-Mi scusi, dove posso trovare un emporio?-
-Vada in fondo a questa strada e poi giri a sinistra.-
-Grazie!-
Sembrava tutto così bello. Facce aperte, sorrisi aperti... Come avrebbero reagito alla vista di Vincent? Le ricordavano moltissimo gli abitanti dei Tunnels. Ecco, per esempio quella signora avrebbe potuto essere Mary...
Parcheggiò il furgoncino in un vicoletto tranquillo, e stava chiudendo la portiera quando qualcuno le si avvicinò alle spalle.
-Dammi tutti i soldi, subito!-
“No, non questo! Non adesso!”
Cercò di controllare la paura, perché non voleva che Vincent la percepisse e intervenisse.
-Muoviti, dammi i soldi!-
-Senti, potremmo metterci d’accordo...-
-Non sto scherzando!- e afferrò Catherine per un braccio. Subito lei reagì piantandogli un pugno nello stomaco seguito da un tentativo di gomitata al volto, ma l’aggressore parò e la gettò a terra.
Nella foresta, Vincent alzò di scatto la testa.
“Sta succedendo qualcosa...?”
-Adesso dammi quei fottuti soldi! Dammeli! Subito!- L’aggressore la fissava, le pupille dilatate tipiche del drogato, puntandole contro una pistola.
“Resisti! Sto arrivando!”
Un uomo comparve alle spalle dell’aggressore e con gesto fulmineo gli afferrò il braccio armato.
-Adesso, balordo,- disse, -te la dovrai vedere con me. E’ la feccia come te che avvelena la nostra città!-
Piazzò un diretto in faccia al giovane aggressore. Questi accusò il colpo, si girò e fuggì. L’uomo non lo inseguì. Dimostrava circa cinquant’anni; lo sguardo aperto ma deciso, il volto abbronzato e i vestiti da lavoro fecero pensare a Catherine che si trattasse di un agricoltore.
“E’ tutto passato. Sento che stai bene.”
-Va tutto bene, signorina?-
-Adesso sì, grazie a lei!-
-Oh, non mi ringrazi. Penso che ogni città abbia un paio di questi ragazzacci, che fanno di tutto per rovinarsi la vita in un lampo. Non si fermano davanti a niente! All’inizio cercano solo un po’ di distrazione, tanto per spezzare la monotonia... combinano qualche guaio, roba da poco... poi si montano la testa e seguono qualche brutto tipo che arriva qua dalla città, finché cadono sempre più in basso!-
-Non so se le cose stiano proprio così...-
-Oh, certo che sì, creda a me! Questa é la faccenda!-
-Mi scusi, non mi sono nemmeno presentata: Catherine Chandler...-
-George Harrison, piacere di conoscerla, signorina.-
-Mi scusi se glielo chiedo, ma ho come l’impressione di averla già incontrata...-
-Ieri, quando mi ha chiesto la strada!-
-Oh! Già! Ora mi ricordo!-
-Il modo in cui ha dato quel pugno... E’ forse nella polizia o cose del genere?-
-No. Lavoro per il Procuratore Distrettuale, a New York, e questo a volte mi pone in certe situazioni, sa com’è...-
-Oh, capisco, capisco, è sempre meglio sapersi difendere. Bene, mia bella signora, spero vivamente che si goda il soggiorno nella nostra cittadina senza altri contrattempi... E’ sicura di stare bene?-
-Sì, grazie.-
-Non vorrebbe andare dalla polizia, per fare una denuncia...?-
-No... No, quel ragazzo mi è sembrato già abbastanza disperato.-
-Lei ha un cuore d’oro, signorina... Proprio come la mia povera moglie...- Abbassò gli occhi, con tristezza e sospirò. Poi: -Bene, felice di averla potuta aiutare! Buona giornata!-
-Arrivederci, signor Harrison, e di nuovo grazie!-
L’uomo attraversò la strada e scomparve all’interno di un edificio. Catherine si guardò intorno, individuò l’emporio ed entrò.

