Karl MarxComunisti per la Rifondazione
Area programmatica del Partito della Rifondazione Comunista di Parma
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Togliatti quarant'anni fa. E oggi?

Raul Mordenti

Quarant'anni fa moriva Palmiro Togliatti, il massimo politico espresso dal movimento comunista italiano. Quarant'anni ci separano ormai da quella morte, e dal funerale memorabile che, non a caso, ha ispirato tanti racconti orali e artisti (da Guttuso ai fratelli Taviani).
Chi c'era, in quel pomeriggio d'agosto romano di quarant'anni fa, capì che si chiudeva un'epoca della storia d'Italia, ma soprattutto che se ne era già aperta una diversa. Quella sera il proletariato italiano organizzato dai comunisti si rispecchiò e misurò tutta la sua forza: le Federazioni e le Sezioni comuniste con le loro bandiere rosse; i partigiani e gli antifascisti fondatori della Repubblica; le grandi organizzazioni unitarie di massa; centinaia di comuni di tutta Italia, coi loro sindaci e i loro vessilli (e le loro tante bande musicali); un gruppo dirigente comunista che appariva credibile e unito, e una rete di quadri capillarmente diffusa; e delegazioni venute dal mondo intero, dal Vietnam e da Cuba: sul palco, a S. Giovanni, Breznev e Dolores Ibarruri e Terracini (e qualcun altro) a salutare l'ultimo grande dirigente della III Internazionale, il combattente della guerra di Spagna e il compagno di Gramsci. Ma, soprattutto, dentro quel corteo, e ai suoi lati, milioni di lavoratori, di persone comuni, uomini e donne, che piangevano e si facevano il segno della croce e salutavano col pugno chiuso. Direi che il proletariato comunista si riconobbe quella sera "classe per sé", come mai era stato in precedenza, e poté verificare, quasi toccandola con mano, la distanza immensa fra quello che i comunisti in Italia erano diventati e quello che erano stati in un passato ancora recente, cioè solo plebe dispersa, o ristretta, eroica, avanguardia settaria. Era, insomma, stato costruito un grande Partito comunista di massa, non solo "il più grande dell'Occidente", ma forse il più grande e originale del mondo, se si considera che il PCI non era tutt'uno con lo Stato; di certo era stato costruito il più straordinario partito democratico della storia italiana, l'unico vero "intellettuale collettivo" che sia mai appartenuto al nostro popolo; e una tale impresa era stata compiuta in neppure vent'anni (ancora al momento della "svolta di Salerno" il PCI organizzava poche migliaia di iscritti).

Tutto ciò portava, fondamentalmente, il nome di Palmiro Togliatti.

Quarant'anni non sono bastati perché toccasse a Togliatti un "giudizio equanime" (per riprendere il titolo di un articolo memorabile che lo stesso Togliatti dedicò a De Gasperi, in morte del suo grande avversario democristiano). Troppe ragioni, e non tutte nobilissime, si sono opposte a che quella grande lezione politica fosse approfondita e ripensata, soprattutto dai comunisti. Alla mia generazione del '68 Togliatti parve troppo legato a quello che era diventato il PCI, prima sordo nei confronti del movimento e poi, nel '77, responsabile della bancarotta dell'unità nazionale e del sostegno a Cossiga; altri, troppi, che pure erano stati cresciuti dal PCI, nascosero Togliatti, per accreditare l'affermazione di "non essere mai stato comunista" (e in quella bugia c'è in effetti una grande verità); per altri ancora si trattava di vendicare in modo postumo i propri particolari penati familiari; la stessa cultura "cossuttiana" era, a ben vedere, estranea alla lezione di Togliatti, giacché derivava piuttosto dal suo grande antagonista interno al PCI, Pietro Secchia.

L'esito di questi oblii, così diversi fra loro ma convergenti, è stata una rimozione generalizzata e, per molto versi, imperdonabile.

Infatti non era questo il progetto a cui ci impegnammo quando decidemmo di tentare la rifondazione del comunismo in Italia: noi non volevamo arroccarci nelle rispettive tradizioni e colpirci a vicenda con ridicole scomuniche a posteriori, ma al contrario ci impegnammo a rompere con i nostri piccoli settarismi rileggendo insieme tutta intera la storia del movimento comunista (nelle sue glorie e nelle sue vergogne) e a trarne insieme lezioni per il presente e per l'avvenire della rivoluzione in Italia.

