A
cinquant'anni dalla morte di Stalin
Fuori dallo stalinismo. Per il comunismo
"Dimenticare Stalin", una tentazione
sempre in agguato Ma, se vogliamo cambiare il mondo, ci è vietata
la rimozione
Nel
1967, l'agenzia Novosti diffuse in Italia una pubblicazione di esplicito
taglio propagandistico, intitolata L'Unione Sovietica. Piccola enciclopedia:
un volumetto "naturalmente" agiografico, colmo di cifre e
percentuali sull'industria, l'agricoltura e, più in generale,
i risultati di una società ormai avviata sulla strada "dell'edificazione
del comunismo". La cosa più singolare di questo testo è
che vi è completamente assente un nome: quello di Stalin. La
storia dell'Urss - anzi della Russia - vi è ricostruita con una
certa ampiezza (a partire dal V secolo a. C. da Vladimir Monomonaco
a Pietro il Grande, da Mikhail Lomonosov, fondatore della prima università,
fino alla nascita delle prime organizzazioni operaie), fino alla Rivoluzione
d'Ottobre. Ma l'unica figura nominata è Lenin, poi dal 1917 si
passa direttamente al XXtreesimo congresso del Pcus. Di Josif Vissarionovic
Dzugasvili nessuna traccia, a nessun proposito.
Una rimozione così clamorosa da apparire incredibile. Un esempio
piuttosto goffo, si potrebbe aggiungere, di riscrittura della storia
per cancellazione, tecnica assai sinistra di tipo staliniano (immortalata
da Orwell nel suo cedlebre 1984). Essa ci fornisce, tuttavia, un interessante
indizio di una tendenza diffusa, in diverse forme, ad est come ad ovest:
dimenticare Stalin e lo stalinismo. Guardare a un intero periodo storico
con la sensazione concentrata, e certo angosciata, di un'epoca "grande
e terribile", nel corso della quale, come ebbe a scrivere lo storico
americano Stephen Cohen, "una montagna di enormi realizzazioni"
convisse con "una montagna di delitti inauditi". Ma fermarsi
lì, appunto. Cercare soccorso nella categoria dell' "incidente
storico", sia pure di rilevanti dimensioni, ritornare al fatidico
motto crociano dell'heri dicebamus. E soprattutto resistere all'interrogazione
di fondo: quella sul perchè, e come è potuto accadere.
La risposta "negazionista"
Le radici della rimozione sono, dunque, molto chiare, e vanno al di
là di ogni pur minuziosa, complessa e impegnativa indagine storica
e politica. Se il più grande tentativo del XX secolo di cambiare
una società nella direzione del socialismo è finito, come
è finito, in una immane tragedia e in una feroce e sanguinaria
dittatura, che cosa ci garantisce che non sia questo l'esito obbligato
di ogni trasformazione rivoluzionaria? Come facciamo a restituire alle
nostre parole-chiave - il socialismo, il comunismo - il senso loro proprio,
quello di un grande progetto di liberazione delle donne e degli uomini,
strappandole, con una sorta di violento strattone concettuale, valoriale
e storico, dalle loro concrete realizzazioni su questa terra?
A queste dure domande, come sappiamo bene, una parte ampia del movimento
comunista (tutto il gruppo dirigente del Pci, per esempio) ha risposto
dilatando oltre se stesso il processo di rimozione: decretando cioè
che il "male" era tale fin nella sua radice e fin nelle sue
premesse. E che il comunismo era, fin dall'inizio, "incompatibile"
con la libertà delle persone. Un secolo e mezzo di storia veniva
così derubricato ad errore (ad "illusione", ha detto
Furet) e lo stesso Stalin, in un senso preciso, giustificato nelle sue
nefandezze - in quanto unico interprete autorizzato, storicamente legittimato,
di un movimento, quello comunista, per sua natura cieco e autoingannevole.
Viceversa e parallelamente, il capitalismo (e la sua ideologia peculiare,
il liberalismo nelle sue multiformi accezioni) venivano assunti come
l'unico orizzonte possibile della storia e della società - giusto
con qualche correzione, con qualche modesto intervento della politica.
Notiamo, ancora, che questa immane "riconversione" politica
e ideologica si è prodotta non alla metà dei '50, quando
cominciava a squarciarsi il velo sul periodo staliniano, e neppure alla
fine dei '60, nel corso della lunga agonia brezneviana, ma a ridosso
della fine dell'Unione sovietica, ormai ridotta a fantasma di se stessa.
Il Pci, insomma, fu in grado di superare il trauma del XX congresso
e del rapporto Krusciov, in quanto portatore di un'esperienza propria,
originale, relativamente autonoma dalla cultura politica dello stalinismo.
Non sopravvisse, invece, alla caduta del muro di Berlino e all'ammainarsi
della bandiera rossa dalle guglie del Cremlino, perchè aveva
ormai smarrito la sua identità rivoluzionaria, la sua ragion
d'essere. Anche questo è un dato rimasto quasi inspiegato, o
poco riflettuto, nella discussione di questi anni.