-Fanno 15 dollari.-
-Ecco a lei.-
-Deve assolutamente provare la nostra torta di mele con crema. E’ una specialità!-
-Benissimo: la compro!-
Catherine tornò al furgoncino. Non si accorse che qualcuno la stava spiando.
Guidando, si lasciò affascinare dalla strada solitaria che si insinuava tra gli alberi. Il vento le accarezzava il volto, il rombo sicuro del motore sembrava cullarla. Ebbe un attimo di nostalgia, ma poi pensò a lui che la stava aspettando... e forse la nuova situazione avrebbe finalmente fatto divampare quel fuoco che Catherine da lungo tempo attendeva di domare!
Con filosofia, gridò al vento: -Sarà quel che sarà!-, e rise di questo suo scatto infantile. New York sembrava così lontana...
Aveva appena affrontato una curva, quando vide a lato della strada una Jeep: ferma, il cofano alzato, aveva ovviamente qualche guasto. Un uomo stava trafficando nel vano motore. Lo riconobbe.
-Signor Harrison! La posso aiutare?-
-Cara signorina! Di nuovo buongiorno! Ho una fortuna sfacciata: di solito non passa un’anima per giorni, e io invece incontro lei. Una così bella ragazza due volte nella stessa giornata! Quando si dice il destino! Comunque, i freni sono partiti e io sono finito fuori strada, vecchia Jeep dannata!-
-Potrei tornare in città a chiedere aiuto...-
-Grazie, ma non serve. Me ne tornerò passo passo alla fattoria, sono solo poche miglia, e poi mio... figlio mi darà una mano.-
Sembrava proprio una persona ammodo, la tipica persona di cui ci si può fidare.
Catherine sorrise.
-Salti su, signor Harrison! Questa volta, tocca a me darle una mano.-
-E’ sicura? Guardi che posso benissimo andare a piedi: è solo una passeggiata!-
-Salga, la prego!-
-Beh, non sia mai che una bella donna mi debba pregare! Accetto con piacere e, per favore, mi chiami George!- e salì a fianco di Catherine.

***
Era stato così improvviso: il panico di lei lo aveva assalito senza alcun preavviso, ma altrettanto improvvisamente se ne era andato. Era sconcertante.
Vincent era seduto su un tappeto di foglie, proprio come amava fare al Central Park...quando? una vita fa?... le braccia strette intorno al corpo, in ascolto, in armonia con quanto lo circondava. Gli animaletti non lo sfuggivano, anzi, più di una volta gli si erano avvicinati. Nel suo stato di semi incoscienza, lui li sentiva chiaramente.
E sentiva Catherine. Ora era tranquilla. Ora andava tutto bene. Così anche lui poteva rilassarsi. Stare bene. Lì, disteso nel profondo della foresta, non poteva chiedere di più.
“Vorrei restare qui per sempre.”
Poiché lì, così come nel mondo dei suoi sogni, egli era libero.

***
-Eccoci arrivati!-
Era una bella casa, con un recinto ed alcuni cavalli. Catherine fece per salutare.
-Jim! Jim! Dove sei, ragazzo?-
-Beh, signor Harr... George, penso di dover andare, é già da un po’ che manco da casa...-
-Per favore! Entri con me a prendere una tazza di caffè! Giusto il tempo che torni mio figlio!-
L’uomo la gratificò di un disarmante sorriso: -Forza! Di certo sarà qui tra pochi minuti...-
Catherine gli sorrise di rimando: -Ok, George, ma solo per cinque minuti!-
Entrarono in cucina. Un ambiente delizioso, estremamente ordinato. Il bricco del caffè era già pronto. Il caffè risultò essere il migliore che Catherine avesse mai bevuto.
-Mia moglie? Mia moglie era... un dono del Signore. Io ... io non potevo credere che quella creatura meravigliosa avesse deciso di sposare proprio me... Me! Un Signor Nessuno! Ma io le promisi che le avrei dato una vita degna di questo nome, e che avrei cercato di soddisfare ogni suo desiderio, perché la dovevo ringraziare in qualche modo per aver accettato di diventare mia moglie.-
-E come...?-
-Accidenti, ecco che salta fuori l’investigatore!-
-Sa, sono curiosa per professione...-
Risero entrambi. Poi George si fece serio;
-E’ stato il cancro a portarmela via. Era di là, nella nostra camera, quando...-
-Mi dispiace. La capisco, anch’io ho perso da poco mio padre.-
Per un po’ se ne stettero in silenzio. Poi: - Mi spiace, ma credo che ora io debba proprio andare!-, disse Catherine posando la tazza.
-Come? Così presto? Dico, rimanga almeno per pranzo! Ma dove diavolo si sarà cacciato quel benedetto figliolo?-
-No, signor Harrison, stavolta devo proprio andare.-
Fece per alzarsi, ma un senso di stordimento la costrinse a risedersi.
-Dico, ragazza mia, si sente bene?-
-Non è niente, ora passa. Devo proprio andare...-
Fece pochi passi verso la porta, quando questa si aprì. Di fronte a lei c'era un uomo, un giovane sui venti, venticinque anni. Lo stesso che l’aveva aggredita nel vicolo.
-Per Dio, Jim! Pensavo non saresti più tornato! Hai riportato la Jeep?-
Catherine guardò prima George, poi Jim, confusa. Quindi si lasciò andare sul pavimento. Era così stanca...
-Quel caffè aveva così tanto sonnifero che pensavo sarebbe crollata dopo il primo sorso!-
-Dovevi proprio colpirmi così forte?-
-Il nostro piano ha funzionato a dovere, non credi? E’ caduta dritta dritta nella trappola!-
-Sì, certo, ma dovevi proprio tirarmi quel pugno? Dannazione, mi verrà un occhio nero!-
-Non fare la femminuccia! Adesso, lasciamo la nostra ospite a fare la Bella Addormentata: quando si sveglierà, ci dirà come catturare la Bestia.-
Catherine riuscì per un attimo a pensare a Vincent, ma perse rapidamente conoscenza...

