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A SANVINCENTI LE TRACCE DEL PASSATO SI FONDONO A TAL PUNTO
 CON GLI ELEMENTI DELLA VITA MODERNA, DA RENDERLI INSIGNIFICANTI

Come l’araba fenice 
Castello Grimani risorge 
per l’ultima volta


Finalmente, non ha più motivo di temere nuove distruzioni

S A N V I N C E N T I

di Roberto Palisca

Il sussurro
delle streghe

Sanvincenti è cresciuta su un altopiano circondato da colli, a pari distanza dai fiordi del Canal di Leme e dell'Arsa. Qui, dall'alto, gli antichi Istri presiedevano un tempo rari ma preziosi pascoli e lotti di terra coltivati. Là dove c’è oggi il cimitero nel IX o X secolo i frati Benedettini fondarono un’abbazia dedicata al martire spagnolo San Vincenzo. Oggi è una cittadina in cui le molte tracce del passato si fondono con i tanti elementi della vita moderna. Ma se la visitate come noi, in una giornata uggiosa, quando le vie del borgo sono quasi deserte, il cielo è plumbeo e l’intero paesaggio è velato da una languida, impalpabile cortina di nebbia, sarete assolutamente in grado di scordarvene e di ignorarli. Potrete allora lasciarvi andare, farvi trasportare dalla fantasia, come in un sogno, ai tempi in cui in questo borgo medievale vivevano paggi e cortigiane, servette e scudieri, contadini, villanelle e comari. 
Nelle sale signorili dell’antico castello della famiglia Grimani, la nobiltà dell’epoca aveva alle sue dipendenze centinaia di domestici e organizzava per sé e per i suoi sudditi, sontuose feste, balli sfarzosi, ricchi banchetti. Nelle celle delle carceri sotterranee le sentinelle facevano la guardia a qualche sfortunato prigioniero. Dai ballatoi delle robuste mura di quel maniero, nei burrascosi tempi d’assedio, quando le fanterie e le cavallerie corazzate nemiche partivano all’attacco, armate di alabarde, scuri, lance e spade, tuonavano i cannoni. Gli armigeri si affrettavano a chiudere il ponte levatoio, che veniva sollevato da robuste catene, la pesante inferriata a saracinesca si abbassava e ogni accesso alla roccaforte era immediatamente sbarrato. Attraverso le feritoie delle imponenti torri, circolari e quadrate, duecento arcieri e balestrieri prendevano la mira, per tempestare gli aggressori di una pioggia di frecce. Contro il nemico si scaricavano quintali di pece ed ettolitri d’olio bollente. Addosso ai soldati, dentro le mura, scagliati da possenti catapulte, piovevano proiettili incendiari. A volte era battaglia vinta. Altre invece, ahimè, a conquistare la fortezza era l’invasore e allora era saccheggio e razzia. Difatti. Nella sua turbolenta storia Castello Grimani fu incendiato e distrutto diverse volte. La prima nel 1329. Ricostruito nei primi decenni del Cinquecento da Francesco Morosini, prese fuoco un’altra volta nel 1586. Tre anni più tardi a riedificarlo, su progetto degli architetti veneti Scamozzi e Campagna, fu Marino Grimani. Trecentocinquantaquattro anni dopo a dargli fuoco furono i partigiani.
Oggi, fosse l’Umbria o la Scozia, fuori e dentro quelle mura ogni spazio sarebbe sfruttato: nel cortile, sotto gli ombrelloni, i tavolini di un bar, all’interno delle torri, rivendite di cartoline, souvenir e repliche di armi antiche in ogni formato, sui torrioni cannocchiali a pagamento, nelle vecchie carceri sotterranee un museo di riproduzioni di macchine per la tortura. Ma forse tra qualche annetto sarà proprio così anche di qua. Castello Grimani, che era stato dimenticato dalle autorità per più di cinquant'anni, rivedrà i suoi antichi splendori. Lo stanno infatti finalmente ristrutturando. E lo stanno facendo con cura. Quando gli addetti ai restauri concluderanno gli interventi, ora evidenti soltanto sulla torre circolare e sulla facciata principale della fortezza, Castello Grimani sarà una vera opera d’arte. Sarà risorto ancora una volta, L’ultima. E non avrà più motivo di temere nuove distruzioni.


                              
   
     La torre quadrata di Castello Grimani                                                                  Il cortile interno visto attraverso una feritoia