Lo stalinismo di Stalin
Tocca, dunque interamente a noi - ai nuovi comunisti del XXI secolo,
a tutti coloro che non rinunciano al progetto della "Grande Riforma"
del mondo - il peso di un bilancio critico, il tentativo di una vera
resa dei conti. Su Stalin, prima di tutto, e sullo "stalinismo
di Stalin", non sono ammissibili giustificazionismi di alcun genere
- soprattutto se si è interessati, come noi siamo vitalmente
interessati, al futuro del socialismo.
"Sotto la dittatura di Stalin" ha scritto Aldo Agosti "il
processo rivoluzionario è stato deformato e stravolto al punto
da rendere irriconoscibile il patrimonio di idee e di valori che era
stato alla base della Rivoluzione d'Ottobre. Il danno arrecato all'immagine
del socialismo, alla sua forza espansiva, al suo valore di alternativa
storica per l'umanità, è stato incalcolabile". E'
vero: il tiranno georgiano ereditò, alla morte di Lenin, una
sorta di missione impossibile. La rivoluzione europea, e soprattutto
quella in Germania, erano state sconfitte, soffocate nel sangue: la
giovane repubblica sovietica, dove Lenin aveva operato la sua "forzatura"
rivoluzionaria sulla base della previsione di una catastrofe imminente
del capitalismo e di un prolungamento indefinito del conflitto mondiale,
si trovava sola - senza amici e senza alleati, circondata in compenso
da nemici interni ed esterni. Uscita con successo da questa prova immane,
essa imboccò la strada dell'industrializzazione accelerata, della
collettivizzazione forzata dell'agricoltura, insomma del superamento
dell'arretratezza economica: da "anello debole della catena"
imperialista, la Russia diveniva la sede di elezione di un altro esperimento
impossibile, la costruzione del socialismo "in un solo Paese".
Lo strapotere del Partito
Le radici di ciò che è stato chiamato stalinismo sono
anzitutto qui, nel modello di sviluppo che ha prevalso dopo i grandi
dibattiti degli anni '20. In un gigantismo economico concentrato soprattutto
sulla crescita quantitativa (l'acciaio, l'industria di base, l'energia),
sull'ossessione, del resto conseguente, della pianificazione centralizzata
(i piani quinquennali), su una modernizzazione che ha compromesso ogni
rapporto equilibrato tra città e campagna.
I risultati, ma soprattutto i costi pagati, per questa vera e propria
"rivoluzione dall'alto", furono di enorme portata. Bastino
per tutte le cifre del primo piano quinquennale,1929: prevedevano un
incremento della produzione industriale del 180 per cento, dell'agricoltura
del 55 per cento, del Pil del 103 per cento. Non furono raggiunte, se
non in parte, ma restano un esempio di "titanismo" raramente
raggiunto, in un lasso di tempo così breve. E bastino le cifre
sommarie della drammatica guerra civile che si svolse, fino all'inizio
degli anni 30, nelle campagne: oltre cinque milioni di contadini deportati,
carestie, malattie, inurbamento forzoso. Mutavano radicalmente le basi
strutturali dell'Urss e della Russia, avviata a diventare grande potenza
economica mondiale.
Ma i mutamenti epocali del sistema economico trascinarono quelli del
sistema politico: il partito unico, nel corso di questo processo e di
questa gigantesca repressione, diventò sempre più totalizzante,
fino a coincidere completamente con lo Stato e con l'unica fonte del
potere. Il Partito controllava tutto, dalle scelte economiche all'organizzazione
della cultura, la vita politica del vertice come quella della base,
la vita quotidiana e il destino dei singoli. Il Partito dettava i piani
quinquennali, e costringeva il musicista Prokofiev a riscrivere la sua
Katerina Ismailova secondo canoni più "popolari" e
meno avanguardistici. Il Partito dirigeva un colossale sviluppo dell'istruzione,
della sanità, dell'emancipazione della donna, ma tutto uniformava
ai paradigmi del marxismo-leninismo, dottrina sistemica che avrebbe,
per primo, fatto raggricciare Lenin, pensatore di straordinario acume
pragmatico.
Il Partito era il suo capo, Jozif Vissarionovic Dzugasvili detto Stalin,
che trasformò tutte le indicazioni leniniane da proposte contingenti
a dogmi ossificati, da "stato di necessità" a principi
sempiterni. Con il Breve corso di storia del partito comunista bolscevico,
manuale di formazione di base per almeno tre generazioni di comunisti,
Stalin fece di se stesso anche un indiscutibile punto di riferimento
teorico. Preludio agli eccidi degli anni '30 (il misterioso caso Kirov,
l'assassinio di Trotsky in Messico nel '40) e alle grandi purghe del
'38, nel corso delle quali vennero assassinati tutti i grandi protagonisti,
politici, intellettuali e militari della rivoluzione d'Ottobre, da Bucharin
al generale Tukhacewski. Un numero esorbitante di comunisti fu costretto
alla "confessione", alla tortura, all'umiliazione di sè,
alla morte. E un numero incalcolabile di cittadini costretto ad una
vita non degna di questo nome.
