che percorrono apertamente e/o sotterraneamente le storie di Ken Parker. Il problema indiano quale simbolo dell'esistenza di culture e di soggetti diversi; la nascita del capitalismo in America; l'ecologia; il diritto quale fonte di giustizia: questi e altri argomenti costituiscono spesso lo spunto per significative prese di posizione dei protagonisti delle vicende, e di conseguenza motivo di riflessione per il lettore. Nel genere western si assiste fin dagli anni Sessanta ad una graduale irruzione di temi crepuscolari innestati su strutture narrative sempre più decostruite e tuttavia complesse: basta pensare infatti ai film di Sam Peckinpah, Sergio Leone, Arthur Penn, Sidney Pollack e Monte Hellman per capire che, sotto questo punto di vista, la nascita di un personaggio come Ken Parker risulta agevolata da tutto un mondo di idee in movimento. Anche vecchi leoni come John Ford rileggono la leggenda del West in un'ottica disincantata, seppur romantica, tanto che questa lezione nel mondo dei fumetti passerà in forma ammirevole nelle pagine della Storia del West di Gino D'Antonio. Da questo punto di vista, Ken Parker non è frutto di radicalità settaria: per certi aspetti è il gioco in senso lato a prendere il sopravvento, per altri è l'elemento drammatico a riempire la scena. In questa sua oscillazione, Ken Parker è probabilmente figlio di Ford, e non di Peckinpah: bisogna tenere presente infatti che nei film di Peckinpah non si ride. Ma allora, se Ford è il simbolo di un certo modo di vedere il western, perché abbiamo definito Ken Parker un western di "sinistra"?
Ken Parker non decostruisce, e non vuol decostruire, il genere western. L'appartenenza al genere è rassicurante nel fornire schemi e coordinate: il gioco al quale mirano Berardi e Milazzo è interno al genere, e punta a un equilibrio sottile tra rivoluzione e restaurazione. Peckinpah e Leone mirano invece alla sepoltura del western: la loro ammirazione e il loro amore per il genere sfociano nella necrofilia. La sepoltura del western effettuata da Peckinpah è visivamente crudele nel suo desiderio di oggettività, mentre quella di Leone è ironicamente strutturale nella sua definitiva surrealtà. A confronto con queste lezioni, la parola di Ken Parker è solare. Nel West esistono problemi di giustizia e di legalità; i diritti dell'uomo, in primis degli indiani, vengono sistematicamente calpestati; la nascita del capitalismo è accompagnata da disgustosi accordi politici e militari tesi alla volontà di potenza e di conquista a scapito dei più deboli; la civilizzazione delle popolazioni e dei territori americani non è altro che un raffinato genocidio: tutto questo emerge con chiarezza dalle storie di Ken Parker, e tuttavia salta agli occhi il suo desiderio di vivere e di lottare, di sperare e di sorridere, in una parola di credere in un mondo migliore. Da questo punto di vista risultano efficaci le metafore offerte dal genere: la storia diventa leggenda, colorata con sfumature epiche. Per una leggenda infatti anche il tramonto è leggendario, tanto che risiede in questa umana capacità di contraddizione il fascino delle storie di Ken Parker. In questo senso dalla rilettura del genere non è assente il gusto per l'avventura. Ma, all'interno di questa struttura narrativa in mirabile equilibrio tra innovazione stilistica e rispetto della tradizione, non è in alcun modo dubbia la presenza di temi caratteristici dell'universo di pensiero della sinistra in senso lato: l'antimilitarismo, il proletariato, l'ambiente, la giustizia, il razzismo, l'omosessualità, la pena di morte; tutti questi sono argomenti che, mutuati dalla coscienza della sinistra contemporanea, pervadono in modo sottile molte delle storie di Ken Parker, che, da questo punto di vista, è più vicino ai problemi degli uomini della seconda metà del Novecento che a quelli degli uomini del West.
Gli umanisti e gli scienziati hanno due modi diversi di accostarsi al presente. Per i primi è normale consuetudine il lamento funebre per la fine dell'età moderna, nell'attesa che il tanto declamato post-moderno riveli qualcosa della sua essenza; per i secondi invece si ricrea di continuo uno stato d'animo di nuovo e perenne entusiasmo per le scoperte della ragione scientifica. È evidente la disso-ciazione avvenuta nel nostro secolo tra progresso scientifico e progresso morale con la conseguente impotenza dell'uomo di fronte alle conquiste della tecnologia. Il progresso scientifico è sempre più vertiginosamente accelerato, irresistibile e irreversibile, mentre nessuno di questi attributi vale per la sfera morale. Ken Parker, uomo dell'Ottocento che pensa come un uomo del Novecento, è consapevole di questo problema: la civiltà contiene in sé il volto di Medusa. Non a caso ad un progresso delle condizioni tecnologiche del lavoro di fabbrica non corrisponde un miglioramento delle condizioni di vita degli operai protagonisti dell'episodio Sciopero. La probabile filiazione di Ken Parker dal romanticismo disincantato fordiano non gli impedisce di vedere che il West, come tutta la Storia del resto, non è idillio, bensì lotta e tragedia: solo che talvolta è piacevole fermarsi a sorridere sulle nostre piccole debolezze quotidiane dando libero sfogo alla nostra fantasia.

