Dylan Dog, l'ultimo antieroe

di Mauro Bruni

 

Quando Sergio Bonelli esaminò il progetto di Dylan Dog non poteva neppure lontanamente immaginare il successo che il giovane indagatore dell'incubo avrebbe avuto negli anni a venire. La leggenda narra che il grande editore milanese accettò questo nuovo personaggio, che esulava dalla ormai trentennale linea Bonelli, un po' per scommessa ed un po' per la profonda stima e fiducia che nutriva in Sclavi. Molte furono le riunioni con l'editore e l'amico collega Alfredo Castelli per non sovrapporre temi e situazioni con il già lanciatissimo Martin Mystère. Nelle mie fantasie ho immaginato spesso questa scena: i due autori intorno ad un tavolo che si scambiano frasi del tipo "Il mostro delle paludi è affar mio tu hai già Atlantide e Mago Merlino", oppure "Gli alieni ce li possiamo dividere ma tu prendi quelli buoni ed io solo quelli che vogliono invadere la Terra". Il tutto seguito dall'occhio vigile ma esterrefatto di Sergio Bonelli. Sicuramente non è andata così però fa piacere pensare che le cose del nostro media preferito possano essere molto più prosaiche e vicine al quotidiano che puri e semplici interessi commerciali.
1. Il debutto
Nell'ottobre 1986 esce in tutte le edicole il primo numero di Dylan Dog, l'indagatore dell'incubo: ai testi un giovane e sconosciuto, al grande pubblico, Tiziano Sclavi; mentre ai pennelli un ottimo e misterioso Angelo Stano. Sulle carriere passate e presenti dei due autori si sono versati ettolitri d'inchiostro su quintali di carta che hanno impietosamente riempito intere biblioteche, quindi eviterò di citare tutte le loro opere e cercherò di capire perché il nostro eroe può essere considerato a tutti gli effetti l'ultimo grande antieroe di casa Bonelli. L'inizio del n. 1 è semplicemente folgorante: le sapienti chine di Stano, un po' impastate dalla carta, mostrano ben sette pagine dense d'orrore da grande film splatter e nelle tre successive tutto il mondo del nostro protagonista è già presente in ogni sua parte. Noi poveri e ignari lettori ce ne accorgeremo soltanto molti numeri dopo, ma per chi ha concepito queste prime sequenze non deve essere stato facile cercare d'inchiodarci alla sedia, bilanciando la storia in un modo così perfetto, senza farci dire "ecco il solito personaggio dei fumetti". Scannerizziamo un attimo queste prime sequenze: - pag. 10 prima vignetta in alto: voce da dentro il taxi: "Craven Road avete detto?": risposta: "Sì, numero 7". - pag. 10 seconda vignetta: panoramica del taxi che parcheggia davanti a quella porta che ci diventerà familiare come quella di casa nostra. - pag. 10 quarta vignetta: la placca sulla porta indica un nome scritto in caratteri abbastanza inusuali: "Dylan Dog inda-gatore dell'incubo". - pag. 10 quinta ed ultima vignetta: il campanello di Dylan Dog non suona ma urla disperatamente. - pag. 11 prima, seconda, quinta vignetta: Groucho con la gag della testa nella porta modello Shining, che delira facendo assurdi giochi di parole. - pag. 12: tutta dedicata alle demenziali battute di Groucho ed alla presentazione della casa del nostro protagonista: buia, tetra, disseminata di feticci degni di un museo dell'orrore. - pag. 13 seconda vignetta: l'apparizione di Dylan in primo piano che si presenta in stile 007: "Mi chiamo Dog. Dylan Dog". In queste tre pagine c'è tutto il manifesto programmatico di Sclavi.
Al momento della prima avida e veloce lettura, nessuno si sarà soffermato a pensare come mai erano anni che un "numero uno" non ci coinvolgeva così tanto. Probabilmente perché erano veramente tanti anni che non assaporavamo una storia scritta così bene, che gettasse delle basi così solide per un personaggio ancora da sviluppare completamente, almeno per noi lettori.
