Una breve risposta alla domanda:
«Che cos'è la Pratica Filosofica?»

Gerd B. Achenbach 

introductive page of the ISPP/ IGPP site
http://www.igpp.org/eng/index.html

           

 

Sono stato io a dare forma nel 1981 alla nozione di “Pratica Filosofica”, istituendola per la prima volta nel mondo. Nel 1982 è stata fondata, sempre a Bergish-Gladbach, la “Società per la Pratica Filosofica”, che nel frattempo è diventata la “Società Internazionale per la Pratica Filosofica”. Oggi essa è una organizzazione che riunisce sotto di sé numerose società nazionali.

Che cos’è la Pratica Filosofica?

Oggigiorno il consiglio filosofico di vita mediato dalla pratica di un filosofo è diventato un’alternativa alle psicoterapie. È un’istituzione rivolta a persone torturate dal dolore o da problemi, le quali non riescono a far fronte alla loro stessa vita o che credono di essere rimaste in qualche modo "bloccate"; hanno domande a cui non sanno dar risposta o di cui non riescono a liberarsi; persone che attraversano la monotonia della vita di ogni giorno e provano la vaga sensazione di non essere realmente chiamate in causa – ad esempio quando si accorgono che quello che esse sono di fatto è qualcosa di diverso da quello che potrebbero essere. Nella Pratica Filosofica ci si rende conto di chi non vuole semplicemente vivere o sopravvivere, ma piuttosto vuole "rendere conto" della propria vita e fare chiarezza circa la forma di quella stessa vita, da dove venga, dove sia, dove vada. La richiesta di queste persone spesso è di riflettere sulle circostanze particolari, sui peculiari grovigli e sul corso in qualche modo ambivalente delle loro vite. In breve: si visita uno studio di consulenza filosofica per comprendere e per essere compresi. Non è quasi mai la domanda kantiana “Come devo vivere?” a spingere la gente; più spesso a farlo è la domanda di Montaigne “Che cosa sto davvero facendo?”.

Dietro tutto ciò si può probabilmente rinvenire la più antica intuizione filosofica, precisamente la massima socratica secondo la quale solo una vita posta sotto esame merita di essere vissuta. Forse questa massima svela una certa paura che una vita banalmente vissuta possa, in maniera enfatica, “non essere veramente vissuta”, possa essere “sprecata”, in qualche modo “mancata” e dispersa. Schopenhauer:

«Guardando indietro, la maggior parte delle persone  troverà di aver vissuto sempre ad interim, e rimarrà sorpresa nel vedere che ciò che lasciava scivolare via inconsciamente e senza controllo era per l’appunto la propria vita, ciò che si era sempre rimasti ad aspettare. Così, il corso usuale della vita di un uomo vuole che lui, gabbato dalla speranza, danzi tenendo la morte fra le braccia».

Colui che comprende quanto sia terribile questa possibilità intenderà anche l’importanza della riflessione filosofica come quella di una promessa, dal momento che l’atteggiamento filosofico nei confronti della vita è davvero un peso eccessivo e deferente: tuttavia, dà corpo alle nostre vite, importanza al nostro essere e significato alla nostra presenza.

Di solito, vi sono certi motivi che spingono l’ospite della consulenza filosofica a cercare il dialogo con un filosofo pratico. Questi motivi normalmente consistono in delusioni, esperienze inaspettate, collisioni con altri esseri umani, brutti scherzi del destino, fallimenti, casi della vita cattivi o solo noiosi. E con ciò egli comincia a farsi un'idea di quello che Karl Popper – anche se solo in maniera imprecisa – ha indicato come il compito della Pratica Filosofica, prima che questa esistesse:

«Tutti abbiamo, che ce ne accorgiamo oppure no, la nostra propria filosofia, ed essa è quasi priva di valore. I suoi effetti sul nostro agire e sulle nostre vite, tuttavia, sono molto spesso disastrosi. Pertanto, bisogna necessariamente tentare di migliorare la nostra filosofia attraverso la critica. Questa è la mia unica giustificazione per l’esistenza della filosofia in generale».