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3. Nomadismo e sedentarietà
La conquista del West è una metafora di sperimentazione sociale. I viaggi dei pionieri e dei coloni in vista di uno stanziamento residenziale sono infatti l'immagine simbolica della nascita della nostra civiltà, che ha origine e si perpetua nel conflitto archetipico tra due sistemi incompatibili e tuttavia complementari: il nomadismo e l'agricoltura stanziale. Il conflitto tra il nomade e il sedentario è simbolicamente eterno: il nomade giudica l'agricoltore un degenerato, mentre il cittadino disprezza il nomade come un selvaggio distruttore del progresso sociale e civile:
Il nomadismo è nato dalle grandi distese, da terreni troppo sterili perché gli agricoltori potessero coltivarli con profitto - savana, steppa, deserto e tundra, tutti terreni che possono dare da vivere a una popolazione animale solo a patto che si sposti. Per il nomade il movimento è moralità. Senza il movimento i suoi animali morirebbero. Ma il coltivatore è incatenato al suo campo: se si allontana, le sue piante avvizziscono (Bruce Chatwin, Invasioni nomadi, in Id., Che ci faccio qui?, trad. it., Milano, Adelphi, 1990, pag. 268).
Il nomade è un pastore errante, proprietario e allevatore di animali domestici, i cui viaggi sono organizzati sulla base di una serie prevedibile di pascoli secondo le esigenze particolari del suo bestiame. Il territorio del nomade è il sentiero: la migrazione è di per sé una catarsi religiosa attraverso la quale l'assillo della pura sussistenza, insito nell'instabilità del lavoro nomade, non è corrotto dalle comodità della vita sedentaria. Il nomade puro è il nomade povero, e tuttavia relativamente "ricco": infatti se il gregge scende sotto una certa quota, il nomadismo non è più praticabile, e la famiglia nomade è costretta a trovare lavoro come servi (della gleba). In questo senso la cura del bestiame costituisce uno dei principali scopi della vita, tanto che il nomade, in caso di rischio, preferisce rubare gli animali del vicino piuttosto che usurpare il territorio di un'altra tribù: pur essendo numerosi gli episodi di guerra, tra i nomadi non esiste lo spirito di conquista e acquisizione di nuovi territori. Per un nomade le frontiere politiche sono una forma di follia.
Diverse sono le ragioni e i motivi della vita sedentaria: la terra diventa fonte del diritto e della giustizia. I grandi atti primordiali del diritto sono localizzazioni legate alla terra, cioè occupazioni di terra, fondazioni di città e istituzioni di colonie. Alle occupazioni di terra e alle fondazioni di città è sempre legata una misurazione e ripartizione del suolo utilizzabile:
In primo luogo la terra fertile serba dentro di sé, nel proprio grembo fecondo, una misura interna. Infatti la fatica e il lavoro, la semina e la coltivazione che l'uomo dedica alla terra fertile vengono ricompensati con giustizia dalla terra mediante la crescita e il raccolto. Ogni contadino conosce l'intima proporzione di questa giustizia. In secondo luogo il terreno dissodato e coltivato dall'uomo mostra delle linee nette nelle quali si rendono evidenti determinate suddivisioni. Queste linee sono tracciate e scavate attraverso le delimitazioni dei campi, dei prati e dei boschi..... È in queste linee che si riconoscono le misure e le regole della coltivazione, in base alle quali si svolge il lavoro dell'uomo sulla terra. In terzo luogo, infine, la terra reca sul proprio saldo suolo recinzioni e delimitazioni, pietre di confine, mura, case e altri edifici. Qui divengono palesi gli ordinamenti e le localizzazioni della convivenza umana. Famiglia, stirpe, ceppo e ceto, tipi di proprietà e di vicinato, ma anche forme di potere e di dominio, si fanno qui pubblicamente visibili (Carl Schmitt, Il Nomos della terra nel diritto internazionale dello "jus publicum europaeum", trad. it., Milano, Adelphi, 1991, pp. 19-20).
