VI
Congresso: il dibattito tra le mozioni
Le ragioni della Rifondazione Comunista
Appunti
e riflessioni a sostegno della mozione del Segretario
Una
premessa
Il
VI Congresso di Rifondazione Comunista si svolge in un momento straordinario:
è all'ordine del giorno la possibilità di cacciare dal
governo del Paese Berlusconi e le destre ma questo nuovo corso ancora
non si è realizzato. Anzi, dentro il campo delle opposizioni,
pesa l'indeterminatezza delle componenti moderate e riformiste e non
va neanche sottovalutata la capacità di reazione della maggioranza
di destra che alla propria crisi reagisce inasprendo il carattere di
classe del proprio governo e accentuando le propensioni reazionarie
presenti al proprio interno.
Al tempo steso, la guerra fallisce tutti gli obiettivi per i quali era
stata proclamate e la situazione in Iraq, di giorno in giorno, si fa
più instabile e drammatica. Malgrado questo, la guerra non arretra
il proprio campo di azione, al contrario si acuisce.
Insomma, siamo dentro una crisi profonda, aperta ad esiti differenti.
In questo contesto si colloca il nostro Congresso: le decisioni che
prenderemo non saranno senza conseguenze nel determinare l'esito della
crisi sociale e politica del nostro Paese e dell'Europa.
I
documenti congressuali
Questo
congresso ha una diversità rispetto al passato nella dislocazione
delle forze interne. Sono stati presentati e ammessi al dibattito 5
documenti. E' una grande prova di democrazia che dimostra quanto vivo
e vitale sia il dibattito dentro al Partito. Dal punto di vista degli
schieramenti interni, va sottolineata questa novità: accanto
alla distinzione strategica, che si ripropone come nello scorso congresso,
tra la maggioranza del Partito e la minoranza di Progetto Comunista,
si è determinata una distinzione anche dentro la maggioranza
uscita dalla scorso Congresso: i compagni che si riferiscono alla Rivista
l'Ernesto e i compagni che si riconoscono nella Rivista Erre hanno presentato
due diversi documenti congressuali alternativi alle 15 tesi presentate
dal segretario nazionale e che hanno raccolto la maggioranza assoluta
dei voti del Comitato Politico Nazionale.
Naturalmente, nessuno mette in discussione la legittimità di
questi compagni di presentare documenti alternativi a quelli di maggioranza.
Ma non si può legittimare l'ipocrisia di chi, come i compagni
del documento "Essere Comunisti", sostengono nel loro documento
che avrebbero preferito un congresso a tesi emendabili. Come è
stato affermato nel regolamento congressuale, tutti i documenti sono
emendabili a qualsiasi livello (dal congresso di circolo, a quello di
federazione, a quello nazionale). Il CPN ha adottato come testo base
le 15 tesi predisposte dal segretario: ognuno, volendo, avrebbe potuto
presentare emendamenti a quelle tesi e riproporre quegli emendamenti
nei circoli e nelle altre istanze congressuali.
Il punto è che si emenda un testo che si condivide nelle parti
essenziali, non si utilizza il sotterfugio di emendamenti per prospettare
un'altra linea politica alternativa.
Non si può tenere il piede in due scarpe per godere della rendita
di posizione di stare in maggioranza e, poi, agire come si fosse opposizione,
così si permette solo il trasformismo dei gruppi dirigenti.
Per questo si è affermato, come è ovvio, che la rappresentatività
è dei documenti, non degli emendamenti .
A questo punto, i compagni dell'Ernesto hanno presentato un loro documento
alternativo.
Nessun problema: era un loro diritto. Ma, ripetiamo, è ipocrita
affermare che si sarebbe preferito un documento emendabile. Le 15 tesi
non sono un prendere o un lasciare, sono emendabili, anzi la loro stessa
snellezza favorisce un percorso congressuale che le arricchisca, al
termine del dibattito, con i contributi che giungeranno dai circoli
e dalle federazioni .
In questo documento cercheremo di analizzare i punti fondamentali del
dibattito congressuali e come questi sono affrontati nei documenti,
a partire dalle 15 tesi proposte dalla maggioranza del partito. Cercheremo,
inoltre, di far emergere le differenze fondamentali con i documenti
presentati dall'area dell'Ernesto e da quella di Erre che, nel precedente
Congresso, non erano presenti.
Le differenze strategiche con i documenti di Progetto Comunista e dei
compagni che fanno riferimento alla Rivista Falce Martello, invece,
sono più note, riproponendosi in maniera pressoché analoga
a quella dello scorso Congresso.
Rispetto alle posizioni che legittimamente questi compagni esprimono,
ribadiamo una differenza di fondo: la loro impostazione porterebbe a
una emarginazione politica del PRC e della sua stessa capacità
di incidere nei movimenti e nel quadro politico ed istituzionale. Il
PRC sarebbe ridotto in un recinto autorefernziale fuori dalla capacità
di esprimere un qualsiasi progetto reale di trasformazione.
1. La questione del governo
E'
possibile oggi aprire una nuova fase politica ? E' possibile la sconfitta
delle destre e l'apertura di un nuovo corso politico ? Come sconfiggere
l'ipotesi neocentrista che punta a sostituire Berlusconi mantenendo
il cuore delle politiche neoliberiste ? Come consentire una incisione
dei movimenti nelle scelte politiche per consentirne una ulteriore crescita
?
