All ® are trademarks of Roberto Palisca © April 2004 All Rights Reserved E mail [email protected]

UN PAESINO CHE SEMBRA USCITO DALLE PAGINE ILLUSTRATE 
DI UN LIBRO CHE RACCONTA LE FAVOLE DI UN’ISTRIA  INCANTATA

Mlini, ai confini della realtà

 

Forse è l’ultimo luogo della penisola in cui gira ancora
 lenta e silensiosa, la ruota di un mulino ad acqua

M L I N I

di Roberto Palisca

C'erano tempi
in cui l'Istria 
aveva 1500 mulini

Mlini sembra un luogo incantato. È un minuto villaggio del Kodolje, nell’angolo settentrionale più estremo della Valle del Quieto, oggi diviso da quella che è la frontiera tra la Croazia e la Slovenia. Ma il confine che questo sperduto paesino fa venire in mente a chi lo visita è un altro: sembra ai confini della realtà. Una manciata di case costruite in pietra del carso che, come la natura che le circonda, ancora intatta ed incontaminata, sembrano esser appena uscite dalle pagine di un libro illustrato delle più belle fiabe dei fratelli Grimm. Quelle popolate dagli gnomi, dalle fate e dall’orco, che da bambini ci lasciavano a bocca aperta ogniqualvolta ce le leggevano. Per arrivarci si svolta a sinistra dalla principale che da Pinguente porta al valico di Požane, proprio un attimo prima di arrivare ai caselli della polizia e delle dogane. La stradina di campagna che dopo mezzo chilometro si dirama a destra finisce a poche centinaia di metri dall’incrocio. E siete qui. La piccola casetta che vi ritrovate dinanzi è quella in cui Vilenka Dika e suo marito Emil gestiscono uno degli agriturismi più particolari del Pinguentino e forse anche dell’Istria intera.
Sul retro, azionata dall'acqua nitida del torrente Bračana, uno dei tanti piccoli affluenti del Quieto, gira lenta e silenziosa la ruota di un antico mulino. I verdi ciuffi di soffice muschio che tappezzano a grappoli le pale di legno fradicio e ormai consumato dall’usura, attutiscono ogni altro rumore. A violare il silenzio è soltanto il rilassante gorgoglio dei rivoli d’acqua limpida, ciascuno dei quali, dopo aver dato un’altra spinta alla ruota, continua a seguire la sua strada verso valle, gorgheggiando attraverso un’infinità di minute cascatelle. Da fuori il monotono scricchiolio della vecchia macina di pietra che all’interno gira e gira, ingoiando come una chioccia affamata e mai sazia chicchi di mais, non si sente. Nel territorio lungo il Quieto e i suoi torrenti d'affluenza oggi esistono tracce di ben ventidue impianti del genere. Ma questo di Mlini è l’unico ancora in piena funzione. Il vecchio mulino, l’unico dei cinque che una volta producevano farina in questo angolino dell’Istria, ha un'unica stanza di pochi metri, un camminatoio, un ripostiglio per gli attrezzi, una fila di contenitori per la polenta. La macina in sasso è la stessa da chissà quanti secoli. “Un tempo qui dentro di macine ce n’erano tre” – ci racconta Antun Fantinić che qui tutti chiamano zio Toni e che forse, senza neanche saperlo, è l’ultimo mugnaio istriano ancora in vita. Ha la bellezza di 85 anni. “Con  il calo d’interesse per la produzione di farina un po’ ovunque, le altre due sono cadute in disuso e sono state tolte. A riscattare il mulino in proprietà della nostra famiglia fu mio padre" – ci racconta zio Toni. Al posto di una delle vecchie macine scoparse quest’arzillo nonnino ha installato da solo, di sua iniziativa, già molto tempo fa, un piccolo generatore di corrente. Così l’acqua del vecchio mulino gli fornisce almeno l’energia per alimentare uno scaldabagno e una stufa. Un modo come un altro per risparmiare un po’.
Sull’unica macina ancora in azione l’anziano mugnaio ha montato un rudimentale sistema d’allarme: una specie di campanellino che entra in azione esuona quando anche l’ultimo chicco di mais è finito dal sacco di granturco nella macina. Il tintinnio gli dà il segnale che il lavoro è finito anche se lui in quel momento si trova fuori. Per quanto da qualche tempo a questa parte zio Toni si lamenti di avere un po’ di problemi con l’udito, se per istinto o per abitudine, strano ma vero, non gli succede mai di non sentire quel suono.

