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La virtù repubblicana di Togliatti

La ricerca storiografica su Palmiro Togliatti ne ha da tempo sottolienato meriti e limiti. Ma in queste settimane la "leggenda nera" sulla sua figura ha tracimato sulle prime pagine, aumentando l'audience ma non la qualità

GIANPASQUALE SANTOMASSIMO

La distanza dovrebbe favorire un bilancio distaccato dalle passioni del tempo, il che solo in parte avviene, e per molte ragioni. Il giudizio storico sul comunismo, nel suo impasto variabile di grandezza, tragedia e meschinità, è uno dei temi - e soprattutto in Italia - che non si sono mai "raffreddati", e sembrano ancora influire nel dibattito politico e nel discorso pubblico attorno alla storia. Si aggiunga che il giudizio su Palmiro Togliatti è assai più complesso che per altri personaggi del Novecento, e della storia del comunismo in particolare. Perché Togliatti fu uomo di molte stagioni (e di molte latitudini), e seppe vivere da protagonista una storia, grande e terribile, che nei suoi tornanti travolse molti altri.

Dopo aver mostrato attitudine a saper volgere le traversie in opportunità, e a saper cogliere elementi positivi di sviluppo anche dalle politiche non condivise, il personaggio trovò infine la sua piena valorizzazione nella stagione dei Fronti popolari, a cui partecipò, come oggi sappiamo più chiaramente che in passato, non solo come dirigente dell'Internazionale comunista, ma anche come responsabile e dirigente effettivo dei comunisti spagnoli nel quadro della disperata difesa della repubblica. Da quella esperienza e da quella sconfitta trasse le convinzioni che lo portarono a radicare attorno a un grande partito di massa (inedito nelle sue forme nella tradizione comunista) i termini concreti di un superamento del tradizionale sovversivismo dei ceti popolari e la sua conversione dentro un progetto politico di costruzione di una democrazia, critica dell'esistente ma non eversiva, mediata da una costituzione programmatica, che guardava e guarda al futuro.

Anche qui, come già in passato, Togliatti dovette far fronte a un improvviso e imprevisto dissolversi del quadro di lungo periodo in cui la sua azione si era inscritta, con il crollo della grande alleanza antifascista e la divisione del mondo in blocchi, non solo militari, contrapposti. Salvando il salvabile nella situazione data e guadagnando tempo per il dopo, con compromessi e adattamenti certo suscettibili di critica e di riflessione. E' più che giusto, pertanto, che proprio attorno all'ultima parte della sua attività, quella di Togliatti e non di Ercoli, del partito comunista di massa e del suo ruolo nella storia repubblicana, si esprimano i termini di un dibattito storico che sembra oggi, comunque, partire dal riconoscimento della portata della sua opera, discutendone, come è lecito, meriti e limiti.

Apparentemente, poco o nulla di questo sembra filtrare nel discorso pubblico, che riproduce i toni di quella guerra civile fredda che su questo versante ha accompagnato tutte le fasi dell'esperienza repubblicana. La "leggenda nera" su Togliatti, che gli attribuisce in tono inquisitorio tutte le nefandezze immaginabili, piccole e grandi, è inossidabile nel tempo, e si arricchisce a volte di nuovi e fantasiosi capitoli. Dalle pagine del Candido e del Borghese è tracimata sulle pagine della "grande stampa", guadagnando in audience ma non in qualità.

Eppure, nel dibattito storico che veramente conta, bisogna segnalare che alla fine il tempo è stato galantuomo. Basti pensare a quali erano le querelles più ricorrenti attorno a Togliatti fino a non molti anni addietro: le polemiche sulla svolta di Salerno, sulla caduta del governo Parri, sull'amnistia ai fascisti, sull'articolo 7, ecc. Era l'immagine di un Togliatti impegnato costantemente a tarpare le ali a una rivoluzione che si asseriva a portata di mano (anzi, di mitra), proposta da tradizioni diverse ma convergenti di azionismo e insurrezionalismo comunista, con generosi ma sterili rimpianti su "occasioni mancate", che oggi comprendiamo, con più chiarezza di un tempo, non essere mai esistite (o che comunque erano incredibilmente minoritarie nella coscienza degli italiani).

L'approdo costituzionale di una lotta politica asprissima che in molti momenti avrebbe potuto risolversi in tragedie di tipo "greco", e di una guerra civile non solo metaforica, è un dato storico di civiltà che va messo all'attivo dei suoi artefici.

Nella suggestione delle ricorrenze, è significativo il parallelismo, istituito da molti, tra gli anniversari molto vicini del quarantesimo della scomparsa di Togliatti e quello, quest'anno assai più celebrato, del cinquantesimo di De Gasperi.

Rubricare entrambi sotto la qualifica, molto affollata, di "padri della Repubblica" è atto dovuto ma di per sé poco più che una constatazione. Vale più notare che, se la Repubblica ha avuto molti padri, indubbiamente i due antagonisti in questione concorsero a darle le caratteristiche più radicate e durature.

Nei termini di una "civiltà repubblicana" che è sempre stata precaria e insidiata, ma che ha costituito una cornice positiva di crescita e di sviluppo che la nostra storia non aveva conosciuto in termini analoghi.

Tra le tante suggestioni che può evidenziare il porre in parallelo opera e lascito di questi due uomini, è opportuno riproporre quella constatazione, già fatta molti anni fa, di quanto poco "italiani" fossero, per formazione, trascorsi, punti di riferimento, i massimi protagonisti della fondazione dell'Italia repubblicana, e di come la loro stessa esperienza li avesse posti al riparo da alcune delle caratteristiche della retorica (e dell'approssimazione) più tipiche dello stile nazionale.

