Casa Bonelli: dall'eroe all'antieroe

di Gianni Brunoro

 

La natura del fumetto, come d'altronde di ogni altro genere di narrativa popolare e perfino di ogni forma intrattenitiva, è tale per cui il protagonista di una vicenda o, tanto meglio, di una serie di avventure, altro non possa essere se non un eroe: questo è quanto il fruitore si aspetta da lui, perché lo svago e il divertissement devono offrire spunti per fantasticare, motivi per sognare, devono insomma essere un mezzo d'evasione. Com'è dunque logico, nel fumetto questo è avvenuto regolarmente fin dagli anni Trenta, quando nacque il filone avventuroso e si affacciarono sulla scena quei magnifici eroi come Flash Gordon, l'Uomo Mascherato, Cino e Franco e tantissimi altri, ai quali poi, per venire a qualche decina d'anni più tardi e in terra italiana, si sarebbero affiancati i vari Dick Fulmine, Gim Toro e una quantità d'altri.
Quali siano dunque le caratteristiche dell'eroe, risulta ovvio solo a citare questi nomi. È scontato, cioè, che l'eroe è un'entità tutta d'un pezzo, che nelle sue imprese non perde mai, e rappresenta a tal punto il Bene per cui screma via dalla Terra ogni entità negativa, in parole povere qualsiasi malintenzionato si metta sulla sua strada con cattive intenzioni, e che in simmetrica metafora altro non risulta essere se non il rappresentante del Male.
Per rimanere appunto in Italia, una delle più operose "officine" del divertimento, dell'intrattenimento destinato in special modo ai ragazzi, è l'editrice Bonelli, che fin dal 1941, anno della sua fondazione, ha cambiato molti nomi, ma è sempre stata una fabbrica di eroi: valga un nome per tutti, quel Tex Willer - per gli amici, semplicemente e inequivocabilmente, Tex - che ancora oggi, a quasi mezzo secolo dalla sua nascita, continua a divertire il suo pubblico perché, lungi dall'averlo stancato, ha finito per coinvolgere in un giudizio positivo perfino la critica. Ma accanto a Tex, naturalmente, gli "eroi" della Bonelli si contano a decine, da Furio Almirante a Yorga, dal Comandante Mark a Frisco Bill, dalla Pattuglia dei senza paura a Hondo, a Teddy Star della serie Mani in alto!, dal Piccolo Ranger a Zagor, al Ragazzo nel Far West, per non citarne che pochissimi (e qualcuno magari effimero ma splendido). Alcuni dei quali però, sintomaticamente, ancora oggi sulla breccia.
Poi però, a partire dagli anni Sessanta, con la rivisitazione e la rivalutazione critica del fumetto, le cose sono andate gradualmente cambiando: il fumetto ha sempre più puntato ad essere letterario, e andò spuntando il cosiddetto "fumetto d'autore". In particolare, arrivò "la" creatura di Hugo Pratt, cioè Corto Maltese, e con esso la valorizzazione dell'uomo, ossia dell'esperienza umana piuttosto che della vicenda avventurosa. Si approfondì negli autori l'attenzione alla vita - che spesso non ha eroi - e si cercò una qualche acquisizione di un valore letterario e perfino l'ingresso nella letteratura. In tal senso, Corto Maltese ha costituito un importante giro di boa, un punto nodale, una profonda rivoluzione, tanto che ancora oggi esso rimane un riferimento irrinunciabile, e lo testimoniano gli omaggi rivoltigli in campo cinematografico (ricordate, nel "Batman" di Tim Burton? O in più episodi di Indiana Jones?) e in campo letterario (perfino, ad esempio nell'"Isola del giorno prima" di Umberto Eco) senza contare quelli, formicolanti, in campo fumettistico. Nel quale settore però esso ha ben altri meriti, perché vi ha sollecitato piuttosto il sorgere di nuovi characters più o meno emuli della sua psicologia, contestualmente al suo modo di essere un fumetto. E ciò è avvenuto puntualmente anche in casa Bonelli, che come si diceva prima era una vecchia roccaforte di "eroi" tutti d'un pezzo. Anche qui è arrivato dunque il crepuscolo dell'eroe e si è avuta la nascita del non-eroe, seguita dalla sua graduale metamorfosi in una fisionomia ancora più radicale, insomma il successivo rafforzamento nell'antieroe.
