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Per
la rifondazione comunista
Tesi Congressuali approvate dal V Congresso del PRC
TESI
1 - UNA CRISI DI CIVILTA'
La crisi della globalizzazione capitalistica assume oggi il volto di una
più generale crisi di civiltà. La condizione dei popoli,
dei soggetti sociali e delle persone è segnata da insicurezza,
incertezza, precarietà. Avanza una "modernizzazione senza
modernità", che ripropone la terribile spirale guerra-terrorismo
e abbatte progressivamente gli spazi di democrazia.
Il XXI secolo si è aperto all'insegna del terrorismo e della guerra.
Il mondo è stato sommerso da un'ondata di violenza di eccezionale
intensità distruttiva, che ha mandato in pezzi le illusioni ideologiche
della globalizzazione, le sue promesse di "magnifiche sorti e progressive"
per l'umanità. Di nuovo, appare minata alla base l'idea stessa
di futuro. Di nuovo, un profondo senso di insicurezza pervade le pur ricche
società dell'occidente e accelera i già avanzati processi
di disgregazione sociale.
Una sorta di stato di emergenza endemico si va sostituendo alla normale
fisiologia delle relazioni istituzionali. L' incertezza diventa la condizione
più comune e diffusa. E' precarietà della condizione lavorativa,
disoccupazione strutturale, pericolo costante di licenziamenti. E' blocco
delle capacità di produzione e di consumo, è recessione
e depressione economica. E' distruzione dell'ambiente e delle condizioni
della riproduzione sociale. Più in generale, è crisi di
identità, fine di valori condivisi, difficoltà di concepire
progetti individuali e collettivi. E' paura del "nemico invisibile",
dell'Altro e del Diverso, in una singolare commistione di irrazionalismo
e scientismo, di furori neofondamentalisti e di pensiero debole.
E' la stessa nozione di modernità, intesa come processo storico
di nascita del soggetto e delle pratiche di liberazione che, deformata
dalla globalizzazione capitalistica, subisce una crisi verticale. Non
a caso quello che ci viene presentato come uno scontro di civiltà
vede contrapposti, da un lato, l'individuo nella versione egoista e insensata
dell'homo oeconomicus e dall'altra, la comunità nella versione
inaccettabile di comunità organica patriarcale e tribale. E' la
prospettiva stessa di coniugare libertà individuale e relazioni
sociali civili che viene schiacciata da questa guerra in cui i nemici
dichiarati non rappresentano altro che due facce della stessa medaglia.
Quest'insieme di tendenze involutive configurano una vera e propria crisi
di civiltà, dove tendono a deperire tutte le conquiste del XX secolo,
i diritti come gli spazi effettivi di democrazia, e dove le varie destre
trovano terreno fertile di espansione. Alla radice, vi è un processo
involutivo dello stesso capitalismo. Il modo di produzione fondato sulla
logica del capitale, che ha finora apportato all'umanità, insieme
a straordinari progressi, devastanti processi di sfruttamento e crescenti
contraddizioni, ha imboccato la strada di una regressione forse irreversibile.
"Il vero limite della produzione capitalistica è il capitale
stesso" (Marx)
TESI 2 - LA GUERRA GLOBALE
La guerra in corso ha i caratteri di un conflitto globale: non solo perché
ha per teatro effettivo il pianeta, ma perché il suo vero obiettivo
è la costituzione di un "nuovo ordine mondiale" unipolare.
Di un governo autoritario della crisi.
Il feroce abbattimento delle Twin Towers, con migliaia di vittime incolpevoli,
e la desertificazione di Kabul, con altre migliaia di vittime innocenti,
ci restituiscono oggi una disperante immagine del mondo, stretto nella
spirale guerra\terrorismo.
Questa situazione è definibile, appunto, come conflitto civile
planetario, non solo nel senso che ha per teatro l'intero pianeta e le
sue principali nazioni, come è accaduto nel '900, ma nel senso
che ha come vera posta in palio il governo della globalizzazione economica.
Anche per fronteggiare la crescita del "movimento dei movimenti",
questo governo tende a costituirsi nella forma di un inedito dominio autoritario
su scala mondiale: dove l'intreccio di espansionismo militare, manovra
diplomatica, ricatto geopolitico, controllo delle risorse, appare inestricabile.
In questo processo, è palese la centralità politica, strategica
e militare degli Stati uniti d'America, unica superpotenza del globo.
Ma la logica che presiede al conflitto, e che lo agisce, non è
certo riducibile a uno scontro di tipo classico tra Stati nazionali e
i loro contrapposti interessi. In effetti, dal punto di vista politico,
si va realizzando un sistema di alleanze, pur conflittuale, pur a geometria
variabile, del tutto nuovo, che vede oggi schierati dalla stessa parte
gli Usa, l'Europa, la Russia, i regimi arabi "moderati" e la
Cina. Soprattutto, quel che va emergendo è un possente meccanismo
di inclusione, politica ed economica, in un più largo sistema di
relazioni a dominanza nordamericana. Esso, a sua volta esclude i molti
Sud, le diverse periferie, le resistenze variamente antiliberiste e anticapitaliste
del mondo. L'alternativa che viene prospettata è drastica: o con
il modello americano o nell'inferno dell'inciviltà. Anche questo
è un effetto che si tenta di rendere stabile della nuova guerra
del XXI secolo.
TESI 3 - SOCIALISMO O BARBARIE
Una tendenza regressiva di fondo domina il capitalismo dell'era neoliberista.
Esso svalorizza il lavoro, accresce a dismisura le disuguaglianze, privatizza
e mercifica i bisogni, devasta la natura e l'ambiente, riproduce modelli
di relazione regressivi come il patriarcato. Esso non è dunque
né riformabile né "temperabile". Si riaprono qui
la possibilità e l'urgenza della trasformazione rivoluzionaria:
l'alternativa torna ad essere socialismo o barbarie.
La tendenza capitalistica ad una espansione onnivora, senza freni e limiti,
entra in conflitto crescente con istanze e bisogni di massa indotti dallo
sviluppo stesso, ma con esso incompatibili: così i diritti sociali
essenziali di salute, istruzione, cibo, mobilità, si scontrano
con i processi accentuati di loro privatizzazione e mercificazione; così
un progresso scientifico e tecnologico di entità straordinaria
arriva a invadere, addirittura, la sfera del vivente e la vita quotidiana,
ma sembra assurdamente tutto consegnato alla pura logica del profitto
a breve. Così la tutela delle risorse ambientali e l'esigenza di
un rapporto di equilibrio e riproduzione tra essere umani e natura, si
scontra con la centralità del mercato. E' questo sistema che assoggetta
la scienza per riprodurre le condizioni del profitto e non quelle ambientali
ed umane.
Il contesto appare inoltre fortemente dominato dalla persistenza di negativi
assetti patriarcali - ovviamente diversi a seconda delle aree storico-culturali
del mondo - che si alternano con modalità sociali e simboliche
di tipo arcaico. Ne consegue la condanna delle donne alla segregazione
e alla subalternità giuridica, con tendenze regressive, familistiche
misogine che si manifestano anche nei paesi dove più forte si è
sviluppata la rivoluzione femminile del '900.
La globalizzazione neoliberista, in sostanza, non si lascia né
umanizzare né riformare né, più di tanto, temperare:
il fallimento della Terza Via, venuto ad evidenza politica nelle esperienze
di centrosinistra europee e americane, ha alle sue radici questa verità
strutturale. Ed infatti i suoi stessi protagonisti l'hanno depennata dal
vocabolario politico.
A questo livello delle contraddizioni del nostro tempo si colloca la nascita
del movimento antiglobalizzazione, primo frutto maturo della crisi dell'economia
e della civiltà globalizzata. Sia pure in forme ancora embrionali
questo movimento pone il problema dell'alternativa, di una possibile uscita
in avanti dalla barbarie del neo liberismo e della sua crisi. In questo
contrasto di fondo si riapre la questione della trasformazione, del superamento
del capitalismo: la rivoluzione torna ad essere una possibilità,
un approdo possibile della storia umana. In palio, molto più di
quanto non avvenisse nelle fasi originarie del capitalismo, c'è
la salvezza dell'umanità: come già diceva "il Manifesto",
incombe il pericolo della "comune rovina delle classi in lotta".
Per queste ragioni, possiamo dire ancora "Socialismo o Barbarie",
un'espressione che definisce, allo stesso tempo, il nostro orizzonte e
la nostra sfida strategica.
TESI 4 - LA RIVOLUZIONE CAPITALISTICA RESTAURATRICE
A partire dalla metà degli anni '70, si avvia una nuova fase nello
sviluppo capitalistico: con mutamenti di tale portata, che è legittimo
parlare di un "nuovo capitalismo", anzi di una "rivoluzione
restauratrice", caratterizzata da una volontà di dominio tendenzialmente
totalizzante.
L'epoca nella quale viviamo è caratterizzata da una profonda rivoluzione
capitalistica trainata da un processo di globalizzazione con connotati
ben diversi da altri che hanno contrassegnato la storia del capitalismo
nelle sue differenti fasi. I cambiamenti sono così rilevanti che
possiamo a ragione parlare oggi di un nuovo capitalismo. Questa rivoluzione
prende le sue mosse circa a metà degli anni '70 e i suoi inizi
sono segnati dallo spezzarsi dal nesso tra sviluppo economico e aumento
di un'occupazione tendenzialmente stabile, dalla fine della convertibilità
del dollaro in oro, dalla prima grande crisi petrolifera, ma anche della
necessità del sistema capitalista di dare una risposta sia alla
grande crisi economica degli anni '74 - '75 sia a quel grande movimento
rivoluzionario della fine degli anni '60 che, seppur con caratteristiche,
intensità e durata diversa da paese a paese, si sviluppò
a livello mondiale.
Questa rivoluzione che ha aperto una nuova fase nella storia del capitalismo,
ha inciso profondamente nei sistemi e nell'organizzazione produttiva,
nella composizione del capitale e nella strutturazione del lavoro, nel
ruolo degli stati nazionali e nel funzionamento della democrazia, nella
concezione della politica e della cultura, nelle relazioni internazionali
e nell'uso della guerra, nella vita materiale e nell'immaginario collettivo
di milioni di persone.
L'esito cui finora è approdata questa rivoluzione è quello
di avere spostato i rapporti di forza a favore del capitale e a discapito
del lavoro, di avere aumentato enormemente le diseguaglianze e le ingiustizie,
le differenze sociali e le distanze tra paesi ricchi e paesi poveri, la
concentrazione del potere in poche mani e la lontananza delle grandi masse
da quest'ultimo, di avere provocato la distruzione dell'ambiente.
Per queste ragioni appare appropriato, usando un ossimoro, parlare di
rivoluzione capitalistica restauratrice, cogliendo appieno la sua estrema
novità e insieme la sua funzione di ribadire in forme ancora più
acute e totalizzanti il dominio del capitale nel mondo intero.
La nuova fase del capitalismo e l'attuale processo di globalizzazione
pongono problemi rilevanti di analisi e di interpretazione che infatti
sono oggetto di un ampio dibattito internazionale al quale partecipiamo
attivamente, a partire dalla rilevazione di alcune caratteristiche essenziali.
TESI 5 - IL CAPITALE
Il processo di autovalorizzazione del capitale si modifica: crescita spettacolare
della finanziarizzazione, intensificazione dello sfruttamento del lavoro,
materiale e "immateriale" sussunzione diretta della scienza
nel ciclo produttivo. Muta l'organizzazione del lavoro, con il superamento
del modello taylorista. E l'espansione produttiva si articola in termini
radicalmente inediti su scala internazionale.
E' intervenuta una modificazione nel processo di valorizzazione del capitale,
sia nel senso di un ulteriore, enormemente accresciuto, processo di finanziarizzazione
(tra il 1970 e il 2000 il volume degli scambi finanziari è passato
da 20 a oltre 2000 miliardi di dollari, di cui 4/5 sono rappresentati
da operazioni di durata inferiore ai 7 giorni), sia perché è
diventato relativamente assai più incidente lo sfruttamento diretto
e indiretto del lavoro immateriale (dal campo dell'informazione a quello
delle relazioni umane) senza che sia venuto meno quello sul lavoro materiale;
sia perché assistiamo ad una diretta sussunzione dello sfruttamento
dell'ambiente e della natura, nonché della stessa vita vegetale,
animale e umana - attraverso un asservimento della ricerca scientifica
e delle sue applicazioni nel campo delle biotecnologie.
E' intervenuta una modificazione dell'organizzazione produttiva, dopo
la crisi di quella basata sul principio della produzione di massa per
il consumo di massa che aveva contrassegnato il ciclo fordista - taylorista
- keynesiano, con la tendenziale adozione di sistemi produttivi basati
sul principio del cosiddetto "just in time", ossia mutuati dall'esperienza
condotta nelle aziende Toyota in Giappone.
E' in corso un'articolazione produttiva che non ha precedenti in fasi
pregresse di espansione internazionale del capitale e che permette, a
volte anche all'interno della stessa azienda e del suo indotto, di far
convivere, seppure in diverse zone geografiche, sistemi produttivi post-fordisti,
con la permanenza di quelli fordisti o addirittura pre-fordisti e arcaici.
TESI
6 - IL LAVORO
Contrariamente alla vulgata sulla "fine del lavoro", il lavoro
dipendente è cresciuto nel mondo a ritmi grandissimi. Ma gigantesca,
in parallelo, è la sua frantumazione, mentre il mercato del lavoro
tende a suddividersi in un nucleo di occupati "garantiti", sempre
più ristretto, un'area di lavoratori precari , "atipici",
progressivamente crescente, una massa di disoccupati, più o meno,
cronici.
Siamo di fronte a un gigantesco processo di frantumazione del mondo del
lavoro: contrariamente alla vulgata sulla "fine del lavoro"
nel mondo, sia ora che nelle previsioni future di tutti gli enti internazionali
che si occupano dell'evoluzione degli scenari economici e sociali, il
lavoro dipendente è cresciuto ed è destinato a crescere
enormemente su scala mondiale, qualunque sia la forma giuridica o la definizione
sociologica che assume da paese a paese. Questo non deriva soltanto dal
diffondersi della produzione industriale e della sua articolazione sul
pianeta, ma dalla sussunzione nell'ambito del lavoro dipendente di figure
un tempo appartenenti al lavoro autonomo. Contemporaneamente - e questo
è ovviamente più evidente nei paesi a capitalismo maturo
- è in corso una tripartizione del mercato e del mondo del lavoro,
tra un nucleo sempre più ristretto di lavoratori a tempo pieno
e indeterminato, una crescente area di lavoratori precari e atipici, una
cronica disoccupazione di massa. In alcuni paesi - come negli Stati Uniti
d'America - queste ultime appaiono meno estese semplicemente perché
l'estrema liberalizzazione del mercato del lavoro rende ancora più
larga l'area del lavoro precario ma i criteri con cui viene censito lo
fanno rientrare statisticamente nel campo dell'occupazione.
TESI 7 - LA RIVOLUZIONE INFORMATICA
La così detta rivoluzione informatica modifica profondamente la
composizione organica del capitale e contribuisce a rendere "incontrollabili"
i movimenti finanziari. Nei sette paesi più industrializzati, gli
scambi di moneta elettronica superano circa sette volte le riserve delle
Banche centrali.
Un volano potente dell'attuale rivoluzione capitalistica e del processo
di globalizzazione è certamente rappresentato dalla rivoluzione
informatica e dal peso crescente dell'informazione e del prodotto intellettuale
nei processi di valorizzazione del capitale. La velocità delle
trasmissioni ha fornito inoltre un impulso determinante ai processi di
finanziarizzazione del capitale, alla estrema rapidità e brevità
delle transazioni e quindi al loro carattere prettamente speculativo,
così come alla globalizzazione della produzione.
Non si tratta solo di un aumento quantitativo, ma di una modificazione
qualitativa nella composizione organica del capitale, poiché grazie
all'informatizzazione, viene ridotto il peso relativo del capitale fisso,
cioè dei macchinari, nella formazione dei prezzi di produzione.
Allo stesso tempo l'avvento delle nuove tecnologie dell'informazione e
della telecomunicazione hanno allo stato dei fatti accentuato e velocizzato
in modo considerevole i movimenti di capitale che risultano spesso incontrollabili
da parte degli stati nazionali, rendendo più profonde e gravi le
crisi alla periferia dello sviluppo capitalistico e facendo presagire
in futuro una accentuazione dell'instabilità dei cambi anche tra
le valute delle aree forti.
TESI 8 - IL CROLLO DEL SOCIALISMO REALE
La globalizzazione è stata favorita dal fallimento dei sistemi
detti di "socialismo reale" e - in Italia - dalla sconfitta
operaia degli anni '80: la successiva temperie ideologica neoliberista
ha coinvolto la sinistra moderata. A Maastricht l'Europa è nata
sotto questo segno.
Questa rivoluzione capitalistica si è accompagnata - e da un certo
momento in poi è stata favorita - al fallimento dei sistemi del
"socialismo reale" e a una sconfitta operaia che, almeno in
Europa, ha assunto rilevanti dimensioni. A partire dagli anni '80, in
particolare in Italia dopo la sconfitta alla Fiat, i processi di ristrutturazione
capitalistica si sono potuti giovare degli arretramenti del movimento
dei lavoratori, gli stessi che spiegano la continua regressione dei partiti
della socialdemocrazia e dei partiti comunisti europei. Gli attacchi allo
stato sociale europeo, il processo stesso di costruzione dell'Unione europea,
i contenuti del trattato di Maastricht e del Patto di stabilità,
sono stati determinati in modo prevalente da coordinate neoliberiste accettate
dai partiti dell'Internazionale socialista. In questo senso la globalizzazione
capitalistica non si spiega grazie ad una sorta di determinismo economico,
ma anche come il risultato di una offensiva politica e sociale da parte
delle classi dominanti sia a livello nazionale che sovrannazionale. Questa
spregiudicatezza nell'utilizzo di strumenti diversi dimostra la capacità
delle grandi forze capitalistiche di liberarsi da qualsiasi controllo
sulle proprie azioni, grazie all'accresciuta forza della concentrazione
internazionale del capitale, non rinunciando allo stesso tempo ad esercitare
pressioni sui singoli stati o gruppi di stati, come sull'Ue, per ottenere
non solo ulteriori liberalizzazioni, ma anche il diretto sostegno ai propri
interessi nelle relazioni internazionali, politiche, economiche, finanziarie
e militari.
Il trionfo del liberismo e il salto di qualità nel processo di
globalizzazione capitalistica sono dipesi anche dal fallimento dei paesi
del "socialismo reale", in particolare dal crollo dell'Urss
e dall'inserimento consapevole e progressivo della Cina nei meccanismi
dell'economia di mercato. Questi avvenimenti hanno facilitato l'offensiva
ideologica e materiale delle borghesie occidentali che hanno potuto estendere
la legge del mercato in settori e territori che fino a non molto tempo
fa ne erano esclusi.
TESI 9 - LE CRISI AMBIENTALI
Produttivismo e consumismo stanno provocando il collasso dell'ecosfera.
Le emergenze del clima, dell'acqua, dell'energia, del cibo non si superano,
se non attraverso un modello di sviluppo radicalmente alternativo
Lo sviluppo scientifico e tecnologico degli ultimi secoli ha permesso
ad una parte del mondo straordinari progressi accompagnati però
da contraddizioni crescenti, fra quest'ultime gli squilibri sempre più
evidenti nell'ecosistema. Il produttivismo da una parte e il consumismo
dall'altra hanno favorito una crescita incontrollata dell'uso di risorse
naturali, la distruzione di interi ambienti, cambiandone fisicamente la
struttura, eliminando quantità incalcolabili di specie viventi,
immettendo sostanze in qualità e quantità tali da non essere
"metabolizzate" nei normali cicli naturali.
Da alcuni decenni, si sono sviluppati movimenti tesi a far prendere coscienza
che è impossibile espandere all'infinito l'uso di energia e di
materie prime, la trasformazione profonda del territorio e la produzione
di rifiuti: è l'ecosfera a garantire la sopravvivenza dell'uomo
e la continuità di tutto il suo agire e a causa delle alterazioni
introdotte l'ecosfera sta avviandosi al collasso totale.
E' evidente, inoltre, il fallimento della promessa di estendere a tutti
il livello di consumi dei paesi più ricchi. Lo sviluppo tecnologico
dei paesi industrializzati ha favorito la divaricazione fra i paesi più
ricchi e quelli più poveri, distribuendo invece a tutti le conseguenze
ambientali.
Per evitare il collasso dell'ecosistema e permettere ai paesi arretrati
di raggiungere livelli di vita dignitosi, occorre ridurre drasticamente
il consumo di risorse naturali nei paesi più industrializzati.
La globalizzazione capitalistica sta inoltre determinando non soltanto
il degrado dell'ambiente ma una vera e propria rottura tra il modello
economico e sociale e l'esigenza di garantire la riproduzione ambientale.
Questa globalizzazione provoca, dal punto di vista ambientale, un'accelerazione
dell'entropia. I cicli economici si globalizzano interferendo con i cicli
ambientali. Il moltiplicarsi degli spostamenti per le esigenze della produzione
globale accresce a dismisura gli impatti. Il trasferimento delle produzioni
avviene ricercando condizioni di maggiore sfruttamento anche dell'ambiente.
La rottura tra la produzione alimentare e la sua dimensione territoriale
distrugge i territori stessi e mette a rischio l'alimentazione. Nell'insieme
si è affermato un rapporto perverso tra la crescita del prodotto
interno lordo (Pil) e la produzione di effetto serra, mentre al contrario
il Pil si è separato dalla produzione di occupazione stabile e
di benessere sociale. Sono quindi messi in discussione il significato
stesso di sviluppo e i parametri tradizionalmente utilizzati per misurarlo.
L'insicurezza ambientale coinvolge la generalità delle persone.
Si verificano grandi crisi ambientali che si intrecciano tra loro, sommando
così gli effetti negativi: quella climatica, quella energetica,
quella dell'acqua, quella alimentare, sia dal punto di vista del fenomeno
della fame che della degradazione dell'alimentazione. Nei prossimi venti
anni, la mancanza di acqua sarà causa di guerre in molte parti
del mondo. Queste crisi, per essere effettivamente affrontate, pongono
il problema di una radicale messa in discussione delle logiche di fondo
dell'economia capitalistica e della sua globalizzazione. Il boicottaggio
degli accordi di Kyoto dimostra che le classi dominanti cercano in ogni
modo di garantire la sopravvivenza dell'attuale modello, scontando una
crescita degli squilibri e del degrado. Perciò l'attuale assetto
globale vuole garantirsi, pur tra contrasti, ma entro un orizzonte comune,
anche il controllo della riproduzione manipolata attraverso il dominio
genetico. Vi è l'esigenza, non rimandabile, di mettere in campo
un diverso progetto di economia e società che metta in discussione
il modo attuale di produzione, nella consapevolezza che lo sviluppo non
può più non rispettare i tempi biologici della natura e
che è necessario arrivare ad una società basata sull'equilibrio.
In questo contesto si collocano i grandi temi della salvaguardia della
biodiversità e dei diritti e tutele delle diverse specie viventi.
I diritti degli animali costituiscono quindi parte integrante della costruzione
di un diverso mondo possibile.
TESI
10 - LA CRISI DELLO STATO-NAZIONE
Gli stati nazionali crescono di numero, ma vanno progressivamente smarrendo
potere. La politica economica viene esercitata dalle multinazionali, da
grandi organismi internazionali (dal Fmi al Wto), mentre le priorità
di bilancio (ma anche le politiche di sicurezza) sono decise a livello
sovranazionale (la Ue). Si svuota la tradizionale funzione di mediazione
dello Stato che diventa "garante" degli investimenti del capitale
internazionale e dell'espansione del mercato.
Se queste sono le principali modificazioni intervenute sul piano strutturale
ed economico, quelle che riguardano il terreno istituzionale e delle relazioni
internazionali possono essere riassunte nelle seguenti.
Assistiamo da tempo ad un processo di crisi dello stato-nazione. Questo
non significa la sparizione degli stati - anzi il loro numero è
in continuo aumento - ma una rilevante perdita di potere e di autorevolezza
in molti campi ed una marcata modificazione di ruolo. Lo stato-nazione
è messo in discussione da due lati e da due processi, dall'alto
e dal basso.
E' messo in discussione perché perde la sovranità su molte
materie che un tempo erano di sua tradizionale pertinenza. Nel campo della
politica economica assistiamo ad una drastica limitazione delle stesse
possibilità di programmazione economica, poiché le leve
di comando dell'economia risiedono nei grandi organismi costruiti su basi
a-democratiche a livello internazionale, come il Fondo monetario internazionale
(FMI), l'Organizzazione mondiale del commercio (OMC), la Banca mondiale
(BM), l'organizzazione per lo sviluppo e la cooperazione economica (OCSE).
Le decisioni di politica economica e di bilancio sono condizionate in
modo assolutamente prevalente da accordi sovranazionali, come, nel caso
europeo, dal trattato di Maastricht e dal conseguente Patto di Stabilità.
La tradizionale funzione mediatoria che lo stato ha avuto, pur nella sostanziale
difesa della società capitalistica, anche sul terreno di una certa
ridistribuzione del reddito e della organizzazione dei servizi sociali,
tende ad essere sostituita da quella di porsi come migliore garante dell'allocazione
degli investimenti del capitale internazionale e della creazione di nuovi
terreni per il mercato, con la riduzione dello spazio pubblico.
Nello stesso tempo le forme sovranazionali di comando spingono verso una
costante diminuzione della democrazia, verso sistemi a-democratici e di
democrazia autoritaria all'interno degli stati nazionali. Questi processi
sono ulteriormente amplificati dallo stato di guerra permanente instauratosi
in questi ultimi anni, dai conseguenti fenomeni di militarizzazione in
atto e dall'enfatizzazioni di logiche sicuritarie.
Persino le funzioni di ordine pubblico che venivano gestite dai governi
nazionali entro il proprio territorio, dipendono sempre più da
decisioni e ordini che provengono da centri di comando internazionali,
come si è verificato in occasione dei recenti vertici, come quello
di Genova.