Abbiamo imparato da Brecht che sono felici solo i popoli che non hanno bisogno di eroi; è dunque bene che non si sia manifestato un mito di Togliatti (ed è anzi un grave danno che ciò si sia verificato talvolta per Gramsci, ostacolando la comprensione e l'aggiornamento del suo pensiero rivoluzionario). Ma è davvero paradossale che lo sforzo di rifondare un Partito comunista di massa in Italia abbia fatto a meno della conoscenza, dello studio, e (beninteso) della rilettura critica, proprio della pratica e della teoria del dirigente che un Partito comunista di massa in Italia aveva saputo costruire, e lo aveva fatto (questo si ammetterà, anche dai più ostili) in situazioni storico-politiche non facilissime. E' quasi superfluo dire che non si può considerare una rilettura critica la formuletta vuota e saccente del "politicismo togliattiano", che si sente talvolta ripetere in Rifondazione: quella formuletta non è degna dei critici seri di Togliatti, giacché (si converrà) non si costruisce un Partito con oltre due milioni di iscritti a forza di "politicismo", e si dovrà anche convenire che a Togliatti non capitò né di sostenere un Governo come quello di Prodi né di farlo cadere, in entrambe le circostanze senza la benché minima mobilitazione di massa a sostenere quelle scelte, come a noi è capitato invece di dover fare. Così, in mancanza di un ripensamento autonomo del "problema Togliatti" da parte nostra, si lasciano prevalere gli stereotipi peggiori dell'anticomunismo "anni '50": il Togliatti della "doppiezza", o "servo di Mosca", o "stalinista", e così via. Basti a rispondere a queste sciocchezze l'importante articolo di Rossanda sul "Manifesto" del 19/8; ma certo non andrebbe lontano un movimento comunista che accettasse di leggere la propria stessa storia con le lenti deformanti dei suoi peggiori nemici. Tuttavia oggi Palmiro Togliatti è più presente sulle mura dei nostri Circoli, e nei cuori della base comunista, che non nelle biblioteche dei nostri dirigenti (un fatto su cui, forse, occorrerebbe riflettere).

Io penso (e so bene di essere in minoranza pensando questo) che a Togliatti, come a Mosè, sia toccato in sorte di morire prima di poter entrare nella terra promessa della sua politica, potendola solo guardare da lontano. Togliatti morì infatti prima del '68-'69, cioè prima che la società italiana (fecondata in profondità anche da quella sua grande politica comunista) avesse maturato espressioni autonome di mobilitazione e di lotta della società civile, del tutto assenti nella soffocante Italietta democristiana di quegli anni. In altre parole Togliatti non ebbe la ventura di poter "fare politica" con il Movimento studentesco di massa invece che con l'UGI, con il movimento femminista invece che con l'UDI e (soprattutto) col Sindacato dei Consigli invece che con la CGIL di Di Vittorio o Novella, e così via.

Molti sarebbero i punti da mettere all'OdG di questa discussione libera e comune che mi sembrerebbe necessaria (perché non pensare ad un Seminario di studi?): la politica unitaria e delle alleanze, che consentì la Resistenza e poi la Costituzione, come può vivere oggi? (assumendo naturalmente che l'avversario principale non sia oggi il nazifascismo ma il neo-liberismo guerrafondaio e a-democratico). Che nesso ci fu fra la proposta delle "vie nazionali" e i limiti di autonomia dall'URSS e dalla sua soffocante direzione sul movimento comunista? La democrazia interna, praticata nel PCI di Togliatti in forme non ancora da noi studiate a sufficienza, ha ancora qualcosa da insegnarci, in positivo e in negativo? Cosa significò e comportò la grande "operazione Gramsci" (così vorrei chiamarla, proprio per distinguerla dal pensiero di Antonio Gramsci) che Togliatti seppe costruire in prima persona facendone un fattore formidabile (al tempo stesso) di egemonia in Italia e di autonomia dal PCUS? E come si pone oggi il nesso fra la questione democratica, la difesa della Costituzione e della proporzionale, e la nostra proposta di democrazia partecipativa (non più solo rappresentativa)? E ha qualcosa da dirci la politica togliattiana a proposito del problema, per noi cruciale, del rapporto fra il Partito e l'autonomia del Movimento? Ma fra le questioni una mi sembra che debba prevalere su tutte ed essere posta al centro: la questione del Partito comunista di massa e di cosa questa formula possa significare oggi, nell'inedita composizione di classe dei nostri anni. Sembra proprio che ripensare davvero il problema del Partito di massa comporti la necessità di fare i conti con la lezione di Togliatti e, di converso, che il rifiuto, o l'incapacità, di ripensare Togliatti porti con sé la rinuncia all'idea stessa del Partito di massa.

 

Liberazione 21 agosto 2004
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