***
Il sole era ormai alto e Vincent sedeva sotto al portico.
“Perché ci mette così tanto? Va tutto bene o no?”
Lei non era ferita: non aveva avvertito alcun senso di dolore. Semplicemente non c’era più. Era come quando ci si sintonizza sulla stazione radio sbagliata e si sentono solo ronzii e scariche statiche.
Vincent cominciò ad agitarsi.
“Avrei dovuto seguirla.”
Per un po’, passeggiò avanti e indietro sotto al portico, poi decise di andare nella foresta. Avrebbe costeggiato la strada, pur rimanendo celato tra gli alberi, e così le sarebbe andato incontro.
“Riuscirò a trovarti, Catherine, non temere. Ti troverò, ad ogni costo.”

***
Era buio. Strinse gli occhi e si guardò attorno. Poi urlò.
Nella foresta Vincent ebbe un sobbalzo. Poi cominciò a correre.
Una enorme testa d’orso la dominava dall’alto. Catherine cercò di alzarsi, ma era legata, stesa sul pavimento. Jim ravvivò il fuoco. George stava affilando un enorme coltello da caccia. La lama brillò crudele alla luce delle fiamme.
-Bene, bene, bene, ci siamo svegliati.-
George si chinò su di lei.
-Sa, di solito non spio le persone, signorina Chandler...Oh, dimenticavo, abbiamo lasciato perdere le formalità: Catherine.-
Lei si guardò di nuovo attorno. Doveva essere una caverna. Una grande caverna. La testa d’orso era quanto restava della bestia. Il resto, era solo pelliccia, una grande pelliccia posata su di una pila di altre.
Bracconieri!
-Vedi,- disse George accoccolandosi sul pavimento, -per dare a mia moglie la vita che avrebbe sempre voluto, ho dovuto fare questo.- Indicò con un gesto le pellicce. -Il problema di quando cominci ad avere qualche soldo ... é che poi non ti accontenti più! Ne vuoi ancora! E tanto!- Mentre diceva questo, le passò una mano tra i capelli. Catherine, al tocco, rabbrividì.
“Sto arrivando!”
-Sai, mi ricordi così tanto la mia dolce Isabel! Aveva un visino proprio come il tuo ... quella troia!-
Vincent correva nella foresta, lo sguardo del predatore che guizzava a destra e a sinistra. La Bestia si era liberata.
Catherine adesso era veramente spaventata, lo sguardo fisso su quel coltello che le danzava davanti agli occhi, con la lama che mandava bagliori sinistri.
-Vedi, come ho già detto, di solito non spio le persone, ma quando ti ho vista per la prima volta, mentre parlavi al telefono, Dio!, ho pensato, ecco che mi si concede una seconda dolce creatura da stringere tra le braccia! Ma non era finita qui, no davvero!-
L’uomo fu colto da un accesso di risa . Quando smise, pulendosi la bocca con il dorso della mano, riprese: -Allora, dolcezza, dimmi... come facciamo a prendere il tuo amichetto?-
Catherine spalancò gli occhi, orripilata.
-Accidenti se è brutto!-, sibilò Jim, guardando Catherine con l’evidente desiderio di stuprarla.
-Chiudi la bocca!-, gli ingiunse George: -Vedi, mia cara, conosciamo la foresta come le nostre tasche. Credo di aver cacciato ogni cosa che salti o cammini nel circondario, rivendendola per moneta sonante...ma il tuo amico... é una vera miniera d’oro che aspetta solo di essere sfruttata!-
-Ehi, George, e se andassi a controllare le trappole?-
-Buona idea. Magari l’abbiamo già fatto fuori!-
Catherine lo guardò. L’uomo rise e ancora una volta le passò con possesso la mano sul viso e tra i capelli.
-Non temere, mia cara, quando tutto sarà finito ti regalerò una pelliccia e una collana di perle. Allora... sarai giudiziosa e collaborerai? Non mi puoi scappare. E nemmeno il tuo amichetto. Io e ...”mio figlio” abbiamo nascosto trappole dappertutto qua intorno. Il tuo amico non sa dove ci troviamo, mentre noi siamo pronti a riceverlo.- Così dicendo, indicò col coltello tre fucili a pompa appoggiati alla parete, accanto ad una impressionante tagliola per orsi.
-Se riusciamo a catturare gli orsi, riusciremo a prendere anche lui. Diavolo! Ma l’hai mai guardato bene? Non é nient’altro che un animale!-
Catherine chiuse gli occhi respirando a fondo. Si impose di calmarsi, per il bene di Vincent. Lui non la doveva trovare, o sarebbe stato di certo preso.
Solo in quel momento realizzò veramente che l’unico scopo di quegli uomini era uccidere Vincent, non catturarlo.