Dovendo dire brevemente in che modo la Pratica Filosofica aiuta i suoi visitatori – la domanda di solito concerne il “metodo” adoperato –, si risponderà che la filosofia lavora sui metodi piuttosto che con i metodi. L’obbedienza ai metodi è un problema della scienza, non della filosofia.

Il pensare filosofico non si muove lungo vie precostituite, piuttosto cerca la "strada giusta", sempre di nuovo; non usa pensieri abitudinari, piuttosto li sabota per poterli illuminare. Inoltre, il punto non è di mostrare all’ospite una pista – filosoficamente determinata –,  quanto piuttosto di aiutarlo ad avanzare per la sua propria strada. In ogni caso, tutto ciò presuppone un’attitudine da parte del filosofo a rispettare l’altro “né con approvazione né con biasimo” (per usare le parole di Goethe), senza dover essere d’accordo con lui.

Poi, la filosofia non è “applicata”, solo perché, ad esempio, tratta il problema dell’ospite con Platone, Hegel o altri: le letture non sono ricette per guarire. Forse che le persone malate si recano dal medico per ascoltare la lettura di un testo di medicina? Nella Filosofia Pratica nessuno legge nulla, a nessuno sono somministrate sofisticate osservazioni o sono servite “teorie”. La domanda è piuttosto se il filosofo abbia imparato a comprendere e ad essere cosapevole, se abbia sviluppato sensibilità per ciò che viene in genere trascurato, se sia diventato capace di sentirsi a casa anche in un pensiero, un giudicare e un sentire devianti e inusuali, perché solo come compagno di pensiero e compagno di sentimento egli può essere in grado di liberare il visitatore dalla sua solitudine – o dalla sua condizione di abbandono –, e con queste ragioni potrebbe modificare le opinioni di quest’ultimo sulla vita e sulla sua situazione personale.

Ma questo non è anche lo scopo di psicologi e psicoterapeuti? E dei consiglieri spirituali? La domanda circa il come la Pratica Filosofica si distingua dalle psicoterapie sorge inevitabilmente, all’interno di una cultura in cui la terapia cresce rigogliosamente. Ebbene: se lo sguardo psico-logico è preparato a riconoscere qualcosa di speciale adoperando una modalità speciale, anzitutto psicogenica, cioè come accidenti psichicamente determinati (lo psicologo e lo psicoterapeuta sono specialisti, e se non lo sono, allora sono dei dilettanti), il Filosofo Pratico è, per usare un paradosso, specialista di ciò che è non-speciale, sia esso ciò che è generale e chiaro (anche per la ricca tradizione di pensieri sensibili), sia esso ciò che è contraddizione e devianza, e sia esso – con particolare enfasi – ciò che è individuale e unico.

In questo modo il filosofo prende sul serio il suo visitatore: questi non è compreso mediante teorie, cioè schematicamente; nemmeno è compreso come “esempio di una regola”, ma come quell’essere umano unico che è. Non è giudicato da alcuna “misura” (nemmeno di “salute”), il punto essendo piuttosto se lui vive in accordo con sé stesso – per dirla con Nietzsche: se egli sia diventato ciò che è.

Bisogna aggiungere, infine, che la Pratica Filosofica non si mette alla prova solo nella consulenza individuale, ma è anche di supporto (da svariati anni) a compagnie, organizzazioni e associazioni nel loro tentativo di trovare convinzioni solide e indicazioni orientative.

 

 

[Cfr. la voce “Praxis, Philosophische”, di Odo Marquard, in Historisches Wörterbuch der Philosphie, a cura di Joachim Ritter et al., Vol. VII, Basel, 1989, pp. 1307-1308].

 

 

 

 


Traduzione italiana a cura di Luca D. Comino

 

 

 

 

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