Per tutto il primo albo, Sclavi si diverte a disseminare oggetti, situazioni e personaggi che ci diventeranno familiari durante la serie: - le citazioni verbali: la prima cliente si chiama Browning come il regista del primo Dracula, lo stesso ispettore amico di Dylan si chiama Bloch come il noto scrittore, per non parlare di Groucho citazione vivente di se stesso. - le citazioni visive: le sequenze dei cadaveri ambulanti sono quasi plagiate da Zombi di Romero. - il clarinetto: che Dylan suona quando sta meditando o quando deve scacciare i pensieri opprimenti. - il veliero: fedele compagno di gioie e dolori, interminabile, almeno in apparenza, che ci ha fatto compagnia per ben cento numeri. - Abraxas: ovvero il male assoluto, il male fatto persona. Personaggio legato a doppio filo con Dylan tanto che scopriremo essere la metà oscura di suo padre. - Morgana: la donna della vita del nostro antieroe, il suo amore ricorrente, il suo sogno, sua madre. Non si vede, c'è ma nessuno lo sa; escluso Sclavi che dopo venticinque numeri ci mostra tutti i retroscena di un rapporto che è solo all'inizio, ma che è già finito da tempo. - la sedia dello studio: luogo preferito dal nostro eroe per ascoltare i suoi clienti - interlocutori e rimanere a riflettere in posizione quasi yoga. A distanza di quasi dieci anni non si può che restare affascinati da un autore che pur progettando un personaggio seriale, notoriamente senza una fine precostituita, ha già costruito intorno a lui un mondo, a noi sconosciuto, che dosa in maniera perfetta. L'affezione ad un personaggio dei fumetti è un po' come la nascita di un essere vivente, probabilmente esiste un imprinting del fumettaro che ci fa innamorare di un character invece di un altro. In questo caso l'imprinting non l'ha dato la gallina al pulcino ma Sclavi al lettore. Molti di noi se ne sono accorti un po' in ritardo ma nel giro di due anni la Dylan fobia imperversava: albi che andavano esauriti come ciliegie su di un ramo, giornali non specializzati che analizzavano (in modo sommario ed incompetente) il fenomeno, gadget che nascevano come funghi, una prima ristampa, seguita da una seconda, la pubblicazione dei romanzi visionari e surreali di Sclavi, invendibili soltanto pochi anni prima, fino ad arrivare a Nero e Dellamorte Dellamore, due film basati su libri dell'autore. Bonelli stesso nega di sapere perché il grande pubblico ha amato ed ama questo suo personaggio; Sclavi dal canto suo non rilascia interviste né dichiarazioni, quindi tutto quello che è stato scritto e che scriverò sono solo supposizioni di un appassionato che cerca di capire perché una volta tanto il fumetto è diventato qualcosa di più di un semplice svago per la mente di pochi eletti. Il gioco di Sclavi sta nel portare molto vicino a noi il suo personaggio rendendocelo familiare fino dalle sue prime battute, per poi portarcelo via in situazioni allucinanti ed impossibili. L'ormai leggendario "Care amebe" appare solo nella posta del n. 9 della serie: un insignificante piccolo cambiamento nel "Club dell'orrore", la posta che mensilmente accompagna gli albi di Dylan Dog, sicuramente piccolo, ma indubbiamente grande segno di cambiamento. Il personaggio comincia a prendere confidenza con i lettori, che non chiedono solo se "è più forte l'Uomo Lupo o Dracula", ma inviano lettere con poesie, racconti e stralci di vita privata. Dylan Dog non è più un personaggio dei fumetti, è un amico, un confidente, qualcuno con cui sfogarsi, cui chiedere consiglio. L'altalenare tra i nostri sentimenti fa sì che il tutto diventi una curva armonica tra il nostro pensare di lettori e l'agire del personaggio. Quanti di voi hanno sognato almeno una volta di avere un fascino come quello di Dylan, quanti di voi non hanno almeno una volta pensato "ma come fa a portarsene a letto una per albo?". Il primo che dice di no è un bugiardo! Tutti cerchiamo di emulare qualcuno, tutto sta a decidere chi, come, dove e quando. Il