TESI
11 -LA DISARTICOLAZIONE DELLO STATO
I poteri decisionali dello Stato-nazione vengono erosi, in basso, dalla
spinta alla frammentazione localistica, che in Italia ha assunto la forma
del federalismo. Una scelta funzionale allo smantellamento progressivo
del Welfare
Contemporaneamente il ruolo degli stati-nazione è attaccato dal
basso, ossia da un processo di frammentazione su scala locale del residuo
potere decisionale, che nel nostro paese ha assunto la forma di una modificazione
in un senso cosiddetto federalista della stessa Costituzione. E' un processo
che si accompagna ed è funzionale ai processi di privatizzazione
- che nel nostro paese sono stati negli ultimi anni particolarmente massicci
- e di distruzione del welfare state sul piano interno, nonché
alle tendenze - del resto apertamente teorizzate - delle aree forti, cioè
delle aree omogenee per "affari", a collegarsi direttamente
tra loro saltando ogni mediazione statuale e sfruttando incentivi e legislazioni
favorevoli a livello sovranazionale. Anche in questo caso non assistiamo
ad un avvicinamento delle sedi decisionali al cittadino, ma al contrario
ad un'ulteriore occupazione dello spazio pubblico da parte dell'interesse
privato e del mercato, ad una sottrazione di democrazia, ad un ulteriore
indebolimento della coesione della comunità nazionale.
TESI
12 - LA GUERRA, NUOVA DIMENSIONE DELLA POLITICA INTERNAZIONALE
Mentre deperiscono le sedi storiche di governo delle relazioni tra gli
stati, come l'Onu, si rafforzano strutture come il G8 e la Nato. La guerra
diventa la modalità stessa della politica internazionale: essa
è costituente nel senso che tende a costituire sia un nuovo assetto
unipolare ("amicizia" di lungo periodo tra Usa, Russia e Cina)
sia i propri organi di dominio, sia alleanze a geometria variabile.
Gli
organismi internazionali che erano preposti al governo delle relazioni
internazionali conoscono una profonda crisi ed una cancellazione del loro
ruolo sia possibile che reale. E' il caso dell'ONU sostituito sul piano
politico e militare dal G8 e dalla Nato e su quello delle politiche economico
- sociali dall'OMC e da altri organismi e momenti di incontro specifici
tra i paesi più ricchi e dominanti.
La stessa politica internazionale subisce una profonda torsione. La guerra
non è più soltanto la prosecuzione della politica con altri
mezzi, secondo la celeberrima definizione, ma è sempre più
- con un'accelerazione intensissima nei recenti anni '90 - la dimensione
stessa della politica internazionale nell'epoca della globalizzazione:
il passaggio dalla guerra minacciata alla guerra guerreggiata avviene
senza soluzione di continuità, senza atti di dichiarazioni internazionali
che l'annuncino, al di fuori di sedi istituzionalmente predisposte ad
assumere decisioni di questa natura limitando il ruolo degli stati nazionali
a quello di offrirsi come semplici pedine all'interno di strategie militari
decise in altro luogo. Con la guerra del Golfo e in particolare con quella
dei Balcani, la guerra ha assunto il ruolo di costituente di un nuovo
ordine mondiale, che ora, nella prima guerra della globalizzazione, cominciata
con l'attacco anglo-americano dell'Afganistan, sembra dotarsi di ulteriori
nuovi strumenti di governo a geometria variabile (al di là degli
stessi G8 e Nato, essendone evidenti, soprattutto per quest'ultima, i
limiti di fronte alla nuova situazione mondiale), attorno a un asse costituito
dagli Stati Uniti d'America, dalla Russia e dalla Cina.
In sostanza il processo di globalizzazione pur non essendo né lineare
né privo di contraddizioni, è tutt'altro che anarchico e
incontrollato. Al contrario produce e rinnova continuamente i suoi organi
di governo, entro i quali cerca di compensare le contraddizioni e le tensioni
che si producono al suo interno e tra i suoi stessi protagonisti. Questi
organi di governo sono costruiti su base assolutamente a-democratica,
estranei e contrapposti agli organi legittimamente fondati e riconosciuti
da governi, nazioni e popoli, impermeabili alla volontà popolare
e violentemente ostili e ferocemente repressivi verso qualunque movimento
o istanza contestativi.
TESI 13 - IL RUOLO DEGLI USA
Una consistente eccezione alla crisi degli stati nazionali concerne gli
Stati uniti d'America: paese-guida della rivoluzione capitalista e della
globalizzazione, esso occupa oggi una posizione egemonica nella costruzione
del nuovo ordine mondiale unipolare, anche in virtù della sua potenza
militare.
Naturalmente la crisi dello stato nazione non investe tutti gli stati
nella stessa misura e allo stesso modo. In aree del mondo forme di resistenza
nei confronti del processo di globalizzazione, che possono accentuarsi
nell'attuale fase di crisi di quest'ultimo, si muovono anche facendosi
forza della dimensione statuale. Certamente questa crisi non riguarda
il ruolo degli Stati Uniti d'America. Questo stato si pone come il motore
del processo di globalizzazione. Le ragioni sono storiche, economiche,
militari e di modello sociale. Gli Stati Uniti sono il paese che con il
sistema fordista-taylorista-keynesiano e il new deal ha sperimentato e
diffuso le più importanti esperienze di strutturazione e organizzazione
del sistema capitalista nella prima metà del novecento; sono usciti
dal secondo conflitto mondiale con una funzione di guida nel cosiddetto
primo mondo nel quale si concentrava il sistema capitalista; hanno avuto
un ruolo preminente in campo finanziario e monetario, anche attraverso
gli accordi di Bretton Woods; hanno rafforzato la loro autorevolezza nella
lunga contesa contro il campo dominato dall'Unione sovietica; sono la
sede originaria di molte delle principali imprese finanziarie e delle
multinazionali; hanno sviluppato una potenza militare soverchiante rispetto
ad ogni altra; hanno modellato un sistema sociale ed economico che vuole
apparire come l'inveramento più autentico delle dottrine neoliberiste
anche se l'economia di quel paese è dipesa in modo consistente
da politiche di gestione dall'alto delle dinamiche apparentemente spontanee
di mercato, politiche sovente mercantilistiche e protezionistiche condotte
sotto la bandiera ideologica del liberoscambismo.
Sulla base di tutto questo gli Stati Uniti d'America si sono trovati in
posizione di guida nell'attuale rivoluzione capitalistica e nel processo
di globalizzazione, pur essendo stato rilevante il concorso anche di altri
paesi, per certi periodi in aperta competizione con gli stesi USA, come
il Giappone specialmente per quanto riguarda l'innovazione dei modelli
e dell'organizzazione produttiva.
Nel corso dell'esercizio pluriennale di una funzione preminente nel sistema
capitalistico gli Stati Uniti hanno tuttavia conosciuto rilevanti modificazioni
particolarmente per quanto riguarda la gestione dei flussi finanziari
e i loro rapporti con gli altri paesi: infatti gli USA che erano la più
importante fonte mondiale di liquidità e di investimenti all'estero
negli anni '50 e '60, sono diventati, oggi, il maggior paese debitore
e il più grande ricettore di investimenti stranieri.
L'insieme di questi processi colloca oggi gli USA in una posizione egemonica
nella costruzione degli strumenti di governo unipolare e oligarchico del
mondo, ruolo che è ancora più sottolineato e favorito dall'esercizio
della guerra, come è stato ulteriormente confermato nell'attuale
conflitto contro l'Afganistan. La potenza militare degli Usa - e lo sviluppo
della tecnologia ad essa finalizzata - è assolutamente soverchiante
ed essi la sfruttano appieno per ribadire la loro primazia nel processo
di globalizzazione, come dimostra anche l'attuale discussione attorno
alla costruzione dello "scudo spaziale".
TESI 14 - IL SUPERAMENTO DELLA NOZIONE CLASSICA DI IMPERIALISMO
La nozione classica di imperialismo, nei termini definiti da Lenin, Luxemburg
e Hilferding, appare oggi inadeguata. Essa "sintetizzava" fenomeni
quali la centralizzazione capitalistica al crescente livello dello Stato,
la fusione tra capitale industriale e finanziario, gli scontri anche militari
tra potenze imperiali per il controllo di risorse, territori, mercati.
Oggi, all'opposto, il capitalismo si muove su straordinarie concentrazioni
trans e sovranazionali, che condizionano le scelte e la politica degli
Stati, anche i più forti, ed è cresciuta l'autonomia dei
mercati finanziari. Ma soprattutto, nella generale accettazione della
globalizzazione capitalistica che coinvolge tutte le potenze a livello
mondiale, i contrasti tra gli Stati non producono di per se né
la costruzione di un campo antimperialista né dirompenti contraddizioni
di tipo interimperialistico. Come del resto, paesi aggrediti delle grandi
potenze, non si trasformano per questo in soggetti antimperialisti.
In questo quadro così mutato la nozione classica di imperialismo
appare inadeguata per caratterizzare l'attuale fase dello sviluppo capitalistico.
Conseguentemente catalogare i contrasti e i conflitti internazionali fra
stati come effetti delle contraddizioni interimperialistiche sarebbe totalmente
fuorviante. Il processo di accumulazione capitalistica ha avuto sin quasi
dagli inizi una dimensione sovrannazionale. L'imperialismo, nei termini
definiti da Lenin e da Rosa Luxemburg, come pure, con le distinzioni necessarie,
da Hilferding, si è sviluppato a partire dagli ultimi decenni del
XIX secolo ed ha raggiunto il suo culmine con la Prima guerra mondiale.
Dopo la Seconda guerra mondiale, ha assunto nuove forme per cui è
stata pertinentemente usata la categoria di neocolonialismo o neoimperialismo.
L'analisi del fenomeno imperialista, come si presentava nella prima parte
del secolo scorso, si basava essenzialmente sull'osservazione della fusione
tra il capitale finanziario e il capitale industriale, sulla tendenza
alla creazione di monopoli, su processi di centralizzazione capitalistica
che avvenivano a livello statale ed attraverso gli stati esercitavano
la loro potenza a livello internazionale, sull'esportazione di merci e
capitali verso nuove terre, sull'utilizzo di scontri armati e delle guerre
fra stati imperialisti e capitalisti per il controllo di territori, di
risorse, di mercati.
Oggi le condizioni sono radicalmente mutate. I processi di centralizzazione
e concentrazione capitalistica hanno assunto un carattere sovranazionale
senza precedenti con mutazioni nella strutturazione della proprietà
dei mezzi di produzione e di scambio, con una diversa distribuzione territoriale
e con un ruolo enormemente accresciuto dei mercati finanziari che tendono
ad operare con una relativa autonomia. Le varie funzioni del denaro, quale
mezzo di scambio, di risparmio e di investimento vengono strettamente
compenetrate per un più totale dominio dei mercati globali. La
presenza dei centri decisionali del capitale in determinati stati piuttosto
che in altri - e fra i primi in modo preminente negli Stati Uniti d'America
- non significa che essi si muovono sulla forza degli stati ma, al contrario,
che essi ne condizionano e ne determinano non solo la politica, ma anche
modi di funzionamento.
Queste tendenze contemporanee e il nuovo contesto segnato dal crollo dei
paesi del "socialismo reale" e dalla fine della "guerra
fredda", autorizzano la conclusione che non è affidabile ai
contrasti tra paesi capitalisti e alle contraddizioni interimperialistiche
la crisi e la sconfitta della globalizzazione capitalistica e che è
improponibile l'ipotesi di guerre interimperialistiche. Di conseguenza
i conflitti di questa fase e quelli in prospettiva non possono essere
interpretati in funzione di contrapposizione tra le maggiori potenze.
Vanno e andranno collocati entro l'esigenza di gestione della globalizzazione
capitalistica e di salvaguardia del sistema nel suo insieme, al quale
si oppone il movimento no-global.
TESI
15 - I NUOVI ASSETTI DEL MONDO
Nella fine dell'ordine bipolare, si è consumata non solo l'idea
tradizionale di divisione tra un Primo, un Secondo e un Terzo mondo, ma
quella, più recente, tra Nord e Sud. Più efficace ci pare
il paradigma delle contraddizioni tra i diversi Centri e le diverse Periferie
della globalizzazione. Muta la stessa nozione di territorio: oggi è
più corretto parlare di "luoghi-mondo", sistemi urbani
collegati dalla rete e da flussi stabili di comunicazione
La contraddizioni tra grandi paesi capitalisti non hanno comportato da
tempo e non comportano guerre tra loro, non solo a causa del superamento
dei confini nazionali operato dalle grandi centralizzazioni capitalistiche,
ma anche perché i vari organi di governo del processo di globalizzazione,
seppure dominati politicamente dagli USA, servono da camera di compensazione
dei contrasti e delle contraddizioni che pure permangono, ed impediscono
che questi giungano alla forma acuta di un conflitto armato.
Il mondo non è più diviso in blocchi contrapposti, né
tripartito tra Primo, Secondo e Terzo mondo, come veniva analizzato da
una parte importante del movimento comunista internazionale nel secondo
dopoguerra. Tra i paesi che erano inclusi allora nel Terzo mondo, rilevanti
sono state le modificazioni sia dal punto di vista economico che politico
- si pensi all'est dell'Asia - che renderebbero impossibile proporre unità
di condizioni e di schieramenti del tipo di quelli sperimentati nel passato,
cioè dei cosiddetti paesi non allineati.
Lo stesso contrasto fra Nord e Sud del mondo va riletto alla luce delle
nuove trasformazioni. Pur avendo la globalizzazione determinato - come
abbiamo già visto - l'aumento enorme delle diseguaglianze tra i
paesi più ricchi e quelli più poveri, appare più
giusto e fertile leggere le contraddizioni mondiali secondo un asse di
contraddizione tra Centro e Periferia del processo di globalizzazione.
Anzi tra più centri e più periferie, poiché gli uni
e le altre possono trovarsi su scala locale entro gli stessi paesi capitalistici
più sviluppati.
In questo senso muta anche la concezione tradizionale di geopolitica.
E' infatti necessaria una ridefinizione dello stesso concetto di territorio
riguardo al processo di globalizzazione, poiché quaest'ultimo ha
bisogno sì di localizzazioni, ma queste anziché riconoscersi
nei territori degli stati, si concentrano in sistemi territoriali prevalentemente
urbani collegati attraverso reti materiali e immateriali di comunicazione
(in luoghi-mondo, secondo una felice terminologia socio-economica). Indubbiamente
la scomparsa di un campo contrapposto a quello capitalista da un lato
e le necessità economiche del processo di globalizzazione dall'altro,
hanno esposto ulteriormente le periferie del sistema capitalista mondiale
ad una ulteriore depredazione e ad uno stato continuo di guerre.
Queste ultime sono fomentate o condotte direttamente dallo stato guida
della globalizzazione, gli USA, e dagli organi da esso dominati, sia per
ribadire l'impossibilità di sottrarsi a quel processo e al governo
unipolare del mondo e in questo caso, assumono le caratteristiche di atti
punitivi, di ritorsioni e di rappresaglie sia per mantenere o conquistare
il controllo e il possesso di fondamentali materie prime, tra cui fonti
energetiche quali il petrolio che continuano ad avere un importanza strategica
fondamentale.
Conseguentemente appare improponibile l'idea della costituzione di fronti
antimperialistici tra stati. Non solo per le mutate caratteristiche dell'attuale
capitalismo, ma per le indisponibilità degli stessi soggetti. Questo
è dimostrato dal processo di convergenza con gli USA sulla guerra
in Afghanistan di Russia e Cina, dalla disponibilità della prima
nei confronti della Nato e dal comportamento tenuto anche nell'ultimo
vertice dei G8 di Genova. Così come l'ingresso nel WTO della Cina
conferma la sua propensione ad integrarsi nel processo di globalizzazione.
In questo quadro può proseguire l'attuazione di un progetto annessionista
statunitense e dell'annullamento delle sovranità statuali nel suo
"cortile di casa". Dopo la creazione del NAFTA (Area di libero
commercio del nord America), dopo la proposta dell'Accordo multilaterale
sugli investimenti (AMI) e i negoziati dell'Organizzazione mondiale del
commercio (OMC), la creazione dell'Area di libero commercio delle Americhe
(ALCA) dal Canada alla Patagonia, rappresenta oggi il più avanzato
progetto commerciale, politico e militare che ridefinisce la presenza
egemonica degli Stati uniti su tutto il continenente e non solo. Si tratta
di un mercato potenziale di più di 800 milioni di consumatori,
di una riserva strategica di risorse energetiche come il petrolio, ma
anche di acqua e della biodiversità amazzonica. L'ALCA ha nel "Plan
Colombia" il suo braccio armato e nell'Iniziativa andina la sua estensione
regionale.
Questo non significa che nel mondo sia in corso un processo di omologazione
assoluta al sistema capitalista, né che tra gli stessi stati maggiori
e più forti, in Europa come in Asia, non vi siano contrasti con
gli USA: ma questi oggi avvengono entro questo processo di globalizzazione
non contro di esso, e l'evoluzione futura di questi contrasti, in senso
ulteriormente integrativo o nuovamente conflittuale, è legata all'esito
della crisi nel processo di globalizzazione, di cui ora stiamo avvertendo
consistenti manifestazioni.
TESI 16 - LO STATO DELL'UNIONE EUROPEA
Drammatica è la crisi della costruzione europea, mera unità
monetaria sempre più prigioniera dei suoi vincoli di compatibilità,
sempre meno soggetto politico dotato di autonomia. Sempre più evidente
la sua natura a-democratica, a cui non ha certo ovviato la Carta di Nizza.
L'attuale situazione mondiale mostra per intero la debolezza politica
della costruzione europea. Di fronte alla attuale guerra, come già
successe nel caso dei Balcani, i vari governi della Unione Europea (UE)
si sono messi in gara nell'offrire i migliori servizi agli Usa. Questi
ultimi hanno così potuto risottolineare la loro totale preminenza
politica sui singoli paesi europei e sull'Unione in modo addirittura mortificante
per quest'ultima. Il comportamento dell'Italia è stato un esempio
lampante.
In sostanza l'Unione Europea è sempre più un'unità
monetaria e una potenza commerciale e sempre meno un soggetto politico
dotato di autonomia sulla scena internazionale.
Non solo, ma anche sul terreno squisitamente economico l'UE si rivela
priva di qualunque capacità di iniziativa autonoma. Mentre negli
USA vengono riproposte politiche economiche di deficit spending, seppure
di destra, i paesi europei sono paralizzati dall'osservanza dei vincoli
imposti dal Patto di Stabilità. La Banca Centrale Europea si è
finora rifiutata infatti di avviare politiche anticicliche con la scusa
di prevenire il rilancio dell'inflazione.
Contemporaneamente in molti paesi europei vengono portati avanti processi
di privatizzazione, di distruzione dello stato sociale, di liberalizzazione
del mercato del lavoro che tendono ad omologare il modello sociale europeo
a quello americano o comunque ad assumere ed applicare nella loro interezza
le dottrine neoliberiste.
Intanto è sempre più evidente il carattere a-democratico
dell'attuale processo di costruzione europea. Il Parlamento Europeo che
pure è un organo elettivo, per di più secondo una legge
elettorale di tipo proporzionale, è privato di poteri decisionali
a vantaggio di organismi (come la commissione europea) a carattere non
elettivo. Questo carattere a-democratico non è stato affatto modificato
dalla Carta dei diritti approvata a Nizza nel 2000 che infatti abbiamo
già criticato per le sue caratteristiche del tutto astratte dalla
condizione sociale che si vive in Europa. Nello stesso tempo assistiamo
ad un'impasse della discussione sull'allargamento dell'UE a nuovi Stati.
In sostanza la costruzione europea versa in una grave crisi, che rischia,
data l'attuale stretta mondiale, di farsi irreversibile. L'unica possibilità
per rilanciare l'idea di un'Europa unita, soggetto democratico e attivo
politicamente sulla scena mondiale, è rappresentata dal protagonismo
di movimenti di massa, di nuovi attori sociali e politici che sappiano,
assieme alla battaglia per la democratizzazione della costruzione europea
- e quindi per una Costituzione europea capace di affermare i diritti
universali e la partecipazione dei cittadini - portare al più alto
livello le conquiste della civiltà e del modello sociale del nostro
continente frutto di lotte ormai secolari del movimento democratico e
delle classi subalterne. Anche la realizzazione di questa possibilità,
oltre che riguardare la crescita dei movimenti su scala europea e mondiale,
nonché di un nuovo soggetto politico europeo capace di unire le
forze politiche dell'alternativa, dipende dall'evoluzione della nuova
fase di crisi del processo di globalizzazione che è sotto i nostri
occhi.
TESI
17 - LA CONDIZIONE DEI MIGRANTI
La guerra globale si nutre di razzismo e xenofobia, anzi della "razzizzazione"
del nemico, e del nemico interno. Si aggrava drammaticamente la condizione
dei migranti e dei profughi, che vengono privati di diritti fondamentali
e ridotti a forzalavoro usa-e-getta.
La prima guerra globale esalta e al tempo stesso si nutre dell'eterofobia
e del razzismo. Non è certo un fenomeno inedito: la "razzizzazione"
del nemico, il sospetto o la caccia contro il "nemico interno",
in definitiva il nesso fra guerra e razzismo hanno caratterizzato anche
i conflitti bellici del Novecento. Ma nel caso dell'attuale conflitto
civile planetario v'è qualcosa di più: non trattandosi di
una guerra fra Stati sovrani, l'evanescenza del Nemico si traduce in una
diffusa e pervasiva "nemicizzazione" dell'Altro, di chiunque
sia reputato estraneo alla "Civiltà occidentale". La
xenofobia e il razzismo divengono così parte integrante ed essenziale
della struttura che regge la guerra planetaria.
Inoltre: il ciclo terrorismo - guerra - minaccia del terrorismo, tendenzialmente
instaura uno stato di eccezione generalizzato e permanente, che ha come
corollari un nuovo "maccartismo", la riduzione o cancellazione
di libertà democratiche, l'enfatizzazione dei miti e dei dispositivi
di sicurezza. E quando si rafforzano l'ideologia e le pratiche sicuritarie,
le prime vittime sono i migranti, i profughi, gli "estranei",
additati come complici del nemico e al tempo stesso come causa di insicurezza.
Nei paesi dell'Unione europea, questo clima contribuisce ad aggravare
le condizioni materiali dei migranti e dei profughi, e ad esaltare la
tendenza a privarli di diritti fondamentali, a cominciare dal diritto
all'asilo e da quello ad avere uno status e un soggiorno legali. Il clima
da caccia al nemico interno, inoltre, rallenta il pur lento processo di
cittadinizzazione dei "residenti non cittadini" presenti in
Europa -almeno tredici milioni di persone- e favorisce il tentativo, costantemente
perseguito dal padronato, di ridurli a forza-lavoro "bruta",
a manodopera usa-e-getta, come è evidente in Italia nel disegno
di legge Bossi - Fini.
Appare chiaro allora che la difesa dei migranti e dei profughi, della
loro sicurezza, dei loro diritti, del loro lavoro, è parte ineludibile
della strategia contro la guerra civile planetaria e permanente. Ma c'è
di più. Oggi è indispensabile praticare una modalità
di conflitto che sia sempre transculturale, ed occorre essere consapevoli
che la creazione di uno schieramento sociale d'alternativa non può
fare a meno dei migranti, e che da essi non può prescindere la
stessa composizione, singolare e collettiva, della soggettività
comunista nel nuovo secolo.
Del resto, sostenere il movimento di lotta delle immigrate e degli immigrati
per la completa parità dei diritti (in Italia come in Europa),
non è pura questione di umanitarismo ne di semplice solidarietà.
E' al contrario una questione essenziale di autodifesa che le lavoratrici
e i lavoratori italiani devono condurre contro l'imbarbarimento della
vita, della società e della politica. Le politiche neoliberiste
hanno infatti operato una generale precarizzazione delle condizioni di
vita e di lavoro e puntano strategicamente sulla guerra tra i poveri,
sostituendo al conflitto di classe il conflitto interetnico. D'altra parte
è evidente che l'immigrata/o senza diritti, o con diritti estremamente
limitati, è oggettivamente più concorrenziale in certi settori
del mercato del lavoro. E' soprattutto l'immigrata/o che subisce maggior
sfruttamento, incidenti, condizioni di lavoro ai margini della legalità
e la sua condizione di minorità giuridica e sociale è tale
da erodere, in tempi più o meno rapidi, le stesse condizioni di
lavoro delle/i lavoratrici/ori italiani. Per questo la ricomposizione
di classe tra tutti i lavoratori, nativi e migranti, costituisce un punto
fondamentale del nostro progetto politico.
TESI
18 - LA RECESSIONE ECONOMICA MONDIALE
L'economia americana non tira, dopo quasi dieci anni di crescita ininterrotta:
ritornano politiche di "deficit spending" di destra e di guerra
. L'Europa è ferma. Il Giappone ha rallentato. Manca la possibile
locomotiva dello sviluppo: perciò, la "grande depressione"
non è impossibile.
Il grande elemento di novità che si è ora introdotto è
una crisi nel processo di globalizzazione. Non siamo di fronte né
ad un arresto, né ad un possibile ritorno indietro, ma certamente
ad una crisi evidente sotto molti aspetti, che apre una nuova fase nella
stessa globalizzazione. Il processo di globalizzazione ha conosciuto più
di un episodio di crisi economica e finanziaria, si può ricordare
il crack borsistico del 1987 o la grande crisi finanziaria che prese le
mosse dalle cosiddette Tigri asiatiche nel 1997. Ma ora siamo di fronte
a qualcosa di più profondo e di più grave, antecedente alla
distruzione delle Twin Towers, ma da quell'episodio ulteriormente amplificato.
In sostanza in mondo ha preso coscienza di essere entrato in una fase
di recessione economica - se non peggio - solo dopo l'11 settembre, benché
lo fosse realmente già da prima.
Se guardiamo la situazione economica mondiale a partire dagli Stati Uniti
d'America, vediamo che la crisi era ben antecedente all'attacco terroristico
e ha finito con il colpire tanto la "nuova" quanto la "vecchia"
economia, di fatto inestricabili. Sotto questo profilo siamo di fronte
- seppure in un modo nuovo - ad una tipica crisi di sovrapproduzione (negli
Usa, ad esempio, gli investimenti enormi fatti nelle infrastrutture ottiche
sono stati utilizzati solo per un'infima quantità). La grande bolla
finanziaria sulla quale il mondo capitalistico siede aveva peraltro iniziato
a sgonfiarsi all'inizio del '2000 e gli effetti non hanno tardato a manifestarsi
nelle Borse di tutto il mondo. E' certo comunque che l'attuale "ritorno
dello stato" avviene aggravando e non attenuando la feroce redistribuzione
a danno dei ceti meno abbienti, e senza rimessa in questione della qualità
dello sviluppo.