L'occupazione di terra rappresenta il primo titolo giuridico categoriale fondante e istituisce diritto verso l'interno e verso l'esterno: verso l'interno, con la ripartizione del suolo viene creato il primo ordinamento di tutti i rapporti di possesso e di proprietà; verso l'esterno, il gruppo occupante si trova di fronte ad altri gruppi che occupano altre terre. In questo secondo caso l'occupazione di terre rappresenta un titolo di diritto in due modi diversi: la porzione di suolo può infatti essere acquisita da uno spazio libero, oppure può essere sottratta al padrone riconosciuto. In ogni caso all'inizio della storia dell'insediamento di un popolo si trova sempre una occupazione di terra: attraverso la ripartizione del terreno si rende spazialmente visibile l'ordinamento politico, sociale e religioso di un popolo.
Nelle vicende narrate attraverso Ken Parker si trovano rappresentati entrambi i tipi di vita sociale. Indiani e pionieri, coloni e cowboys, eschimesi e cittadini della costa est; ognuno di loro è, con le rispettive peculiarità, un simbolo del conflitto tra nomadismo e sedentarietà. Ai nostri fini non serve distinguere tra il nomadismo degli indiani e quello dei cowboys, e neppure sottolineare il fatto che esistono indiani nomadi così come esistono indiani sedentari e agricoltori. Il fatto simbolico e allo stesso tempo effettuale della conquista del West è che il viaggio dei pionieri verso l'ovest era un viaggio in vista di uno stanziamento: in America si è riprodotta la struttura di conquista del territorio caratteristica dello spirito europeo senza la complicazione del primo occupante - come è noto, la presenza degli indiani quali primi residenti è stata ritenuta ininfluente. Il viaggio non era dunque sinonimo di nomadismo, bensì ricerca di conquista stanziale. I territori liberi, senza primo occupante, non esistevano in Europa da secoli, e non esistevano sulle coste est dell'America dal tempo dei primi emigranti inglesi e olandesi. L'America offriva quello che l'uomo comune europeo e americano, affrancato dai legami nei confronti della tradizione aristocratica al grido di "una testa, un voto", ma egualmente nullate-nente, aveva sempre sognato: la proprietà. Ognuno ha la proprietà del proprio corpo, e dunque del proprio lavoro: questa è la premessa fondativa della struttura ideologica del liberalismo moderno sulla quale riposa l'equiparazione di lavoro e di dominio:
Quanta terra un uomo lavori, semini, bonifichi e coltivi, usandone il prodotto, tanta è proprietà sua. Egli, col suo lavoro, la recinge, per così dire, sostituendosi alla proprietà comune..... Colui che ha sottomesso, coltivato e seminato una porzione di terra, vi ha con ciò aggiunto qualcosa che era sua proprietà, che un altro non può fare oggetto di un suo diritto, né potrebbe togliergli senza ingiustizia (John Locke, Secondo trattato, in Id., Due trattati sul governo, trad. it., Torino, Utet, 1960, pp. 263-264).
È il lavoro che conferisce alla terra il valore: tutte quelle cose che l'uomo trae dallo stato di natura e alle quali congiunge il proprio lavoro diventano proprietà privata. La leggenda del West non è dunque la romantica epopea della libertà (nomade) degli esploratori, bensì la sanguinosa vicenda di una conquista e di una ricerca di possesso.
Non possiamo non sapere come sono andate le cose. Il nomadismo è stato cancellato dalla vita sociale americana, tanto che è diventato, per l'opinione pubblica, sospetto di destabilizzazione politica e culturale, quasi sinonimo di degradazione agli occhi di certo perbenismo puritano: addirittura i nomadi per eccellenza, gli indiani, hanno subìto una crudele nemesi che li ha portati ad essere stanziati nelle riserve. Sappiamo però anche come sono andate le cose dall'altra parte: sappiamo per esempio che dopo Locke è arrivato Marx, e il tema del lavoro e della proprietà ha acquistato colorazioni diverse da quelle così limpide alle quali il pensiero liberale era stato abituato da tempo. In questo senso ci sentiamo di ringraziare gli autori di Ken Parker: al di là del gioco delle citazioni, dei ritratti colti nelle storie sfumate, del gusto per l'avventura, dell'ironia sottile, non può essere dimenticato un certo senso di amaro disincanto che si avverte nelle vicende del nostro antieroe biondo. È il disincanto di chi sa, di chi sa che un epoca è finita senza essere neppure cominciata.

Carlo Altini
 
 

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