Jim accese un sigaro e aspirò a fondo, quasi lo volesse consumare tutto con una sola boccata. Ricontrollò il fucile. Il caricatore era pieno, e in tasca aveva altre cartucce caricate a pallettoni. Aveva tutto il necessario. Perciò, si decise finalmente ad uscire dalla caverna per controllare le trappole. Armò il fucile e si guardò attorno. Tutto tranquillo. Arrivò alla prima trappola: era ancora innescata, perciò nessuno era passato di lì. Continuò con la sua ispezione.

-Forza, dimmi qualcosa del tuo amico. Ha un nome, non é vero? Aspetta... Vincent, dico bene? Sì, mi pare proprio che tu l’abbia chiamato Vincent, ho ragione?-
Aveva slegato Catherine: dopotutto, dove mai poteva andare?
-Non ti dirò niente.-
Il suo sguardo fu di nuovo attratto dalla testa d’orso. Povero animale.
-Ti piace? Sì, quello è stato un osso duro, ma ne vado orgoglioso. Ora, la cosa che ho in mente per il tuo amico è un po’ meno dolorosa.- E così dicendo, fece volteggiare due o tre volte il coltello.
Catherine si impose di controllarsi. Doveva farlo per il bene di Vincent.
-Che ne pensava tua moglie di tutto questo?-
-Spero che stia bruciando all’inferno!-, sbottò George. -Tu non puoi nemmeno immaginare quanto io abbia patito per quella donna! L’unica cosa che sapeva fare era contraddirmi! Ma i soldi! Oh! Oh! Quelli sì che le piacevano! Su quelli non ha mai avuto niente da ridire!-
-Ma se mi avevi detto...-
-Cosa? Che l’amavo? Certo, l’ho amata tanto quanto un uomo può amare. Ma poi é finita. E lei è andata. Però adesso ho un’altra possibilità. Con te.-
-I miei amici stanno per arrivare. Loro sanno che dovrei essere in casa e se non mi trovano mi verranno a cercare!-
-Me ne preoccuperò quando e se sarà il caso. Nessuno può riuscire a scovarti in questa foresta. O, quando e se ti troveranno, vicino al tuo corpo ci saranno tanti di quegli indizi che non avranno dubbi sul fatto che tu sia stata attaccata da un orso. Dopotutto, l’hanno già pensato per la mia povera, dolce mogliettina...-
Mentre parlava, George aveva spalancato sempre più gli occhi, e le pupille si erano dilatate. "Quest’uomo è pazzo", pensò Catherine. Il volto che tanto le aveva ispirato fiducia era adesso contratto in una smorfia di puro odio, e il sudore che lo ricopriva lo faceva brillare al fuoco come la lama del coltello con cui lui continuava a sferzare l’aria.