La crescita economica mondiale, pur calcolata con i criteri dominanti
che contestiamo, indica un pesante rallentamento rispetto al decennio
passato. L'economia americana dopo 9 anni di crescita non tira, quella
europea neppure, il Giappone è fermo da tempo. Gli effetti sono
evidenti: i consumi si riducono, i licenziamenti si moltiplicano, la disoccupazione
cresce, la povertà aumenta ancora di più tra le classi lavoratrici.
L'Agenzia delle Nazioni unite che osserva l'evoluzione del lavoro (ILO)
prevde che nel 2002 vi saranno 24 milioni di posti di lavoro in meno nel
mondo, per lo più concentrati in Asia e nei paesi poveri.
Gli USA cercano di reagire con una manovra anticiclica costituita da un
rilancio dell'intervento pubblico a sostegno delle aziende, in particolare
quelle connesse alla produzione di tipo bellico, e di un aumento dei consumi
interni, favoriti anche da una restituzione del precedente prelievo fiscale.
In sostanza essi praticano politiche di deficit spending. Questo ritorno
a una manovra attiva della spesa pubblica, dopo anni di propaganda ideologica
a favore delle dottrine liberiste, avviene in una chiave marcatamente
di destra. Ora la produzione e il consumo di ordigni bellici di ogni tipo
hanno un ruolo centrale. Nello stesso tempo la crisi della new economy
spinge l'economia americana verso soluzioni inaccettabili per gli equilibri
ambientali, come anche destabilizzazioni avventuristiche sul piano geopolitico:
da qui il rifiuto americano dell'osservanza degli accordi di Kyoto nell'ambiente
e l'accentuazione di un interesse primario - peraltro mai sopito - per
il petrolio e le fonti energetiche non rinnovabili e conseguentemente
per il controllo di quelle zone del mondo decisive a questo riguardo.
Invece negli altri paesi capitalisti continua la predicazione del liberismo
allo stato puro e la sottomissione ai vincoli di bilancio.
Così è per l'Europa, prigioniera - malgrado qualche impazienza
- del Patto di Stabilità.
Le previsioni per un'uscita dalla crisi sono incerte; anche perché
manca l'individuazione di un paese e di una zona del mondo che funzioni
da locomotiva. L'attuale recessione - e ciò è già
presente nelle considerazioni di numerosi analisti - può perciò
trasformarsi in una grande depressione, con incalcolabili conseguenze
sul piano sociale.
TESI
19 - IL PENSIERO UNICO SI SPEZZA
Si è irimediabilmente incrinato uno dei miti portanti della globalizzazione:
quello di una crescita continua, di una vita più facile. In questa
disillusione collettiva, la crisi assume forme contradditorie: esplode
il terrorismo, ma cresce anche l'opposizione sociale e politica.
In ogni caso si è definitivamente incrinato uno dei miti del processo
di globalizzazione, quello di una crescita forse non sempre travolgente,
ma continua e sicura; quello che cercava di espungere la parola crisi
dal vocabolario economico e dall'immaginario collettivo, quello che avrebbe
dovuto assicurare, almeno alla porzione degli abitanti della zona più
fortunata del pianeta, una esistenza senza incertezza. La globalizzazione
- per bocca dei suoi apologeti e dei suoi propagandisti - prometteva l'allargamento
della sfera dei consumi e una vita più facile, pur in un clima
di competizione.
Questa promessa era sostenuta da un apparato ideologico potente e articolato,
tale da costituire una sorta di "pensiero unico", come è
stato felicemente definito, capace di intervenire in ogni campo e di proporsi
come risolutivo per ogni problema.
Insomma il processo di globalizzazione è stato sospinto e a sua
volta ha alimentato una vera e propria egemonia delle classi dominanti
su scala mondiale fondata sul primato del calcolo economico, sulla logica
dell'interesse e dell'impresa, sull'imperativo del mercato e della competitività.
Tutto questo conosce oggi una profonda crisi. La promessa di sicurezza
nel futuro è irrimediabilmente incrinata per milioni di persone
cui era stato fatto credere; l'esclusione da una condizione di benessere
- anche se relativa - è invece drammaticamente confermata per la
maggioranza dell'umanità. La logica dell'impresa continua ad essere
l'unico modo con cui viene organizzata la produzione, ma la sua egemonia
sulla società e sul sistema conosce delle profonde incrinature.
Le grandi crisi ambientali mordono nel profondo le condizioni di vita
e la riproduzione sociale.
Il terrorismo è un progetto politico nemico mortale di un'esigenza
di trasformazione, ma allo stesso tempo è esso stesso prodotto
e manifestazione della crisi della globalizzazione. Nei paesi più
poveri cresce una opposizione in diverse forme alla sottomissione dei
rispettivi governi alle politiche neoliberiste. Nel mondo prende corpo
un vasto, duraturo, articolato movimento contro la globalizzazione, che
unisce varie figure sociali, diverse culture e opzioni ideali e politiche.
Insomma la normalizzazione del mondo sotto l'egida del dominio del capitale
non è riuscita.
TESI 20 - LA SECONDA FASE DELLA GLOBALIZZAZIONE
Dopo lo sviluppo imperioso il capitale deve di gestire direttamente la
sua crisi. Alla ricerca di nuovi strumenti di comando e di controllo sceglie
la strada dello "stato di guerra" e della repressione.
Il processo di globalizzazione non è sbaragliato, ma inizia una
nuova fase: dopo quella del suo sviluppo imperioso e diffuso, entra in
una seconda fase, quella della gestione della sua crisi.
A quanto si vede questa gestione viene affidata al prolungamento di uno
stato di guerra, dal quale ottenere un dominio che non è più
conquistabile solo per via egemonica. Per questo sono necessari nuovi
strumenti di comando del processo di globalizzazione, il soffocamento
- anche attraverso la stretta tra terrorismo e guerra - dei movimenti
contestativi e alternativi, l'assunzione nel processo di globalizzazione,
a diversi e variamente subordinati livelli, di tutti i seppur timidi tentativi
di differenziazione e di autonomia di singoli paesi o gruppi di essi.
E' decisivo per il futuro dell'umanità se questa crisi evolverà
in un superamento del capitalismo o in un imbarbarimento della società
umana mondiale. Lo scioglimento di questa alternativa dipende in gran
parte dallo sviluppo del movimento mondiale contro la globalizzazione.
TESI
21 - IL PROGETTO DEL TERRORISMO INTERNAZIONALE
Anche l'attuale insorgenza terroristica internazionale, è un fenomeno
che nasce nella sfera separata della Politica. Esso intende sfruttare
la situazione di disagio e oppressione dei popoli musulmani, ma non ne
costituisce né l'espressione politica né la rappresentanza.
Il
terrorismo non è certo un fenomeno nuovo e si è presentato
più volte e in modi diversi sulla scena della storia. In ogni caso
esso ha rappresentato un progetto politico, costruito entro un'accentuata
concezione dell'autonomia della politica, che lo ha portato a contrapporre
l'azione di pochi a quella delle masse. In questo senso esso non deriva
meccanicamente e necessariamente né dal disagio sociale né
dalle varie forme di fondamentalismo o di integralismo religioso. Ma certamente
il terrorismo cerca di mettersi in connessione e di utilizzare le condizioni
di sofferenza e ingiustizia sociale, l'intolleranza etica e l'integralismo
religioso per diffondersi e cercare consensi e appoggi.
L'attuale fenomeno terroristico internazionale - che sfrutta particolarmente
il diffondersi dell'islamismo radicale, lo stato di oppressione, di disagio,
e la volontà di riscossa di quelle
popolazioni e di quella parte del mondo a prevalente religione musulmana
- si avvale anche di una forza economica che è data in massima
parte dallo sfruttamento e dal controllo dei giacimenti e delle vie del
petrolio, che costituiscono allo stesso tempo un terreno di sfida nei
confronti del governo oligarchico della globalizzazione e delle maggiori
potenze.
Per questi motivi la scelta della guerra oltre che eticamente, politicamente
e umanamente inaccettabile, risulta del tutto inefficace nella lotta al
terrorismo.
Questa richiede invece un impegno ben diverso da parte della comunità
internazionale, che deve intervenire contemporaneamente su molteplici
terreni.
In particolare è decisivo lavorare per rimuovere le enormi diversità
e ingiustizie sociali ampliate dal processo di globalizzazione al fine
di eliminare ogni spazio di conquista di disperati consensi da parte del
terrorismo. Vanno risolti i punti di crisi presenti nella situazione internazionale,
a partire dalla composizione del conflitto palestinese-israeliano, per
avviare la quale sono indispensabili l'immediato ritiro da tutti i territori
occupati delle truppe israeliane, il rapido smantellamento degli insediamenti
coloniali israeliani e l'invio di una forza di interposizione internazionale,
come chiede da più di un anno l'Autorità Nazionale Palestinese,
al fine di realizzare il diritto di entrambi i popoli ad avere uno stato
proprio. Bisogna ricostruire le ragioni della solidarietà tra le
nazioni basate su legittimi organi internazionali. L'ONU dovrà
essere profondamente riformata con l'eliminazione della funzione di membri
stabili del Consiglio di Sicurezza, con una priorità decisionale
all'Assemblea generale e con l'abolizione del diritto di veto. A quest'ultimo,
quindi, e alla collaborazione fra tutti gli stati, va affidata l'opera
specifica di prevenzione e di repressione del fenomeno terroristico, con
l'impegno delle capacità investigative e di azioni di polizia internazionale,
nel pieno rispetto dei diritti e della democrazia, che sono l'unica condizione
per ottenere un attivo sostegno in quella lotta da parte delle popolazioni.
E' necessario risolvere il problema dell'esercizio della giustizia a livello
internazionale e quindi è indispensabile la costituzione di quel
Tribunale Penale Internazionale alla cui nascita si oppongono proprio
gli Stati Uniti d'America.
TESI
22 - IL MOVIMENTO DEI MOVIMENTI
La nascita dei popoli di Seattle costituisce l'evento positivo del nostro
tempo: il primo movimento, dopo la lunga sconfitta, che pone le basi per
una risposta da sinistra alla crisi della globalizzazione, avanza una
critica radicale al sistema dominante, afferma la possibilità,
qui ed ora, di "un altro mondo". Da qui può rinascere
un nuovo movimento operaio.
La
nascita dei "popoli di Seattle", del "movimento dei movimenti",
costituisce l'evento positivo del nostro tempo, il primo movimento dopo
la lunga fase della sconfitta che indica la possibile nascita di un nuovo
movimento operaio.
Questo movimento - di cui i prodromi si erano potuti vedere già
nell'esperienza zapatista come nella conferenze delle donne tenutasi a
Pechino nel 1995 - avanzando una critica radicale all'attuale sistema
di relazioni economiche, sociali e politiche dominanti e affermando che
"un altro mondo è possibile", pone le basi per una risposta
"da sinistra" alla globalizzazione capitalistica e alla sua
crisi.
Dopo anni in cui l'egemonia del pensiero unico aveva operato una gigantesca
campagna ideologica di occultamento dei meccanismi di sfruttamento presentando
i rapporti sociali capitalistici come naturali, oggettivi, immodificabili,
il movimento è stato in grado di rendere evidente - a livello di
massa - che le sofferenze, lo sfruttamento, la perdita di diritti, non
sono un processo naturale ma il frutto di precise scelte politiche operate
a partire dalle decisioni assunte dagli organismi internazionali a-democratici
che guidano il processo di globalizzazione capitalistico. L'aver individuato
nel Fondo Monetario Internazionale, nella Banca Mondiale, nell'Organizzazione
Mondiale del Commercio i corresponsabili principali dei grandi potentati
economici nella distruzione dei diritti del lavoro, delle persone e dell'ambiente,
ha dato un volto all'avversario "di tutti" e nel contempo ha
posto i presupposti per l'apertura di un dialogo tra i diversi soggetti
sfruttati e la costruzione di comuni percorsi di lotta. L'aver delegittimato
e demistificato la funzione di governo mondiale da parte di organismi
antidemocratici quali il G8, l'aver contestato la natura iniqua della
globalizzazione neoliberista, l'aver reso visibili le scelte politiche
che generano l'insicurezza a livello globale, l'aver dato un volto ed
un nome all'avversario e per questa via l'aver reso possibile percorsi
di unificazione dei conflitti prodotti dalle diverse contraddizioni generate
dal processo di globalizzazione, costituiscono il vero dato storico di
questo movimento, che ha segnato la possibilità di riproporre il
tema dell'alternativa a livello mondiale. Si tratta di un processo certo
non compiuto, con diversa forza e diversi gradi di consapevolezza da paese
a paese, ma il tema è stato posto.
TESI
23 -LE CARATTERISTICHE DEL MOVIMENTO
Il movimento ha natura mondiale e potenzialmente maggioritaria. Contesta
l'ordine capitalistico, ma progetta anche nuove relazioni sociali e politiche
(Porto Alegre). Ripropone in termini inediti la questione della democrazia,
della partecipazione e dell'unità, come si è visto nell'esperienza
del Social Forum. Non aggrega soltanto le nuove generazioni, ma componenti
significative del movimento operaio.
Da questo dato centrale discendono le caratteristiche di fondo di questo
movimento:
1) Ha caratteristiche mondiali; nasce da contestazioni specifiche ma immediatamente
si è espresso a livello globale, cioè al livello di sviluppo
del capitale.
2) E' potenzialmente maggioritario, in quanto tende a formare una grande
alleanza per l'umanità che partendo dagli esclusi del pianeta (e
ponendo il problema della terra, della sovranità alimentare e del
cibo come diritto universale), si propone come motore aggregativo di tutte
le soggettività sociali e correnti di pensiero che non si rassegnano
ad un sistema di violenza e di mercificazione delle relazioni umane, sociali
e statuali. Da questo punto di vista fondamentale è potenzialmente
presente, anche se non ancora pienamente operante, la consapevolezza del
carattere fondativo delle contraddizioni di genere nei processi di emancipazione
e liberazione umana.
3) Esprime, a partire dalla contestazione di fondo degli aspetti caratterizzanti
l'attuale modello di accumulazione capitalistico, una carica anticapitalistica
e mette in discussione il pensiero unico. Le categorie culturali in cui
il movimento esprime la propria opposizione al neoliberismo sono certo
assai variegate ed assistiamo ad una grande diversificazione e ricchezza
di linguaggi e di riferimenti ideologici e culturali. Del resto dopo anni
di deserto culturale, dominati dal pensiero unico e dal fallimento dell'esperienza
dei socialismi reali, è del tutto normale che la critica al capitalismo
si esprima attraverso una notevole dose di empiria e non sia sistematizzata
compiutamente. La crisi del comunismo ha reso possibile anche la marginalizzazione
culturale di larga parte degli strumenti analitici del marxismo ed è
compito nostro - nella prospettiva della rifondazione comunista - quello
di ricostruire strumenti analitici, utilizzabili a livello di massa, che
pongano la critica all'economica politica alla base della contestazione
al neoliberismo e al mercato.
4) Il movimento non si è limitato ad una azione contestativa ma
in questi anni si è cimentato nella costruzione di proposte di
modifica qualitativa degli attuali assetti sociali. Il Forum di Porto
Alegre ha rappresentato uno snodo significativo di questo percorso e ha
costruito una piattaforma che da un lato oltre a porre problemi di redistribuzione
del reddito mette in discussione nodi di fondo dell'assetto capitalistico
(pensiamo alle questioni relative alla socializzazione della proprietà
intellettuale e delle risorse fondamentali come l'acqua) e dall'altra
costituisce la potenziale base di unificazione progettuale dei diversi
soggetti sociali coinvolti nel movimento (dalle questioni del lavoro a
quelle dalla terra, dell'ambiente, del genere, del consumo) ponendo il
problema del ridisegno delle condizioni della produzione e della riproduzione
sociale.
5) Ha riproposto in termini inediti la questione della democrazia e della
partecipazione, mettendo in discussione le forme classiche della rappresentanza
sempre di più svuotate dalla concentrazione verso il vertice della
piramide del potere globale, mettendo al centro i nodi della democrazia
diretta, del controllo popolare dal basso, la costruzione di spazi pubblici
che siano al contempo forme di partecipazione e luoghi di pratiche economico-sociali
alternative. Questa volontà di riappropriazione dei processi decisionali
che passa per una critica della politica come attività separata
e ripropone una politica come impegno personale, pratica dell'obiettivo,
controllo sociale, autogestione, ha al centro sia una forte connessione
tra il dire e il fare che il superamento della tradizionale dicotomia
tra tattica e strategia, della politica dei due tempi. Da questo punto
di vista il movimento pone - ovviamente senza averlo compiutamente risolto,
nemmeno per sè - un problema radicale di riforma della politica.
Il movimento eredita cioè quel lento accumulo di elaborazioni ed
esperienze avvenuto nel corso degli ultimi venti anni nei mondi dell'impegno
civile, dei saperi sociali democraticamente strutturati, dell'associazionismo,
del volontariato.
6) Ha espresso - in particolare nell' esperienza del Genoa Social Forum
- una significativa capacità di costruire forme nuove di coalizione
tra diversi, dando vita ad un "patto" paritario tra oltre 1000
associazioni, partiti, sindacati, che ha permesso la costruzione del percorso
di manifestazioni che abbiamo conosciuto e di governare positivamente
le differenze sia di impostazione che di pratiche politiche che all'interno
di queste si sono espresse.
7) Sempre l'esperienza genovese ha riportato al centro una caratteristica
fondante il movimento: la coalizione che si era espressa a Seattle. La
partecipazione al movimento di significative componenti del movimento
operaio organizzato, a partire dalla FIOM e dall'insieme del sindacalismo
autorganizzato ed extraconfederale, è stata infatti una caratteristica
centrale dell'appuntamento genovese. Questo fatto positivo e su cui dobbiamo
investire fortemente in termini politici e organizzativi non ci deve far
pensare però che tutti i problemi siano risolti. La crisi strategica
del sindacalismo confederale, imbrigliato nella concertazione e incapace
di aprirsi realmente all'organizzazione dei lavoratori non garantiti,
la forza che mantiene tutt'ora l'ideologia dell'impresa come unico modo
di organizzare la produzione e lo stesso ricatto occupazionale che scaturisce
dalla crisi del processo di globalizzazione ci segnalano che accanto ad
evidenti e positivi segnali di "disgelo", permane un problema
di ripresa allargata del conflitto sociale nel mondo del lavoro e di coinvolgimento
più forte dello stesso dentro il movimento "antiglobal".
TESI
24 - LA GUERRA AL MOVIMENTO
Dopo l'11 settembre, la sfida del movimento si è fatta assai più
difficile. La guerra è anche una risposta di "normalizzazione
autoritaria". E il rifiuto della guerra, anche come scelta etica,
è un antidoto alla crisi della politica.
L'attentato terroristico e lo stato di guerra determinano una situazione
di maggiore difficoltà per lo sviluppo del movimento medesimo.
Lo straordinario successo della Perugina-Assisi e della manifestazione
del 10 novembre, dimostrano che il movimento è vivo. Dobbiamo però
essere consapevoli che la guerra tende a coartarne le aree d'influenza,
a renderlo minoritario militarizzando l'informazione e sterilizzando le
coscienze critiche. La guerra nell'epoca globale, lungi dall'essere un
incidente di percorso, è in primo luogo occultamento dei reali
problemi alla base dell'insicurezza e della precarietà della comunità
umana. L'individuazione nel terrorismo di un nemico diverso da quello
del sistema neoliberista assolve alla sua funzione di depistaggio e concentra
su un fine funzionale l'apprensione, lo sdegno o più semplicemente
la rassegnazione della pubblica opinione. Il rischio del terrorismo percepito
e politicamente strumentalizzato scatena i bisogni di sicurezza per la
cui soddisfazione si è disponibili a rinunciare alla democrazia
o alla libertà di movimento e d'informazione.
Per questo, dopo l'11 Settembre, la sfida per il movimento si è
fatta in salita e più difficile. La martellante campagna contro
il pacifismo, presentato come imbelle o, nel migliore dei casi, come un'accezione
etica che non può essere assunta nella sfera della politica, l'insistenza
anche rozza con il quale il movimento di opposizione alla guerra viene
immediatamente bollato come antiamericano, denotano che da parte del potere
si è percepita questa difficoltà. Già a Genova, con
la spaventosa scelta della repressione poliziesca, si era capito che la
risposta dei poteri forti della globalizzazione neoliberista stava mutando,
assumendo le forme della criminalizzazione del dissenso. L'occasione della
guerra amplifica questa tendenza, proprio perché ogni slittamento
e defezione dal fronte bellico globale avrebbe l'effetto di svelare tutta
la debolezza di una avventura - la guerra contro l'Afghanistan - che oltre
ad essere sbagliata in sè è anche del tutto inefficace rispetto
all'obiettivo dichiarato di combattere il terrorismo.
Il movimento si trova quindi di fronte il problema di una sua crescita
in un contesto in cui gli organismi che gestiscono il potere politico,
economico e militare a livello globale hanno scelto lo stato di guerra
come condizione "normale" di gestione della crisi del processo
di globalizzazione. In questo contesto una risposta positiva alle istanze
poste dal movimento non è nemmeno presa in considerazione dai nostri
avversari e il tentativo di espellere il movimento dalla politica, di
ridurlo all'impotenza trasformandolo in un problema di ordine pubblico
o in un afflato etico-morale, sono più che mai in corso. Tanto
più risulta quindi corretta la scelta del movimento di proporre
una politica che sia guidata anche da scelte etiche, che lungi dall'essere
viziata dal fondamentalismo, ne è il suo antidoto in quanto pone
al centro il rispetto della persona.
TESI
25 - IL CASO ITALIANO
Dopo la sconfitta degli anni Ottanta, non c'è più l'"anomalia
italiana". Anche nel nostro paese, la crisi ha galoppato sul triplice
versante, sociale, politico, culturale.
Se, per quasi tutti gli anni '60 e '70, è stato legittimo parlare
di "caso italiano", intendendo per esso una accentuata autonomia
(anomalia) politica e sociale rispetto alla "normalità"
europea, nei due decenni successivi si è andata piuttosto intensificando
una crisi allo stesso tempo profonda e complessa. Alla sconfitta del movimento
operaio e della sinistra degli anni '80 (il cui corposo simbolo resta
la vicenda dei 35 giorni della Fiat), è seguito il crollo del sistema
politico - e istituzionale - della Prima Repubblica: al quale non è
sopravvissuto alcuno dei partiti di massa che avevano segnato in profondità
tutta la storia repubblicana.
In questa fase è avanzata una ristrutturazione dell'apparato produttivo
guidata più dalla volontà di riprendere il completo controllo
sulla forza lavoro che non dalla capacità di progettare un rafforzamento
del paese all'interno della divisione internazionale del lavoro. Lo schieramento
di classe si frantuma e perde protagonismo politico e sociale: sia per
ragioni soggettive che per processi strutturali, come la crescita di una
disoccupazione di massa ormai endemica, la persistenza in forme nuove
dell'antica "questione meridionale", l'ondata di nuova immigrazione.
Mentre la condizione giovanile assume i caratteri prevalenti della precarietà
e mentre il sistema scolastico, ai suoi livelli superiori, tende ad una
progressiva dequalificazione, restano insoluti anche i principali nodi
della "modernizzazione". L'Italia, che pure è tra le
principali potenze sviluppate del pianeta, si configura come un Paese
in crisi. Una crisi che si manifesta, in termini profondi, almeno su tre
versanti: quello sociale, quello politico e quello culturale.
TESI
26 - LA QUESTIONE SOCIALE
Negli ultimi dieci anni, i salari e gli stipendi hanno perso il 5 per
cento del loro valore, mentre è emersa, al Sud, una disoccupazione
di massa endemica e la nuova occupazione ha il timbro della precarietà.
Un paese più povero, instabile, incerto. Con una risposta istituzionale
di tipo regressivo e "sicuritario"
Nell'Italia del XXI secolo la "questione sociale" si presenta
con questi caratteri: impoverimento accentuato del lavoro dipendente (in
dieci anni, i salari e gli stipendi hanno perso, mediamente, il cinque
per cento del loro potere d'acquisto); basso tasso di occupazione (tra
i più bassi dell'Unione Europea); disoccupazione elevata e concentrata
sia nel Mezzogiorno che tra le nuove generazioni, crescita accelerata
della condizione di precarietà lavorativa (la maggioranza assoluta
dei nuovi assunti configura contratti a vario titolo "atipici",
comunque non a tempo indeterminato) Sono dati che configurano nel loro
insieme, una società più povera e più diseguale,
frammentata, in preda a evidenti processi disgregativi. Una società,
per dirla con una formula, nella quale una parte molto ampia delle nuove
generazioni sono ben consapevoli del fatto che staranno peggio dei loro
padri. In breve: l'insicurezza sociale e di vita, determinata soprattutto
dalla perdita progressiva di diritti, garanzie, certezze che ha caratterizzato
tutti gli anni '90, è oggi la "cifra" reale del paese.
Una condizione generale che accomuna l'Italia agli altri paesi del capitalismo
sviluppato, attraversati dal nuovo capitalismo e dalle politiche neoliberiste.
Tuttavia, tanto il sistema produttivo quanto il sistema di protezione
sociale italiano soffrono da sempre di limiti strutturali, rispetto al
resto dell'Europa: un dato che ha contribuito fortemente ad accentuare
il disagio, la spaccatura sociale, l'instabilità. A partire dai
primi anni '90 - accordi di luglio, varo della concertazione, abolizione
della scala mobile, tregua sociale e moderatismo salariale - inizio dei
governi così detti "tecnici" - il blocco sostanziale
di ogni politica redistributiva, nonché di ogni politica attiva
dello sviluppo e del lavoro - ha determinato, cioè, una situazione
quasi "senza rete", sempre più priva di meccanismi di
compensazione. In realtà, l'unico sostanzioso meccanismo compensativo
è tornata ad essere la famiglia: è l'istituto familiare,
soprattutto nell'Italia centro meridionale, che sostituisce il Welfare,
"assorbe" la disoccupazione giovanile, offre una combinazione
attiva di servizi, sicurezze economiche ed affettive, stabilità.
Una parte cospicua della regressione del paese nasce proprio in questo
peculiare processo: che tende a risospingere le donne nel loro ruolo "naturale",
domestico, di cura e che è una delle basi materiali dell'attacco
ideologico alla libertà femminile.
Della crisi sociale fa parte anche la crescente destrutturazione del sistema
formativo e culturale, la crescente subordinazione di tali settori alle
logiche privatistiche e del mercato, la dequalificazione dei contenuti
effettivi di conoscenza e di sapere critico che vengono offerti alle giovani
generazioni e in generale la risposta riduttiva alla domanda sociale d'istruzione
e di cultura.