A rompere il ghiaccio, in tale direzione, è stato nel 1975 Mister No. Mister No è chiaramente un figlio di Corto Maltese sul piano creativo, e un suo fratello nella psicologia. Ed è interessante perché porta le sue tematiche a livello di "fumetto popolare", distinzione, rispetto al "fumetto d'autore", a quel tempo assai netta e decisamente rigida. Ma siamo ancora nell'ambito dell'avventura, c'è più azione che pensiero, benché sia un'azione improntata a un certo tipo di pensiero, quello dell'antieroismo. È appunto l'inizio della fine per gli eroi, che un po' alla volta cederanno il passo a personaggi nuovi, sempre più venati da tratti della psicologia del non-eroe e talora decisamente intrisi e conformati a quella dell'anti-eroe. Personaggio, Mister No, nato forse da una pulsione oscura e da una sensazione indistinta, ma divenuto via via sempre più consapevole del proprio ruolo di bastian contrario, e perciò di anti-eroe. Della importanza di Mister No ci stiamo accorgendo appunto mano a mano che passano gli anni, specie considerandone il peso nella prospettiva storica della Sergio Bonelli Editore, nella cui evoluzione il personaggio ha svolto una funzione di rottura rispetto alle tradizioni creative del passato e pertanto di remota premessa ai rivolgimenti, anche programmatici, venuti in seguito.
In senso strutturale, l'itinerario creativo che ha portato a Mister No è del tutto parallelo a quello di Corto Maltese: il quale, non a caso, è il personaggio che si può considerare come il più significativo esponente di una possibile saldatura fra contenuti fumettistici, valori letterari e premesse esistenziali. Dunque, anche con Mister No avviene un processo analogo, e con una significativa differenza: è la prima volta, da noi, che un fumetto di largo seguito popolare ha un'aura autobiografica, intesa come riflusso, nella narrazione, di qualche vero episodio vissuto dall'autore, o comunque sia, come eco della sua esperienza diretta e reale, oltre che riflesso di una specifica cultura letteraria e cinematografica assimilata, rimacinata e poi riciclata, nonché conseguenza a sua volta di nette propensioni personali, e in tal senso dunque "autobiografiche". Quasi superfluo ricordare che Mister No è il "figlio" probabilmente più autentico di Sergio Bonelli, che però lo ha dato alla luce sotto le mentite spoglie (allora, ma oggi non più) di Guido Nolitta, nom de plume che peraltro egli continua a usare tuttora.
Focalizziamolo, questo Mister No, cercando di non dimenticare che siamo nel 1975: le caratteristiche distintive tra fumetto d'autore e fumetto popolare sono ancora nettamente differenziate, ed un protagonista di fumetti popolari è in genere un eroe a tutto tondo, del tipo ""ti" spezzo e non mi piego". Ebbene, Mister No è invece uno che non ha alcuna intenzione di spezzare nessuno, e che d'altra parte, per ciò che lo riguarda, non esclude in via di principio nemmeno di potersi anche piegare. C'è dunque in Mister No una ventata d'aria nuova che, un po' vista ora come premessa di tutto ciò che sarebbe venuto poi, un po' considerata nel contesto del fumetto popolare di allora, costituisce un rivolgimento piuttosto interessante. Dunque, in senso prospettico e storico, Mister No occupa una posizione nodale addirittura nel contesto dell'intero fumetto italiano. Chi sia poi Mister No, si potrà meglio apprendere dall'analisi condotta nel capitolo di questo libro a lui intitolato.
Vale solo la pena di sottolineare come, fra le altre cose, lui combatte con allegria e spirito scanzonato, canticchiando un motivetto jazz o facendo la corte alle ragazze. Ecco, questo è un altro elemento di novità nel personaggio. Perché infatti, per tradizione di "casa Bonelli", tutti i personaggi precedenti a Mister No si comportavano quasi come esseri asessuati, intimamente machos come ci si deve aspettare dagli "eroi", esclusivamente interessati all'elemento avventuroso. Anche in tal senso, dunque, Mister No rappresenta un significativo strappo alla tradizione. Su questa strada, Mister No precede significativamente la "rivoluzione Ken Parker", il personaggio che finirà per stabilizzare tale tendenza conferendo, nei fumetti d'avventura bonelliani di nuovo conio, anche un ruolo inedito alla donna.
 