Queste sono le domande cui le 15 tesi cercano di fornire una risposta.
Per Rifondazione Comunista il governo non è lo sbocco, ruolo
di governo o di opposizione non sono ordinabili secondo una gerarchia
per la quale il governo è bene e l'opposizione è male.
La questione del governo è, quindi, decisione politica che deriva
dal giudizio di fase che si da. La nostra valutazione è la seguente.
Il Paese chiede la cacciata del governo delle destre e chiede che questo
avvenga realizzando una nuova politica. La stessa possibilità
per i movimenti di crescere ulteriormente è legata, non solo
alla loro capacità di lotta, ma anche alla possibilità
di incidere concretamente nelle scelte di fondo. Se non si agisce in
tutte e due le direzioni, il rischio è il ripiegamento dei movimenti
e l'erosione della loro capacità di espansione.
E' possibile oggi proporsi questo progetto ?
Pensiamo di si per due ragioni: la crisi devastante delle politiche
neoliberiste da un lato e la crescita dei movimenti dall'altro. La combinazione
di questi due fattori ha rotto l'unitarietà del centro sinistra
che non esiste più come soggetto unitario e, su tutti i temi
fondamentali, si disarticola e ha spostato l'orientamento di grandi
organizzazioni di massa (si pensi alla CGIL e all'ARCI, per fare l'esempio
della più grande organizzazione dei lavoratori e della società
civile).
E' un esito scontato?
Assolutamente no. Il suo esito dipende dal profilo riformatore della
coalizione democratica che si propone come alternativa alle destre e
dalle discriminanti programmatiche (a partire dal ritiro di militari
dall'Iraq e dall'abrogazione delle leggi del governo impedenti ogni
processo riformatore). Per questo abbiamo detto che il tema della democrazia
deve essere il primo impegno del programma: perché l'autonomia
e lo sviluppo dei movimenti deve rappresentare il carattere fondante
del nuovo corso politico.
Noi pensiamo che questo obiettivo vada dichiarato apertamente e vada
perseguito senza tentennamenti.
2.
La desistenza
In
questo senso, troviamo una differenza sostanziale con le posizione espresse
dagli altri documenti che, con varie gradazioni, ripropongono la scorciatoia
della desistenza.
Questa posizione è sbagliata e subalterna. In sostanza, ripropone
il vecchio schema già uscito sconfitto dall'esperienza successiva
alla vittoria elettorale del 1996. Inoltre, in nome della difesa di
Rifondazione, giunge a proporre una subalternità politica e culturale
del partito. Insomma, Rifondazione sarebbe buona solo per la prima parte
della partita: quella della cacciata di Berlusconi e tornerebbe in panchina
nel secondo tempo, quello decisivo, per vincere la sfida di un nuovo
corso politico. Una partita difficile certamente, ma, non giocarla,
significa averla già persa.
Il partito dovrebbe ridursi come i riformisti pensano dei movimenti:
buoni quando si è all'opposizione per sconfiggere il governo
e da rimandare a casa quando si tratta di governare. Non è un
caso che la desistenza è l'idea che piace a Letta della Margherita
e , certamente non dispiace a D'Alema.
Il partito, poi, dovrebbe attrezzarsi a una campagna elettorale assolutamente
inefficace: se prende tanti voti e i suoi parlamentari sono indispensabili
per governare, cosa bisognerà fare ? Rifare le elezioni (ma questo
significherebbe il suicidio politico) o trattare con il centro sinistra
un programma di governo (ma, a quel punto, a giochi già fatti)?
A meno che qualcuno non pensi a una campagna elettorale in sordina in
cui dire di non votare troppo il Partito per non essere determinanti
dopo
Insomma, la desistenza, oggi ripropone una subalternità al quadro
politico, da noi accettato come immodificabile.
3.
Il programma
I
compagni del documento "essere Comunisti" pongono il problema
di una trattativa sul programma. Essi dicono: al governo ma a precise
condizioni e affermano che sia stato "un errore essere entrati
nella Grande Alleanza Democratica" senza discuterne nel partito
e prima ancora di aver definito e concordato un programma condiviso".
Se si intende che Rifondazione è disponibile solo a un governo
che rompa con il ciclo neoliberista e avvii un nuovo corso, si afferma
una cosa ovvia. E' del tutto evidente che Rifondazione non è
disponibile a un governo purchessia. Ma il punto qui è un altro.
E' la riproposizione del "tira e molla" in cui Rifondazione
sta da una parte egli altri dall'altra e si "tratta, tratta
"
fino al giorno prima delle elezioni in una estenuante discussione nel
chiuso del rapporto tra i partiti. Come non vedere che è stata
proprio la decisione di Rifondazione di lanciare la sfida apertamente
del governo che ha contribuito a mettere in movimento la situazione?
Questo ha spalancato le porte e le finestre del dibattito politico,
ha aperto al rapporto con le organizzazioni dei lavoratori, i movimenti,
i conflitti. Una discussione a tutto campo e non divisa nel vecchio
schema in cui movimenti propongono e i partiti decidono. Una discussione
aperta al popolo delle opposizioni attraverso quello che abbiamo definito
"le primarie sul programma". Se, invece di pensare alla vecchia
maniera, ci si impegnasse veramente a realizzare il coinvolgimento delle
associazioni, dei movimenti, del popolo delle opposizioni, nella costruzione
del programma, avremmo realizzato uno spostamento a sinistra che neanche
la più determinata trattativa tra i partiti potrebbe neanche
immaginare di ottenere.