Anche la crisi ambientale è spia della modernità distorta
costruita dal nostro paese, a scapito di un intreccio tra natura e cultura
che ne costituirebbe uno sbocco positivo. Le scelte neoliberiste dei governi
di questi ultimi decenni hanno aggravato la situazione riaggiornando il
patto tra sfruttamento del lavoro, cementificazione, grandi opere pubbliche
e interessi privati.
Mentre viene smantellato lo stato sociale, cresce, anche in Italia, sul
modello statunitense, la tendenza ad una organica risposta di stampo regressivo
e repressivo ai fenomeni di esclusione, povertà, disagio sociale.
Viene, passo dopo passo, a configurarsi una concezione sicuritaria che,
sul piano della forma istituzionale allude, come tendenza, allo "stato
penale" statunitense. Non si tratta solo dell'espansione delle politiche
penali e carcerarie ma di una ridefinizione del ruolo dello stato nei
confronti della società. La giustizia è sempre più
classista, la pena sempre più vendetta e non reinserimento sociale,
il carcere sempre più metafora di una società che affronta
con la segregazione, l'autoritarismo, il proibizionismo i crescenti fenomeni
di povertà ed esclusione. Contro i migranti così contro
i tossicodipendenti e gli emarginati in genere, lo stato mostra sempre
più il volto truce della "tolleranza zero", delle campagne
di "legge ed ordine", non previene il crimine ma lo utilizza
strumentalmente per organizzare campagne populiste e demagogiche. La sicurezza
non è più vista come bene sociale della comunità
che traccia un percorso collettivo e democratico ma diventa concezione
di difesa dalla povertà, condannata come una colpa in sè
e come motivo intrinseco di insicurezza. Tali politiche costituiscono
il retroterra materiale e culturale dei fenomeni di progressiva involuzione
e autonomizzazione dei corpi separati dello stato.
TESI
27 - LA CRISI POLITICA
Principale controriforma di questi anni, l'introduzione del sistema elettorale
maggioritario ha aggravato la crisi della politica e imposto un bipolarismo
dell'alternanza, unito a crescenti tentazioni bipartisan.
Sono le istituzioni repubblicane ad aver subito in questi anni le maggiori
trasformazioni. In particolare dopo Tangentopoli abbiamo assistito ad
una ossessiva riproposizione della centralità delle "riforme"
del sistema politico, del meccanismo elettorale, dell'assetto dello Stato.
Nel volger di meno di dieci anni, questo processo si è largamente
affievolito, perdendo in spinta propulsiva e, soprattutto, in consenso
attivo di massa, come hanno dimostrato tutte le ultime consultazioni referendarie.
Ciononostante, ha prevalso tra le principali forze politiche un vero e
proprio patto consociativo per consolidare il maggioritario, introdurre
controriforme (di fatto) come la elezione diretta del presidente del consiglio,
lavorare allo spezzettamento federalista del Paese, che sta già
fungendo da leva privilegiata per lo smantellamento del Welfare.
Il bipolarismo ha determinato una grave involuzione della politica, in
quanto tale, con i fenomeni ormai plurianalizzati della fine dei partiti
di massa, della drastica riduzione della partecipazione, della leaderizzazione
e personalizzazione crescente (che si è estesa a tutti i livelli
istituzionali, dal parlamento nazionale alle municipalità ). Un
processo degenerativo che non è nato e cresciuto nelle stanze dei
Palazzi, ma nel cuore dei processi reali, della rivoluzione capitalistica
di questi anni, che ha bruciato i residui margini di autonomia della politica,
la sua funzione storica di mediazione tra interessi sociali e costruzione
del consenso: il caso dell'imprenditore Berlusconi che "scende in
politica", assume direttamente la gestione degli interessi propri
e della propria parte, assume la leaedership del governo è, da
questo punto di vista, emblematico. Così come è significativa
la tendenza di Confindustria a proporsi come soggetto governante del Paese,
nonché come sede produttiva di ideologia e "disegno sociale".
In questo quadro, la debolezza dell'assetto politico bipolare viene supportata
da una crescente tendenza consociativa e bipartisan, che si produce sulle
scelte di fondo: guerra, politica internazionale, politica economica.
Un altro fattore che aggrava la crisi di credibilità di cui soffrono
la politica e la sua qualità democratica.
E tuttavia l'assetto attuale non costituisce, a tutt'oggi, un esito stabile
per il Paese. Non solo non ha realizzato uno dei suoi obiettivi essenziali,
l'espulsione dalle assemblee elettive delle forze antagoniste, ma non
è riuscito a dare vita a coalizioni solide e omogenee. Soprattutto,
non ha costruito un'egemonia diffusa. Dal disgelo sociale dell'ultimo
anno e dall'insorgere dei movimenti, è emersa una domanda di democrazia
che confligge con ogni "normalizzazione" bipolaristica.
TESI
28 - LA CRISI CULTURALE
Il pensiero unico ha prodotto i suoi intellettuali organici, che hanno
occupato l'industria culturale, i media, la Tv. Ma sta producendo anche
veri e propri anticorpi: il disagio di una intellettualità critica
di massa, che riscopre la politicità eversiva intrinseca alla propria
collocazione.
Si pone in questo contesto l'antica "questione degli intellettuali"
, del ruolo della cultura e delle sue istituzioni, della definizione attuale
del sistema dei saperi, della nuova centralità dell'informazione.
I mutamenti strutturali, prima che delle soggettività, appaiono
rilevantissimi: in questi ultimi anni la rivoluzione capitalistica ha
invaso e tendenzialmente occupato tutte le sfere della produzione culturale.
Parliamo dell'industria culturale, dove il processo di mercificazione
di tutto ciò che è spettacolo, arte, intrattenimento, subisce
accelerazioni perfino simboliche come i romanzi che veicolano nelle loro
pagine messaggi pubblicitari. Né ci riferiamo soltanto all'esplosione
della comunicazione globale - dalla TV alla rete - che incidono sulla
formazione del senso comune, sul linguaggio, sulle relazioni, sui modelli
di vita e sui consumi culturali in senso lato. Vogliamo parlare della
modificazione del ruolo dell'intellettuale dentro la società della
comunicazione: del processo di massificazione, per un verso, che ha distrutto
la funzione classica di mediazione del consenso dei "produttori di
idee" e\o detentori del sapere; della sussunzione diretta, nel capitale,
per l'altro verso, delle risorse del sapere e della scienza, che tende
a ridurre ogni "lavoratore della mente" in operatore diretto
al proprio servizio. Una tendenza già a suo tempo definita come
"pensiero unico", che ha alle spalle questo tipo di fondamento
materialistico, prima che l'ennesimo "tradimento dei chierici".
Si colloca in questo quadro la martellante campagna revisionistica basata
sulla rilegittimazione dell'esperienza fascista e sulla conseguente cancellazione
dell'antifascismo e della stessa Costituzione nata dalla resistenza come
fondamento della convivenza civile nel nostro paese.
Muore così l'intellettuale classico, ivi compreso quello di sinistra.,
sempre sospeso tra apocalissi e integrazione. Nascono, al suo posto, i
nuovi intellettuali organici. A destra, si tratta di veri e propri funzionari
dell'establishment, variamente collocati negli snodi cruciali del sistema:
media e Tv, scienza, tecnologia, spettacolo, sport. Sono i portatori diretti
e senza veli dell'ideologia dominante, che è coerentemente "naturalistica"
e si presenta, appunto, nelle vesti falsamente neutrali dell'oggettività:
il messaggio centrale, costantemente veicolato nelle sue più diverse
articolazioni, è che c'è un unico mondo possibile, quello
attuale. Un messaggio di singolare potenza, se e in quanto affidato all'anchorman
piuttosto che allo scrittore paludato.
A sinistra, un processo simmetrico e opposto coinvolge un numero crescente
di lavoratori e professionisti intellettuali. Le crepe dell'egemonia neoliberista
sono visibili nella crescita di una nuova criticità di massa che,
diversamente dal passato, è interna (e non esterna, o sovrapposta)
al proprio ruolo, al proprio mestiere, al senso del proprio stesso agire
culturale. Si colloca qui un soggetto come quello degli insegnanti, spinto
alla lotta non soltanto e forse neppure prevalentemente dalla miseria
salariale, ma dal bisogno di rilanciare la funzione specifica della scuola
pubblica. laica, pluralistica. E ancora: figure professionali come medici,
avvocati, biologi, architetti, ricercatori, insomma forzalavoro qualificata
e dotata di conoscenze specialistiche, riscoprono oggi la policitità
intrinseca del loro mestiere - talora, perfino la sua alternatività.
Nel popolo di Seattle - dai "Medici senza frontiere" agli avvocati
del Gsf, agli scienziati che rifiutano la manipolazione genetica - questa
componente è apparsa, non casualmente come costitutiva.
TESI
29 - IL SINDACATO
Dopo un decennio, la politica della concertazione viene attaccata frontalmente
da destra e dal nuovo estremismo di Confindustria. Si apre nel sindacato,
e nella Cgil in specie, una fase di profonda riflessione strategica: sui
temi della rifondazione di un sindacalismo di classe, e di una rappresentanza
democratica del lavoro. Ma i gruppi dirigenti oscillano tra l'incapacità
di revisione critica e la scorciatoia politicista.
La politica della concertazione - culminata negli accordi del '92-'93,
ma variamente praticata negli anni precedenti - ha costituito, a sua volta,
una delle "riforme" più significative del sistema politico.
Grazie ad essa, i diversi governi che si sono succeduti nella fase più
tumultuosa della "transizione italiana", hanno potuto usufruire
di una lunga fase di tregua sociale. In parallelo, la crisi del sindacalismo
confederale trovava in essa lo sbocco di una legittimazione dall'alto:
il prezzo, pagato soprattutto dalla Cgil, era un processo di istituzionalizzazione
del sindacato, che via via lo svuotava di contenuti rivendicativi, sociali
e di classe, ne impoveriva drammaticamente la vita democratica, ne riduceva
drasticamente la capacità di rappresentanza.
Oggi la concertazione è messa in causa, pressoché irreversibilmente,
da destra, dalla sferzata iperliberista di Confindustria che, sostanzialmente,
"vuole tutto": comando totale della forza lavoro, fine dei contratti
nazionali, libertà di licenziamento. In quest'ottica, al sindacato
confederale è consentito soltanto un ruolo marginale, o di complemento,
come sembrano avviate a fare Cisl e Uil..
Nella Cgil, dunque, è aperta necessariamente una riflessione strategica.
Essa, per essere davvero efficace, non può non comprendere un bilancio
veritiero del decennio concertativo, nel corso del quale tutto il lavoro
dipendente ha perduto in forza contrattuale, diritti, salari, stipendi,
garanzie, dignità. Per questo riteniamo necessaria una svolta,
nella direzione di un nuovo sindacalismo democratico e di classe: al centro
del quale ci siano i contenuti, le piattaforme, l'iniziativa sociale e
rivendicativa oggi necessaria, la ricomposizione di classe del lavoro
- e del non lavoro - oggi disperso e frammentato. La sinistra della Cgil
ha iniziato un percorso di mobilitazione e di confronto per rivendicare
questa svolta. Questa è una battaglia di grande rilevanza per il
futuro della Cgil e che comincia a maturare i suoi risultati. Questo è
anche l'impegno verso il quale è avviata la Fiom e che il più
grande sindacato confedederale non può eludere né con la
riproposizione delle scelte passate né con fughe di tipo politicistico,
che rischiano, oltre tutto, di minare gravemente l'autonomia sindacale
e il suo valore strategico. Il problema rimane quello della rifondazione
di un sindacato di classe. Come tale, concerne anche le diverse realtà
del sindacalismo extraconfederale di base: il quale ha sicuramente raggiunto
in alcuni settori (scuola, trasporti) punti di eccellenza e capacità
rappresentativa, ma soffre di un limite organico di frammentazione.
Ciò significa che nei prossimi anni permarrà l'obiettivo
strategico della ricostruzione di un sindacato confederale unitario, democratico
e di classe adeguato ai nuovi compiti derivanti dalla frammentazione del
lavoro e non lavoro, e dall'obiettivo di una ricomposizione della classe
scomposta, sia nel lavoro più tradizionale come nei servizi e nel
pubblico impiego, dalle politiche liberiste e di liberalizzazione/privatizzazione.
La nostra parola d'ordine deve tornare ad essere: "lavoratori di
tutto il mondo unitevi".
Per questo è importante che la sinistra sindacale, ovunque collocata,
sperimenti azioni e percorsi unitari, anche attraverso la ricomposizione
del sindacalismo di base, e approfondisca la ricerca di una nuova linea
politica-rivendicativa e di un nuovo modello sindacale, nazionale e sovranazionale,
adeguato alla globalizzazione e all'obiettivo dello sviluppo più
complessivo del movimento e della sinistra d'alternativa. Azioni e percorsi
unitari che rompano con logiche d'apparato, il prevalere di tattiche interne
alle varie burocrazie, rendite di posizione d'apparati piccoli o grandi,
confederali, spostando il baricentro nel conflitto, nella ricomposizione
di classe, nella costruzione del movimento, nella sperimentazione di nuove
forme di unità sindacale democratiche di base e di reti europee
e internazionali dei lavoratori. In primo luogo costruendo le condizioni
di una mobilitazione generale per riconquistare l'effettivo esercizio
del diritto di sciopero gravemente compromesso nei servizi e per i lavoratori
precari. In secondo luogo con la formazione di RSU liberamente elette
e la costruzione di modalità di controllo delle lavoratrici e dei
lavoratori sulle piattaforme rivendicative. In questo senso l'appartenenza
di iscritti al partito a sindacati quali l'Ugl e sindacati di destra appare
inconciliabile con gli obiettivi generali delineati.
Al fine di rifondare un sindacato di classe decisivo è il ruolo
delle Rsu, la loro legittimazione ed il loro riconoscimento che deve essere
perseguito anche attraverso l'approvazione di una legge sulla rappresentanza
che rispecchi le reali volontà dei lavoratori e lavoratrici, eliminando
le attuali rendite di posizione.
Tuttavia, come già affermato nella conferenza delle lavoratrici
e dei lavoratori di Treviso, il livello sindacale appare insufficiente
a rideterminare la ricomposizione delle frammentate forze del lavoro.
Si tratta infatti di ricostruire, al fine della ricomposizione di classe,
una nuova regolamentazione, nuovi diritti in opposizione al Libro Bianco
del Ministro Maroni ed alle leggi federaliste in materia di lavoro. Ciò
deve avvenire anche per via legislativa in quanto la deregolamentazione
è avvenuta in gran parte attraverso leggi e normative italiane
ed europee. La via legislativa è altresì necessaria a supportare
e integrare la socializzazione e politicizzazione dello scontro nel momento
in cui l'impresa chiama in causa la necessità di un'iniziativa
nel mondo del lavoro che non sia solo sindacale ma direttamente politica
che affronti i temi della guerra e dell'ambiente e della necessità
della trasformazione. La questione di genere deve connotare e attraversare
l'intero mondo del lavoro. Si tratta dunque, di dispiegare nuovamente
lo scontro sociale e politico fra lavoratori e padroni, tra condizioni
del lavoro e modello di società complessivo. Per questo il partito
deve essere luogo di discussione, elaborazione e di orientamento unitario
di tutti i comunisti che operano nel mondo del lavoro.
TESI
30 - IL FALLIMENTO STRATEGICO DEL CENTROSINISTRA E DEI DS
La sconfitta elettorale del maggio 2000, subita in proprio dall'Ulivo,
ha reso evidente l'inconsistenza dell'ipotesi (mondiale) di "riformismo
neoliberista temperato". In questo quadro, spicca la crisi dei Ds
che, al recente congresso di Pesaro, hanno riproposto una ricetta nominalmente
socialdemocratica, ma nella sostanza centrista e neoliberale. Che ha registrato
un'opposizione interna significativa.
La sconfitta elettorale del centrosinistra, nella primavera del 2001,
è stata prima di tutto una sconfitta in proprio. Non è stata
cioè determinata dalla crescita di consensi del centrodestra, ma
dal mancato recupero di una parte consistente del proprio elettorato,
deluso dal quinquennio di governo dell'Ulivo. Un esito critico non solo
nazionale: il centrosinistra "mondiale", da Clinton a Blair,
ha fallito nella sua scommessa principale, quella di realizzare un neoriformismo
di tipo liberista, sia pure graduale e temperato. In Italia, questo fallimento
ha assunto la fisionomia di scelte economiche, sociali e istituzionali
distinguibili da quelle del centrodestra soltanto dal punto di vista quantitativo:
in particolare, ha prevalso la logica delle privatizzazioni, delle liberalizzazioni,
del progressivo deperimento del ruolo redistributivo dello Stato, della
subalternità ai grandi potentati economici. L'Ulivo è apparso
alternativo al centrodestra solo sul terreno di alcuni valori di civiltà,
senza che ne siano per altro seguite pratiche politiche davvero caratterizzanti.
In questo contesto, spicca la crisi dei Democratici di sinistra, che il
recente congresso di Pesaro non ha risolto, ma se mai aggravato: giacchè,
analogamente a quello che accade nel sindacato, non si tratta di difficoltà
occasionali, ma di uno spiazzamento e di un disorientamento di fondo.
Nel dibattito interno che ha preceduto il congresso, il "correntone"
che si è contrapposto alla maggioranza di D'Alema e Fassino, non
ha espresso, come tale, né un'ipotesi strategica né una
linea politica alternative, come tali riconoscibili. E sulla guerra globale
di Bush, mentre la deriva neoatlantica della nuova leadership si manifestava
con accentuata nettezza ideologica, è emersa una differenza, non
una vera lotta politica e ideale. Tuttavia le varie espressioni della
sinistra Ds, oltre che dello schieramento verde, vanno considerate con
attenzione quando si sottraggano ad una deriva neoliberale ed incontrino
le istanze di lotta contro il liberismo e contro la guerra.
Più in generale, i gruppi dirigenti della sinistra moderata appaiono
non solo incapaci di uscire dalla gabbia dell'alleanza di centrosinistra
e di avviare una revisione critica del proprio orizzonte liberale e liberista,
ma sostanzialmente prigionieri di una continua rincorsa verso il centro,
e verso la ricollocazione neocentrista dell'Ulivo. La crisi d'identità
e di fisionomia dei Ds, che tormenta il partito ormai da più di
dieci anni - dalla svolta della Bolognina e dallo scioglimento del Pci
- si va sciogliendo quasi interamente in direzione liberale e centrista.
TESI 31 - LE DESTRE AL POTERE
Il centrodestra al potere ha aperto una fase nuova e pericolosa, che va
fronteggiata con un'opposizione sociale e politica risoluta. Per evitare
che si trasformi in un vero e proprio regime.
Il passaggio di governo dall'Ulivo al centrodestra ha aperto in Italia
una nuova e pericolosa fase politica. Tuttavia la vittoria delle destre
del 13 maggio non costituisce di per sè l'avvio di un ciclo lungo
o di un vero e proprio regime. Questo per almeno due ragioni: in primo
luogo, perché si è trattato prima di una sconfitta dell'Ulivo
che di una vittoria del Polo; in secondo luogo, perché comunque
al successo politico ed elettorale del centrodestra non corrisponde un
blocco sociale ad oggi maggioritario. La stessa unificazione elettorale
realizzata dalla Casa delle libertà non ha dato vita ad un soggetto
politico unitario della destra: al di là della leadership di Silvio
Berlusconi, le destre erano e restano almeno due. Due tendenze, non due
partiti; anzi, due anime che variamente convivono all'interno della stessa
forza politica, talora in un impasto efficace, talora in un cocktail contradditorio
Nel comune orizzonte neoliberista, l'una è internazionalista, americana,
borghese, l'altra è localista, nazionale, populista.
Nasce qui l'incertezza che ha caratterizzato tutti i primi mesi del nuovo
governo: realizzare uno sfondamento violento del blocco storico delle
sinistre, con un'aggressione generalizzata all'intero sistema di diritti
e garanzie sociali, oppure procedere con una tattica più graduale,
di erosione continua e progressivo smantellamento delle conquiste (e degli
istituti) del mondo del lavoro. Dopo una prima fase in cui l'atteggiamento
prevalente è stato quello della prudenza, prende sempre più
consistenza una linea che punta alla destrutturazione dello stato sociale,
delle tutele del lavoro e degli istituti contrattuali, come si evince
dalla volontà di modificare l'art.18 dello statuto dei lavoratori
e le normative sul mercato del lavoro, così come dal decreto sul
contenimento della spesa sanitaria.
Allo stesso tempo, si inviano segnali forti ai soggetti sociali più
atomizzati, come i pensionati poveri e il "popolo delle partite Iva"
e si sperimentano scelte estremiste sul terreno "dell'attacco alla
civiltà", sul quale il consenso è già (o si
ritiene) acquisito: come è avvenuto sulla legge dell'immigrazione,
come, prima o poi, rischia di avvenire sulla legge 180, o sulla legge
194. Occorre inoltre segnalare come l'abbandono della concertazione nelle
relazioni sindacali si accompagni ad un forte dialogo concertativo con
le amministrazioni regionali all'interno della conferenza stato - regioni.
Nell'insieme, pur in un contesto in cui le contraddizioni interne alla
borghesia si mischiano ad una forte dose di empirismo reazionario e di
attenzione da parte di Berlusconi alla tutela dei propri interessi personali,
il governo sta comunque agendo per operare una saldatura di un blocco
sociale reazionario maggioritario, cementato da interessi materiali e
dal tema della sicurezza. L'attacco sistematico alla magistratura, la
richiesta di impunità per le classi dirigenti e la proprietà,
la ripresa di un forte controllo sul territorio da parte della malavita
organizzata, sono tutti aspetti - non coincidenti ma non privi di superfici
di contatto - che caratterizzano questo processo. Occorre ora impedire,
attraverso una dura lotta di opposizione sociale e politica, che si dia
avvio ad un ciclo lungo di dominio delle destre o ad un vero e proprio
regime. Solo la ripresa del conflitto e del protagonismo sociale possono
infatti impedire a questo disegno reazionario di fare significativi passi
in avanti.
TESI
32 - LA QUESTIONE CATTOLICA
Il pontificato di Wojtyla si caratterizza per un lato, con la crociata
antimoderna contro la libertà femminile e per la restaurazione
di valori oscurantisti, e con i ripetuti accenti, dall'altro lato, di
"anticapitalismo moralista e interclassista" e di pacifismo.
Il mondo cattolico non cessa, nel suo insieme, di esser terreno di contraddizioni
ed esperienze rilevanti.
In un contesto di forte messa in discussione della Chiesa conciliare,
il pontificato di Giovanni Paolo II segna una fase di aperta ed esplicita
lotta alla modernità: ne sono simboli corposi la crociata contro
l'aborto, contro la libertà femminile e la libertà di orientamento
sessuale, così come l'ossessiva e aggressiva campagna per il finanziamento
pubblico delle scuole private. Dal punto di vista culturale, è
evidente la piena coerenza di queste scelte con una linea di restaurazione
teologica già fortemente affermatasi. Dal punto di vista politico
e degli equilibri di potere, ancora, è esplicita la collocazione
a fianco del centrodestra della maggioranza delle alte gerarchie ecclesiastiche.
Tuttavia, il ruolo della Chiesa cattolica e di papa Wojtyla non è
riducibile a questa pur esplicita collocazione di destra. Non solo nel
senso che il mondo cattolico è, a tutt'oggi, assai più ricco
di articolazioni e contraddizioni interne - come si è visto, per
altro, nella nascita e nello sviluppo del movimento antiglobalizzazione
- ma anche nel senso che la stessa cultura antimoderna del Papa esprime
una forte critica alla mercificazione integrale delle relazioni umane:
una sorta di anticapitalismo moralista e interclassista capace di significative
prese di posizione sulla guerra e lo sfruttamento.
L'impianto culturale vaticano non è però l'unico metro di
misura della complessa realtà della Chiesa cattolica. E' infatti
evidente che il mondo cattolico, nonostante i ripetuti tentativi di normalizzazione
e anche forme esplicite di repressione da parte dell'istituzione, non
ha affatto cessato di essere terreno di contraddizioni e di esperienze
che hanno alimentato e che presumibilmente continueranno a farlo per lungo
tempo, i movimenti di critica sociale, di solidarietà, di liberazione,
dando contributi importanti che giungono fino ad una consapevole scelta
anticapitalistica e all'impegno in prima fila nella costruzione dell'alternativa.
Da parte nostra, riteniamo necessario confrontarci con l'insieme di questi
contributi ed esperienze per trarne occasione di crescita del progetto
dell'alternativa, che fonda il suo carattere profondamente laico non su
una qualche forma di ateismo ma nel suo porre - qui ed ora - l'esigenza
della liberazione degli individui e della trasformazione sociale.
TESI
33 - ASSOCIAZIONISMO E COOPERAZIONE
Da almeno vent'anni, il mondo del volontariato e dell'associazionismo
è in pieno sviluppo. Il "Terzo Settore" non definisce
un soggetto omogeneo, ma un terreno di iniziativa dove si scontrano diverse
ipotesi politiche. Anche il movimento cooperativo deve essere rifondato.
Agli
inizi degli anni Ottanta si apre per l'associazionismo, le cooperative
ed il volontariato una nuova fase della loro secolare storia. Da allora
infatti, quell'insieme di realtà e di pratiche che comunemente
viene definito oggi terzo settore, entrerà in una stagione di sviluppo
sia sul piano quantitativo sia qualitativo, che durerà fino alla
seconda metà dei Novanta. In anni, segnati dalla sconfitta operaia
e dal conseguente disincanto verso la politica, per molti uomini e donne,
soprattutto giovani, l'adesione alle organizzazioni di volontariato e
all'associazioni costituì un'alternativa al disimpegno. Attraverso
il terzo settore, centinaia di migliaia di persone, iniziarono a sperimentare
e praticare nuove modalità di partecipazione alla vita collettiva,
basate sul fare, sull'agire insieme qui ed ora, diverse da quelle che
avrebbero potuto offrire i canali classici di una militanza politica in
crisi. Nascono da questo processo di autorganizzazione sociale legata
al territorio esperienze importanti come le unità di strada, le
case famiglia, le cooperative sociali di disabili, i consultori per combattere
nuove e vecchie esclusioni, per affermare diritti, le iniziative di sport
popolare finalizzate all'aggregazione sociale sul territorio.