Intanto, Jim stava controllando l’ultima trappola. Sentì un rumore alle sue spalle e, svelto, si girò imbracciando il fucile.
-Chi è là?-, chiese, -Sei tu, George?-
Silenzio. Un vento gelido smosse le foglie. Lentamente, Jim cominciò ad indietreggiare, tornando sui suoi passi, verso il sicuro rifugio della caverna.
Un altro rumore, stavolta più forte. Era come se qualcuno avesse calpestato dei rametti nel sottobosco. Jim puntò svelto il fucile in direzione del rumore: da dietro un albero spuntò un cervo, che si bloccò tremante alla vista dell’uomo e poi, in un attimo, si volse e scappò.
-Che Dio maledica Bambi e tutti i suoi parenti!-, sputò tra i denti Jim, abbassando il fucile e tornando ad incamminarsi verso la caverna. Ma, non appena si mosse, ebbe la netta sensazione che qualcuno lo stesse seguendo. La sensazione si accentuò quando imboccò l’ultimo tratto di sentiero che saliva verso la caverna... Ormai era ben più di una vaga sensazione: ora era certo che qualcosa, o qualcuno, fosse sulle sue tracce.
-Deve essere ancora quel dannato animale. Bene, Signor Cervo, fammi arrivare dietro a quelle rocce: tu ti prenderai un assaggio di piombo e io, poi, mi prenderò un assaggio di femmina!-
Salì svelto... ma non abbastanza. Dalla foresta alle sue spalle si materializzò Vincent, ruggendo.
-Merda! Oh, merda!-, singhiozzò Jim, preso dal panico. Alzò il fucile e sparò.
-Beccati questo, mostro!-
Il dolore, l’odore del suo stesso sangue, l’odore della paura dell’uomo, resero furioso Vincent che, ormai posseduto dal demone della furia, si avventò ruggendo e squartando, azzannando con ferocia, imbrattandosi viso e mani di rosso.
Jim non riuscì a sparare una seconda volta. L’ultima cosa che vide fu il volto di Vincent ed ebbe la certezza di guardare in faccia lo stesso demonio, venuto a reclamare la sua anima.