Un'eredità drammatica
Ma quanto ha pesato la cultura politica dello stalinismo nella storia
dei comunisti del XX secolo? Ovviamente moltissimo. Come avrebbe potuto
essere altrimenti? L'Unione sovietica è stata, giocoforza, per
settant'anni, il riferimento dei comunisti (ma anche di molti socialisti,
laburisti, democratici): era la prova concreta che sì, il capitalismo
si poteva superarlo, e perfino con risultati di prima grandezza. E,
con la vittoria di Stalingrado e il tributo di sangue e di sacrificio
pagato alla lotta contro le armate tedesche, era anche e soprattutto
il paese alla quale l'intero occidente doveva la propria salvezza dalla
barbarie nazista. Quali altri modelli erano disponibili, riconoscibili,
utilizzabili? C'era, sì, per fortuna, la via italiana al socialismo,
con la quale Togliatti costruì un partito "nuovo",
di massa, sostanzialmente diverso da quello sovietico. Ma neppure Togliatti
potè superare l'idea di un campo socialista, rispetto al quale
valeva una grande autonomia, ma la cui crescita, sia pure contraddittoria,
restava, in quanto era la garanzia oggettiva della propria collocazione
strategica: insomma, la prova provata del fatto che i comunisti, con
tutti i loro distinguo e tutte le proprie specifiictà nazionali,
stavano comunque dalla parte giusta della barricata della storia. C'era,
sì, la Cina di Mao, che per molti anni sperimentò un diverso
equilibrio tra industrializzazione e agricoltura - fino all'audacia
della rivoluzione culturale che metteva in discussione la divisione
sociale dei ruoli, il rapporto tra lavoro manuale e intellettuale, la
centralità assoluta del "quartier generale". Ma era
fisicamente e culturalmente lontana - e soprattutto non apparve mai
come un'esperienza "vincente". C'era Cuba, sì, con
la sua rivoluzione speciale e autoctona - ma che presto rientrò
nell'orbita del sistema sovietico.
Per tutte queste ragioni, e per molte altre, la cultura politica dello
stalinismo è stata forte, invasiva, radicata.
I tanti stalinismi
La verità è che, forse, mentre lo "stalinismo"
è un'astrazione difficile da motivare, al di fuori del contesto
storico e politico in cui maturò, di "stalinismi",
invece, ce ne stati (e ce ne sono) molti. C'è lo stalinismo di
chi - come vaste masse di milioni di comunisti - ha ammirato incondizionatamente
"quel meraviglioso" giorgiano, e non ha mai cessato di ammirarlo
prima, e di pensarlo con nostalgia dopo. Un misto di amore per il leader
forte - uomo, più o meno, della provvidenza - e per il leader
potente, capace di rappresentare in sè tutte le speranze di riscatto
dell'umanità subalterna e sofferente. C'è lo stalinismo
dei "giustificazionisti", quelli che, seguendo pedissequamente
i dettami crociani, giurano sul fatto che la storia non si fa con i
"se", e dunque che tutto ciò che è reale è
razionale - anche i gulag, le purghe e il terrore essendo un portato
inevitabile della storia e della costruzione del socialismo.
E c'è lo stalinismo come eredità, "metabolizzata"
ma mai davvero messa in discussione, del fare politica: quella che attribuisce
al potere, alla sua conquista e al suo mantenimento un ruolo così
privilegiato, da considerare "minore", rispetto all'orizzonte
del comunismo, la dimensione della trasformazione sociale, culturale,
interpersonale. Non tutti i cultori del primato del potere politico,
ovviamente, sono stalinisti. Così come, del resto, non tutti
gli "statolatri" sono, al tempo stesso, fautori di una concezione
brutale e autoritaria del ruolo dello Stato. Tuttavia, è proprio
qui che si annida quella degenerazione che - nel regime staliniano -
si fa errore sistematico ed orrore: è nell'assolutizzazione della
sfera del potere, è nella separazione permanente tra fini e mezzi,
tra il luogo unico della "coscienza" (il Partito) e dunque
della verità, e i molti luoghi del disordine (la società),
della parzialità, del non sapere. Sì, la nostra rivoluzione
è tornata ad essere di pienissima attualità. Sarà
bene, questa volta, vincerla davvero, nel politico e nel sociale.
Senza partiti unici e senza depositari della coscienza esterna (esterna
a chi?). Possibilmente, con le masse.
Rina Gagliardi
Roma, 5 marzo 2003
da "Liberazione"