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Ken Parker è nato nel 1977, e quindi è cronologicamente posteriore al primo "eroe nuovo" Mister No, ma a parte questo occupa una posizione emblematica rispetto a tutti i personaggi bonelliani venuti dopo, per una singolare ragione. Con Ken Parker è successo un fatto mai avvenuto in precedenza nella Bonelli e rimasto comunque unico: l'abbandono dell'editrice da parte di un personaggio, intenzionato a intraprendere un'altra via, assumendo una vita autonoma e indipendente. Il personaggio ha lasciato la Bonelli per l'ambizione dei suoi autori di farlo passare dalla categoria "fumetto popolare" a quella del "fumetto d'autore". Ma dopo svariati anni e diverse vicende, nel 1994 il "figliol prodigo" è "tornato all'ovile". Ora, al di là delle varie ragioni pratiche responsabili di tutti questi va-e-vieni, il fatto in sé si può anche leggere come una metafora della graduale metamorfosi di molto fumetto, specie bonelliano, che dalle caratteristiche popolari ha assunto quelle d'autore (anche se la distinzione è ormai in gran parte superata e anacronistica). E lo specchio di tale metamorfosi è soprattutto la definitiva accettazione, se non ricerca, da parte del pubblico, della psicologia dell'antieroe.
Quella di Ken Parker, che nella finzione narrativa è nato a Buffalo nel Wyoming il 20 novembre 1844, è una lunga vicenda "in progress" per cui, col progredire degli episodi passa anche il tempo reale della vita del personaggio, Il quale inoltre va al tempo stesso evolvendosi sul piano psicologico e in particolare, in un momento cruciale, la sua vita subisce un significativo giro di boa. Ingaggiato infatti come scorta da una giornalista inglese, Ken Parker prende contestualmente coscienza di due cose: da una parte l'importanza della cultura, cui la giornalista lo sensibilizza; dall'altra, attraverso un accenno di flirt con lei, comprende la propria essenza di "uomo americano". Da allora in avanti, la sua attenzione ai problemi sociali si fa sempre più viva, e nel suo inquieto peregrinare egli verrà gradualmente coinvolto in vicende che, fra l'altro, lo accosteranno alle problematiche relative alla pena di morte, alle esigenze dell'infanzia e della terza età, al ruolo della stampa, alle cause dello sbandamento giovanile, al rapporto fra bianchi e pellerossa. Pur rimanendo uomo d'azione, nella quale anzi viene sistematicamente coinvolto, tuttavia è anche sempre più portato alla riflessione e alla discussione su temi esistenziali speculativi e pratici, nei quali trascina coloro con cui viene a contatto. Nella sua psicologia si stratificano dunque risvolti sempre nuovi, che ne fanno un personaggio via via più ricco di sfaccettature e di riferimenti, e sempre più vicino alla sensibilità del nostro tempo. Vale a dire sempre più non-eroe, sempre più convinto anti-eroe. E siccome nella sua essenza Ken Parker racconta bensì l'avventura ma in maniera ammiccante, di conseguenza il racconto diventa anche dissertazione "sulla" avventura e sua demistificazione. C'è dunque una letterarietà insita nel citare in modo criptico e talora ironico la tradizione e una letterarietà nell'insistito omaggio alla letteratura: in quanto ultimamente Ken Parker è diventato addirittura egli stesso scrittore, e come tale il suo atteggiamento nei confronti dell'"eroe" si fa ironicamente smagato.