4.
La rottura del 1998
i
compagni del documento "Un'altra rifondazione è possibile"
avanzano una critica di fondo: con il progetto di costruzione dell'alternativa
programmatica di governo tradiamo la vera svolta del Partito, quella
realizzata con la rottura del governo Prodi nel 1998.
Verrebbe da dire a questi compagni una battuta: se il dito indica la
luna, non guardare il dito, guarda la luna ! La rottura con il governo
Prodi è il fatto ma la vera svolta è ciò che ha
determinato quel fatto. Il punto vero, quindi, è la conquista
dell'autonomia dal quadro politico. L'atto rifondativo, quindi, non
è la rottura ma l'autonomia. In nome della medesima autonomia,
per un giudizio sulla fase, è possibile oggi proporsi l'obiettivo
della costruzione dell'alternativa programmatica di governo.
5. Il rapporto con i movimenti
Le
15 tesi sono nette: il rapporto di internità con i movimenti
individua il carattere di fondo dell'iniziativa di Rifondazione Comunista.
La capacità del partito è stata quella di aver capito
la grande novità del movimento altermondialista al suo affacciarsi,
anche quando molti, a sinistra, lo guardavano con aristocratico distacco.
Anche dentro al partito ci fu una discussione forte. Sono state molte
le resistenze a un rapporto nuovo con i movimenti. Anche in quel caso
si è tirata in ballo "la tradizione" secondo la quale
il partito deve essere alla testa dei movimenti secondo un impostazione
gerarchica per la quale al partito spetta il ruolo guida. Fino al giorno
prima delle giornate di Genova, le pagine dei giornali ospitavano le
voci critiche di quanti nel Partito si erigevano a custodi dell'ortodossia.
Se quelle posizioni avessero prevalso, Rifondazione Comunista sarebbe
stata spazzata via dalla possibilità di partecipare come protagonista
al "movimento dei movimenti" e avrebbe perso la grande occasione
di cogliere l'onda lunga del movimento.
Quei compagni, oggi presentatori della mozione "Essere comunisti",
non possono più negare la grande importanza del movimento e quanto
questo ha inciso nel cambiare l'opinione di massa sulla globalizzazione
neoliberista e sulla guerra ma non hanno cambiato la propria impostazione
politica e culturale.
Per loro, la questione del governo si ripresenta sostanzialmente come
trattativa tra i partiti e ritorna una idea "campista" in
cui uno schieramento di partiti e di Paesi è preso a riferimento
a prescindere dalle concrete scelte che questi partiti e questi Paesi
vanno facendo rispetto alle discriminanti poste dal movimento del no
alla guerra e alle politiche neoliberiste.
In tal modo, al di là di generiche e ovvie dichiarazioni di plauso,
si contraddice lo spirito di fondo del nuovo movimento per la pace che,
proprio sul rifiuto di qualsiasi "campismo", fonda il proprio
no radicale alla guerra e al terrorismo.
6. i movimenti e il governo
Una
questione differente viene proposta dai compagni del documento "Un'altra
Rifondazione è possibile".
La loro critica è la seguente: con l'obiettivo della costruzione
di una alternativa programmatica di governo, Rifondazione Comunista
ha indebolito il proprio rapporto con i movimenti e "lo spostamento
del nostro asse politico ha letteralmente tagliato loro l'erba sotto
i piedi".
In realtà, questo è ciò che sta dentro la testa
di questi compagni non è quello che dicono i movimenti né
corrisponde minimamente alla nostra politica.
Nel momento in cui si determina una contraddizione tra la crescita dei
movimenti e il ruolo istituzionale del Partito, la nostra scelta è
sempre chiara: dalla parte dei movimenti. Rifondazione lo ha dimostrato
in passaggi durissima, sfidando tutto il quadro politico e rischiando
l'emarginazione politica, come fu con la rottura con il centro sinistra
nel 1998. Tale coerenza è rimasta inalterata, come dimostra anche
l'ultimo caso della nostra uscita dalla giunta Bassolino in Campania
per la vicenda di Acerra.
C'è un rischio di ripiegamento dei movimenti ? Si tale rischio
c'è e interroga tutti noi, partiti, sindacati, associazioni,
comitati delle mille vertenze di lavoro e territoriali che guardano
a una vera alternativa. Il punto è quello che, oggi, è
necessario proporre un progetto complessivo, uscire da risposte settoriali
o per singoli pezzi. Per questo motivo, abbiamo prospettato l'idea di
un incontro dei movimenti, di unificare percorsi e progetti. Senza un'idea
e un percorso per una alternativa di società, il rischio per
tutti è quello del ripiegamento.
La lotta dal basso è fondamentale e l'autonomia dei movimenti
dal quadro politico è la condizione medesima per la loro crescita
e per lo spostamento in avanti della stessa politica.
Ma senza connettere le lotte dal basso con la capacità di incidere
e ottenere risultati, la medesima capacità di lotta e di espansione
può subire una difficoltà seria e le spire della recessione
possono soffocare i movimenti.
Per questo pensiamo che, in questa fase, quella caratterizzata dalla
crisi del berlusconismo e del suo blocco sociale, sia necessario proporsi
una alternativa programmatica di governo.