riconoscersi o soltanto il cercare di somigliare ad un personaggio dei fumetti non è una cosa strana o folle. E' già successo in passato e forse accadrà ancora; la cosa atipica nasce dal tipo diverso di società in cui viviamo: nei decenni passati la carta stampata faceva da padrone a dispetto della televisione che era in lenta ma inesorabile ascesa. Negli anni Ottanta e Novanta il nostro spirito di emulazione si concentra soprattutto in funzione del teleschermo e non verso il fumetto od il libro. Il fatto che Dylan abbia una donna nuova ogni episodio crea un'invidia che lo rende familiare come il nostro migliore amico rubacuori, con una sostanziale differenza: lui non tocca le nostre potenziali prede e s'innamora sempre di ogni nuova conquista, non è un bastardo senza cuore, ma è un puro che cerca nuovi sentimenti. L'amore delle lettrici nasce da questa consapevolezza: mai in nessuna storia Dylan tratta le donne come trofei da sfoggiare in pubblico, mai cerca l'avventura solo per aumentare i nomi sull'agenda; la sua unica colpa è quella d'innamorarsi facilmente. L'innamoramento nei fumetti è da sempre considerato una cosa eterna, pensiamo semplicemente a Flash Gordon con Dale Arden fedeli da più di cinquanta anni, oppure al granitico Tex rimasto vedovo e mai più innamorato, per arrivare anche al perfido Diabolik perennemente legato alla bellissima Eva Kant.

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2. Due donne per Dylan
L'avvento di Dylan Dog crea una rottura importante con questi modelli; i rapporti interpersonali diventano naturali: ci si conosce, ci si innamora, ci si lascia, nel fumetto come nella vita comune. Evitando di fare un lungo e noiosissimo elenco di belle ragazze vorrei soffermarmi solo su due donne che il nostro protagonista ha amato. La mia selezione viene dalla considerazione che la maggior parte dei suoi amori dura lo spazio di un solo albo e non condiziona l'evoluzione della serie; uniche eccezioni, Morgana e Bree Daniels. Che Morgana avesse un ruolo molto importante nelle avventure di Dylan è apparso chiaro fino dal n. 25, in cui l'estro e la follia di Sclavi generano una delle storie più avvincenti e contorte della serie. L'utilizzazione con il contagocce del suo grande amore eterno ha creato una quantità impressionante di supposizioni fra gli appassionati, anche perché in molte storie la palpabile presenza di Morgana si fa sentire, anche se non è dichiarata apertamente dall'autore. La gestione di un simile personaggio è stata quasi sempre appannaggio di Sclavi, a dimostrare che la sua creatura doveva essere esclusivamente sua e di nessun altro. La chiusura con il passato avviene con il n. 100, almeno per ora, dove Dylan si ricongiunge con suo padre Xabaras e sua madre Morgana, la donna che ha cercato sempre in tutte quelle che ha amato. Il bisogno ancestrale di affetto è sintetizzato in due sole pagine: l'assenza, o meglio l'ignoranza, di un affetto materno ha generato un transfert costante con tutte le donne che ha incontrato. Solo una di loro è rimasta fuori dall'influsso edipico di Morgana: Bree Daniels. Gli interessi di Sclavi per i problemi legati al mondo della prostituzione sono già evidenti nel n. 41 della serie di Ken Parker, nel quale il biondo eroe di Berardi e Milazzo è sceneggiato dal padre di Dylan Dog. Sicuramente una delle storie più belle della serie, affascinante, con un'atmosfera difficilmente ripetibile. Le pagine sotto la pioggia battente sono tra le più belle create da Sclavi, le inquietudini dei quadri di Hopper riprodotti qua e là nel peregrinare notturno del killer rendono alla perfezione lo stato d'angoscia che pervade tutto l'albo; anche l'impotenza di Dylan nei confronti dell'omicida coinvolge il lettore fino alle ultime pagine, dense di colpi di scena, che diventano irrilevanti al confronto del coinvolgimento emotivo. La protagonista è Bree Daniels, una donna completamente diversa da quelle cui ci ha abituato Sclavi, una "professionista" come ama definirsi lei, una prostituta come diremmo noi. Per lei Dylan arriverà a dire "Io mi sposo". In questa battuta c'è l'accettazione della realtà come fatto compiuto: abbandoniamo per una volta i mostri e le gag per tornare ai temi importanti della vita: l'amore e la solitudine. L'unione di due diversi: un cacciatore di incubi e una prostituta, quale migliore fine per una storia d'amore? Ma no, Sclavi non ci sta, non può distruggere tutto in un solo momento, non può far diventare eroe il nostro piccolo Don Chisciotte, e poche pagine dopo infatti incenerisce tutti i sogni di carta che Dylan si era costruito. L'apporto dell'ispettore Bloch alla storia è fondamentale, i suoi pensieri sulla sorte delle prostitute sono un grido di dolore che colpisce forte e deciso verso una moralità che le considera semplici corpi in vendita, invece di persone con la loro dignità e i loro sogni. Il secondo incontro tra Bree Daniels e Dylan Dog avviene solo dopo cinque anni, un incontro struggente ed appassionante, costruito con rara maestria dal duo Marcheselli - Sclavi. Scopriamo così che Dylan non ha mai smesso di cercare Bree, ma nel momento in cui la ritrova sa d'averla persa nuovamente. Adesso è una malata terminale di AIDS, niente può più salvarla, forse solo un patto con la Morte. Neppure questo basterà per riportare alla vita l'amata, non si può sconfiggere la morte, non si può far rifiorire la vita; un messaggio pessimista, molto particolare per un fumetto dedicato al grande pubblico. Ricordiamoci sempre che nelle grandi serie gli eroi e i loro comprimari non muoiono mai, al limite scompaiono, si eclissano, fanno viaggi interminabili, ma difficilmente muoiono così come persone normali; la morte arriva, sempre in modo eclatante o sotterraneo, mai in modo semplice e quotidiano. L'unica certezza che ha Dylan arriva dalla Morte stessa, che in uno slancio di gentilezza autorizza a pensare ad un ricongiun-gimento post-mortem in cui tutti saremo felici e sereni. Anche questo è un particolare abbastanza atipico, poiché in tutti i fumetti Bonelli la religione e il rapporto con l'aldilà sono sempre stati un tabù. L'importanza di Dylan Dog per il fumetto italiano contemporaneo è paragonabile solo a quella che ebbe Asterix in Francia alcuni decenni or sono; il passaggio da un pubblico ristretto e spesso snobbato dalla gran massa della popolazione è avvenuto intorno al ventesimo numero, quando i lettori si sono accorti delle grandi innovazioni che il serial di casa Bonelli aveva introdotto. Il nostro eroe non è poi così impeccabile ed integerrimo come pensavamo all'inizio, ha i nostri stessi dubbi, le nostre perplessità, alcune volte sbaglia e soprattutto non è mai sicuro di avere sconfitto il male a beneficio del bene. Attenzione, non è un perdente tout-court, un rinunciatario, anzi lotta su tutte le palle, direbbero in gergo sportivo, tenta sempre di capire qual è il confine tra il bene e il male, ma spesso non ci riesce perché questo confine non esiste. Dylan non è un perdente, soprattutto non lo è nell'accezione comune del termine. Dylan è un lottatore, è quello che ognuno di noi vorrebbe essere sempre, è colui che non s'arrende mai, intimamente convinto di potersi sobbarcare tutte le ingiustizie del mondo; nella realtà lo definiremmo un pazzo o più gentilmente un uomo che vive di utopie. La sconfitta è con la vita, con le persone che non credono in te, con una serie di pregiudizi che condizionano le tue scelte ed i tuoi movimenti. Nessuno di noi è un vincente, tutti noi viviamo le sconfitte ogni giorno; probabilmente proprio per questo nelle sue lotte contro i mulini a vento Dylan riesce ad incarnare perfettamente la figura dell'antieroe che noi tutti vorremmo essere. Capita che le storie si concludano con un nulla di fatto o addirittura con una consapevole sconfitta: citerei tra le più emblematiche Vampiri, ispirata ad Essi vivono, un film di John Carpenter. Storia di un gruppo di alieni