Ci fa entrare e ci fa vedere come funziona l’antico meccanismo. Un lieve profumo aleggia nell'aria: come tutto qui intorno, sa d’altri tempi. Il granoturco scivola lentamente dal sacco in un imbuto come fa la sabbia in una clessidra; la pesante macina lo stritola e ne esce una farina di un tenue color ocra. Ovviamente non è gialla come siamo abituati a vederla nei sacchetti che troviamo in commercio, perché contiene farina e scorie. Tutto quel che si può ricavare dal mais.
Tutto quello che fa di una polenta una vera e buona polenta. Quella che una volta era l'alimento immancabile sulle tavole di ogni casa istriana. Quella che era diventata ormai quasi il simbolo popolare della sua cucina, le cui buone massaie sperimentavano in tutte le variazioni gastronomiche le particolarità di questa farina dorata. Altroché le polente istantanee già sottoposte a trattamenti a vapore che si acquistano oggi al supermercato e che sono pronte in pochi minuti. La polenta di una volta bisognava farla girare sul fuoco col mestolo per buoni quarantacinque minuti, badando che nel paiolo non vengano a formarsi dei grumi. La farina di granturco doveva cadere in pentola a pioggia, prima che l'acqua bolla. Poi occorreva mescolarla, finche non si staccava dalle pareti e dal fondo del calderone, fino a quando quell’inconfondibile profumo non si espandeva per la casa intera. Fu per molti, soprattutto nelle famiglie più povere, un alimento comune di cui  tutti saranno stati anche stanchi, ma pur sempre sazi. Oggi per chi sa apprezzare e godere delle piccole cose non può che rappresentare una piccola gioia della vita. Stiamo riflettendo di questa quando vendiamo che è giunta l’ora di togliere il disturbo. Salutiamo il mugnanio e uscendo dal mulino ci rituffiamo nella quiete della natura circostante. Saliamo in macchina malvolentieri, accendiamo il motote e partiamo. E ci accorgiamo che stiamo facendo decisamente troppo rumore. Chissà, forse arrivando abbiamo effettivamente disturbato la pace di cui qualche bella ninfa istriana stava godendo in compagnia di qualche agile centauro.  Foto di Goran Žiković

Ecco che cos'è
 il vero agriturismo

In Istria un tempo numerosi insediamenti erano legati all'attività dei mulini, dove oltre al mugnaio e alla sua famiglia, viveva spesso anche molta altra gente. Di mulini attivi in tutta la penisola alla fine dell'800 ce n’erano almeno 1500. Ma oggi sono quasi tutti scomparsi. Quasi tutti. Il piccolo villaggio di Mlini, ai limiti estremi della valle del fiume Quieto, nel Pinguentino, un tempo ne aveva cinque. Oggi ne è rimasto uno soltanto, ma è ancora in funzione. Proprio per questo il piccolo insediamento di Mlini rappresenta oggi un’attrattiva tutta unica e particolare.
Lo sviluppo dei mulini in tutta l’Istria, ma soprattutto nella parte settentrionale della penisola, fu intenso fino agli inizi del 1900, in quanto in tutta la regione ma in primo luogo nelle città, la popolazione andava progressivamente aumentando. In campagna si coltivavano molto i cereali e nei centri urbani la richiesta di pane e di farina cresceva progressivamente. E i forni cittadini dipendevano quasi esclusivamente dall'approvvigionamento proveniente dalle località dell'entroterra. La forte richiesta di farina coinvolse direttamente i mulini presenti lungo i fiumi e soprattutto quelli sul Quieto, sul Dragogna e sul Risano, che iniziarono a produrre a ritmi quasi industriali.  Con la comparsa dei primi mulini a vapore nelle città, in grado di macinare in un giorno fino a mille quintali di grano tuttavia, in seguito i mulini ad acqua persero sempre di più la loro funzione e finirono per chiudere. Fu un duro colpo per i piccoli proprietari di questi impianti che alla fine dovettero rassegnarsi di fronte all’avanzare del progresso della tecnica.

Dove lo trovate, oggi, un posto in cui potete ancora bere acqua di fonte da un ruscello senza dover temere un mal di stomaco. Dove sta un altro angolino di terra in cui, mentre state mangiando una sana minestra fatta tutta con ingredienti genuini o un'insalata di ortaggi e verdure che mai hanno udito parlar di genetica, in un laghetto accanto a voi guardate sguazzare ochette e anatroccoli, trote che, se soltanto lo volete, finiscono in padella o alla griglia per voi? Dove vi servono, tra le tante altre specialità della casa, salsicce di cinghiale o carne di trota affumicata che fa scordare anche al più incallito dei buongustai il sapore del tanto decantato e costoso salmone. Del profumo e del sapore della malvasia che vi porteranno a tavola non vi diremo. A Mlini troverete tutto questo. I proprietari del piccolo ed unico agriturismo a conduzione famigliare del posto temono la pubblicità.
"Facciamo tutto da soli - ci spiega Vilenka Dika che non vuol sentirne di lasciarsi fotografare. - Io, mio marito, mia mamma, mio zio. Anche nostra figlia ci dà una mano quando può, ma è impegnata con gli studi. Abbiamo altri parenti anche in altre località dell'Istria che si occupano di allevamento e agricoltura. Sono loro i nostri fornitori. A lavorare in cucina poi è mia madre che è una di quelle vere massaie istriane all'antica. Sinceramente ci sa fare" - ci rivela. E dalle abili mani di Marija Smilović finiscono a tavola squisiti sughi di selvaggina, piatti e piatti di fusi, tagliatelle, "pljukanci" (quelli che assomigliano tanto alle trofie genovesi) fatti in casa con uova fresche e farina che arriva dal mulino del posto. C'è già chi per l'unicità dell'ambiente, per la bontà dei piatti e per la calda accoglienza dei proprietari, sceglie proprio questo posto per celebrare la festa di un matrimonio. Provare per credere.




Vai a un altro reportage

All ® are trademarks of Roberto Palisca © April 2004 All Rights Reserved E mail [email protected]
Hosted by www.Geocities.ws

1