Il fine, quindi, della alternativa programmatica di governo è
favorire una ulteriore crescita dei movimenti.
Per questo, pensiamo che questa prospettiva si costruisca assieme ai
movimenti.
7. La nonviolenza
Le
15 tesi sono chiare: la nonviolenza come scelta politica rappresenta
una acquisizione politico culturale di grande rilievo per attuare la
rifondazione di un pensiero e di una pratica comunisti nel nuovo millennio.
La nonviolenza come scelta politica, qui e ora, non è semplicemente
e banalmente rifiuto di comportamenti di sopraffazione o intolleranti.
La nonviolenza ha una carica attiva, è un altro modo di concepire
e praticare la politica. La nonviolenza è quella praticata dal
movimento a Genova, allorché alla repressione astratta e generalizzata
messa in atto da un potere sopranazionale, ha saputo reagire sfuggendo
alla spirale repressione/violenza/nuova repressione. Il movimento, così,
ha messo in scacco il potere e ha conquistato un consenso di massa che
gli sarebbe venuto meno se avesse reagito sullo stesso piano del potere.
La nonviolenza non va confusa con la legalità. Violenza e nonviolenza
non sono sinonimi di illegalità e legalità. La guerra,
la massima espressione della violenza, veste la divisa della legalità,
la nonviolenza può portare, anzi spesso porta nella società
capitalistica dominata dalla violenza dello sfruttamento, a disobbedire
a decisioni del potere e leggi ingiuste. Lo abbiamo fatto nello "stopping
train", lo abbiamo fatto in altre mille espressioni delle vertenze
di lavoro e territoriali.
La nonviolenza come scelta politica, sfugge alla idea del "campismo",
quella per la quale "il nemico del mio nemico, è mio amico",
mortifera per la possibilità di espansione del movimento.
La nonviolenza è l'unica modalità dell'agire politico
che consente una reale generalizzazione e pratica di massa, permettendo
a chiunque di praticarla, collettivamente e individualmente.
La nonviolenza porta con sé una critica del potere e della sua
neutralità, sia nella versione dell'"entrata nella stanza
dei bottoni", sia in quella "della presa del Palazzo".
Il potere, come la scienza, non è neutrale, non è il volante
di una macchina che diviene buono o cattivo a seconda di chi lo tiene
in mano. Il potere va indagato criticamente.
La nonviolenza aiuta questa indagine perché mette l'accento non
solo sul risultato ma sul processo per ottenerlo. Anzi, afferma che
lo stesso risultato che si vuole ottenere, il fine, deve essere incorporato
nel processo, i mezzi, altrimenti, in tempi più lunghi, il medesimo
fine viene compromesso.
La nonviolenza permette una reale contaminazione con i pensieri critici
della società capitalistica sviluppatisi i questi ultimi decenni
e che hanno arricchito il pensiero e la pratica di una trasformazione
sociale. Il femminismo, l'ecologismo critico, il pacifismo, le mille
forme delle esperienze della solidarietà internazionale e per
la cittadinanza universale, portano con loro nuove acquisizioni di idee
e pratiche rivoluzionarie e la nonviolenza ne rappresenta un caposaldo.
Non si può neanche pensare a una reale contaminazione/condivisione
con i pensieri, i percorsi, le azioni di questi nuovi movimenti al di
fuori della scelta della nonviolenza come guida dell'agire politico.
Fuori da quella scelta, non c'è contaminazione/condivisione con
i movimenti, ma vuote giaculatorie che nascondono una sostanziale indifferenza.
Non si capirebbero neanche le rivoluzioni odierne, pure quelle armate
come difesa come la zapatista, fuori dalla scelta della nonviolenza
e di una nuova pratica di critica del potere separato.
Nella mozione dei compagni del documento "Un'altra Rifondazione
è possibile" si dice testualmente: "Siamo per il pacifismo
radicale ma non condividiamo la metafisica della nonviolenza".
Cosa significa questa espressione ? Chi ha mai parlato della "metafisica"
della nonviolenza ? Per noi la nonviolenza è una categoria dell'agire
politico valida in questo periodo storico e in questo contesto, non
una religione.
Questi compagni, che si dicono aperti al movimento, mantengono, quindi,
un'ambiguità su un punto di fondo dell'innovazione politica e
culturale del Partito che li fa stare in mezzo al guado.
Come sul governo, in cui tra il progetto dell'alternativa programmatica
di governo e l'opposizione scelgono di stare in mezzo riproponendo la
desistenza e poi il navigare a vista, così sull'innovazione di
cultura politica e sulla contaminazione con il movimento, danno un colpo
al cerchio e una alla botte: pacifisti integrali (?) ma senza la nonviolenza
come scelta dell'agire politico.
Nella mozione "Essere Comunisti" si dimostra una vera e propria
incomprensione, che è qualcosa di peggio di un travisamento:
è l'incapacità, con il bagaglio dell'ortodossia mummificata,
di capire. Essi affermano: "Le forme di lotta dipendono dal contesto
in cui si praticano: oggi in Italia è possibile praticare la
lotta pacifica perché ieri i partigiani, con le armi in pugno,
hanno sconfitto il fascismo; per contro in Iraq - dopo una guerra e
una occupazione illegittime - il popolo iracheno è costretto
a dare vita a una resistenza anche armata per sconfiggere gli invasori".