Il processo di ristrutturazione del Welfare consolidatosi negli anni '90
e tendente alle privatizzazioni, sviluppando la sussidiarietà e
costruendo un mercato dei servizi, ha inciso profondamente su questo mondo.
Le pratiche concertative del Forum del terzo settore hanno così
cominciato a coesistere con quelle conflittuali dell'autorganizzazione
sociale. Le logiche di impresa e di sfruttamento del lavoro hanno preso
stabilmente posto accanto agli esperimenti di liberazione del lavoro e
alla pratica del vero volontariato. Per non fare che un esempio, le pratiche
reazionarie della Compagnia delle Opere coesistono con quelle di liberazione
messe in opera dal gruppo Abele.
In questo contesto abbiamo assistito anche alla crisi del movimento cooperativo,
che ha in parte perso le sue caratteristiche originarie, perseguendo un
modello acritico di impresa subalterno a quello capitalistico. La cooperazione
si presenta quindi debole di fronte ad un attacco della destra che punta
a realizzare anche in questo settore una vasta politica di privatizzazioni
di quel grande patrimonio pubblico costituito dalle riserve cooperative.
L'uscita da questa crisi può darsi unicamente riaffermando e riattualizzando
i valori fondativi dell'esperienza cooperativa, a partire dalla costruzione
di forme di lavoro liberato, dalla centralità della mutualità,
dalla difesa dei consumatori e dei produttori a partire da quelli del
Sud del mondo, dalla tutela dell'ambiente e dell'alimentazione.
Il mondo del cosiddetto terzo settore non è quindi oggi un mondo
omogeneo: Il terzo settore non definisce un soggetto ma un terreno in
cui si scontrano diversi ipotesi sociali, culturali, politiche.
Compito nostro è quello di favorire - anche in relazione alla crescita
del movimento - lo sviluppo delle pratiche e delle esperienze che si collocano
al di fuori della logica del mercato, in una posizione di integrazione,
di allargamento e non di sostituzione del welfare, contrastando sul piano
sociale e su quello istituzionale (a partire dagli Enti Locali), quei
trasferimenti di servizi e lavori pubblici ad associazioni e cooperative,
attuati con il solo scopo di abbassare il costo del lavoro; che distinguono
chiaramente lavoro e volontariato tutelando pienamente i diritti dei lavoratori;
che operano per uno sviluppo del protagonismo, della partecipazione e
del controllo sociale diffuso, contro le pratiche e le logiche concertative
e neocorporative.
TESI
34 - L'INNOVAZIONE NECESSARIA
In un'epoca tanto mutata, l'innovazione è una necessità
vitale. Soprattutto per una forza, come il Prc, che punta su una radicale
rifondazione della politica, fondata sulla priorità dei contenuti,
il rapporto con i movimenti, la crescita dei soggetti sociali, rispetto
alla tradizionale centralità delle alleanze e dei ruoli istituzionali.
In questo senso, la rottura con il governo Prodi è stata una tappa
del percorso della rifondazione.
Se le analisi fin qui svolte hanno un fondamento, siamo dunque all'interno
di un ciclo tanto nuovo e complesso, che non è possibile affrontarlo
soltanto con strumenti tradizionali e con il patrimonio teorico fin qui
accumulato. L'innovazione è una necessità primaria, nel
metodo e nei contenuti. Per noi, essa, all'opposto delle mode "nuoviste"
di questi anni, resta legata ad un'ispirazione rigorosamente anticapitalistica
e di classe. Ma, allo stesso tempo, essa deve affrontare, senza confini
precostituiti, la verifica delle ipotesi politiche e dei paradigmi generali.
In sostanza: innovare significa uscire risolutamente da ogni atteggiamento
di difesa e di resistenza, valori tutt'ora essenziali ma insufficienti,
da soli, allo sviluppo di una forza di alternativa.
Rifondazione comunista, del resto, ha superato il guado dei dieci anni
di vita politica anche e soprattutto perché non è stata
la guardiana di un passato quand'anche glorioso, ma una forza in costante
tensione innovativa, sia pure con limiti grandi e risultati parziali.
Questa tensione si è espressa su due terreni, tra di loro strettamente
correlati: da un lato, il primato dei contenuti sugli schieramenti; dall'altro
lato, una pratica politica che ha costantemente privilegiato la centralità
della "questione sociale". In un senso preciso, la battaglia
di Rifondazione comunista, in questi dieci anni, è stata un contributo
attivo alla vitalità della politica, contro la separatezza crescente
tra il "cittadino astratto" e gli uomini e le donne reali. Ne
sono esempi significativi l'assunzione di obiettivi, normalmente classificati
come "sindacali", prospettati invece - nel loro intreccio con
la contraddizione di genere, con l'ambientalismo e il pacifismo - nella
loro funzione sociale e politica generale e perfino di civiltà:
esemplari, da questo punto di vista, le rivendicazioni per la riduzione
d'orario, il salario, le pensioni, il "salario sociale".
Sul terreno politico e istituzionale, nacque in questa logica di non separazione
tra "questione sociale" e "questione democratica"
il primo conflitto con la sinistra moderata, quando, nel '95, Rifondazione
comunista si rifiutò di appoggiare il governo Dini. Qui, ancora,
si colloca la scelta più rilevante di questi anni: la rottura del
'98 con il governo Prodi, e l'opposizione ai successivi centrosinistra
di D'Alema e Amato. Non è stato il risultato di un'antica (o mai
sopita) propensione di fuga dalle "responsabilità" politico-istituzionali,
e neppure il frutto, semplicemente, di una coerenza politica e politico-morale:
ma una tappa del percorso della rifondazione comunista. Uno strappo, cioè,
rispetto allo schema consolidato, a sinistra, secondo il quale un compromesso,
pur insoddisfacente, è comunque sempre preferibile alla rottura,
se e quando la rottura non prefiguri un equilibrio politico "più
avanzato". E una risposta, sia pure in nuce, alla necessità
di ricostruire una politica non separata dalle soggettività e dai
bisogni sociali, come impongono i processi attuali di globalizzazione,
di espansione onnivora dell'economico, di drastica riduzione dei poteri
effettivi dei governi nazionali.
In questa chiave, l'innovazione può e deve esercitarsi sulla concezione
(e sulla pratica) che ha influenzato in profondità la sinistra
italiana, tanto da risultare egemone nei gruppi dirigenti del Pci, del
Psi e di parte della "nuova sinistra" degli anni '70: la politica
istituzionale come sfera privilegiata e sovraordinatrice della politica
stessa, come momento costitutivo dell'identità dei soggetti sociali
e delle classi subalterne, come "inveramento" della funzione
stessa del Partito.
Non sono in discussione, sia chiaro, né la necessità né
l'utilità della battaglia democratica nelle istituzioni, nelle
assemblee elettive, in generale nella sfera della rappresentanza. Né
si tratta di coltivare astratte e sbagliate propensioni extraparlamentari.
Si tratta di operare uno spostamento del fuoco della centralità
politica dal livello dello Stato, delle istituzioni e delle forze organizzate
alla dinamica delle forze sociali, di movimento e delle lotte di massa,
in coerenza con i mutamenti della società, dei nuovi bisogni di
massa, e fuori dai vincoli di eredità pur importanti, come quella
togliattiana.
In molte fasi della storia italiana, antiche e perfino recenti, l'iniziativa
istituzionale ha mantenuto una connessione positiva con i processi sociali,
strappando risultati significativi, spostando in avanti i rapporti di
forza, agendo come momento effettivo di ricomposizione sociale e culturale.
Ma oggi questa connessione organica è spezzata, così come
si è spezzato il rapporto automatico tra collocazione sociale subalterna
e scelta a sinistra. Così come non agisce più, nella realtà,
un'onda lineare di progresso, emancipazione, formazione della coscienza.
Oggi, la politica prevalente è ridotta o ad ancella dei poteri
e degli interessi forti, o a mediazione autoreferenziale: anch'essa, in
realtà, proprio perché va amplificando i propri caratteri
oligarchici e separati, non è "riformabile" dall'interno.
L'omologazione, prima che un rischio della soggettività, è
una tendenza forte della realtà.
Questo richiama la necessità di una battaglia strategica, di lungo
periodo. Un processo di rifondazione della politica, che sia capace anche
di interloquire con le domande di una nuova generazione, non può
dunque che assumere dentro di sé il nodo della trasformazione sociale,
tradizionalmente riservata agli orizzonti lontani, alla cultura o, per
altri versi, a parziali pratiche sociali . Da un lato, insomma, la trasformazione
rivoluzionaria si pone come la sola risposta davvero credibile che la
politica possa dare: capace cioè di andare alla radice delle contraddizioni
del capitale nella sua fase neoliberista, ma capace anche di collocare
in un'ottica di libertà e liberazione le istanze concrete dell'antagonismo
sociale e di classe . Dall'altro lato, una politica comunista che non
si riduca ad essere la variante estrema dei contesti istituzionali non
può che essere eterodeterminata dagli interessi o dalle cause sociali
che intende rappresentare.
La rappresentanza del conflitto nelle istituzioni non si può quindi
esaurire nell'attività tradizionale e nella pratica della "mediazione":
è necessario attuare una svolta in cui il tratto istituzionale
del nostro agire sia parte esso stesso delle vertenze sociali e del movimento.
In un contesto innovativo, la nostra radicata presenza istituzionale può
diventare protagonista della spinta alla trasformazione, nel quadro della
lotta alla globalizzazione capitalista: intersecando il movimento anche
sul terreno delle questioni locali, sia nella proposta del "bilancio
partecipato" sia nella capacità di rilanciare, anche mediante
la pratica della "disobbedienza civile", la lotta alle privatizzazioni
dei servizi e dei diritti, o quella per l' ambiente sano e pulito.
Una pratica istituzionale quindi che ritmando accordi e rotture, patti
e conflitti, compromessi e scontri, assuma una prospettiva - non lineare
- funzionale ai movimenti, ai soggetti del lavoro, alla crescita delle
lotte.
TESI
35 - UN NUOVO SOGGETTO POLITICO EUROPEO
L'obiettivo è ambizioso, ma necessario: costruire un nuovo soggetto
politico, capace di unire, sulle discriminanti della lotta alla globalizzazione
e alla guerra, le forze della sinistra alternativa e antagonista.
La nostra proposta politica si colloca in un contesto e in una dimensione
europea, intendendo per questa uno spazio territoriale e sociale aperto
e comunicante con il mondo. Questa è la nuova dimensione dell'agire
politico nel mondo moderno e nell'epoca della globalizzazione.
Lo spazio europeo è quello più consono, come già
le prime esperienze dimostrano, per portare ad unità le diverse
figure sociali, tradizionali e nuove, che costituiscono l'insieme delle
persone sottoposte a sfruttamento e alienazione, quindi è il terreno
migliore per la costruzione di un nuovo movimento operaio.
Non è solo necessario pensarsi come una forza politica europea,
progettare la propria iniziativa politica in un quadro sovranazionale,
stabilire contatti e collaborazioni con altre forze, come pure abbiamo
positivamente fatto in questi anni, e continueremo a fare, evitando giustamente
di basare le nostre relazioni internazionali su discriminanti ideologiche.
Bisogna proporsi un obiettivo certamente ambizioso quanto necessario:
quello della costruzione di un nuovo soggetto politico europeo.
Non pensiamo ovviamente né ad una nuova Internazionale, né
ad una fusione organizzativa delle forze esistenti, né ad un compattamento
su base ideologica. Pensiamo invece di portare avanti - dopo le iniziative
positive di questi ultimi mesi costruite grazie al nostro gruppo europeo
GUE sinistra verde nordica - un processo complesso, ma determinato, per
unire, lungo le discriminanti della lotta alla globalizzazione neoliberista
e alla guerra, le forze della sinistra comunista, antagonista e alternativa
su scala europea in un processo da subito comune di ricerca, di elaborazione,
di promozione di iniziative politiche, istituzionali (si pensi alla scadenza
della legislatura) e sociali, in sintonia con la crescita di un movimento
antiglobalizzazione, pacifista, ambientalista, di lavoratrici, di lavoratori,
di precari, di disoccupati, di giovani, di donne e intellettuali su scala
continentale. Del resto, questa direzione di lavoro è resa necessaria
dalle comuni difficoltà che le nostre formazioni politiche vivono
nei rispettivi paesi.
TESI
36 - LA NOSTRA PROPOSTA POLITICA
In Italia, avanziamo la proposta della costituzione di una sinistra di
alternativa, capace di invertire la tendenza degli ultimi vent'anni e
di diventare protagonista della vita pubblica del paese. Decisiva, per
questo obiettivo, è la crescita del movimento, anche per rompere
le barriere che separano il dibattito politico dalla concreta condizione
dei soggetti sociali. Un processo che dovrà dotarsi di modalità
nuove, dal basso e dall'alto.
In Italia avanziamo la proposta politica della costruzione di una sinistra
di alternativa capace di invertire il corso degli ultimi 20 anni, per
diventare protagonista della vita pubblica del paese. Al fine di conseguire
questo obiettivo è decisiva la crescita e l'allargamento del movimento
e quel necessario e possibile processo di ricomposizione sociale delle
diverse figure, divise e contrapposte dalla ristrutturazione capitalistica,
del lavoro e del non lavoro, di giovani, di donne e di tutti coloro che
sono oppressi ed emarginati dal sistema liberista ed a-democratico.
Questo processo deve diventare il motore di una nuova connessione con
figure sociali e settori di società che avvertono la mancanza di
prospettiva di questa modernizzazione e che si collocano perciò
in posizione di interrogazione e di ricerca.
Inoltre, da un lato la crisi della politica e, al suo interno, la crisi
della sinistra di governo e, dall'altro, l'irrompere nella società
di nuove domande, di nuovi bisogni di cultura, di politica e di vita non
integrabili nella governabilità dell'ordine esistente propongono
il tema di una nuova soggettività politica capace sia di intercettare
l'esodo dalle prime, che di organizzare le seconde in progetto politico
e partecipazione.
La costituzione della sinistra di alternativa è perciò il
nostro obiettivo strategico di fase.
Questo obiettivo, che contraddistingue la nostra proposta politica non
certo da oggi, assume una più chiara centralità proprio
a partire dall'esperienza del movimento, che ci permette di fare un decisivo
passo in avanti. La concreta possibilità di intrecciare il lavoro
di costruzione della sinistra di alternativa con quello dello sviluppo
del movimento è la novità politica che ricaviamo dalla nostra
analisi di fase.
Si tratta di un'occasione decisiva per rompere le barriere che separano
il dibattito politico, compreso quello più radicale, dalla concreta
condizione sociale. La costruzione della sinistra alternativa è
quindi un processo per la creazione di un campo di forze politiche, associazioni,
gruppi, strutture reticolari, forze che agiscono direttamente nel sociale.
Per il modo stesso in cui si costruisce, la sinistra di alternativa deve
saper rispondere alla crisi della politica. Così come, per il modo
originale con cui va organizzata la sua soggettività politica deve
saper rispondere all'esigenza di far coesistere la molteplicità
delle esperienze e delle diverse culture politiche che la possono comporre
con l'unitarietà del suo progetto politico.
Il PRC si propone di essere uno dei protagonisti di questo processo di
costruzione della sinistra di alternativa in Italia che dunque lo comprenda
sapendo andare ben al di là dei nostri confini, per aggregare tutte
e tutti coloro che sono contro la guerra e contro le politiche neoliberiste
per "un altro mondo possibile".
Diventa perciò decisivo costruire esperienze e appuntamenti, anche
sul piano locale che vadano in questa direzione; la sinistra di alternativa
deve essere costruita dall'alto e dal basso.
TESI 37 - L'ARTICOLAZIONE DELLA NOSTRA PROPOSTA POLITICA
L'ipotesi della costruzione di una sinistra plurale - un campo più
largo di forze, che includa settori della sinistra moderata - si fa oggi
più ardua. E' tuttavia da respingere l'alternativa perdente tra
settarismo e politicismo: in mezzo, c'è la pratica a tutto campo
della nostra proposta, contenuti, capacità di dialogare con chiunque
sia portatore di istanze alternative.
In questo quadro la prospettiva della sinistra plurale, cioè la
concreta attivazione di un campo più ampio di quello fin qui descritto
e il coinvolgimento in esso di settori consistenti della sinistra moderata
e riformista, pur rimanendo irrinunciabile ai fini della costruzione di
una alternativa di governo, appare un cammino reso più difficile
e tormentato dalle scelte compiute dalla maggioranza dei DS e dell'Ulivo
di schierarsi con la guerra e con l'ingresso diretto nel conflitto da
parte del nostro paese, cui si aggiunge una crescente insensibilità
verso le questioni sociali e la subordinazione culturale e politica ai
paradigmi del liberismo.
Tuttavia le conseguenze dell'aggravarsi della crisi economica, del prolungarsi
della guerra e dell'appesantirsi del coinvolgimento del nostro paese in
essa, possono ulteriormente allargare divergenze che già appaiono
all'interno della sinistra moderata e soprattutto aprire una crisi di
consenso. Allo stesso tempo gli esiti di questi processi dipendono dalla
nostra capacità di iniziativa politica di consolidare una piattaforma
di opposizione al governo delle destre, dalla crescita del movimento,
dalla evoluzione del rapporto della sinistra moderata stessa, da un lato,
con la società nel suo complesso e con il movimento sindacale in
particolare, e dall'altro con il blocco di potere che attualmente sorregge
le destre e che non nasconde la sua ambizione di cooptare questa forza,
in posizione subordinata, all'interno del governo allargato della società.
Per tutti questi motivi dobbiamo sapere articolare la nostra proposta
politica, trovare le forme per portarla sul terreno, per noi strategico
e decisivo, della società e dei movimenti, ove dobbiamo spostare
con decisione il baricentro della nostra iniziativa per una uscita plurale
e dal basso dalla crisi della sinistra. Nello stesso tempo dobbiamo praticare
la nostra proposta nelle istituzioni e nel sistema delle relazioni politiche
a ogni livello.
Dobbiamo perciò sapere condurre direttamente vertenze territoriali,
sulla base di un'articolazione di obiettivi che nessuna piattaforma per
quanto perfetta può da sola risolvere, ma da cui anzi quest'ultima
deve essere continuamente arricchita.
Dobbiamo intendere e praticare la nostra presenza negli Enti Locali sia
come costruzione di elementi di controtendenza rispetto al quadro politico
nazionale - nelle modalità di governo e nelle relazioni e alleanze
politiche -; sia come capacità di fare avanzare in modo concreto
gli obiettivi e le rivendicazioni che partono dalla individuazione dei
bisogni popolari; sia per mantenere aperta e viva l'interlocuzione tra
i movimenti e gli organi di governo locale, sia per avanzare nuove esperienze
che permettano di tradurre in pratica un incrocio tra democrazia diretta
e delegata, e quindi per iniziare dal basso un processo di ridemocratizzazione
su basi nuove della nostra società. L'istituto del "bilancio
partecipato" che ci giunge dall'esperienza della municipalità
di Porto Alegre, rappresenta in questo quadro un'esperienza preziosa e
paradigmatica da generalizzare e applicare alle nostre condizioni.
TESI 38 - UN NUOVO MOVIMENTO OPERAIO
La contraddizione capitale-lavoro è sempre più acuta e generalizzata,
ma i soggetti del lavoro si moltiplicano in segmenti sempre più
separati. Il problema principale è oggi quello della ricomposizione
sociale e politica delle figure sociali oppresse e spezzate dal capitalismo
globale. Un compito inedito.
Dal punto di vista sociale il nostro agire si rivolge in primo luogo a
tutti i soggetti sociali vittime di uno stato di sfruttamento e di alienazione.
Come abbiamo visto la rivoluzione capitalistica restauratrice intervenuta
in questi anni ha provocato uno sconvolgimento nella morfologia delle
classi subalterne e in particolare un processo di ampliamento e di frantumazione
del lavoro a diverso titolo subordinato. Da un lato infatti le figure
sociali hanno perso contorni netti -si pensi alla moltiplicazione e allo
sminuzzamento delle posizioni contrattuali-, dall'altro lato assistiamo
ad una sussunzione diretta nel processo di valorizzazione del capitale
di figure, o di attività in capo alle stesse persone, che un tempo
si collocavano nel campo della riproduzione della forza lavoro, cioè
fuori dal lavoro produttivo inteso in senso stretto. Non si tratta di
fenomeni assolutamente nuovi, come non è un'invenzione di adesso,
il dibattito sui confini che separano il lavoro produttivo da quello improduttivo,
quello materiale da quello intellettuale, ma è indubbio che questi
fenomeni sono oggi assai ampliati rispetto al passato. Il lavoro, che
è sempre astratto dal punto di vista del capitale, oggi assume
una forma che concretamente si avvicina a questo suo carattere.
Accanto all'enorme crescita della precarizzazione, aumenta la disoccupazione
di massa che è più che raddoppiata rispetto agli anni '70.
Si manifesta un processo di crisi nell'estensione del rapporto di lavoro
salariato, nel senso che molte attività sono a tutti gli effetti
lavori al servizio diretto del capitale - e dunque il lavoro non solo
non finisce, ma si estende -, anche se non vengono economicamente e socialmente
riconosciute come tali. Questo fenomeno conferma in sé una carica
potenzialmente rivoluzionaria, poiché indica l'irriducibilità
di fondo del lavoro vivo ad essere integralmente sottomesso al capitale.
La contraddizione capitale-lavoro è dunque sempre più acuta
e generalizzata nella società, ma i soggetti che investe sul versante
del lavoro, e sui quali si articola sono molteplici e divisi. Conseguentemente
l'individuazione dei referenti sociali nella costruzione dell'alternativa
non può essere affidata ai paradigmi del passato, né si
può concepire lo schieramento sociale dell'alternativa come una
semplice riedizione dei classici concetti di blocco sociale, per cui attorno
alla classe rivoluzionaria per eccellenza, che costituiva il motore umano
del processo produttivo, andavano uniti ceti superiori o le classi che
avevano perso di centralità a causa del pieno avvento del capitalismo
industriale. Il problema principale è oggi ricomporre l'insieme
dei soggetti vittime dello sfruttamento e dell'alienazione che sono divisi
e contrapposti dalla ristrutturazione capitalistica, in un nuovo movimento
operaio. Le recenti esperienze di lotta che vedono assieme i metalmeccanici
con il nuovo movimento no-global, anche grazie ad un comune tratto generazionale,
indicano che questo obiettivo è non solo necessario ma possibile.
In esso possono avere più peso le figure sociali che occupano i
luoghi decisivi della produzione di plusvalore all'interno del processo
di accumulazione capitalistica, ma la loro individuazione resta un compito,
non solo un dato di partenza. Per queste ragioni l'individuazione dei
referenti sociali della nostra azione politica comincia con il lavoro
di inchiesta: perché solo attraverso questo è possibile
conoscere le condizioni e i bisogni di queste figure sociali e stabilire
con esse una relazione dinamica che già di per sé costituisce
una pratica politica e non solo conoscitiva.
TESI 39 - LA CRESCITA DEL MOVIMENTO
Per il Prc, l'impegno della crescita del "movimento dei movimenti"
si pone su diversi terreni: il suo allargamento, la sua unità,
il suo radicamento nei Social Forum cittadini. L'estensione del conflitto
sociale e la costruzione di un forte intreccio tra il movimento operaio
"tradizionale" e il movimento no global rappresenta la vera
sfida strategica.
L'irrompere sulla scena mondiale del "popolo di Seattle" non
ha trovato impreparata Rifondazione comunista: per merito sia dell'impianto
analitico di cui il partito si era da tempo dotato (sulla rivoluzione
capitalista, sui nuovi processi di globalizzazione, sui segnali di crisi
di questi processi) sia della sua capacità di essere, con la propria
soggettività, parte integrante del movimento, contro ogni antica
tentazione di coscienza esterna. Grazie anche alla pratica politica dei
Giovani comunisti, il ruolo del Prc all'interno del Genoa Social Forum
è risultato evidente ed importante, proprio perché non determinato
da pretese egemoniche.
In questa fase, in cui il movimento ha dato in più occasioni ottima
prova di sè e della sua capacità di tenuta e nel contempo
sta affrontando una impegnativa discussione sulle proprie prospettive
e sulle proprie modalità organizzative, riteniamo utile precisare
il nostro indirizzo. Riconfermando la scelta strategica della nostra internità
al movimento, il nostro impegno organizzativo, politico e culturale finalizzato
alla sua crescita, noi riteniamo che i nodi prioritari di questa fase
siano:
1. LA CRESCITA DEL MOVIMENTO, intesa come la sua capacità di persistenza,
sviluppo, efficacia, al di là delle scadenze imposte dall'avversario
costituisce l'obiettivo centrale. Per questo non vi è un problema
di sbocco politico del movimento separabile dalla sua crescita e dal suo
sviluppo, nella consapevolezza che i movimenti di massa non hanno necessariamente
un andamento lineare, né sono a fortiori tenuti al "confronto"
con appuntamenti istituzionali: insomma, nella scelta autonoma dei tempi
e dei ritmi della lotta, si esercita fino in fondo la loro sovranità.
2. L'UNITA' DEL MOVIMENTO, così ricco di articolazioni interne,
così variegato nelle sue anime e nelle sue opzioni generali, è
un bene prezioso, comunque da salvaguardare in termini reali, politici
e non "politicistici". Una sfida non semplice, che non potrà
svilupparsi su basi puramente soggettivistica o volontaristica: le tendenze
alla divisione, se non alla scomposizione e\o all'autonomizzazione delle
singole componenti, sono forti e fondate sul pluralismo delle soggettività
che compongono il "popolo no global". La costruzione - non frettolosa
e consensuale - di un profilo programmatico alto, unito ad un profondo
rispetto delle differenze presenti nel movimento, alla capacità
di far vivere obiettivi riconoscibili, all'allargamento continuo del movimento
oltre i suoi confini, è un impegno che proponiamo, al tempo stesso,
a noi e ai soggetti attivi della protesta.3.
LA COSTRUZIONE DEI SOCIAL FORUM cittadini, di paese, di quartiere è,
anche rispetto ai fini di questa crescita, uno strumento indispensabile.