***
-Cosa è stato?-
Catherine non riuscì a non sorridere. Lei sapeva. George andò all’imbocco della caverna e si sporse per dare un’occhiata, ma era ormai buio e tutto ciò che riuscì a vedere fu un’ombra che si stava arrampicando.
-Jim?... Sei tu?- Per tutta risposta un ruggito fece tremare la foresta.
George sorrise, con espressione sadica.
-Però! E’ veramente grosso!-, disse a Catherine senza distogliere lo sguardo dalla figura che si avvicinava. -Ma non abbastanza grosso per me!-
Ora che aveva abituato gli occhi al buio riusciva a vederci meglio. Vide bene Vincent. Era senza mantello, e aveva uno strano sguardo, al tempo stesso animalesco e follemente umano. La foresta aveva lasciato il segno in lui, il suo lato più oscuro si era liberato. Il tocco selvaggio della natura aveva risvegliato completamente la Bestia, specialmente ora, con Catherine in pericolo.
-Ascoltami bene, inutile pezzo di merda! Se vieni ancora avanti sarò costretto a sparare alla bella signora!-
Vincent si fermò. Vide Catherine legata con una corda intorno al collo, l'altro capo nelle mani di George, in modo tale che lei fosse sul ciglio del dirupo.
-Fermati Vincent! Per favore, non venire qui!-
-Hai sentito quel che ti ha detto la bella signora?-
Disperato, Vincent riuscì solo a ruggire.
-Ho già ucciso una moglie, non credere che esiterei a far fuori un’altra donna!-
Bisognava tentare qualcosa; nella luce incerta della sera, Catherine si accorse che Vincent si reggeva un braccio.
“E’ ferito!”
-Va bene! Andiamo!-, le disse George spingendola all’interno, verso il fondo della caverna. Qui, spostate delle pelli ammonticchiate apparentemente alla rinfusa, egli scoprì un passaggio che si inoltrava nella montagna.
-Cammina!-
Catherine fu costretta ad entrare. Dopo nemmeno dieci minuti, sbucarono dall’altra parte. Nessun segno di Vincent. George la sospinse dentro un’altra caverna e la condusse attraverso tortuosi passaggi, superando burroni e precipizi.
-Non riuscirà mai a trovarci. Questo posto è un vero labirinto!-, rise George.
“Se tu sapessi... Quanto lo stai sottovalutando!”
Continuarono ad inoltrarsi in quelle caverne che sembravano non aver mai fine. Passò molto tempo prima che Catherine potesse tornare a vedere gli alberi. La notte era fredda e scura, e nell’aria c’era sentore di pioggia. George la spinse di nuovo, incitandola a procedere, finché arrivarono ad una radura con un fiume, nei pressi di una cascata. George la fece sedere su di un piccolo spiazzo tra due grandi rocce.
-Un ottimo punto per un’imboscata. Ora sta seduta qui e comportati da brava bambina.-
George si arrampicò su una delle due rocce, da dove poteva avere un’ottima visuale.
-Se quel tuo micetto si azzarda ad avvicinarsi, lo faccio secco con un colpo solo.-
Al limitare della radura, celato tra gli alberi, Vincent osservava in silenzio. Li aveva seguiti lungo tutte le caverne, sempre all’erta, perché era ovvio che quell’uomo gli avrebbe preparato una trappola. Guardò verso Catherine: “Vecchio spregevole! Catherine, presto sarà tutto finito.”
Ma cosa poteva fare? Si guardò intorno più attentamente. L’unico modo per arrivare inosservato dall’altra parte della radura era passare più a monte, superando la cascata: in qualsiasi altro modo sarebbe stato sotto tiro dell’uomo, che lo avrebbe senz’altro colpito. Non che gli importasse di essere ferito, no, ma questo gli avrebbe impedito di portare in salvo Catherine. Si diresse quindi verso la cascata. Quando fu sicuro di non poter essere visto, si immerse nel fiume. L’acqua gelida gli tolse il respiro, ma, lento e deciso, Vincent si spinse fin sull’altra riva. Era esausto ed infreddolito, ma l’urgenza di stringerla, salva, fra le braccia gli urlava nella testa, costringendolo a proseguire. Era quasi giunto ai piedi della roccia su cui era appostato George, quando sentì uno strano brontolio. Era come se qualcuno stesse dormendo, russando piano. Scostò con attenzione alcuni rami di un grosso albero e lì, accoccolato tra le radici sporgenti, vide un orso. Un grosso orso bruno. Stava dormendo pacificamente e, per un attimo, Vincent ebbe la tentazione di svegliarlo di soprassalto solo per poter vedere scatenata quell’incredibile forza della natura. Solo il pensiero di Catherine lo trattenne.
La roccia era vicina.
La pioggia cominciò a cadere, fitta.
Silenziosamente, si arrampicò. Il braccio gli faceva male, ed il sangue scorreva lungo la mano impiastricciando di rosso la roccia, subito dilavata dalla pioggia. Lentamente, arrivò in cima e lo vide: l’uomo era steso sulla pancia, il fucile stretto in mano, e guardava giù verso Catherine. Vincent si alzò e cercò di avvicinarsi di soppiatto.
Invano.
Rapido come una serpe l’uomo rotolò sulla schiena, puntandogli contro il fucile.
-Pensavi veramente di farmela? Nessuno può cogliermi di sorpresa!-
E sparò.
Vincent, pur colpito, si gettò sull’uomo. Rotolarono entrambi, colpendosi a vicenda. Catherine poteva solo stare a guardare, impotente, angosciata per le ferite di Vincent. Intanto l’uomo era sceso a balzi dalla roccia, cercando di recuperare il fucile caduto poco lontano. Ma Vincent gli fu di nuovo sopra, gettandolo a terra, lottando vicino a Catherine.
“Sta sanguinando troppo!”
George riuscì ad afferrare il fucile: Vincent era in ginocchio, fianco a fianco con la sua amata, cercando di proteggerla. Era coperto di sangue e respirava a fatica. Poi si accasciò al suolo, con un rantolo, e lei si spinse sopra di lui, cercando di fare scudo con il proprio corpo.
“Se tu muori, morirò anch’io.”
-Allontanati da lui! Voglio vederlo morto!-
Catherine alzò lo sguardo su George, implorandolo con gli occhi. Vide che anche George era seriamente ferito: tutto il suo fianco sinistro, il braccio e la gamba erano stati squarciati dagli artigli di Vincent. Anche la testa doveva essere rotta, perché sanguinava copiosamente e la pioggia battente non riusciva a lavargli tutto il sangue dalla faccia.
-Finisce qui. Finisce adesso.-
Un lampo attraversò il cielo, illuminando un corpo immenso che si erse alle spalle di George, mentre il rombo del tuono veniva coperto da un terribile ruggito. L’orso, perchè di un orso si trattava, era gigantesco, un vero e proprio mostro, ritto sulle zampe postreriori, le terribili fauci spalancate a mettere in mostra le zanne affilate come spade.
Vincent socchiuse gli occhi. Osservò la scena e riuscì solo a pensare: “Il mio sogno...”
George non emise un suono. Nessuno avrebbe potuto sfuggire all’animale e negli occhi dell’orso lesse l'inesorabile sentenza di morte. Vincent si districò da Catherine, con difficoltà: il dolore dovuto alle ferite era quasi paralizzante, eppure egli trovò ancora la forza e il coraggio necessari per rizzarsi in piedi, bagnato di pioggia e di sudore, e di porsi tra Catherine e l’orso. Questi lasciò andare il corpo di George, che si afflosciò a terra come una bambola di stracci, senza vita, quindi li guardò e fece sentire nuovamente il rombo della sua voce. Anche Vincent ruggì, fissandolo dritto negli occhi. La notte stessa sembrò unirsi a loro, con scoppi di tuono e fulmini. Illuminato dalle saette, il fiume sembrava un nastro di puro argento.
L’orso rimase per un attimo immobile, giganteggiando su Vincent e Catherine. Poi si lasciò cadere sulle quattro zampe, senza mai perdere di vista Vincent.
“Posso sentire il battito del tuo cuore. Lo provo nel mio petto.”
Con un’ultima occhiata ai due, l’orso si girò e, con calma, sparì nella foresta.
Per qualche secondo Vincent rimase ritto in piedi..
-Vincent!-
-Io...-
Poi crollò.
-No! Oh, ti prego NO! Vincent, parlami! Parlami!-
-Mi hanno ferito... e sono così stanco...-
I vestiti di Vincent erano strappati e insanguinati. Quando Catherine cominciò a piangere, lui alzò una mano ad accarezzarle il viso.
-Non piangere Catherine. Andrà tutto bene... solo, lasciami riprendere fiato.-
Poco a poco smise di piovere e il cielo schiarì. Ancora una volta, l’alba tingeva l’orizzonte di rosso e oro.
Guardarono il sorgere del sole, lasciandosi avvolgere dal profumo dell’erba bagnata, lasciandosi sopraffare dal risveglio della natura...
Un nuovo giorno.