E' l'espressione di un vecchio continuismo per il quale si confonde
nonviolenza con legalitarismo, come se la nonviolenza si riduce a un
tratto di garbo nella lotta politica, per usare un termine di moda,
a "buonismo". E' esattamente il contrario, come, anche i più
recenti movimenti di massa nel Paese dimostrano. La nonviolenza non
è solo marciare o fare petizioni o mobilitarsi al momento del
voto: la nonviolenza è una pratica attiva di disubbidienza che
determina una generalizzazione del conflitto e, attraverso, una condivisione
e una pratica di massa, si propone di superarlo alla radice. Scanzano
e Melfi vorranno pure insegnare qualcosa.
Questi compagni, infine, compiono un altro fraintendimento grave che
la dice lunga sulla loro inadeguatezza a capire le novità dell'elaborazione
politica e culturale del movimento. Essi affermano testualmente: "Anche
il concetto per il quale i comunisti non lottano per conquistare il
potere ci pare non solo estraneo alla nostra storia, ma incomprensibile..perdere
di vista questo terreno, per rimanere puri e incontaminati significherebbe
rinunciare alla lotta politica".
Quindi, "critica del potere" e "rinuncia al potere"
divengono sinonimi, dimostrando così che, nella loro impostazione
dogmatica, esiste solo posto per una visione tradizionale del potere
e del rapporto tra governo, società e movimenti.
9,
Nonviolenza e Resistenza
E'
politicamente insensato mettere in relazione la scelta della nonviolenza
come scelta politica qui e ora con altri tempi e altri contesti.
Il riferimento alla Resistenza italiana è pertanto del tutto
fuori luogo.
Ma c'è di peggio.
Separare nella Resistenza la lotta armata dal progetto di società,
vivisezionare al suo interno l'aspetto d resistenza al nemico occupante
dal processo di liberazione, vuol dire operare su un corpo vivo e ucciderlo.
In questo modo, non si difende la Resistenza, non solo si rinsecchisce
la sua vitalità ancora attuale, se ne tradisce l'aspetto più
profondo.
Ma, è proprio quello che questi compagni fanno mettendo direttamente
in relazione la Resistenza al nazifascismo con quella irachena. E non
si tratta di un infortunio: in un altro passaggio, la resistenza irachena
è messa in relazione a quella del Vietnam.
E' l'idea del "campismo" che torna a prevalere.
Si badi bene, qui non è in questione il diritto di un popolo
a resistere in armi a una occupazione militare o a una aggressione o
che ogni parte, anche quella in armi, deve avere il diritto a partecipare
a una trattativa di pace. Su questo, non c'è tra di noi alcun
dissenso.
Il punto di contrasto è un altro. Al contrario di quanto fanno
i compagni di "Essere Comunisti", per passare alla solidarietà
militante, per noi ci deve essere la condivisione del progetto di società,
ci deve essere un processo di liberazione.
Insomma, i Talebani in Afghanistan non sono i Vietcong e la resistenza
irachena non può essere messa in rapporto con la Resistenza in
Italia. Facendo, così, non solo non si comprendono quei fenomeni
ma si arriva tradire lo spirito e il messaggio di quelle altre esperienze
in Italia come in Vietnam (al di là, naturalmente, dagli esiti
e dalle contraddizioni di ogni esperienza, che pure vanno indagate).
Per quanto ci riguarda, crediamo che sia possibile e necessario sfuggire
a questa logica "campista" e che si possa essere contro l'invasione
dell'Afghanistan senza schierarsi con i Talebani ed essere contro l'occupazione
dell'Iraq e per il ritiro immediato dei soldati stranieri, primo fra
tutti il contingente italiano, senza appiattirsi sulla resistenza irachena,
anzi vedendone le contraddizioni e l'elemento politicamente corruttivo
del nuovo terrorismo.
9.
La spirale guerra/terrorismo
I
compagni della mozione "Essere Comunisti" affermano: "dissentiamo
da chi - con la complicità dei media - evoca una presunta spirale
guerra - terrorismo. Non solo questa formula cancella dalla scena la
Resistenza irachena, ma per di più suggerisce una inammissibile
equivalenza delle responsabilità. Ferma restando la più
netta condanna del terrorismo
"
Anche qui, si guarda al fenomeno del terrorismo con le lenti del passato,
come si fosse di fronte alla guerra di Algeria in cui mezzi discutibili
vengono utilizzati per un fine condiviso di liberazione.
Non si comprende il nuovo fenomeno del terrorismo e la sua capacità
di pervadere ed egemonizzare la lotta armata.
Il terrorismo nasce come progetto politico, utilizza le contraddizioni
del mondo e, anche la guerra, piegandole al suo progetto. Il terrorismo,
quindi, nella dimensione globale che la sfida di Al Kaida ha lanciato,
non si presenta più come un mezzo per combattere una guerra giusta
ma come un fine in sé, è portatore, cioè, di una
idea di società e dei rapporti tra le culture e le diversità.
Per questo motivo, nell 15 tesi si dice che è "figlio e
fratello della guerra". Con il termine "spirale", non
si identifica una gerarchia del tipo "la guerra genera il terrorismo",
oppure, al contrario "il terrorismo causa la guerra". Attraverso
quell'espressione si afferma che tra guerra e terrorismo esiste oggi
una relazione, per la quale , nel mentre si combattono, quel loro stesso
combattersi è la condizione del loro riprodursi e tanto è
più acuto questo scontro, maggiore è la forza con cui
si alimentano.