Non trovo giusto il rilevo su un tentativo di "appropriazione" da parte della sinistra della figura di De Gasperi, che, a parte eccessi di zelo, di fatto non c'è stata. Dove c'è invece il giusto riconoscimento della statura dell'uomo, di serietà e riservatezza del politico, tanto più avvertibili e degne di rimpianto nel tempo in cui si è governati da un pagliaccio con la bandana. Ma anche il giudizio storico su De Gasperi si era con gli anni precisato e sfumato, e, se non era giunto a quella "equanimità" invano tentata dallo stesso Togliatti, aveva comunque ricondotto i termini della figura di De Gasperi non solo ai governi di rottura dell'unità nazionale, ma anche ai governi unitari che l'avevano preceduta, alla scelta - concorde, con Togliatti - della collaborazione costituzionale, e agli ultimi anni di una resistenza, più ferma e sofferta di quanto si sapesse, rispetto alle forti pressioni, di oltre Atlantico e di oltre Tevere, tese a stravolgere lo stesso spirito costituzionale e spingersi oltre le soglie della guerra civile.

Al fondo, può dirsi che per De Gasperi come per Togliatti grandezza e limiti consistono nell'aver saputo trarre tutto il positivo possibile da una situazione di per sé proibitiva, salvaguardando quasi tutto ciò che era possibile della convivenza civile in tempo di guerra fredda; ma, al tempo stesso, di non aver fatto quanto forse era possibile per uscire da quella logica e dalle sue implicazioni.

Se Togliatti è il "fondatore di una sinistra nuova nella storia nazionale", e proprio per le caratteristiche già dette, come dichiara Piero Fassino in una intervista molto sobria e controllata (Corriere della Sera, 21/8/2004), è giusto che nel riconoscere la portata di questa costruzione ci si interroghi sui limiti di quell'impianto. E non è un caso che alcuni interventi ripropongano il nodo del '56 e le molte implicazioni, immediate e complessive, che quell'anno fece drammaticamente emergere.

La storia controfattuale, per quanto scivolosa e precaria, non è esercizio ozioso se si mantiene entro i confini del plausibile. La tesi che ripropone Mario Pirani (La Repubblica, 20/08/2004), di un Pci che non seppe cogliere l'occasione di una rottura con l'Urss per riconvertire a una pratica e una ideologia compiutamente socialdemocratiche il grosso del movimento operaio italiano, è probabilmente quella che appare a molti, e non da ora, più accattivante col senno di poi. Va detto che ostavano non solo le tanto spesso invocate "condizioni oggettive", ma anche, e in primo luogo, quelle "soggettive": nel senso che non solo a Togliatti ma anche a gran parte del quadro dirigente e delle masse comuniste appariva improponibile per cultura, mentalità, sentimenti profondi, una scelta che si sarebbe tradotta in un "passaggio di campo" di fatto obbligato. Ma tra salto della barricata e accettazione del fatto compiuto esisteva un'infinità di sfumature intermedie - alcune delle quali realmente rappresentate anche all'interno del Pci da uomini come Terracini e Di Vittorio - che avrebbero potuto essere acquisite. Fedeltà obbligata al campo "socialista" e accentuazione della critica alle connotazioni di quello che negli anni a venire sarebbe stato definito "socialismo reale" erano esigenze che potevano convivere, in maniera tormentata ma probabilmente feconda.

Il tema introdotto da Rossana Rossanda su questo giornale (19/08/2004), della reticenza nei confronti dell'Urss, e di ciò che realisticamente si sapeva su quella esperienza, attribuibile certamente a Togliatti - che pure formulò critiche all'epoca ritenute coraggiose - e ancor più al gruppo dirigente meno legato per formazione e cultura a quel mondo, è senza dubbio un rilievo più che lecito. Proprio perché avrebbe spinto in direzione di quella accentuazione degli elementi di critica e di ricerca di una autonomia possibile che vennero faticosamente e con troppa lentezza acquisiti nel corso degli anni a venire, impedendo di trarre tutte le implicazioni - a quel punto anche "soggettivamente" possibili, e avvertite come tali - dalla crisi del `68 praghese che fu l'effettivo estinguersi di quella esperienza complessiva.

Quarant'anni dopo, sopravvive molto poco del mondo di Palmiro Togliatti. Non solo non esistono più i soggetti storici che lo animarono, ma le stesse coordinate di quel mondo si sono dissolte. L'eredità più corposa nella storia italiana, la tradizione di un partito di massa capace di rappresentare popolo e di fare politica, si è assottigliata fino a divenire esangue, e lo stesso quadro di riferimento di una democrazia costituzionale, aperta alle riforme sociali, sopravvive a stento.

Di quel partito ormai disfatto non c'è in realtà moltissimo da rimpiangere, se si guarda freddamente, né si può pensare di riproporre ciò che è irreversibilmente alle nostre spalle. Altre sono, con ogni evidenza, le strade da percorrere. Eppure, resta il rimpianto, inevitabile, per quella capacità collettiva di analisi concreta su cui si basavano le scelte politiche, per quella attitudine all'analisi differenziata e attenta della società che pare ormai smarrita da almeno vent'anni. E anche, correlata ad essa, quella capacità di esprimere una autonomia di classe - termine anch'esso consapevolmente desueto - che significava capacità di fare le proprie scelte al di sopra dell'effimero, senza farsi suggerire la linea dal circolo del bridge di pochi opinionisti e manipolatori di sondaggi.

Ma la sinistra di oggi non viene più da lontano e presumibilmente non va da nessuna parte.

il manifesto 31 agosto 2004
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