che sta cercando di impossessarsi della terra in modo sistematico ed indolore; se si esclude l'estinzione inconsapevole del genere umano. I richiami politici alla pubblicità subliminale e alla massificazione del pensiero sono evidenti e forse un po' retorici, ma questo non toglie alla storia quel senso di impotenza che pervade tutti noi quando non riusciamo a far capire al mondo che sta sbagliando. Le tematiche cosiddette sociali sono ricorrenti in tutti i numeri della serie : droga, violenza su persone o animali, solitudine, incomunicabilità. Dylan Dog non detta mai ricette di eterna felicità, ma cerca di scavare nel nostro io, cercando di sensibilizzare un pubblico eterogeneo, in gran parte formato da giovani o giovanissimi. La figura del predicatore viene trattata con molta intelligenza così da non enfatizzare i messaggi più o meno volontari lanciati dagli autori; paradossalmente le pagine più sgradite sono proprio quelle in cui si ritrovano quei noiosi pistolotti educativi tanto odiati sui banchi di scuola. Memorabile è il finale di Goblin, una bellissima storia dedicata alla vivisezione, che cede proprio sul finale, quando il Nostro produce un monologo pieno di enfasi retorica, da far invidia al peggior uomo politico durante la campagna elettorale. Il nostro rapporto con il personaggio cresce di numero in numero, più lui si umanizza più la nostra mente si "fumettizza" (neologismo?). L'identificazione del lettore con il personaggio è tanto più forte quanto più è debole il personaggio, ovvero maggiori sono i dubbi e le domande che il protagonista si pone più ci avviciniamo a lui. Un piccolo esempio? Pensate al n. 8, Il ritorno del mostro, dove Dylan compie una delle gaffe più classiche per un comune mortale, scusandosi con una cieca per avere il corridoio buio a causa di una lampadina bruciata; chi di noi non ha mai fatto o detto cose del genere? Io mi metto in prima fila.

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3. Dylan e la censura
Uno dei fenomeni più interessanti della fine degli anni Ottanta è stato il proliferare di testate cosiddette horror; nel periodo in cui il nostro eroe aveva la sua massima distribuzione, si è presentata in edicola tutta una serie di epigoni che niente aveva a che fare con la filosofia di Dylan Dog, ma giocava esclusivamente sull'effetto splatter delle storie. La crociata moralistica che ne seguì colpì soprattutto queste nuove pubblicazioni che non avevano ancora creato un rapporto di complicità con il grande pubblico. Alcune di queste erano mediocri, altre, come Mostri e Splatter della compianta ACME Edizioni, si elevavano dal mare della banalità con storie brevi e miniserie di ottimo livello: la riprova viene dal fatto che molti degli autori, sceneggiatori e disegnatori si sono poi accasati in redazione alla stessa Sergio Bonelli Editore. Lo stesso Sclavi ha confezionato una storia sulla censura e sulla criminaliz-zazione dei fumetti horror: Caccia alle streghe: l'avventura ci narra le gesta di un autore di fumetti che viene processato per istigazione alla violenza nelle giovani ed ingenue menti dei lettori. Se il disegno di Piero Dall'Agnol raggiunge una incisività ed un fascino raramente toccato, il soggetto è decisamente pesante , quasi un'arringa difensiva a tutti gli effetti. Il concetto di base è giustissimo, ma la prosopopea del giovane protagonista lascia perplessi e un po' annoiati. La storia è una risposta dovuta alle moltissime critiche effettuate soprattutto dai quotidiani e dalle pubblicazioni non specializzate. Da queste abbiamo avuto, purtroppo, l'ennesima conferma della scarsa professionalità delle fonti e dei redattori, da Sclavi ci è arrivata una storia che pecca di presunzione, dipingendo una realtà completamente asservita ai mass-media in cui il pensiero di pochi sovrasta e condiziona quello di molti. Il tema non era facile da trattare, ma Sclavi calca la mano in modo molto pesante diventando spesso didascalico e noioso.