D'altra parte, la grande forza espansiva del movimento della pace e
la sua capacità di essere interprete di un bisogno di umanità
diffuso, nasce proprio dall'essersi sottratto alla scelta di campo e
aver proposto una critica radicale alla guerra e al terrorismo.
10. La storia dei comunisti
Non
pensiamo affatto che la storia del movimento operaio sia un cumulo di
macerie.
Nelle 15 tesi si dice: "il grande e terribile 900 ha visto realizzarsi
attraverso la lotta di classe l'ingresso delle masse nella politica
e, in questo corso, si sono prodotte grandi esperienze di emancipazione,
le più grandi fino ad ora conosciute..Il movimento operaio è
stato il grande protagonista del secolo ma è stato sconfitto
in primo luogo per il fallimento laddove si è costituito in stato
nelle società postrivoluzionarie
.La critica allo stalinismo
non è, quindi, semplicemente la critica alle degenerazioni di
quei sistemi ma al nucleo duro che ha determinato quell'esito ed è
per questo motivo il punto irrinunciabile per la costruzione di una
nuova idea del comunismo e del modo per costruirlo".
Un'impostazione rovesciata è quella dei compagni della mozione
"Essere Comunisti", al di là dell'ennesimo stravolgimento
della posizione di maggioranza, come se ci fosse una furia devastatrice
che vuole azzerare tuta la storia del movimento operaio e cancellare
indifferentemente tutti i protagonisti e i contributi presenti in quella
storia.
Il vero punto di differenza è il continuismo.
Nella posizione che questi compagni esprimono il bilancio critico della
storia del movimento operaio si riduce alla "critica netta degli
errori e dei processi degenerativi", che non possono generare un
dubbio "sull'aspetto prevalente dell'esperienza rivoluzionaria
del movimento comunista". In pratica, si torna indietro di oltre
30 anni, anche di quello che fu il dibattito all'interno del PCI. Non
è un caso che, addirittura, riemerge la critica che Cossutta
faceva a Berlinguer quando questi prese le distanze in maniera netta
dal modello sovietico, parlando dell'"esaurimento della spinta
propulsiva" di quella società. Nel documento di "essere
Comunisti", al Capitolo 18, riemerge il rimpianto per i Paesi del
socialismo reale e si mette il dito sulle "conseguenze mondiali
della scomparsa dell'Unione Sovietica". La "nuova" critica
di questi compagni corre all'indietro e ritorna alla teoria del "contrappeso",
ovvero del campo sovietico, criticabile quanto si vuole, ma fondamentale
per competere con gli USA e mantenere l'equilibrio del mondo.
E' un impianto dottrinario dogmatico e conservatore che viene riproposto.
Così, si ripete la vecchia diatriba sull'attualità della
nozione classica di imperialismo, e della connessa teoria dei conflitti
interimperialistici, e, a dispetto di una analisi delle reali forze
in campo, si ripropone l'idea di imperialismi europei e giapponese in
lotta con quello USA, come se, quanto accaduto in questi anni non avesse
insegnato nulla. Come se non fosse emerso con chiarezza il ruolo assolutamente
egemone degli USA e del carattere subalterno a quel dominio dell'Europa,
del Giappone e così via. L'analisi proposta è così
datata che si parla dell'"India non allineata", dimenticando
che il movimento dei Paesi non allineati appartiene ad un altro periodo
storico, come se le parole usate uscissero fuori da qualche polveroso
archivio.
C'è qui un punto di differenza sostanziale con l'impostazione
delle 15 tesi: noi proponiamo di attualizzare il comunismo come processo
di trasformazione. Per questo pratichiamo l'innovazione politica e culturale
come i comunisti, nei momenti più alti della loro storia, hanno
tentato di fare, in alcuni casi riuscendoci.
E' un'uscita da sinistra dalla crisi del movimento operaio quella che
proponiamo non una fuoriuscita da quella storia.
Chi ha parlato di cambiare il nome del Partito o di togliere dal simbolo
la falce e il martello ha ingannato i nostri compagni e avvelenato il
dibattito interno.
11. La Sinistra Europea
La
nascita del Partito della Sinistra Europea è il fatto nuovo della
politica europea e Rifondazione ne è tra i fondatori e i protagonisti.
L'Europa per noi è, infatti, il banco di prova della costruzione
dell'alternativa e il Partito della Sinistra Europea è la soggettività
politica che può costituire il nucleo fondante della sinistra
di alternativa in Europa. Si tratta di un processo in corso, non escludente
qualcuno ma includente attraverso un processo aperto. Il Partito della
Sinistrta Europea comincia a fare i suoi primi passi e ad affermarsi
come l'interlocutore che è in grado di cogliere la sfida che
il movimento per la pace e quello del conflitto sociale propongono alla
politica. La stessa possibilità di pensare alla costruzione dell'altra
Europa passa per l'affermazione di questa nuova soggettività
politica. Basti pensare ai principali temi dello scontro sociale e politico:
il Partito della Sinistra Europea è l'unica forza politica europea
che esprime compattamente una posizione alternativa al trattatato costituzionale
europeo, senza alcuna divisione al suo interno, non in nome di un rinchiudersi
dentro la difesa dello Stato nazionale o di interessi corporativi ma
in nome di un altro processo costituente, veramente democratico e partecipativo.