***
-No, Jenny...Davvero, penso sia meglio che mi metta in marcia.-
-Ma sono appena arrivata! E poi si sta facendo notte... non mi piace saperti in giro col buio.-
-Dai, Jenny, ormai sono una bimba grande, lo sai!-
-Va bene! Ok! D'accordo!-
“Proprio come direbbe Mouse...”
-Bene, allora vado. Ciao, Jenny, e grazie.-
-Vedi di tornare presto, va bene?-
Catherine salì sul furgoncino e partì. Accese la radio e cominciò a canticchiare seguendo la musica.
-Beethoven-, sentenziò una voce alle sue spalle. Vincent emerse dal sedile posteriore, ancora avvolto nella larga coperta sotto alla quale si era nascosto.
-Vuoi che abbassi un po’?-
-No, va bene così. Penso che mi farò cullare dalla musica fino ad addormentarmi.-
All’improvviso Catherine frenò.
-Vincent, guarda!-
Proprio di fronte a loro un cervo stava tranquillamente attraversando la strada.
-Oh, non è magnifico?-
-Conosco quel cervo...-
-Vincent, cosa fai? Qualcuno potrebbe vederti!-
Ma Vincent era già sceso dal furgoncino, seppur con difficoltà. Zoppicò senza fretta verso il cervo, stendendo la mano.
-Ciao, piccolo amico.-
Il cervo si fermò, guardandolo. Esitante allungò il muso, poi si volse e attraversò. Il naso umido aveva sfiorato le dita protese. Vincent lo guardò immergersi nell’abbraccio protettivo della foresta e poi scomparire.
Catherine era stupefatta: -Come ci sei riuscito?-, gli chiese.
-Non lo so... semplicemente, l’ho fatto.-
Si accoccolò di nuovo sul sedile posteriore, si avvolse nella coperta e si addormentò.