4. Diversi ed eguali
Nello schema narrativo di Sclavi le avventure di Dylan Dog sono solo un pretesto per raccontare le sue e le nostre idiosincrasie, per portare alla luce i mostri che sono in noi. Possiamo dire che, secondo l'autore, ognuno di noi è un mostro e che quelli che all'apparenza sembrano normali sono in realtà molto più orribili degli altri. Cercare di normalizzare la diversità è un tema ricorrente nelle avventure di Dylan Dog, pensate solamente a quella bellissima storia che porta il nome di Johnny Freak: il diverso, brutto ed handicappato è sicuramente più umano di tutti gli umani che interagiscono nella storia. Lo stesso Dylan si pente in un paio di occasioni di aver fatto, inconsciamente, alcune azioni contro il piccolo Johnny. La storia di Johnny è ispirata ad un fatto realmente accaduto in Europa alcuni anni fa: questo basterebbe da solo ad avallare la teoria sclaviana in cui le persone normali sono spesso più mostruose degli stessi mostri rappresentati. La difesa dei diversi è un tema classico per tutti gli antieroi da noi analizzati in questo libro, ma per Dylan Dog il coinvolgimento è diverso. Mister No difende le tribù amazzoniche, Ken Parker gli indiani d'America, Dylan Dog noi. La contempo-raneità delle storie crea un legame più solido tra l'antieroe e il lettore, non ci sono scuse generazionali o geografiche, la vita è quella che ti viene raccontata; certamente romanzata e farcita di mostri inesistenti, ma sicuramente è la cosa più vicina alla realtà che possiamo leggere. L'orrore è la normalità; l'abbrutimento della vita, ciclica, senza emozioni, senza un neppure piccolo imprevisto: questo è mostruoso: indifferenza e cinismo, la normalità (uomo - androide nel n. 88 della serie). Tutti i mostri di Sclavi hanno un'anima candida, tutti hanno agito per vendetta verso una società che non capisce e non accetta, tutti prima di essere abbattuti si scusano con il mondo per aver fatto del male. Accezione comune della vita, semplicistica e stereotipata, che comunque vogliamo vedere, alienati in una routine che schiaccia la creatività, omologati alla cultura dell'immagine in cui il diverso stona ed è sgradito. Dylan Dog propone il sogno di una realtà sociale che auspichiamo almeno in parte. L'utopia ha sempre creato miti di ogni genere ed in ogni tempo: il fumetto non esula certamente da questi canoni generali. I grandi eroi dei decenni passati ci hanno insegnato il coraggio e lo sprezzo del pericolo come valore assoluto; Dylan Dog ha portato una ventata nuova in un mondo, quello del fumetto, sempre più stereotipato e omologato alle mode. Forse la frontiera del fumetto non è più appannaggio dell'eroe senza macchia e senza paura, ma dell'uomo comune con i suoi dubbi e le sue preoccupazioni; forse una volta tanto non sono state le mode a fare un eroe, ma un antieroe a diventare moda.

Mauro Bruni
 
 

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