Senza questa soggettività, la politica europea sarebbe il monopolio
delle due formazioni principali, quella socialista e quella popolare.
Ma la scelta della Sinistra Europea non è stata indolore e la
partecipazione del PRC a questo progetto ha portato a un acceso dibattito
interno, Anche nelle mozioni congressuali questo dibattito viene riproposto.
I compagni della mozione "Essere Comunisti", ripropongono
la critica di stampo conservatore: la Sinistra Europea non si configura
come una formazione politica dei partiti comunisti, anticapitalistici
e antiimperialistici europei e molti partiti comunisti europei non hanno
aderito al suo atto di nascita.
Questa critica rileva il carattere dell'impostazione politica di questi
compagni. L'unità si ritrova per loro sull'identità e
non sulle scelte politiche discriminanti del movimento (il no alla guerra
e alle politiche neoliberiste). Ma queste sono le discriminanti vere
su cui è possibile far crescere una soggettività politica
all'altezza della situazione. Fuori da questa impostazione, c'è
il solito balletto dei "coordinamenti" tra forze politiche
che, unite forse dai nomi, ma divise sulla politica, alla fine non decidono
mai nulla. E' questo, il "pannicello caldo" che questi compagni
propongono: una modalità tanto vecchia quanto inefficace a prospettare
una vera politica unitaria della sinistra di alternativa.
Anche i compagni del documento "Un'altra Rifondazione è
possibile" propongono una critica. Essi affermano che il progetto
della Sinistra Europea nasce sulla base di un rapporto con le sinistre
liberali e socialdemocratiche, quindi , in una prospettiva di governo
e che, quindi, in Europa si sono scelti partner sulla base della comune
disponibilità ad alleanze di governo escludendo, quelle, non
a caso più impegnate nella costruzione di movimenti.
Anche questa critica ci appare del tutto infondata.
La Sinistra Europea vede al suo interno un nucleo di forze promotrici
che si sono riconosciute tra loro non sulla base della collocazione
rispetto al governo ma sulla base della loro posizione rispetto alle
discriminanti del movimento. Questa è la realtà dei fatti.
Essa non nasce affatto sulla base di un rapporto privilegiato con la
sinistra moderata, anzi , al contrario, offre ai movimenti una interlocuzione
politica alternativa a quella del Partito Socialista Europeo. Come già
detto, il trattato costituzionale europeo ne è il primo banco
di prova.
Rispetto alla questione che la Sinistra Europea comprenda partiti "governisti"
ed escluda partiti d'opposizione, siamo alla confusione totale e alla
negazione della realtà effettiva della collocazione dei singoli
Partiti che ne fanno parte.
La costruzione di una soggettività politica si compie su discriminanti
di fondo, non sulla collocazione al governo o all'opposizione che dipende
dalla fase politica e può cambiare. Come già detto, governo
e opposizione, non sono organizzabili secondo una scala di valori per
cui uno è bene è l'altra è male o viceversa.
Far discendere da quella collocazione, l'aggregazione o disaggregazione
della Sinistra Europea vuol dire fare, una operazione puramente ideologica
e velleitaria, una soggettività "ad organetto", in
cui i partiti entrano o escono a seconda delle singole vicende.
La Sinistra Europea è una costruzione includente. Al contrario
di quanto gli oppositori dicevano, non si è determinata alcuna
contraddizione tra il Partito della Sinistra Europea e la collaborazione
più larga dentro il GUE al Parlamento Europeo. Altre forze politiche
di alternativa in Europa sono interessate al progetto e guardano con
attenzione a questa nuova soggettività; nuove forze rihanno deciso
di aderirvi, oltre quelle che l'hanno promossa. La Sinistra Europea
cresce in adesioni e consensi.
Rifondazione Comunista, che fin dall'inizio si è battuta per
il massimo possibile di inclusione, ne è tra i protagonisti e
il suo ruolo ha avuto il massimo riconoscimento con la Presidenza del
Partito. Il suo ruolo e il suo prestigio in Europa e nel mondo sono
cresciuti.
Con la Sinistra Europea, anche in Italia, molte forze, realtà,
singole personalità interessate al progetto della sinistra di
alternativa, hanno riconosciuto in quel progetto un salto di qualità
nella giusta direzione. Con la loro adesione alla Sinistra Europea,
queste soggettività esterne al Partito, hanno avuto la possibilità
di essere coinvolte in un processo che è, allo stesso tempo,
espressione di una progettualità forte.
Cosa sarebbe successo se avessero prevalso le opposizioni che i compagni
dei documenti alternativi a quello di maggioranza ripropongono e che
sostanzialmente , in nome di opposte valutazioni, volevano frenare il
progetto?
Non sarebbe accaduto alcun fatto nuovo e si sarebbe ancora avvitati
in una discussione tanto ostile quanto inconcludente.
Invece, oggi possiamo partire da qualcosa di importante che è
stato costruito e che, tutti assieme, dovremmo cercare di far crescere
in un progetto che non deve escludere nessuno ma, progressivamente,
includere tutte le forze che vogliono costruire un'altra Europa della
pace e dell'alternativa al neoliberismo.
La dimensione dell'Europa è il nostro riferimento: per questo
noi, che non volgiamo togliere nulla dal nostro simbolo, vogliamo aggiungerci
la dizione Sinistra Europea per indicare il senso e la direzione di
un cammino che vuole andare oltre la propria nazione e guarda a un processo
di trasformazione su scala continentale.
