Comunisti per la Rifondazione |
| Area programmatica del Partito della Rifondazione Comunista di Parma |
| Home | Notizie e Analisi | Internazionale | Dibattito | Parma | Links |
|
Raul Mordenti Quarant'anni
fa moriva Palmiro Togliatti, il massimo politico espresso dal movimento
comunista italiano. Quarant'anni ci separano ormai da quella morte, e
dal funerale memorabile che, non a caso, ha ispirato tanti racconti orali
e artisti (da Guttuso ai fratelli Taviani). Tutto ciò portava, fondamentalmente, il nome di Palmiro Togliatti. Quarant'anni non sono bastati perché toccasse a Togliatti un "giudizio equanime" (per riprendere il titolo di un articolo memorabile che lo stesso Togliatti dedicò a De Gasperi, in morte del suo grande avversario democristiano). Troppe ragioni, e non tutte nobilissime, si sono opposte a che quella grande lezione politica fosse approfondita e ripensata, soprattutto dai comunisti. Alla mia generazione del '68 Togliatti parve troppo legato a quello che era diventato il PCI, prima sordo nei confronti del movimento e poi, nel '77, responsabile della bancarotta dell'unità nazionale e del sostegno a Cossiga; altri, troppi, che pure erano stati cresciuti dal PCI, nascosero Togliatti, per accreditare l'affermazione di "non essere mai stato comunista" (e in quella bugia c'è in effetti una grande verità); per altri ancora si trattava di vendicare in modo postumo i propri particolari penati familiari; la stessa cultura "cossuttiana" era, a ben vedere, estranea alla lezione di Togliatti, giacché derivava piuttosto dal suo grande antagonista interno al PCI, Pietro Secchia. L'esito di questi oblii, così diversi fra loro ma convergenti, è stata una rimozione generalizzata e, per molto versi, imperdonabile. Infatti non era questo il progetto a cui ci impegnammo quando decidemmo di tentare la rifondazione del comunismo in Italia: noi non volevamo arroccarci nelle rispettive tradizioni e colpirci a vicenda con ridicole scomuniche a posteriori, ma al contrario ci impegnammo a rompere con i nostri piccoli settarismi rileggendo insieme tutta intera la storia del movimento comunista (nelle sue glorie e nelle sue vergogne) e a trarne insieme lezioni per il presente e per l'avvenire della rivoluzione in Italia. Abbiamo imparato da Brecht che sono felici solo i popoli che non hanno bisogno di eroi; è dunque bene che non si sia manifestato un mito di Togliatti (ed è anzi un grave danno che ciò si sia verificato talvolta per Gramsci, ostacolando la comprensione e l'aggiornamento del suo pensiero rivoluzionario). Ma è davvero paradossale che lo sforzo di rifondare un Partito comunista di massa in Italia abbia fatto a meno della conoscenza, dello studio, e (beninteso) della rilettura critica, proprio della pratica e della teoria del dirigente che un Partito comunista di massa in Italia aveva saputo costruire, e lo aveva fatto (questo si ammetterà, anche dai più ostili) in situazioni storico-politiche non facilissime. E' quasi superfluo dire che non si può considerare una rilettura critica la formuletta vuota e saccente del "politicismo togliattiano", che si sente talvolta ripetere in Rifondazione: quella formuletta non è degna dei critici seri di Togliatti, giacché (si converrà) non si costruisce un Partito con oltre due milioni di iscritti a forza di "politicismo", e si dovrà anche convenire che a Togliatti non capitò né di sostenere un Governo come quello di Prodi né di farlo cadere, in entrambe le circostanze senza la benché minima mobilitazione di massa a sostenere quelle scelte, come a noi è capitato invece di dover fare. Così, in mancanza di un ripensamento autonomo del "problema Togliatti" da parte nostra, si lasciano prevalere gli stereotipi peggiori dell'anticomunismo "anni '50": il Togliatti della "doppiezza", o "servo di Mosca", o "stalinista", e così via. Basti a rispondere a queste sciocchezze l'importante articolo di Rossanda sul "Manifesto" del 19/8; ma certo non andrebbe lontano un movimento comunista che accettasse di leggere la propria stessa storia con le lenti deformanti dei suoi peggiori nemici. Tuttavia oggi Palmiro Togliatti è più presente sulle mura dei nostri Circoli, e nei cuori della base comunista, che non nelle biblioteche dei nostri dirigenti (un fatto su cui, forse, occorrerebbe riflettere). Io penso (e so bene di essere in minoranza pensando questo) che a Togliatti, come a Mosè, sia toccato in sorte di morire prima di poter entrare nella terra promessa della sua politica, potendola solo guardare da lontano. Togliatti morì infatti prima del '68-'69, cioè prima che la società italiana (fecondata in profondità anche da quella sua grande politica comunista) avesse maturato espressioni autonome di mobilitazione e di lotta della società civile, del tutto assenti nella soffocante Italietta democristiana di quegli anni. In altre parole Togliatti non ebbe la ventura di poter "fare politica" con il Movimento studentesco di massa invece che con l'UGI, con il movimento femminista invece che con l'UDI e (soprattutto) col Sindacato dei Consigli invece che con la CGIL di Di Vittorio o Novella, e così via. Molti
sarebbero i punti da mettere all'OdG di questa discussione libera e comune
che mi sembrerebbe necessaria (perché non pensare ad un Seminario
di studi?): la politica unitaria e delle alleanze, che consentì
la Resistenza e poi la Costituzione, come può vivere oggi? (assumendo
naturalmente che l'avversario principale non sia oggi il nazifascismo
ma il neo-liberismo guerrafondaio e a-democratico). Che nesso ci fu fra
la proposta delle "vie nazionali" e i limiti di autonomia dall'URSS
e dalla sua soffocante direzione sul movimento comunista? La democrazia
interna, praticata nel PCI di Togliatti in forme non ancora da noi studiate
a sufficienza, ha ancora qualcosa da insegnarci, in positivo e in negativo?
Cosa significò e comportò la grande "operazione Gramsci"
(così vorrei chiamarla, proprio per distinguerla dal pensiero di
Antonio Gramsci) che Togliatti seppe costruire in prima persona facendone
un fattore formidabile (al tempo stesso) di egemonia in Italia e di autonomia
dal PCUS? E come si pone oggi il nesso fra la questione democratica, la
difesa della Costituzione e della proporzionale, e la nostra proposta
di democrazia partecipativa (non più solo rappresentativa)? E ha
qualcosa da dirci la politica togliattiana a proposito del problema, per
noi cruciale, del rapporto fra il Partito e l'autonomia del Movimento?
Ma fra le questioni una mi sembra che debba prevalere su tutte ed essere
posta al centro: la questione del Partito comunista di massa e di cosa
questa formula possa significare oggi, nell'inedita composizione di classe
dei nostri anni. Sembra proprio che ripensare davvero il problema del
Partito di massa comporti la necessità di fare i conti con la lezione
di Togliatti e, di converso, che il rifiuto, o l'incapacità, di
ripensare Togliatti porti con sé la rinuncia all'idea stessa del
Partito di massa.
Liberazione
21 agosto 2004
|