Essi sono da sviluppare e potenziare con l'attenzione a non trasformarli
nei fatti in intergruppi, ma in sedi reali di aggregazione e proposta,
capaci ogni volta di coinvolgere soggetti e soggettività finora
esclusi - o autoesclusi - dalla politica. Qui si colloca quel lavoro di
unificazione tra figure sociali diverse - tra i lavoratori e i giovani,
prima di tutto, tra i garantiti e i non garantiti, tra gli operai e gli
studenti, tra i "nativi" e i migranti - di cui il movimento
non può fare a meno. Si tratta, appunto, di un livello di unità,
di interlocuzione diretta, di confronto ravvicinato che non può
che avvenire dall'interno delle soggettività e dei bisogni, ma
anche in rapporto a eventi concreti, come vertenze di zona, di territorio,
di ambiente, che costruiscano via via una conflittualità generale
e articolata.
4. L'ALLARGAMENTO DELLA PRATICA DELLA DISUBBIDIENZA CIVILE E SOCIALE.
Non si tratta solo di una metodologia, ma di un contenuto: la capacità
di trasferire e rielaborare la violazione delle zone interdette dai grandi
summit del potere alla messa in discussione delle infinite "zone
rosse" che compongono la vita quotidiana, e la sfera della vita civile.
La capacità di mettere in campo pratiche di disubbidienza civile,
dagli scioperi alla rovescia dei disoccupati alla valorizzazione sociale
degli spazi urbani dismessi all'obiezione fiscale alle spese militari,
è una delle leve di radicamento sociale e territoriale del movimento
e di avanzamento del medesimo. La "pratica dell'obiettivo" deve
essere tolta dalla dimensione estetica del "gesto esemplare"
per essere riconsegnata alla pratica collettiva di un percorso di lotta
che intreccia rivendicazione e autogestione.
5.LA NONVIOLENZA, pratica di lotta non distrutttiva e, insieme, disubbidienza
a leggi ingiuste, è la metodologia da un lato più in sintonia
con l'anima profonda del movimento e dall'altra più efficace per
combattere un potere che si presenta fortemente caratterizzato dal suo
volto repressivo e che punta a trasformare la questione sociale in questione
di ordine pubblico. Essa non va intesa come negazione del conflitto, e
neppure della forza, ma all'opposto gestione altra, e più alta,
del conflitto stesso: per essere efficace, infatti, questa scelta chiede
un'organizzazione più e non meno forte, più e non meno capillare.
Essa è parte integrante di quella riforma della politica - che
riguarda i partiti come i movimenti - che implica il rifiuto di ogni militarizzazione
del proprio agire e che assume la coerenza tra fini e mezzi come dato
d'identità. In questo senso, nell'epoca della globalizzazione neoliberista,
la pratica disubbidiente della nonviolenza è, in verità,
ubbidienza ai valori più radicali della democrazia, della fratellanza,
insomma, dell'umanità.
6. UNIFICARE I MOVIMENTI. La ripresa del conflitto operaio (e più
in generale dell'iniziativa di lotta dei lavoratori) costituisce l'altra
grande novità, insieme alla nascita del movimento pacifista e no
global, della fase che si è aperta. Di ciò sono testimonianza
lo sciopero e le grandi manifestazioni dei metalmeccanici del 6 luglio
e del 16 novembre, quelli della scuola e del pubblico impiego, la compatta
sospensione del lavoro con i cortei interni alla Fiat e più in
generale le mobilitazioni che si stanno producendo in difesa dell'art.
18 dello Statuto dei lavoratori, contro la destrutturazione delle regole
del mercato del lavoro e dello stato sociale, caratterizzata da una asfissiante
pratica concertativa.
Il conflitto non torna soltanto ad investire realtà in cui le capacità
di lotta si erano affievolite, ma coinvolge una giovane generazione di
lavoratori che per la prima volta si affaccia sulla scena politica, e
vede partecipi fasce rilevanti di precariato che dimostrano la propria
disponibilità a lottare pur in presenza dei ricatti derivanti da
un rapporto di lavoro frammentato in misura sempre maggiore. Infine, risulta
evidente, che tale conflitto trascende l'immediatezza della condizione
di lavoro assumendo un carattere più generale.
Non solo. La ripresa di un conflitto di classe nel nostro Paese crea le
premesse per la costruzione di uno schieramento sociale ampio. Da questo
punto di vista, un obiettivo fondamentale è rappresentato dalla
saldatura fra mondo del lavoro e movimento no global. Tale saldatura fino
ad oggi si è verificata, ancora troppo saltuariamente, a partire
da Genova, con il concorso determinante della Fiom oltre che del sindacato
extraconfederale. Non vi è dubbio, tuttavia, che nella prospettiva
della costruzione di uno schieramento sociale in grado di sostenere una
piattaforma di opposizione, molto resta da fare. E non solo perché
va coinvolto in modo più esteso lo stesso mondo del lavoro, ma
perché occorre che emergano proposte programmatiche unificanti
e occorre che tale unificazione si esprima compiutamente sul terreno della
lotta e della mobilitazione comune.
E' necessario appoggiare, dentro e fuori le istituzioni, le vertenze a
difesa dei posti di lavoro oggi sotto attacco; rilanciare le nostre proposte
per il riallineamento periodico e automatico delle retribuzioni e delle
pensioni all'inflazione reale; favorire l'incontro di lavoratori "tipici"
e "atipici", reclamando nuove "rigidità" nei
rapporti di lavoro e l'estensione dei diritti garantiti dallo Statuto
dei lavoratori ai precari e alle aziende sotto i 15 dipendenti; porre
ancora all'ordine del giorno l'acquisizione di livelli normativi e contrattuali
certi e valorizzare il ruolo delle Rappresentanze Sindacali Unitarie in
ogni luogo di lavoro, investendovi risorse umane. In questa prospettiva,
poi, la riproposizione forte della questione salariale e della riduzione
d'orario a parità di salario rappresentano terreni oggettivamente
unificanti.
L'impegno per la crescita del movimento dei lavoratori, per la realizzazione
di uno schieramento sociale più ampio, per la convergenza all'interno
di una comune piattaforma sociale costituiscono obiettivi fondamentali
dell'iniziativa del partito. Senza questo orizzonte il suo stesso ruolo
come soggetto politico sarebbe inadeguato rispetto alla complessità
della fase. Peraltro, solo in questa prospettiva è possibile seriamente
porsi il problema dell'opposizione al governo delle destre. La natura
dell'attacco che infatti viene condotto dal governo, investendo elementi
essenziali della vita sociale, dall'aggressione allo stato sociale all'attacco
ai diritti del mondo del lavoro impone infatti una risposta di massa che
si generalizzi e duri nel tempo passando per la convocazione di una mobilitazione
generale.
TESI 40 - IL PROGRAMMA FONDAMENTALE PER LA SINISTRA ALTERNATIVA
E' necessario un progetto di trasformazione sociale, fondato su idee-forti
e su obiettivi programmatici capaci di divenire "bandiere piantate
nella testa della gente". Nessuna forza può elaborarlo da
sola.
Nel processo di rifondazione comunista, nel lavoro della costruzione della
sinistra d'alternativa, come nel contributo che dobbiamo e possiamo dare
alla crescita dei movimenti, assume un'importanza centrale la definizione
di un programma fondamentale per la sinistra antagonista.
Questa esigenza nasce almeno da tre diversi fattori: le grandissime novità
introdotte sul terreno economico e sociale dalla rivoluzione capitalistica
e l'apertura di una seconda fase nel processo di globalizzazione; il crollo
e il fallimento delle esperienze dei paesi del socialismo reale e la conseguente
crisi dei progetti di trasformazione delle società fin qui conosciuti;
lo sviluppo di un movimento mondiale antagonista.
L'insieme di questi fattori richiede la ridefinizione di un progetto comunista
e che la sinistra alternativa compia uno sforzo di elaborazione per un
nuovo programma fondamentale di trasformazione che abbia la forza di innovazione
e di trascinamento che ebbero i programmi nella tradizione del movimento
comunista del passato, per dirla con Engels, bandiere piantate nella testa
della gente. Questo è un lavoro di lunga durata, che non può
essere prodotto da una forza sola ne' tanto meno nel chiuso di un ufficio
studi. Richiede un continua interlocuzione con i movimenti, con le insorgenze
politiche e sociali, con le molteplicità delle forze anticapitaliste
disponibili a porsi su questo terreno di ricerca, in una dimensione internazionale
a partire dal quadro europeo.
Si tratta quindi di un percorso che è tanta parte del progetto
della Rifondazione Comunista e che intendiamo compiere non in solitudine,
ragionando attorno ad alcuni temi essenziali.
TESI 41 - I CARATTERI ESSENZIALI DELLA RICERCA PROGRAMMATICA
Le forme della proprietà, ma anche e soprattutto la nuova alienazione
del lavoro. Una critica radicale al produttivismo e allo "sviluppismo"
che hanno caratterizzato il movimento operaio. L'assunzione della contraddizione
di genere. Il superamento definitivo dell'economicismo.
Ci riferiamo in modo particolare a un modo di concepire la rivoluzione
nei rapporti di produzione che non solo ponga in modo rinnovato la questione
della proprietà, la cui composizione ha subito rilevanti modificazioni
a seguito della ristrutturazione capitalistica, ma soprattutto i temi
della critica e della modificazione dei processi del lavoro reali in ogni
ambito della società; della contestazione della gerarchizzazione
sociale che si riproduce nei diversi processi produttivi; delle nuove
forme con cui si presenta l'alienazione. Significa portare fino in fondo
la critica alla concezione produttivista e sviluppista che pure hanno
animato grande parte della storia e delle esperienze del movimento operaio,
elevando a valore irrinunciabile e costitutivo della cultura della trasformazione
la difesa e la valorizzazione dell'ambiente e quindi un senso del limite
sia dal punto di vista ecologico che sociale e relazionale. Significa
ripensare radicalmente il nesso tra produzione e riproduzione. Significa
quindi porre, anche per l'azione immediata, il problema del superamento
del pensiero economicista, di un punto di vista prevalentemente redistributivo
delle risorse, ponendo concretamente il problema del cosa e del per chi
produrre contemporaneamente a quello del come; ponendo così le
basi per un'unità, tra le tradizionali figure sociali e quelle
create dal processo di ristrutturazione capitalistica.
Ci riferiamo all'imperativo di porre l'individuo concreto, cioè
sociale e sessuato, e i suoi diritti lungo l'intero arco della sua vita,
al centro di un processo di trasformazione. Significa portare a fondo
la critica a organizzazioni sociali fondate sul patriarcato e sul familismo,
qualsiasi siano le loro diversità e origini specifiche, per introdurre
e praticare la democrazia di genere in ogni aspetto regolativo della vita
sociale. Significa riconsiderare la dialettica fra comunità e individuo,
fra stato e cittadino senza alienare i diritti di alcuno. Significa andare
ben oltre le forme di stato sociale o socialista fin qui conosciute, attraverso
un'individuazione e una risposta ai problemi dell'individuo sociale e
sessuato, che presuppone la sua partecipazione e il suo protagonismo.
Ci riferiamo quindi alle necessità di riconsiderare l'idea stessa
di potere e conseguentemente di democrazia, concependo il primo né
come punto di partenza né come punto d'arrivo per il rivoluzionamento
dei rapporti sociali e di produzione, ma come importante punto di snodo
di un processo di democratizzazione della vita quotidiana che comporta
un'articolazione delle forme di potere stesso e una generalizzazione delle
forme di autogestione, di controllo, di partecipazione. Significa riproporre
- alla luce delle sconfitte patite nell'esperienza di organizzazione statuale
del movimento operaio, ma anche sulla base di recenti esperienze positive
anche se limitate - il tema della democrazia diretta, di una sua coniugazione
sempre più intensa e avanzata con le forme della democrazia delegata,
superando così la contraddizione tra una teoria che affermava l'estinzione
dello stato e una pratica che lo rafforzava nelle forme peggiori. Significa
maturare un'idea più complessa della democrazia che assuma il genere
come elemento costituente e la pluralità culturale come valore.
Significa creare comunità, cioè riempire le forme di democrazia
di concreta costruzione di legami sociali fra diversi. Significa perciò
concepire l'azione politica come la ricerca costante di congiunzione tra
i mezzi e i fini, non solo nel senso di negare che i secondi possano giustificare
i primi, ma che questi, per essere credibili e per suscitare consenso
e partecipazione, devono contenere in nuce i fini che dichiarano.
Ci riferiamo, per concludere questa esemplificazione ad una concezione
della pace fondata su un idea di comunità universale che trascenda
i confini, le culture, i generi, le condizioni materiali.
TESI 42 - LA PIATTAFORMA DI OPPOSIZIONE ALLE DESTRE
Nel nostro programma elettorale, sono definite le "proposte di legislatura"
per una battaglia efficace contro le destre. Naturalmente, con gli aggiornamenti
e gli arricchimenti necessari.
Tra il lavoro per la definizione di un programma fondamentale e l'iniziativa
politica e sociale di oggi per un'efficace opposizione al governo delle
destre e per procedere nella costruzione della sinistra di alternativa
e di una sinistra plurale, per contribuire alla crescita dei movimenti,
vi deve essere un nesso preciso, sia nella individuazione degli obiettivi
che nelle modalità di portarli avanti e nelle concrete esperienze
di lotta
In questo senso ribadiamo la validità e l'attualità dell'impianto
di programma che abbiamo presentato in occasione delle elezioni del 13
maggio 2001 - la cui dimensione temporale vuole coprire l'attuale legislatura
da poco iniziata - che abbiamo discusso e deciso con il contributo di
personalità e forze anche esterne al nostro partito. Naturalmente
i rilevanti fatti avvenuti dalle elezioni ad oggi, gli atti concreti compiuti
dal governo e le riflessioni che hanno suscitato nel movimento e nel campo
della sinistra di alternativa ci impongono arricchimenti, aggiornamenti
e sottolineature a quell'impianto. Le destre non hanno vinto le elezioni
fondandosi su uno schieramento sociale pienamente formato e coeso, ma
certamente si propongono ora di costruirlo, sfruttando appieno l'arma
del governo.
Il nostro obiettivo è di giungere alla costruzione di una piattaforma
di opposizione al governo delle destre, che diventi un punto di elaborazione
e di incontro di movimenti, organizzazioni sociali e politiche e che si
proponga di sottrarre consenso al governo delle destre che è forte
ma tutt'altro che invincibile. Questo richiede il rovesciamento della
logica del centro-sinistra e della sinistra moderata della subordinazione
al primato della competitività.
TESI 43 - L'OPPOSIZIONE ALLA GUERRA
Prioritaria, in questa fase, è la lotta contro la guerra e contro
la partecipazione italiana ad essa. Che è legata a parole d'ordine
chiare: scioglimento della Nato, radicale riforma e rilancio dell'Onu,
smantellamento degli arsenali nucleari, composizione della crisi mediorientale
("due popoli, due stati")
Oggi assume un ruolo determinante l'opposizione alla guerra, sia per l'immediata
cessazione di quella in corso in Afghanistan e della partecipazione ad
essa del nostro paese, sia per impedire che il ricorso all'intervento
armato si stabilizzi come normale strumento di gestione della crisi del
processo di globalizzazione. Il che comporta lavorare per la ricostruzione
del patto tra le nazioni che costituì l'ONU a partire dalla radicale
riforma di quest'ultima; lo scioglimento della Nato; lo smantellamento
degli armamenti nucleari e di tutti gli strumenti per lo sterminio di
massa; la composizione pacifica dei punti di crisi a livello mondiale,
a partire dal conflitto israeliano - palestinese; l'assunzione di un ruolo
politico ed economico del tutto autonomo dell'Europa, il che comporta
la non partecipazione a imprese belliche, uno spostamento del peso decisionale
sulle istituzioni europee elettive, come il Parlamento, nel quadro di
una nuova Costituzione europea, la revisione dei trattati introducendo
e praticando criteri di politica occupazionale e sociale, quindi non solo
finanziaria e monetaria, la rivisitazione del tema dei diritti negativamente
risolta a Nizza, una politica di solidarietà e di cooperazione
su scala mondiale, di cui la cancellazione del debito dei paesi poveri
e l'introduzione di una tassazione sulle transazioni di capitale (Tobin
Tax) possono essere i primi significativi passi.
TESI
44 - UNA POLITICA ECONOMICA ALTERNATIVA PER IL PAESE E PER IL MEZZOGIORNO
Contro la recessione e i suoi effetti devastanti, è essenziale
rilanciare l'intervento pubblico in economia: su beni essenziali e ambientali,
come l'energia, l'acqua, la vivibilità urbana, il risanamento del
territorio, il diritto all'alimentazione. In questo quadro una profonda
"svolta meridionalista" e la costruzione di una "antimafia
sociale".
Il profilarsi di una profonda recessione economica - anche in Italia tutte
le previsioni di crescita sono state riviste al ribasso - rende ancora
più acuto lo scontro sulla politica economica e sulla questione
sociale. All'affacciarsi nella politica economica degli USA di un Keynesismo
di guerra non corrisponde analoga scelta da parte dei paesi europei e
anche della stessa Italia, dove pure il peculiare schieramento delle destre
prova a intrecciare alla linea più nettamente liberista tentativi
di politiche economiche e sociali più populiste e nazionali. Alle
une e alle altre dobbiamo rispondere con la nostra proposta di rilancio
di un nuovo intervento pubblico nell'economia indirizzato verso settori
e produzioni alternative a quelle praticate dal mercato e dalla produzione
di guerra. A cominciare dalle scelte energetiche alternative tanto più
urgenti in considerazione dell'aggravarsi delle crisi climatiche nel mondo,
verso la definizione di un'economia entro la quale ambiente e persone
non siano vincoli di cui sbarazzarsi ma un valore. A tale fine riteniamo
necessaria ed urgente la messa in discussione del patto di stabilità
a livello europeo. La globalizzazione non solo tende ad aumentare il divario
tra il Sud e le altre zone dell'Italia e dell'Europa ma, intervenendo
in una situazione già di degrado, porta il disagio sociale e le
concrete condizioni di vita nel Mezzogiorno del paese a livelli insopportabili,
contribuendo nel contempo a rafforzare poteri mafiosi e pratiche clientelari.
L'impulso alle privatizzazioni e alla deregolamentazione del mercato del
lavoro, l'estendersi di forme molteplici di lavoro flessibile e precarizzato
in un contesto che permane di alta disoccupazione strutturale, unitamente
alla forte crisi produttiva che ha spazzato via i pochi poli dell'industria
senza aver determinato alternative occupazionali nel terziario, delineano
un quadro sociale e democratico - come confermano i risultati delle ultime
elezioni politiche nelle regioni meridionali e lo stesso recente voto
siciliano - davvero allarmante. Nel vuoto di un tessuto produttivo autentico
e vitale e di una rappresentanza politica e sociale organizzata cresce
l'individualismo e si ripropongono forme - per quanto rinnovate - (nella
modalità e nella quantità delle risorse disponibili) di
scambio politico clientelare e un nuovo legame tra politica e accumulazione
criminale. Anche nei confronti del Mezzogiorno convivono nelle classi
dirigenti due diversi, anche se complementari, orientamenti. Da un lato
la tendenza di fondo ad assegnare al Sud nuovamente una funzione dipendente
nel quadro di uno sviluppo duale (coessenziale ad un modello sociale sempre
più centrato sulla precarietà e sulla flessibilità
selvaggia del mercato del lavoro), finalizzato alla ristrutturazione economica
del Nord per la quale si drenano risorse finanziarie e umane. Dall'altro
una linea più nazionale e populista che guarda al Mezzogiorno come
area più tradizionale di consenso per politiche di deficit spending
di destra tra flussi finanziari europei per le grandi opere e perfino
investimenti produttivi nel settore militare. Una variante meno aridamente
liberista ma egualmente modernamente centrata sull'idea di un territorio
povero per qualità sociale e civiltà. Un'area in cui intorno
ai nuovi flussi distorti di spesa si salda un nuovo sistema di potere
intrecciato al sistema politico e al potere criminale. Per questo la mafia
non si configura come un elemento di arretratezza ma come fattore organico
e dinamico del processo di modernizzazione capitalistica del mezzogiorno.
Le mafie sono forti perché continuano a controllare il territorio
e l'economia e operano in collusione con un sistema di imprese che occulta
le proprie responsabilità. Anzi, i processi di precarizzazione
del lavoro, la politica delle grandi opere e di cementificazione selvaggia,
favoriscono una nuova espansione mafiosa. Va quindi contrastato ogni legame
tra la politica e quella borghesia mafiosa fatta di imprenditori, professionisti,
uomini della cultura e della finanza, che costituiscono un ponte tra il
sistema di potere e gli interessi delle cosche. Contro questa nuova conformazione
del fenomeno mafioso vanno superati i limiti di un'antimafia che si muova
solo sul terreno etico o sulla delega alla magistratura, per dare vita
alla stagione dell'antimafia sociale.
In questo quadro è necessario imporre, con la rivendicazione di
un nuovo modello di sviluppo (rivendicazione che incorpori necessariamente
un legame rinnovato tra lotte sociali e lotte ai poteri criminali) una
svolta meridionalista che indirizzi l'intervento pubblico in direzione
di un allargamento e di una qualificazione della base produttiva al fine
di creare al Sud le condizioni di uno sviluppo duraturo fondato sulla
formazione, la ricerca, l'innovazione, attrezzando una economia capace
di competere in direzione dell'Europa sulla qualità anziché
sul basso costo del lavoro e aperta alla cooperazione con tutti i paesi
che si affacciano nel Mediterraneo. Uno sviluppo in cui la valorizzazione
dell'ambiente e delle risorse umane e culturali orientino - in alternativa
alle opere cementificatrici e speculative - politiche di risanamento dei
grandi cicli ambientali, di riassetto dei centri storici delle città
e dei territori, di opere di risanamento del clima e di lotta agli inquinamenti,
di recupero dal dissesto idrogeologico ripristinando gli equilibri naturali.
Occorre garantire il carattere pubblico, qualificato e facilmente accessibile
di tutti i beni comuni: acqua, energia, cibo, ambiente. Occorre garantire
il diritto all'alimentazione e alla sovranità alimentare invertendo
la crescente separazione tra produzioni alimentari e territorio di riferimento,
che insieme all'industrializzazione del processo produttivo ha portato
degrado dei territori e insicurezza alimentare. Il produttivismo chimico
e ora genetico, degrada l'ambiente e non porta a soluzione i problemi
della fame. E' necessario indirizzare le politiche e i sostegni verso
la qualità dei prodotti, la possibilità per tutti di accedervi
e verso l'impiego del lavoro, anche guardando a una agricoltura con funzione
di presidio e valorizzazione del territorio. Servono perciò piani
di accesso e di uso appropriato dell'acqua, di diritto all'alimentazione,
di risanamento idrico e delle reti, di risparmio energetico, di uso delle
fonti alternative pulite, di ottimizzazione ambientale nella transizione
con l'uso del metano invece di combustibili maggiormente inquinanti e
a maggiore impatto serra, il mantenimento pubblico dell'ENEL, bloccando
nuovi siti privati.
TESI
45 - LA LOTTA PER IL LAVORO, I NUOVI BISOGNI, I DIRITTI
Le nostre proposte di fase: innalzamento dei minimi di pensione, protezione
integrale dei salari dall'inflazione, introduzione delle 35 ore settimanali
di lavoro, salario sociale ai disoccupati di lunga durata. Contro un mercato
che discrimina donne, giovani, migranti.
La scelta di costruire una proposta alternativa di politica economica
a partire dai bisogni reali di chi sta peggio, viene ulteriormente confermata
sia per l'aggravarsi di quelle condizioni, sia per la crescita dei nuovi
fermenti e movimenti nel quadro sociale, a partire dall'entrata sulla
scena di una nuova generazione di lavoratrici e lavoratori.
Per questo la questione del lavoro diventa ancora più cruciale
in tutti i suoi aspetti.
L'elevamento dei redditi da lavoro dipendente e da pensione, oltre che
naturalmente l'innalzamento dei minimi di queste ultime a un milione di
lire al mese, e la protezione integrale dall'inflazione contro la diminuzione
del loro valore reale - problemi che nel nostro paese, anche rispetto
al contesto europeo, assumono aspetti di particolare gravità -
; la redistribuzione del lavoro attraverso la riduzione d'orario, come
prima indispensabile misura per l'occupazione e per il miglioramento della
qualità della vita, a cominciare dalle 35 ore settimanali a parità
di retribuzione, con la modifica del rapporto tra tempi di vita e tempi
di lavoro, nonché la riforma dei tempi delle città, secondo
le proposte che ci vengono dalla cultura delle donne; la costruzione di
una griglia universale di diritti per riunificare il frammentato mondo
del lavoro, contro il moltiplicarsi delle figure atipiche e l'attacco
allo statuto dei diritti dei lavoratori; l'erogazione di un salario sociale
ai disoccupati di lunga durata, per metterli in condizione di sopravvivere
senza ricatti e di evitare il "lavoro qualunque"; un incremento
dell'occupazione femminile, che ridisegni complessivamente diritti e garanzie
a partire dalla differenza e dalle specificità di genere, contro
la ripresa di tematiche familiste e di esclusione, sono alcuni degli obiettivi
immediati e terreni di iniziative politiche e sociali. La loro affermazione
passa attraverso una intransigente opposizione all'organico disegno di
definitiva liberalizzazione e privatizzazione del mercato del lavoro contenuto
nel "Libro bianco" del governo e nei disegni di legge che ne
derivano.
In questa nuova situazione internazionale e di fronte alle iniziative
xenofobe e razziste condotte direttamente dal Governo e dalle destre anche
con iniziative legislative, assume un particolare valore la tutela dei
diritti dei cittadini immigrati, come quelli al lavoro, alla cittadinanza,
alla partecipazione ad ogni forma della vita democratica tra cui quello
di eleggere e essere eletti.
TESI 46 - UN NUOVO SPAZIO PUBBLICO
L'attacco al Welfare chiede risposte non solo difensive. E' necessario
costruire un controllo sociale sui servizi e coniugare l'univeralità
dei diritti con la risposta alle esigenze dell'individuo concreto. Varare
la Tobin Tax e una riforma progressiva del fisco. Rilanciare la scuola
pubblica, gratuita e repubblicana.
Il presente attacco al welfare state va fronteggiato non solo sul fronte,
peraltro assolutamente indispensabile, della resistenza e della difesa
dello spazio pubblico, ma affrontando la sfida dell'innovazione e cioè
coniugando i principi di gratuità e di universalità con
la qualità e la capacità di rispondere all'esigenza dell'individuo
concreto. E questo per potersi realizzare richiede un protagonismo dei
cittadini ed una democratizzazione delle strutture predisposte all'erogazione
e alla gestione dei servizi.