12.
Il Partito
Il
partito, al suo interno, soffre, è avvitato spesso in contrapposizioni
laceranti che impediscono, molte volte, di far esprimere tutte le energie
e le ricchezze al suo interno e, al tempo stesso, di tramutare in consenso
attivo l'interesse e la simpatia suscitati dalla sua politica.
Eppure, una nuova generazione, non solo in senso anagrafico, di quadri
e militanti si affacciata e si è imposta, guadagnando, anche
se con molta fatica, ruoli di direzione politica importanti. Questo
processo, però, è ancora lontano dal potersi dire compiuto.
Il partito ha subito una lenta, limitata ma costante perdita di iscritti
che è in contraddizione con il consenso cresciuto e la grande
capacità di mobilitazione nelle manifestazioni, nelle lotte,
nelle vertenze locali.
Una discussione non è più rinviabile, una discussione
seria, approfondita, senza plebeismi o lisciare il pelo a un "basismo"
che da solo non può rappresentare alcuna uscita da questa crisi.
Una crisi che sta dentro il ciclo lungo della crisi della politica ma
che va indagato anche nella specifiche modalità in cui il Partito
vive ed è organizzato.
Insomma, il problema, non può essere affrontato come fanno i
compagni nel documento "Essere Comunisti" solo con la rituale
affermazione che si dice sempre a ogni congresso: occorre ridare centralità
ai circoli, alle Federazioni e alle espressioni di base del Partito.
Occorre, invece, dire cosa fare per andare in quella direzione.
Non può neanche essere affrontato nel modo altrettanto rituale
come fanno i compagni del documento "Un'altra rifondazione è
possibile", che dicono: occorre evitare che il circolo si trasformi
in semplice comitato elettorale, rivitalizzi la sua azione sociale e
la federazione non può essere semplicemente una struttura gerarchica.
Occorre dire cosa fare per andare in quella direzione.
Insomma, va affrontato il tema della organizzazione del Partito e della
sua vita interna. Di più, va affrontato il tema di come far esprimere
, come soggettività interna al Partito, la ricchezza sociale
che il Partito complessivamente esprime sia nelle sue forme tradizionali
che in quelle sperimentazioni effettuate (si pensi, per esempio, ad
alcune esperienze esemplari dei giovani comunisti) che nelle soggettività
ad esso che si connettono al suo progetto complessivo (si pensi all'esperienza
del Forum delle donne, al Forum ambientalista, alla Sinistra Europea,
le Riviste, le Fondazioni e così via).
Se si vuole effettivamente prendere il toro per le corna, occorre proporsi
di avviare, subito dopo il Congresso Nazionale, che si deve soffermare
e decidere sull'impostazione politico culturale, sull'innovazione e
sulla linea politica, una Conferenza di organizzazione con valenza strategica
della medesima importanza dell'assise congressuale.
Questa è la nostra proposta.
Una
conclusione
Il
partito ha una sua solidità. Ha passato e vinto sfide che avrebbero
disgregato forze assai più consolidate e organizzate. Ha saputo
sfidare la fissità del quadro politico e superato prove durissime.
Rifondazione Comunista non è una forza politica marginale ed
ininfluente. E' una forza viva, presente fin dall'inizio nel movimento
di contestazione della globalizzazione neoliberista (anche quando molti
a sinistra e fin dentro al Partito, guardavano con aristocratico distacco
il "movimento dei movimenti"), presente in tutti i movimenti
di lotta, nei posti di lavoro, nelle vertenze territoriali, con una
forza elettorale consolidata e in crescita, con la capacità di
essere tra i protagonisti principali della costruzione di una nuova
soggettività politica della sinistra radicale in Europa, il Partito
della Sinistra Europea.
Non si può neanche pensare di sconfiggere le destre in Italia,
nelle Regioni, nelle Province e nei Comuni, senza un rapporto di alleanza
con Rifondazione Comunista.
Al tempo stesso, Rifondazione Comunista è la forza politica essenziale
per la costruzione della sinistra di alternativa.
Erano esiti scontati ?
Tutto il contrario. Chi non ricorda che in Italia si è tentato
di marginalizzare, cioè di mettere fuori gioco, Rifondazione
Comunista e di rendere la sua forza inessenziale ?
Come non vedere anche nelle recenti dichiarazioni di D'Alema sull'estensione
del maggioritario, da un lato che questo desiderio non è sopito
in settori della sinistra moderata e, dall'altro, l'amarezza di essere
stati sconfitti su quel punto essenziale ?
Non si può separare questo dato incontrovertibile riconosciuto
da compagni, amici e avversari (e ammesso pure nelle altre mozioni congressuali),
dalla linea politica praticata.
Questa linea politica non può essere spezzata a seconda delle
convenienze di questa o quella posizione dentro il Partito: rapporto
di internità con i movimenti, proposta politica di apertura sia
al campo complessivo delle opposizioni politiche e sociali sia come
costruzione della sinistra di alternativa, innovazione della politica
e del soggetto della politica, innovazione di cultura e teoria politica
del movimento operaio (tesi 2), stanno assieme a rappresentare il complesso
di questa linea.
Questa linea politica non va compromessa. Per questo chiediamo al Congresso
del Partito di confermarla e di darle più forza.