La Dogaressa 
dei merletti di Burano

A Castello Grimani è legata anche una terribile storia d’altri tempi. Una  vicenda medievale anche ben documentata. Il caso - effettivamente non raro a quei tempi, anche in Istria - della condanna al rogo di una giovane,che fu  accusata dall'Inquisizione veneziana di stregoneria.
In un elenco dei processi di quell’epoca, conservati nei fondi del Santo Uffizio dell'Archivio di Stato di Venezia, si accenna a due uomini rovignesi e a ben quattordici donne processate da queste parti tra il 1550 e il 1676, perché accusate di "stregherie", "bestemmie ereticali", "invocazione del demonio", "cibi proibiti", "abuso di religione" o "sacramenti" e "sortilegi". Tra costoro c’era anche una certa Maria Radoslovich, nativa di Zara. La poveretta arse viva, nella piazza del castello dei Grimani, a Sanvincenti, il 25 febbraio del 1632 perché gli inquisitori la ritennero in rapporto con le potenze malefiche. A riferircelo è anche il maggior studioso di storia istriana Pietro Kandler. "Dietro rigoroso e formale processo, eseguito sul piede d'allora, fu impiccata e poscia abbruciata, a vista di numeroso popolo, come maliarda. Tormentata in tutte le barbare guise, e principalmente colla tortura, confessò l'infelice vecchia d'aver commesso tanti orribili delitti, che le s'imputavano, e che essa certamente non aveva sognati neppure... E chi ne assumeva il processo era un certo Francesco Mladineo venuto dall'ltalia a rappresentare i Signori del Feudo". 
A spiegarci tuttavia il vero perché di una simile condanna, c’è però un'altra versione dello stesso episodio, che viene citata da Luigi Foscan, nel suo libro “I castelli medioevali dell'Istria”. Si scopre allora che l’unica colpa della donna, che a quanto sembra era molto giovane, era stata quella di aver avuto un rapporto amoroso con un rampollo della famiglia signorile. Quella condanna fu dunque, molto probabilmente, un metodo sbrigativo per liberarsene. Un esempio insomma, di come la stregoneria veniva usata a quei tempi dal potere per toglier di mezzo persone scomode.








Il nome di Sanvincenti viene citato nei documenti storici per la prima volta nel 965. A confermare l'esistenza dell'abbazia invece è uno scritto del 1025, che parla della determinazione dei confini tra le proprietà dei frati ed i territori di Golzana vecchia e Barbana, per cui si presume che già allora, qui sia esistito anche il borgo. Si sa comunque che già dal VI secolo l'agro di Sanvincenti faceva parte del “feudo di Sant'Apollinare", un insieme di beni dell'agro polese donati dall'imperatore Giustiniano all'arcivescovo di Ravenna Massimiano, nativo di Vestre. I vescovi di Parenzo contestarono i diritti su tale fondo, per una presunta regalia bizantina, del 521, a favore della diocesi di Parenzo, e ricordata in un documento del 1022, probabilmente falsificato; nel tempo questi beni furono incamerati nella mensa parentina. In seguito i vescovi riuscirono a far riconoscere dagli imperatori germanici la loro legittimità. Il vescovo Pietro arrivò, nel 1177, a farsi confermare da papa Alessandro III, tra le altre cose, il possesso della chiesa di Sanvincenti e delle sue cappelle. Divenuto marchese d'Istria nel 1209, il patriarca d'Aquileia Volchero ebbe qualche problema a proteggere questo territorio semidesertico e poco redditizio e, circa nel 1250, il borgo venne dato in consegna alla nobile famiglia dei Sergi di Pola, in seguito chiamata Castropola. Dopo la metà del XIII secolo, il feudo vescovile di Sanvincenti fu assegnato dalla diocesi parentina ad Alberto II conte di Gorizia e di Pisino. Nel 1252, essendo signore di Sanvincenti Galvano de Castropola, eletto podestà della Regalěa di Pola nel 1243, sorsero delle liti con gli abitanti di Due Castelli per una questione di pascoli. La decisione fu rimessa al vescovo Giovanni di Parenzo, il quale sentenziò che i pascoli potevano venir usufruiti da entrambi le comunità. I vari contrasti tra signorotti e vescovi fece sì che all'inizio del 1300 il castello di Sanvincenti divenne un importante punto strategico ai confini della contea di Pisino. Essendo un comune molto esteso, grazie anche alla decisione del vescovo Giovanni, era pressoché indipendente da Pola avendo tra l'altro un proprio giudizio criminale e civile amministrato da gastaldo.
Nel 1331, i Castropola, in lotta contro Venezia, persero la sovranità su Sanvincenti che passò alla famiglia Morosini, erede di Fulcherio de Castropola, morto senza prole legittima. Nel 1374, con la morte del conte Alberto IV il feudo di Sanvincenti passò ai duchi d'Austria con la contea di Pisino, ma la baronia fu mantenuta staccata con un proprio provveditore ed una propria amministrazione. Il 1° maggio del 1384 Gilberto Zorzi, vescovo di Parenzo, donò alla nobile famiglia Morosini, il castello che apparteneva a suo zio Fulcherio Castropola. Sanvincenti, occupata dai Veneziani nel 1515, con la pace di Worms del 1523, rimase sotto la sovranità della repubblica di Venezia. Lo stesso anno i Morosini acquisirono la metà del feudo che era rimasto sotto la sovranità austriaca e da allora furono indiscussi signori di Sanvincenti. Nel 1532 Andrea Morosini, elaborò uno statuto per il comune di Sanvincenti. Nel 1560, Angela e Morosina Morosini sposarono i fratelli Ermolao e Marino Grimani di San Luca e quale dote portarono il feudo paterno. Dopo le nozze di Morosina Morosini con il patrizio Marino Grimani, il 25 aprile del 1595 quest'ultimo venne eletto Doge di Venezia e sua moglie Morosina diventò Dogaressa. Grandi furono i festeggiamenti a Sanvincenti. A Venezia lei creò una scuola laboratorio di merletti che poi ebbe uno straordinario sviluppo a Burano. I Grimani tennero il feudo fino alla caduta della repubblica veneta nel 1797 e poi, nel XIX secolo, lo cedettero al vescovo Dobrila di Parenzo. Dopo dieci secoli, Sanvincenti ritornò alla mensa vescovile. Prima dell'ultima guerra monsignor Pederzolli cedette il castello al comune di Sanvincenti, che ne fece la sua nuova sede.

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