Nello stesso tempo sottolinea - anche di fronte ad un'ulteriore aumento
delle ingiustizie provocate dal governo di centro-destra preoccupato di
garantire sotto ogni aspetto l'immunità della proprietà
- l'urgenza di una riforma fiscale che riequilibri i rapporti tra redditi
da lavoro e da capitale e colpisca questi ultimi in ogni loro forma, anche
attraverso l'introduzione in ambito nazionale di tassazioni sulle transizioni
di capitali sul modello della Tobin Tax.
L'accellerazione dello smantellamento della scuola pubblica e la logica
privatistica, classista, clericale e aziendalistica che caratterizza le
proposte del governo Berlusconi ci chiamano ad un salto di qualità.
Contro questo progetto riproponiamo la necessità di una scuola
pubblica, gratuita e repubblicana, come perno di un sistema formativo
che accompagni i cittadini per l'intero arco della vita.
Contemporaneamente, e in stretta connessione con quest'ultimo obiettivo,
va perseguito quello di una informazione, di un'industria culturale e
dello spettacolo, multiculturali e libere dal monopolio privato quanto
dalla lottizzazione e dai conformismi partitici e burocratici del settore
pubblico. Per questo ci impegniamo a contrastare in tutte le sedi i meccanismi
legislativi, istituzionali e strutturali che muovono nella direzione contraria
e a sostenere invece tutte le forme di mobilitazione delle forze che lavorano
per mantenere spazi plurali e molteplici entro le realtà e le strutture
esistenti.
TESI 47 - LA DIFESA E L'INNOVAZIONE DELLA DEMOCRAZIA
La democrazia va difesa dagli attacchi e dalle aggressioni crescenti:
ci opponiamo, per esempio, ad ogni ulteriore manipolazione della carta
costituzionale. Ma occorrono anche pratiche innovative: come per esempio
quella del "bilancio partecipato" proposto da Porto Alegre.
La crisi della democrazia è ulteriormente acuita - per i motivi
già detti - della guerra e dal varo della cosiddetta riforma federalista,
appunto dall'alto e dal basso. La Costituzione repubblicana ha già
subito una pesante manomissione con la modifica del Titolo quinto, e si
impone a tutte le forze democratiche l'integrale difesa dei suoi principi
di fondo e delle altre sue parti. La crisi della democrazia, accentuata
anche dall'attuale legge elettorale che mette in crisi persino il ruolo
del Parlamento nazionale quale sede della rappresentanza politica, non
può essere affrontata solo - per quanto ciò sia necessario
- con la difesa delle istituzioni rappresentative o con la riproposizione
dei principi proporzionalisti. L'importante tema della sicurezza dei cittadini
che viene strumentalizzato in termini di ordine pubblico, diventa, in
questa fase, l'alibi per riproporre logiche emergenziali e restringere
gli spazi di libertà. La difesa dei diritti fondamentali e delle
garanzie individuali si conferma quindi essere elemento fondante una battaglia
strategica per la democrazia e connesso alla costruzione di una identità
comunista rinnovata. La stessa violenta aggressione all'indipendenza della
magistratura praticata dalle destre, nonché la prevaricazione dei
poteri del governo su quelli del Parlamento, ripongono al centro la necessità
della salvaguardia del principio della netta distinzione tra i poteri
legislativo, esecutivo e giudiziario dello stato. Tuttavia il puro ribadimento
di questi principi liberali non è sufficiente. E' per tanto necessario
coniugare da subito forme di democrazia diretta con quelle della democrazia
delegata - nel pieno rispetto dei diritti universali dei soggetti concreti,
sociali e sessuati - costruendo e sperimentando organismi che esaltino,
a partire dal livello locale, la diretta partecipazione dei cittadini;
questo valorizzando esperienze che ci vengono da altri paesi, come quelle
del "bilancio partecipato" nella municipalità di Porto
Alegre.
TESI
48 - PERCHE' UN PARTITO COMUNISTA E' NECESSARIO
Solo una forza comunista organizzata, è in grado di attraversare,
con un progetto unitario, i diversi terreni e le molteplici contraddizioni
che attivano oggi i soggetti della trasformazione. E solo un partito comunista
può cominciare a pensare la transizione
L'identità comunista viene oggi declinata in molte forme. Può
vivere nei movimenti, ispirare autonome imprese dell'informazione, animare
minoranze interne a formazioni politiche di natura socialdemocratica o
socialista, esprimersi in gruppi indipendenti di ricerca teorica o sociale.
E può perfino esser vissuta come scelta puramente morale, una sorta
di "foro interiore", o intellettuale. Tra queste opzioni, noi
abbiamo scelto per l'oggi e per il domani, quella del Partito, all'interno
di un progetto di rifondazione, sulla base di una rinnovata persuasione
politica generale.
Una forza politica comunista è oggi necessaria per una ragione
essenziale: perché è in grado di attraversare con un progetto
unitario di lotta tutte le contraddizioni e i terreni che rendono possibile
la costruzione e l'attivazione dei soggetti della trasformazione. Le diverse
sfere dell'iniziativa - il conflitto sociale, la protesta civile, l'interpretazione
dei processi economici e sociali, l'elaborazione culturale, la rappresentanza
istituzionale - tendono a restare tanto separate quanto incomunicanti:
il Partito è un luogo nel quale si possono produrre una ricomposizione,
una proposta generale, un progetto. Ma è anche uno strumento attivo
di democrazia: una sede di partecipazione alla vita politica a disposizione
di tutti coloro che non hanno scelto la politica come mestiere. In questo
senso, il Partito comunista moderno non può che essere di massa:
comunità autonoma di donne e di uomini che vogliono agire per trasformare
l'esistente. Per questo il Partito che abbiamo cercato di costruire, in
questi anni, colloca la propria soggettività nel contesto delle
contraddizioni sociali, di classe, culturali, civili, istituzionali. Cerca
di radicarsi nei luoghi di lavoro, tra i lavoratori dipendenti, nelle
fabbriche, nel mondo della scuola e della ricerca, tra gli inoccupati
e i senzalavoro, tra i migranti. Si articola sul territorio. Riconosce
l'antagonismo di classe e quello di genere. Promuove la democrazia interna.
Si dota di strumenti di formazione a autoformazione. Tutto questo con
la consapevolezza piena della funzione che può e deve svolgere,
ma anche del suo limite "naturale". Sa cioè di essere
necessario, ma non sufficiente: la costruzione dell'alternativa è
un processo articolato e plurale che si sostanzia di una molteplicità
di forme di organizzazione, aggregazione, associazione, attività
volontarie. Ciascuna di queste forme può svolgere, di volta in
volta, una rilevante funzione politica autonoma.
Insomma, a differenza del partito di tipo tradizionale, Rifondazione Comunista
sa che l'iniziativa politica e sociale non può essere svolta solo
dai suoi militanti e da quelli di organizzazioni collaterali, ed è
piuttosto svolta da una costellazione di individui e di associazioni con
cui il partito deve entrare in rapporto di scambio e comunicazione senza
prefiggersi lo scopo dell'assorbimento o dell'integrazione subalterna.
Un secondo elemento che caratterizza la necessità di un partito
comunista è quello di porre l'obiettivo della trasformazione, cioè
della costruzione di una società contraddistinta da un nuovo modo
di produzione e da istituti democratici qualitativamente superiori a quelli
storicamente sperimentati. Essa si prospetta oggi come una costruzione
profondamente diversa sia dall'idea insurrezionalista della presa del
potere, sia dall'ipotesi strategica riformista (una sequenza di riforme
di struttura e di conquiste legislative): in larga misura, va reinventata,
sperimentata, verificata nella pratica, in un processo che sarà
giocoforza complesso ed originale e che non si lascia certo scrivere a
tavolino. Noi, oggi, possiamo soltanto prefigurare una transizione che,
per un verso, si avvale di strumenti peculiari della storia del movimento
operaio (dall'attivazione del conflitto sociale e territoriale alla "pratica
dell'obiettivo"), per l'altro verso, si fonda su una dialettica permanente
tra rappresentanza istituzionale e forme di autogoverno, tra poteri centrali
e contropoteri diffusi, tra partiti e movimenti. Non ci sarà "la"
rottura, ci saranno molti e diversi momenti di rottura. Non ci sarà,
forse, "la" sintesi, ma momenti significativi di ricomposizione
e unificazione. In un processo di questa natura e portata, il Partito
ci pare uno strumento non unico ma certo indispensabile.
Crediamo, infine, che solo sulla base di una concezione del partito come
quella qui tratteggiata possa essere costruita un'idea (ed una pratica)
d'una società comunista effettivamente democratica. Ad un partito
inteso come unico soggetto, come unico detentore della "verità"
corrisponde necessariamente una società gestita (illusoriamente)
dal centro, verticistica, rigida e burocratizzata, incapace di dinamismo
e di adattamento ai mutamenti storici. Ad un partito inteso come agente,
necessario ma non unico, della trasformazione, può corrispondere,
invece, una società pluralista e democratica, capace di autocorrezione
e di durata.
TESI
49 - PER UN BILANCIO DEI DIECI ANNI DI RIFONDAZIONE COMUNISTA
Il Prc ha vinto la battaglia della sopravvivenza e della vitalità
politica. Ora serve un salto di qualità, un'innovazione forte che
metta al centro del nostro lavoro il tema della rifondazione.
Dal 1991 ad oggi, Rifondazione comunista ha vinto almeno due scommesse:
quella della sopravvivenza, del primum vivere e quella, altrettanto importante,
della vitalità. Passando attraverso crisi, interne ed esterne,
anche drammatiche, il Prc è riuscito cioè ad affermare la
propria funzione attiva nella società italiana, sfuggendo a quel
destino minoritario e testimoniale che tante volte gli era stato predetto.
Questo è stato possibile grazie all'impegno, alla dedizione, alla
costanza, alla generosità di migliaia e migliaia di compagni e
compagne che nel corso di questi dieci anni hanno concretamente costruito
il partito e posto le basi materiali per un processo di rifondazione comunista.
Qualsiasi bilancio autocritico del nostro lavoro non può che muovere
da questi dati reali, che sono tutto fuorché scontati. Grazie a
questa impostazione, nella nascita e nella crescita del movimento antiglobalizzazione,
così come nelle giornate di Genova, il ruolo del Prc è risultato
evidente, riconoscibile, riconosciuto.
Ora, è tempo di tentare un salto di qualità, nella nostra
iniziativa come nella nostra fisionomia politica e strategica. Rifondazione
comunista è nata, a Rimini, come uno scatto necessario d'identità:
un grande No alla liquidazione del Pci, di una storia, di ogni istanza
anticapitalista organizzata. Sin dall'inizio, con la rinnovata partecipazione
di molti compagni e compagne e la confluenza di Dp, ne è emersa
una natura plurale, che è diventata una nostra peculiarità.
Da qui, la vivacità e, talora, anche la ricchezza del suo dibattito,
ma anche la sua scarsa compattezza culturale e il suo debole senso di
appartenenza. L'identità del Prc è cresciuta e si è
via via verificata nel fuoco delle scelte politiche e sociali del momento:
una necessità ma anche un limite. Così, le due scissioni
subite hanno avuto come propria ragione scatenante non una divergenza
strategica dichiarata (e come tale riconosciuta e dibattuta), ma una sia
pure rilevantissima questione di tattica e collocazione parlamentare.
Nella rottura più grave, quella con i Comunisti Italiani, è
emerso quell'intreccio di ortodossia, continuismo e moderatismo che negava
in radice la necessità della rifondazione: per un verso, il comunismo
come richiamo all'ortodossia e orizzonte lontano, per l'altro verso, il
"qui e ora" del realismo politico e istituzionale, dove le alleanze
e gli schieramenti precedono e predeterminano ogni battaglia sui contenuti.
Proprio questa circostanza ha reso evidente un limite profondo nella capacità
di innovazione e rifondazione. Superare questi limiti, per costruire processualmente
una cultura politica comunista all'altezza delle sfide di oggi, significa
porre al centro delle nostre attenzioni il nodo della rifondazione.
TESI 50 - ESSERE COMUNISTI, OGGI
L'identità comunista si declina, per un verso, come critica radicale
del modo di produzione capitalistico, per l'altro verso come persuasione
del suo superamento, verso la costruzione di una società fondata
sulla volontà delle donne e degli uomini, e liberata dal profitto
come motore dello sviluppo.
In questi anni, una intensissima campagna ideologica ha cercato di demolire
il comunismo come valore e proposta attuale. Mentre la vulgata della "fine
della storia" tendeva a delegittimare ogni istanza (e speranza) di
mutamento dell'esistente, si "riscriveva" in questa luce l'intera
vicenda novecentesca. In parallelo, l'anticomunismo tornava ad essere
un segno distintivo delle classi dirigenti: sia nelle forme e nei linguaggi
"viscerali" di Berlusconi sia con modalità apparentemente
più contenute ("il comunismo è incompatibile con la
libertà"). La resistenza, anche culturale, a questa campagna
era e resta un atto della rifondazione comunista.
L'identità comunista nel tempo della globalizzazione si declina,
per un verso, come critica radicale del modo di produzione capitalistico,
e per l'altro verso, come convinzione politica che è possibile
la costruzione di una società nella quale lo sviluppo economico,
le relazioni sociali, la vita concreta delle persone sono determinate
dalla volontà organizzata delle donne e degli uomini, invece che
dal profitto, dallo sfruttamento, dall'alienazione della forma di merce.
Questa identità non nasce dalla pura ripulsa morale dell'esistente,
e nemmeno soltanto dal rifiuto soggettivo delle innumerevoli ingiustizie
che caratterizzano il mondo: si fonda sull'analisi di classe della società,
delle soggettività che la pervadono, degli antagonismi "irriducibili"
che la caratterizzano.
Centrale, proprio in quest'ottica, è il conflitto tra capitale
e lavoro: non ci potrà essere alcun superamento del capitalismo,
cioè della logica del mercato e dell'impresa, sè non ci
sarà l'abolizione del lavoro salariato e la liberazione del lavoro.
In questo senso, la nostra identità comunista resta imprescindibilmente
connessa alla contraddizione di classe. Ma non è vero, di per se,
che liberando se stessi gli operai liberano l'intera umanità. Il
nuovo mondo che vogliamo costruire è un mondo dal quale sono bandite
tutte le forme di discriminazione e di oppressione che il capitalismo
globale eredita, aggrava e riproduce: quelle che vengono praticate in
base al genere, all'origine geografica ed "etnica", alla generazione,
all'orientamento sessuale, così come lo sfruttamento illimitato
delle risorse e della natura. Dunque, senza un nuovo movimento operaio
che unifichi dialetticamente le diverse soggettività antagoniste
che il capitale determina oggi, non c'è liberazione umana.
Non c'è liberazione umana che possa prescindere dalla contraddizione
di genere. Il femminismo ha prodotto in Italia, a partire dalla fine degli
anni '60 una vera rivoluzione sociale, culturale e politica, costringendo
uomini e donne a misurarsi con la questione di genere. Rifondazione comunista
è chiamata a conoscere, ri-conoscere, approfondire e fare suo il
pensiero femminista come parte ineludibile della rifondazione. Nello stesso
senso, l'assunzione dell'ambientalismo è una scelta di fondo. Non
si tratta di cercare una qualche forma di compatibilità tra sviluppo
e ambiente. Non è neanche sufficiente un'altra idea di sviluppo.
Serve, invece, una vera e propria alternativa di economia e di società
che si sostanzia nella promozione di un ripristino e di un equilibrio
dei grandi cicli ambientali, nella demercificazione dei beni ambientali
comuni e collettivi (acqua, aria, energia e territorio), nella riterritorializzazione,
nella riqualificazione del lavoro nella produzione di ambiente.
TESI 51 - I COMUNISTI E L'OTTOBRE
La Rivoluzione d'Ottobre resta uno spartiacque del XX secolo, primo straordinario
esempio contemporaneo di "scalata al cielo". Dal successivo
fallimento del "socialismo reale" non derivano "pentitismi"
di sorta, ma la necessità della rifondazione comunista.
Il movimento comunista, nella sua ispirazione sostanziale, ha alle spalle
una storia lunga, anzi secolare, che per molti aspetti coincide con i
tanti tentativi di liberazione umana che l'hanno percorsa, con le molte
"scalate al cielo" che sono state sperimentate da milioni di
esseri umani. In questa molteplicità di riferimenti, la Rivoluzione
d'Ottobre mantiene un valore peculiare: essa è stata uno spartiacque
del XX secolo. Ha consacrato il valore della soggettività organizzata,
e del suo ruolo: primo straordinario esempio del "si, se puede".
Ha modificato in profondità gli equilibri del mondo, rompendo il
monopolio planetario del mercato capitalistico e influenzando l'intero
corso rivoluzionario del '900, fino alle liberazioni anticoloniali. Ha
costretto le classi dominanti dell'occidente capitalistico a compromessi
significativi con il movimento operaio. Ha contribuito in termini decisivi
alla sconfitta del nazifascismo.
Questi indiscutibili meriti politici e storici non hanno impedito il profondo
processo involutivo e degenerativo delle società postirivoluzionarie,
che è stato tra le cause principali della loro sconfitta. Al di
là del necessario bilancio storico, politico e ideale che è
ancora largamente da compiere, in un lavoro di ricerca collettiva, è
proprio dalla dialettica tra la validità dell'ottobre e il fallimento
dei tentativi di transizione che emerge la necessità strategica
della rifondazione di un pensiero, di una pratica e di una politica comunista.
Questo ci pone il tema della definizione di un'identità comunista
complessa anche dal punto di vista storico-metodologico: una via originale,
capace di continua innovazione, non di semplice aggiornamento, senza che
questo significhi desertificazione della memoria. Capace di imparare dai
suoi errori. Capace di critica (e anche rifiuto) radicale del passato,
non di formali autocritiche e non di pentitismi, senza che questo alluda
a fughe opportunistiche dal peso e dalla responsabilità della propria
storia
TESI 52 - DOPO L'89
Il ritorno a Marx, da disincrostare dai troppi marxismi. La lezione rivoluzionaria
di Antonio Gramsci. L'eredità del '900, secolo degli operai e delle
donne. Sono le coordinate essenziali di un'identità radicale e
rinnovata
Negli ultimi decenni del '900, ma soprattutto dopo l'89, il movimento
comunista ha subìto la sua crisi più drammatica: contro
di esso (e contro ogni istanza organizzata di tipo anticapitalistico),
si è sviluppata un'offensiva organica e imponente, tesa alla sua
totale delegittimazione. La risposta dei partiti comunisti è stata,
in molti casi, di due tipi: o un'innovazione che assumeva la necessità
della sconfitta e il punto di vista dell'avversario, spesso anche attraverso
mutamenti nominalistici, o un arroccamento neo-ortodosso e neo-dottrinario.
La sorte politica dei comunisti ha rischiato di essere stretta tra le
due alternative, egualmente perdenti, del revisionismo moderato e del
conservatorismo dogmatico, o paradogmatico.
In questo quadro, Rifondazione comunista, come del resto altri partiti
comunisti e movimenti rivoluzionari, si è sforzata di mettere in
campo un'ipotesi autonoma: coniugare innovazione e radicalità,
apertura culturale e ottica rivoluzionaria. In altre epoche, questo tentativo
si è chiamato uscita da sinistra dallo stalinismo e dalla forma
ossificata assunta dal marxismo-leninismo. Un cimento del quale dobbiamo
quantomeno definire le coordinate essenziali.
1. IL RITORNO A MARX. La lezione imprescindibile della ricerca marxiana,
soprattutto delle opere della maturità (conosciute solo nel nostro
secolo), è la sua capacità di lettura, dal punto di vista
del metodo e dei paradigmi teorici, delle contraddizioni del capitalismo
maturo. E' la categoria della rottura rivoluzionaria, intesa come superamento
dei meccanismi di sfruttamento e di alienazione che presiedono al modo
di produzione capitalistico. E' la centralità della persona reale
rispetto al cittadino astratto. Non si tratta, naturalmente, di dar vita
a una qualche forma di scolastica: si tratta, al contrario, di tornare
ad assumere Marx come riferimento essenziale, "disincrostandolo"
dai marxismi che sono stati edificati nel '900.
2. LA LEZIONE DI ANTONIO GRAMSCI. Nella determinazione storica del comunismo
italiano, della sua originalità e relativa autonomia, il contributo
gramsciano appare di straordinaria attualità. Non soltanto per
l'analisi concreta che ci fornisce della società italiana , ricchissima
di sollecitazioni non interamente esplorate, non soltanto per la "guida"
che ci prospetta sui temi del rapporto tra politica e cultura (e tra etica
e politica), ma per l'idea di rivoluzione che ne è alla base, che
nega in radice l'autonomia del Politico. La rivoluzione non come pura
conquista del potere politico, o delle leve di governo, ma come processo
di rivoluzionamento che coinvolge l'insieme delle relazioni sociali e
della loro qualità. La rivoluzione come lunga marcia, costruzione
di "casematte", trasformazione e autotrasformazione.
3. L'EREDITA' DEL '900. Rispetto al secolo che ci è alle spalle,
i nuovi comunisti assumono una continuità, e una eredità,
peculiari: quella lotta rivoluzionaria per la modernità, per l'emancipazione
e liberazione umana, che oggi è soggetta ad un blocco ed, anzi,
ad una vera e propria involuzione. Al centro di questa lotta, vi sono
stati il movimento operaio e le sue organizzazioni, la lotta per il riscatto
delle classi subalterne, con i suoi tentativi di "scalata al cielo"
e la sua straordinaria sequenza di battaglie sociali, politiche e rivendicative.
Ma essenziale è stata la lotta contro il patriarcato: la rivoluzione
femminile ha prospettato non semplicemente una nuova soggettività
o nuovi diritti, ma la trasformazione delle relazioni tra i generi, che
mette in causa la famiglia come costruzione storico-sociale destinata
a riprodurre la divisione sessuale dei ruoli. Così come è
stata ed è costitutiva di un'identità moderna l'assunzione
della nozione di limite: la critica, cioè, di una concezione (e
di una pratica) che identificano lo sviluppo con la crescita quantitativa
e il progresso con lo sfruttamento incontrollato delle risorse naturali.
Definire con rigore l'intreccio dialettico, non sommatorio, tra questi
protagonisti della modernità - il lavoro, il genere, l'ambiente
- significa, appunto, definire in positivo l'eredità con il '900.
TESI 53 - COMUNISMO CONTRO STALINISMO
Il progetto della rifondazione comunista implica una rottura radicale
con lo stalinismo. Non soltanto come esperienza storica, ma come paradigma
della rivoluzione, concezione della politica, funzione del partito.
Il progetto della rifondazione comunista, di un'identità comunista
adeguata al XXI secolo, implica una rottura radicale con lo stalinismo.
Non proponiamo qui un'operazione di bilancio storico, ben altrimenti impegnativa,
ma di verità politica e di identità teorica: la separazione
dallo stalinismo è anche e soprattutto la messa in causa di un
paradigma della transizione, di una concezione della politica, di una
funzione del partito. Nel comunismo italiano, la rottura è avvenuta,
prevalentemente, in nome dei diritti della persona e della necessità
della democrazia rappresentativa: nel nuovo movimento comunista queste
ragioni devono essere sviluppate fino in fondo, in nome della società
nuova da costruire, della liberazione del lavoro, del rifiuto della separatezza
tra cittadino e Stato, della rivoluzione come indivisibile fenomeno mondiale.
In questo senso si può essere portatori e portatrici credibili
di un'ipotesi rivoluzionaria e comunista solo in quanto essa si definisce
in radicale discontinuità rispetto all'esperienza del "socialismo
realizzato".
In questa eredità negativa, individuiamo, prima di tutto, l'idea
di un "campo socialista" - campo statuale - al quale sacrificare,
o subordinare, gli interessi strategici del movimento operaio mondiale:
una distorsione di prospettiva improponibile, anche e soprattutto per
il futuro. In secondo luogo, l'ossificazione dogmatica della teoria (che
ha travolto le esperienze più avanzate del marxismo critico novecentesco
e ridotto il cosiddetto "marxismo-leninismo" a un'ortodossia
ecclesiale): un sostituto autoritario e inefficace dell'analisi dei processi
reali, della metodologia dell'inchiesta, della verifica. Infine, e sopratutto,
la riduzione del socialismo alla pura dimensione della conquista del potere
politico e istituzionale, esterna ai luoghi del lavoro e della produzione
(e più in generale ai rapporti sociali), coerente con un'ipotesi
di gigantismo industrialista forzosamente guidato dall'alto: ma, così
come la conquista del potere può generare dal suo stesso seno nuove
e pesanti oppressioni, il produttivismo economicista non libera il lavoro
e non crea una nuova qualità della vita In questo senso, lo stalinismo
è anche stato un modello di sviluppo subalterno all'idea di crescita
quantitativa. E' da questo deficit - non dal surplus - di socialismo che
sono derivate la concezione (e la pratica) totalizzante e dispotica del
Partito, l'arbitrio incontrollabile del leader, la cancellazione di ogni
istanza democratica di base nell'organizzazione e nella società,
la fine della libertà sindacale, la riduzione degli individui e
delle persone ad appendici insignificanti della politica.
TESI
54 - IL COMUNISMO, OGGI
Dalla riflessione problematica sulla nostra storia alle istanze del popolo
antiglobalizzazione: il comunismo come percorso della liberazione. Meta
"ragionevole" della storia
Come è definibile, oggi, la prospettiva del comunismo, alla luce
dell'eredità e dei fallimenti del '900? Se sono corrette le analisi
fin qui svolte, diviene sempre più evidente l'infondatezza di ogni
teoria delle "due tappe" o dei due stadi - il socialismo prima,
incentrato sulla nazionalizzazione o pubblicizzazione delle principali
forze produttive, il comunismo, da riservare ad un lontano futuro. Ciò
non significa, s'intende, che una prospettiva rivoluzionaria e comunista
sia dietro l'angolo, o che essa possa fare a meno della gradualità
necessaria. Significa che essa non può separarsi, dal punto di
vista politico e strategico, dalle lotte concrete del presente: che si
pone, insomma, rispetto ad esse in termini di immanenza, piuttosto che
di trascendenza o di lontano orizzonte. Non è certo casuale lo
slogan assunto dal "popolo di Seattle": l'istanza di un altro
mondo possibile deriva in realtà dalla natura radicale del movimento
contro la globalizzazione neoliberista. Esso, a partire dal disagio soggettivo,
o da battaglie determinate contro le multinazionali o lo strapotere dei
marchi, va giocoforza, perfino al di là dei propri livelli di consapevolezza,
alla radice di processi reali che, a loro volta, vedono rapidamente consumarsi
gli spazi intermedi della tattica, delle mediazioni, degli obiettivi di
"riforma". Da questo punto di vista, il comunismo può
essere riproposto, anche e soprattutto alle nuove generazioni, come percorso
di liberazione per il quale vale la pena impegnarsi.