***
Riconoscendo i luoghi familiari, Vincent si sentì già più forte. Il costante ticchettio delle tubature li aveva già annunciati, perciò Pascal fu il primo a venire loro incontro.
-Sia ringraziato il cielo!-, esclamò. Poi, rendendosi conto della gravità delle ferite, aggiunse: -Vado subito a chiamare Padre!-
-Pascal: no. Sarò io ad andare da lui. Sono solo pochi passi ancora.-
Jacob li stava aspettando e, non appena scesero nella Biblioteca, abbracciò Vincent con gli occhi lucidi.
-Quanto mi sono preoccupato! Tu nemmeno lo puoi immaginare.-
-Mi dispiace, Padre... ma dovevo andare.-
-Non parlare, figliolo, sei ferito. Mary, prendi per favore la mia borsa; Pascal, Mouse, aiutatemi a portarlo nella sua camera.-
Quando Padre cominciò a sondare le ferite, Vincent non emise un lamento, poiché Catherine gli tenne la mano per tutto il tempo. Alla fine, cadde in un sonno profondo.
E senza sogni.

***
-Che abbia mai pensato alle possibili conseguenze?-
-Io credo lo abbia fatto. Avresti dovuto vederlo, Padre... sembrava meravigliarsi di tutta quella bellezza! E io ero così felice di mostrargli, di fargli vedere il mondo fuori di qui, tutte le cose che ancora doveva scoprire... Era un qualcosa che andava oltre i nostri semplici desideri.-
- Sì...forse. Comunque, adesso vai, devi riposare anche tu. Lui si rimetterà presto, le ferite guariranno in fretta.-
-Tornerò per vedere come sta.-
Padre sorrise ed annuì.
Quando, più tardi, Padre si recò nella camera di Vincent, lo trovò seduto sul letto che stava guardando in un libro. Stava osservando un’illustrazione. Un cervo.
-Nessuna foto potrà mai rendere giustizia a quest’animale.-
Jacob gli si sedette a fianco contemplando la pagina.
-Sì, suppongo che tu abbia ragione.-
-Padre... Io ho visto una di queste creature... e avevamo un legame. Sembrava quasi che lui potesse leggere nella mia mente e io nella sua. E’ stato un qualcosa di mai provato prima.-
-Raccontami, Vincent... Come è stato?-
-Non so se riuscirò a spiegarmi... Vedere il sole, sentirlo sulla pelle. Ascoltare il canto degli uccelli e respirare quell’aria... Era una gioia per i sensi! Per tutti i miei sensi! Ora so, Padre, quale sapore ha la libertà. E non temere: ora che l’ho assaggiata, avrai pensato che ne volessi ancora e ancora di più, ma non è così... Mi basta ciò che ho avuto. Conosco i miei limiti, e li accetto, perché tutta quella libertà ad un certo punto mi ha spaventato. Essere così a contatto con la natura mi ha messo troppo in sintonia con l’animale sepolto in me, la bestia che continuamente chiede di essere liberata...-
Padre sorrise e si alzò.
-Ciò che hai provato, Vincent, non a molti uomini è dato provare. Tutti gli uomini muoiono, ma quanti hanno realmente vissuto? Credo che tu sia sulla buona strada, figliolo. Vedi? Quante conquiste, e in così poco tempo!-
Si guardarono negli occhi, sorridendo con calore.
In quel mentre, arrivò Catherine.
-Penso sia meglio che lasci voi due da soli-, disse Padre a Caherine.
Lei rise ed andò da Vincent, sendendoglisi accanto. Lo abbracciò, poi lesse da un libro che aveva portato con sé: -“... e che le ali degli uomini siano Amore, loro sogno e loro libertà”-
-Ed io ho avuto tutto questo... Anche se solo per un assaggio.-
-Puoi averne ancora...-
Vincent le si avvicinò e la baciò.

FINE



- dedicato a tutti i fans lì fuori-
Inês Costa

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"Un assaggio di libertà" è un prodotto dell'ingegno di Ines Costa. Qualsiasi riproduzione o traduzione in qualsivoglia formato è possibile solo previa autorizzazione dell'Autrice.

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