Col passare degli anni e l'evolversi dei personaggi, le cose in casa Bonelli camminavano però ormai da sole; l'editrice aveva trovato, per un nuovo rapporto col pubblico, una sua strada originale ormai divergente rispetto alla tradizione. Ecco dunque spuntare Dylan Dog, che a dire il vero ha rotto non solo rispetto alla tradizione eroe/antieroe, ma ha anche istituito col pubblico un rapporto che mai era stato così robusto e vivo: tirature di centinaia di migliaia di copie mensili, un fenomeno di costume che ancora oggi, a quasi dieci anni di distanza, non si è spento, anzi.
Dylan Dog è un po' un mistero già sotto il profilo editoriale. Infatti esso nasce a novembre del 1986, in uno dei ricorrenti momenti critici del fumetto italiano. E invece, con sorpresa di tutti, il personaggio non solo si mostra presto pimpante, ma va conquistandosi velocemente il mercato con un inatteso effetto-valanga, che col 1989 sembra assumere addirittura i toni di un'isteria collettiva, accentuatasi nel 1990 e ancora in ulteriore crescita durante tutto il 1991 e, senza cedimenti, nel corso del 1992. Un'effervescenza del resto uguale ancora oggi. Bastano questi veloci cenni disorganici a far capire quanto Dylan Dog, personaggio "monstre" del fumetto italiano, sia una personalità originale, inconsueta ed estremamente complessa. Vediamo dunque di analizzarne qualche caratteristica.
Quella fondamentale è che Dylan Dog è un personaggio profondamente e intimamente umano. C'è chi giustamente tira in ballo il suo carattere: Dylan Dog è un tenerone che suscita un senso materno di affetto. E che questa sia o no la risolutiva chiave di lettura del personaggio, essa ha senz'altro un peso notevole. Non può essere un caso che Dylan viva un'ampia antologia di amori - "una donna ad episodio" - per cui questo suo aspetto merita un'attenzione specifica. Infatti non ce n'è una, di quelle che egli contatta, di cui non s'innamori. Se e quanto sia vero amore - e del resto, chi mai lo sa, cosa sia il vero amore - è difficile dire, fatto sta però che con tutte costoro egli finisce quasi immancabilmente e ritualmente a letto. Eppure gli succede poi di essere talmente incontentabile che ogni donna finisce per sfuggirgli di mano, scivolargli ogni volta di fra le dita per essere, in fondo, confinata all'immutabile ruolo di usa-e-getta. Sicché sorge il sospetto che Dylan Dog deve pur avere qualcosa che non funziona per il verso giusto. E questo suo rapporto con le donne sembra avere tutti i carismi per potersi "leggere" come un chiaro sintomo nevrotico. Già, Dylan Dog evidenzia non pochi sintomi di una personalità nevrotica. Sia sintomi innocui: il suo frequente rifugiarsi nel trastullo di suonare il clarinetto, cui ricorre nei momenti di tensione, o la rilassante attività manuale di costruire un modello di galeone... Però manifesta anche sintomi che in qualche modo gli sono d'impiccio nella professione, come il sacrosanto terrore di volare, per cui non prenderebbe mai l'aereo.
Nel contesto della produzione bonelliana, Dylan Dog appare dunque l'incarnazione dell'antieroe "vero", in quanto destinato a tale ruolo dalla sua natura psicologica e quindi contraddistinto da incertezze, dubbi, macerazioni, perfino nevrosi. Elementi idonei a interpretare Dylan Dog, come si vede, ce ne sono finché se ne vuole: anche perché quelli citati non sono che la proverbiale punta dell'iceberg. Però, al di là delle tante possibili interpretazioni, Dylan Dog rimane un sorprendente successo editoriale, estremamente concreto, il che significa che risponde a esigenze interiori del lettore, che in fondo siamo noi. E in tal senso Dylan Dog è chiaramente uno scivolamento nell'universo letterario (e non a caso Tiziano Sclavi è un letterato), incentrato più sulle debolezze umane che sui suoi trionfi. Cioè, più che sull'"eroe", sull'uomo, che è sempre un tipico antieroe.

Gianni Brunoro
 
 

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