Dal punto di vista generale, quel che resta di intatto valore attuale,
è l'idea della costruzione di una società "nella quale
il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo
di tutti": non, dunque, semplicemente una società "più
giusta" o "più equa", cioè più attenta
ad una redistribuzione più egualitaria delle risorse e dei diritti
reali, ma una società liberata dal vincolo dell'autovalorizzazione
del capitale come motore essenziale della sua crescita e della sua dinamica.
Dove, dunque, la soggettività organizzata delle donne e degli uomini,
non la logica del mercato e dell'impresa capitalistica, possa razionalmente
decidere il proprio destino. Dove la dialettica tra istituzioni collettive
e autogoverno di massa, tra poteri centrali e contropoteri diffusi, si
fa permanente. Dove la libertà della persona - la sua irriducibile
singolarità - si realizza attraverso la crescita progressiva dell'individuo
sociale preconizzato da Marx: non un atomo solitario, in competizione
permanente con i suoi simili, non l'appendice subalterna di una mega o
microstruttura (Stato, Fabbrica, Partito o Famiglia che sia), ma individuo
ricco di bisogni e di saperi che cresce in quanto coopera, confligge e
comunica con l'Altro da sé.
TESI 55 - LA DEMOCRAZIA COME STRATEGIA
La democrazia non è uno strumento, ma è un valore in sé:
una strategia di società organicamente plurale. Un'idea di potere,
e di non separazione tra mezzi e fini.
All'interrogativo classico sulla democrazia - se essa sia uno strumento
o un fine - oggi siamo in grado di rispondere positivamente: la democrazia
come fine è un dato fondante della nostra identità attuale
e, insieme, una strategia. Se è vero che essa non si esaurisce
affatto nelle sue espressioni e modalità liberali - o in quello
schema di rappresentanza per altro oggi sostanzialmente ripudiato dalle
classi dominanti - è vero anche che il superamento di questi limiti
deve essere proposto oltre, al di là non al di qua dell'orizzonte
borghese. I momenti più bui della nostra storia ci offrono, in
questo senso, indicazioni molto chiare, anche per ciò che concerne
il funzionamento delle organizzazioni politiche, e di un Partito comunista:
quando e se si oscura la vita democratica interna, è la proposta
politica in quanto tale che perde forza e credibilità.
Si ripropone anche qui il tema del rapporto tra mezzi e fini: contrariamente
al luogo comune di origine machiavelliana, che ha profondamente influenzato
tutta la politica e tutta la sinistra italiana, oggi non possiamo che
rifiutare l'idea di una separazione organica tra la "meta finale
dei nostri sforzi" e gli strumenti attraverso i quali raggiungerla.
Non si tratta di un imperativo morale, ma di una scelta di coerenza politica
e di laicità: bruciare nel presente le proprie identità
e certezze strategiche, fino al punto da rovesciarle nel nome di un obiettivo
finale metastorico, sottintende in realtà un'alienazione di tipo
religioso. E implica, nei fatti, il passaggio ad una pratica politica
iperrealistica e moderata come spesso è avvenuto.
Dal punto di vista del contenuto, la democrazia si pone oggi come scelta
e pratica del pluralismo politico, culturale, associativo. Plurale è
la nostra concezione della sinistra: e rifiutiamo radicalmente lo schema
storico del partito unico, che tanti guasti ha prodotto nelle società
postrivoluzionarie. Plurale è la nostra concezione dell'alternativa
e del suo farsi: anche e sopratutto nel senso qualitativo del termine,
cioè della sua capacità di costruire dialoghi, relazioni,
luoghi di incontro efficaci tra culture diverse - tesi non solo alla costruzione
dei conflitti e alla rappresentanza dei soggetti, ma alla definizione
di nuovi legami sociali . Plurale è l'orizzonte politico che accompagna
il percorso della transizione: dove si tratta di mettere davvero in discussione,
insieme ai rapporti di sfruttamento, le gerarchie tra dominanti e dominati,
tra ideatori ed esecutori, tra capi e subalterni. In breve: siamo al nodo
del potere, da reimpostare radicalmente rispetto ai suoi tradizionali
statuti. In una prospettiva di transizione, la conquista del potere politico
centrale resta, certo, un passaggio ineludibile,: non, tuttavia, come
un punto di partenza dal quale avviare il mutamento dei rapporti economici
e sociali, ma come la tappa pur rilevante di un percorso di trasformazione
politica e sociale più ricco e articolato. Come una rottura che
definisce, contestualmente un terreno di lotta più favorevole,
gli strumenti del proprio controllo sociale, la possibilità della
propria estinzione. In questo senso, il comunismo è anche un'idea
radicale di democrazia.
TESI
56 - L'AUTORIFORMA DEL PARTITO
Il Prc affronta i nuovi impegnativi compiti di fase con una struttura
inadeguata e in seria difficoltà. Ineludibile è il nodo
dell'autoriforma, non solo per fermare la tendenza alla contrazione degli
iscritti ma per costruire una organizzazione comunista all'altezza dei
compiti di questa fase.
All'interno di questo processo politico e culturale di rifondazione dell'ipotesi
comunista si pone con estrema necessità il nodo dell'autoriforma
del partito. Questo problema è reso ancor più urgente dal
cambio di fase politica rappresentato dal riemergere del conflitto sociale
e dai nuovi compiti che ne nascono.
Punto fermo della nostra prospettiva è la costruzione di un partito
comunista di massa con l'ambizione della rifondazione di un pensiero e
di una pratica comunista. Un partito che prefiguri nella sua vita reale
e quotidiana quella società di "liberi ed uguali" a cui
alludiamo quando parliamo di comunismo. Un partito che sappia costruire
una critica teorica e pratica dell'esistente, una politica non separata
dai contenuti, una partecipazione non delegata, un rapporto reale con
la società capace di suscitare movimenti e lotte per la trasformazione,
di costruire forti relazioni con e tra i soggetti oggi aggrediti dalla
modernizzazione e globalizzazione capitalistica, di lavorare alla costruzione
di una ampia ed articolata sinistra di alternativa.
Rispetto a questo nostro progetto, del punto di vista della filosofia
e della pratica organizzativa, il nostro partito soffre, da sempre, di
seri limiti strutturali, che sono stati per altro ampiamente analizzati
nel corso della conferenza di Chianciano. Ma, soprattutto, subisce una
contraddizione apparsa fin qui insormontabile dovuta oltre che a difficoltà
oggettive anche alle nostre incapacità a dar vita in questi anni
ad un partito con reali caratteristiche di massa: quella tra un'architettura
mutuata dalla tradizione del Pci e funzionale ad un partito in grado,
fra l'altro, di disporre di un alto numero di funzionari a tempo pieno,
e la realtà del corpo politico di Rifondazione comunista, fatto
in misura preponderante di lavoro volontario, militanza mobile, collaborazione
occasionale. Non siamo riusciti in nessun momento, anche per il ritmo
convulso assunto da una politica sempre più "veloce"
(e sempre più incentrata sulle continue scadenze elettorali), a
sperimentare dentro questo modello correzioni significative o forme davvero
innovative, anche per quanto riguarda il superamento del carattere monosessuato
e "biancocentrico" del partito.
Ora, però, non è possibile rinviare ulteriormente, quantomeno,
l'avvio di una discussione seria. In larga parte del territorio nazionale,
il partito appare in seria difficoltà: spesso appesantito nella
sua capacità di proiezione esterna, di radicamento sociale, di
allargamento dei consensi; spesso scosso da divisioni, lacerazioni, personalismi;
spesso, ancora, segmentato in comparti tra loro non comunicanti. Non è
esente da queste contraddizioni neppure la vita del partito ai suoi livelli
nazionali e centrali. Va posto in questo ambito anche il nodo di come
rendere effettiva la partecipazione del corpo del partito alla formazione
delle decisioni politiche. Ad un partito più vivo e partecipato,
in grado soprattutto di estendere i propri legami sociali, non può
corrispondere un funzionamento che nei fatti riproponga forme di direzione
di tipo verticistico. Il solo nudo dato di un turn-over di iscritti oramai
endemico, che riguarda decine di migliaia di compagne e compagni "perduti"
per strada, merita di essere oggetto di una riflessione organica e non
aggiuntiva. Come pure la singolare contraddizione tra l'aumento della
corrente di simpatia verso il partito - in particolare delle giovani generazioni
- e la riduzione degli iscritti avvenuta negli ultimi anni.
Abbiamo quindi la necessità, soprattutto in questa fase in cui
i segnali di disgelo sociale sono cresciuti in modo esponenziale fino
a determinare la nascita del movimento, di ridefinire le nostre capacità
organizzative e di direzione politica unitaria a tutti i livelli (dalla
costruzione del lavoro sociale al tesseramento alla diffusione di Liberazione)
all'interno di un indispensabile processo di autoriforma del partito che
ne aumenti le capacità attrattive e aggregative, a partire dai
circoli che rappresentano lo snodo fondamentale da cui costruire la nostra
iniziativa politica.
TESI
57 - PER COSTRUIRE RELAZIONI SOCIALI
Centro di questo salto di qualità è il passaggio da una
forza politica identitaria, quale è ancora troppo spesso il Prc,
a un partito che costruisce conflitto e relazioni sociali.
In primo luogo vi è la necessità di spostare il baricentro
del partito dagli aspetti identitari e propagandistici alla capacità
di costruire azione politica, relazioni con altri soggetti dell'alternativa,
organizzazione di lotte, legami sociali, cultura critica.
Il passaggio da un partito che ha al centro la difesa della sua identità
ad un partito che mette al centro la capacità di costruire relazioni
e organizzazione sociale è anche il passaggio dalla fase della
resistenza ad una fase in cui il fermento sociale deve essere capito,
valorizzato, supportato anche nell'organizzazione. Nella fase della sconfitta
sovente eravamo soli - o quasi - a difendere la necessità dell'alternativa;
oggi vi sono con ogni evidenza altri soggetti che - in diverse forme -
si muovono sullo stesso terreno. L'acquisizione del fatto che siamo indispensabili
ma non sufficienti ci chiede quindi una capacità di apertura verso
l'esterno adottando il metodo dell'inchiesta come dato permanente dell'azione
del nostro partito. Ribadire la nostra identità comunista non deve
rappresentare il fine della nostra esistenza come partito ma il presupposto
che ci permette di agire politicamente alla costruzione di una sinistra
di alternativa sul piano sociale, culturale, politico. Questa modifica
di impostazione deve riguardare il modo di funzionamento del partito a
tutti i livelli, del circolo, della federazione, della direzione nazionale,
contribuire a definire le priorità sul terreno organizzativo e
i criteri nella selezione dei gruppi dirigenti.
In questa prospettiva il militante di rifondazione comunista ha, insieme
alla funzione di diffondere la linea del partito - e proprio per poterlo
fare al meglio -, quella di tradurre e connettere tra loro linguaggi e
culture inevitabilmente eterogenei: deve reinventare una capacità
di connessione orizzontale tra le diverse esperienze di massa e, su questa
base, una capacità di far convergere queste esperienze nella contestazione
dei luoghi centrali e decentrati del potere.
TESI
58 - PER VALORIZZARE IL "SAPER FARE"
Costruire un partito aperto, comunitario, fattivo: che valorizza il "saper
fare", non solo il "saper dire"
Un secondo elemento riguarda la costruzione di un partito come organizzazione
collettiva, che superi una certa tendenza alla discussione politica generica
ma individui con chiarezza le responsabilità e valorizzi davvero
il "saper fare" dei propri aderenti, le diverse competenze,
le capacità di ciascuno di diventare punto di riferimento politico
nel proprio luogo di lavoro, o nel proprio ambito territoriale. In misura
parziale, la ormai quasi decennale esperienza delle feste di "Liberazione"
è la dimostrazione concreta che questa modalità non solo
è possibile, ma esiste e si dispiega in contesti considerati a
torto "minori": il fatto è che in questo tipo di appuntamenti,
il nostro Partito si presenta nel suo volto aperto, comunitario, fattivo.
Luogo d'incontro con gli altri, spazio extramercantile, sede di lavoro
militante e collettivo non centrato solo sugli organigrammi. La valorizzazione
del saper fare, delle intellettualità diffuse nei diversi campi
del sapere, delle conoscenze e delle capacità concrete dei compagni
e delle compagne è un punto decisivo per una riforma della militanza
politica. Ad oggi come partito intercettiamo solo una minima parte delle
forze disponibili ad un impegno e addirittura non riusciamo ad utilizzare
nemmeno le competenze dei compagni e delle compagne iscritte. Troppo spesso
pochi fanno tutto e molti non fanno nulla. A tal fine il lavoro di inchiesta
deve anche essere un lavoro rivolto all'interno del partito, per capire
le potenzialità ed ampliare le forme in cui è possibile
esprimere una militanza comunista che rispetti le attitudini e i tempi
dei militanti, che modifichi l'organizzazione del lavoro politico per
poterlo ridistribuire e potenziare.
Occorre inoltre cogliere l'enorme potenzialità che da Seattle al
movimento zapatista al controvertice di Genova hanno dimostrato i nuovi
strumenti dell'informatica e della comunicazione ai fini della diffusione
del movimento, della circolazione delle idee, della controinformazione
e del passaggio dalla conoscenza all'azione. Si tratta di valorizzare
l'uso di questi strumenti costruendo anche all'interno del partito una
diffusione circolare delle informazioni, l'interazione tra le diverse
istanze del partito, tra i circoli e i militanti, favorendo così
il coinvolgimento di ogni iscritto e la messa a frutto delle conoscenze
e capacità di ognuno.
TESI
59 - PER MODIFICARE L'ORGANIZZAZIONE DEL LAVORO POLITICO
Cominciare a discutere, al centro come nelle federazioni, modalità
che siano capaci di superare la "verticalità" gerarchico-burocratica,
gli eccessi di individualismo, le separazione incomunicanti di ruoli.
Senza ricette precostituite, ma con la voglia di sperimentare.
La valorizzazione del saper fare ci chiama ad una modifica dell'organizzazione
del lavoro del partito a tutti i livelli. Da un certo punto di vista,
il nostro partito soffre di un limite idealistico: tende a viversi come
puro produttore di idee e proposte politiche, e non affronta quasi mai,
i problemi legati alla propria realtà e costituzione materiale.
Viceversa, la sua metodologia resta affidata a un modello gerarchico-burocratico
puramente "verticale", sostanzialmente privo di verifiche e,
quindi, anche di capacità tanto di sperimentazione quanto di correzione.
La costruzione di una organizzazione del lavoro in cui il prodotto del
partito non sia solo la discussione interna ma anche - soprattutto - la
capacità di proiezione esterna ci chiede di lavorare per obiettivi,
di saper costruire un coinvolgimento più largo dei dirigenti e
degli iscritti, di saper mettere in discussione la divisione del lavoro
tra dirigenti e diretti anche all'interno del partito. Occorre superare
una situazione in cui vi è una sostanziale inesistenza nella discussione
del partito di ogni riflessione su se stesso come struttura di lavoro,
nonché di momenti organizzati di verifica e bilancio del lavoro
svolto.
La messa in discussione delle forme gerarchiche di organizzazione del
lavoro, la tendenziale separazione tra incarichi di direzione politica
e incarichi di rappresentanza istituzionale e l'introduzione del criterio
della verifica come fatto normale e fisiologico nella costruzione dei
gruppi dirigenti, possono costituire anche gli elementi per superare positivamente
un eccesso di personalismo e di attenzione alla propria "carriera
individuale" che costituisce un fattore di inquinamento della vita
interna del partito. Questo dato, che è indubbiamente un segnale
del più generale processo di crisi della politica, in cui il riconoscimento
pubblico del proprio ruolo, l'assunzione di incarichi "importanti",
la sottolineatura delle gerarchie sono elementi costitutivi; queste dinamiche
non sono estranee alla vita del partito e debbono essere affrontate e
discusse. Occorre superare le strutture gerarchiche troppo rigide e dare
più spazio all'informalità non codificata delle relazioni
tra le persone. Si apre qui un terreno di sperimentazione come scelta
non solo utile ma obbligata. Non ci sono formule da proporre ma esperienze
da praticare, da discutere criticamente per arrivare - dentro questo percorso
- a costruire una diversa organizzazione del lavoro. Per favorire questo
processo è necessario che la questione della formazione politica
dei compagni e delle compagne assuma un ruolo ben maggiore di quello che
ha avuto sin'ora nella vita del partito.
TESI
60 - PER RADICARE IL PARTITO NELLA SOCIETA'
Al centro del nostro impegno, c'è il radicamento del Prc nei luoghi
di lavoro e di studio, nei territori, nelle situazioni di conflitto maturo.
Nell'ambito
di un allargamento della presenza organizzata del partito, si deve porre
la priorità politica del radicamento del partito sui luoghi di
lavoro, di studio. Proprio la necessità di superare gli elementi
testimoniali ci chiede di rafforzare fortemente, superando remore ingiustificate,
la presenza del partito li dove è necessario fare inchiesta, costruire
relazioni sociali e conflitto. Un partito che non si percepisca solo come
rappresentante delle classi subalterne nelle istituzioni ma come strumento
impegnato nella costruzione di una soggettività conflittuale delle
medesime non può che porre il problema del proprio radicamento
sociale al centro delle proprie attenzioni e a tal fine impegnare energie
e risorse, selezionare quadri.
Un partito che manifesta il suo impegno a dialogare, senza nessuna presunzione
di primato, convinto del proprio progetto ma che misura le proprie proposte
con verifiche sociali concrete, consapevole che la propria crescita è
connessa allo sviluppo del protagonismo e dell'autorganizzazione delle
lavoratrici e dei lavoratori, dei soggetti sociali e dei movimenti.
Un partito capace quindi di operare al fine di ricostruire i luoghi del
conflitto sociale, attivare le diverse sensibilità e i diversi
soggetti sociali della lotta anticapitalista, contribuire con i protagonisti
delle battaglie sociali e politiche a individuare i propri alleati e gli
avversari contro cui combattere. Un partito impegnato a tessere la rete
degli strumenti di lotta unitari e la convergenza dei diversi movimenti
in una comune prospettiva di alternativa, nel quadro delineato della ricostruzione
dei soggetti della trasformazione, di un nuovo movimento operaio.
Anche per questo occorre superare una certa separatezza nella costruzione
dei percorsi di militanza e dei gruppi dirigenti in cui alcuni si occupano
stabilmente del funzionamento del partito e altri del lavoro politico
all'esterno. Rompere questa divisioni di ruoli - a tutti i livelli - è
la condizione per costruire un partito effettivamente radicato nel sociale.
TESI 61 - PER COSTRUIRE UN CONFRONTO POLITICO TRASPARENTE
Il centralismo democratico non è una modalità auspicabile.
Come non lo è un regime correntizio. La scelta "giusta",
per il Prc, è, da un lato, il potenziamento del suo ricco pluralismo
interno, dall'altro, la piena democratizzazione della sua vita interna.
E'
poi necessario riflettere sulle forme di organizzazione del dibattito
interno. Rifondazione comunista non ha mai praticato il centralismo democratico:
una modalità di vita interna che non solo non è "realistica",
nell'era della comunicazione globale, ma che certamente confligge con
le istanze diffuse di democrazia e l'esistenza di sensibilità,
culture politiche, tendenze politico-culturali radicate da sempre nel
Prc.
Fermo restando che, in un libero dibattito interno quale vogliamo sviluppare,
siano le compagne e i compagni stessi a poter scegliere, di volta in volta
in funzione delle caratteristiche della discussione in atto e della dialettica
che si produce nella riflessione del partito, la forma concreta con cui
manifestare convergenze e divergenze, tuttavia riteniamo che l'alternativa
al centralismo democratico non sia un regime correntizio, che tende a
cristallizzare il confronto interno, inibisce la volontà dei singoli,
precostituisce sistemi di pensiero "organico" anche la dove
non è necessario.
La scelta che noi riteniamo preferibile si basa su due cardini: da un
lato, il forte e convinto potenziamento del pluralismo interno, come ricerca
storica e teorica, lavoro di elaborazione, confronto libero sui temi cruciali
che costituiscono a tutt'oggi in larga misura il terreno della rifondazione;
dall'altro, l'avvio di una campagna di democratizzazione interna. Nel
ridefinire gli ambiti della sovranità - i ruoli dei circoli e delle
federazioni, la funzione delle strutture nazionali, il rapporto tra nazionale
e locale - essa deve contestualmente ridelineare le priorità politico-organizzative:
valorizzando anche e soprattutto nel partito la costruzione diretta dell'iniziativa
politica e sociale, l'espressione diretta dei soggetti sociali, la promozione
di movimento e di vertenze sul territorio. Fatto salvo ovviamente il rispetto
delle opzioni politiche espresse nelle diverse sedi congressuali e in
quelle in cui si definiscono gli orientamenti politici, nessun quadro
del Prc dovrebbe essere costretto, nei fatti, a scelte preventive di schieramento
interno, per essere riconosciuto come tale, così come nessun militante
dovrebbe, all'opposto, rivendicare un'appartenenza, o una sub-appartenenza,
come ragione sufficiente per un ingresso negli organismi dirigenti: ecco
un criterio relativamente semplice, seppur costantemente disatteso, che
potrebbe produrre un salto di qualità nella vita del partito.
TESI 62 - PER FAVORIRE L'AUTORGANIZZAZIONE DEI SOGGETTI SOCIALI
Un partito "costruttore di società" prevede - e valorizza
- la possibilità dei soggetti sociali di organizzarsi direttamente
nel partito, per esprimere la propria soggettività
Occorre approfondire la funzione del partito come "costruttore di
società". La costruzione - da soli o in relazione ad altri
soggetti - di nuove case del popolo, di luoghi di incontro e di confronto
delle diverse soggettività sociali, deve diventare un terreno concreto
di iniziativa politica.
Questo progetto è realizzabile unicamente se i Circoli, oltre ad
essere l'elemento fondamentale della costruzione del partito, della sua
linea e della sua iniziativa, sapranno diventare un luogo di aggregazione
delle soggettività sociali culturali e politiche che sul territorio
si muovono sul terreno dell'alternativa.
In questo quadro deve essere potenziata e valorizzata la possibilità
per i soggetti sociali - giovani, donne, lavoratori - di organizzarsi
direttamente nel partito per esprimere la propria soggettività.
A partire dalla positiva esperienza dei giovani comunisti, che deve essere
allargata e rafforzata, va favorita la costruzione sul territorio dei
Forum delle donne, delle Consulte dei lavoratori e dei Forum dei migranti,
allargando la funzione del partito rivolta alla costruzione di spazi utili
all'autorganizzazione diretta dei soggetti sociali.
TESI
63 - PER RADICARE L'INTERVENTO TRA LE GIOVANI GENERAZIONI
La precarietà come chiave di lettura della condizione giovanile.
Il ruolo dei giovani comunisti nella costruzione del movimento.
Per condurre a fondo il processo di autoriforma del partito, una forza
centrale è l'attivazione delle giovani generazioni e l'assunzione
di una priorità di intervento in direzione loro, sia sotto il profilo
della prassi politica che attraverso la costruzione dell'organizzazione
giovanile del Prc. Il paradigma della precarietà, che abbiamo definito
generale nella rivoluzione neocapitalista, si applica in primo luogo proprio
alla "condizione giovanile" e determina il suo ruolo materiale
nel quadro dei rapporti sociali di classe.
La disoccupazione e l'inoccupazione, la svalorizzazione e l'espropriazione
dei diritti e delle garanzie del lavoro, fino ad una nuova e superiore
alienazione, il comando del profitto sui saperi sempre più centrali
nella produzione di valore, il controllo pervasivo della vita quotidiana
anche attraverso la privazione di spazi di socialità ricca, l'appropriazione
capitalistica delle stesse forme di vita nel loro insieme, sono tratti
caratteristici di quest'epoca del dominio del mercato: in essa, si affaccia
una generazione che dal futuro, senza mutamenti, può attendersi
solo una condizione peggiore, per la prima volta dopo la seconda guerra
mondiale, di quella che l'aveva preceduta.
In questo senso vanno letti i movimenti degli ultimi anni e mesi, che
proprio nel protagonismo di giovani e giovanissimi vedono un inizio di
replica conflittuale e alternativa a tale stato di cose. Il movimento
presente materializza per le nuove generazioni la sola occasione per una
riconquista di massa della dimensione politica, e per la sua liberazione
dall'abbraccio mortale della gestione di un potere sempre più distante
e nemico: "un altro mondo è possibile" è parola
d'ordine che evoca in primo luogo, per queste generazioni, il tema centrale
della riappropriazione del proprio futuro e d'una cittadinanza ricostruita
nella partecipazione al conflitto e alla trasformazione.
I Giovani Comunisti sono stati, fin dall'inizio, uno dei soggetti politici
più attivi nella costruzione, nel nostro paese, del "movimento
dei movimenti", presentando così i tratti di una feconda anomalia
rispetto alla storia e al panorama, fino a qualche tempo fa, delle organizzazioni
giovanili comuniste e di sinistra, troppo spesso incapaci di aprirsi davvero
alla ricerca di nuove prassi rivoluzionarie e di riconoscere la dimensione
soggettiva del movimento reale e porsi al servizio della sua crescita.
I Giovani Comunisti non hanno cercato e trovato nelle recenti mobilitazioni
solo un maggior riconoscimento: bensì e soprattutto hanno cercato
e trovato una nuova fase di vita, in cui farsi attraversare dalla sperimentazione
che coinvolge il corpo sociale del movimento e in cui aprirne un'altra,
sul terreno dell'organizzazione non più disgiunto da quello della
comune costruzione del movimento stesso. In questa direzione è
andata anche la scelta di tentare un esperimento prioritario, quello definito
nel "Laboratorio della disobbedienza sociale": tutt'altro dalla
riproposizione di una "stretta" organizzativista su una parte
del movimento e tanto più dall'annullamento del valore dell'organizzazione
in un afflato spontaneista e immediatista, ma invece una sfida importante
di comunicazione e confronto tra culture nella stessa intenzione di promuovere
il conflitto, al contempo costruendo consenso attivo e partecipativo.
I Giovani Comunisti contribuiranno ulteriormente a questa discussione
definendo il proprio autonomo profilo nella loro Conferenza Nazionale.
Hanno sottoscritto il documento:
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