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C'erano
tempi
in cui l'Istria
aveva 1500 mulini |
Mlini sembra un luogo
incantato. È un minuto villaggio del Kodolje, nell’angolo
settentrionale più estremo della Valle del Quieto, oggi diviso da
quella che è la frontiera tra la Croazia e la Slovenia. Ma il confine
che questo sperduto paesino fa venire in mente a chi lo visita è un
altro: sembra ai confini della realtà. Una manciata di case costruite
in pietra del carso che, come la natura che le circonda, ancora intatta
ed incontaminata, sembrano esser appena uscite dalle pagine di un libro
illustrato delle più belle fiabe dei fratelli Grimm. Quelle popolate
dagli gnomi, dalle fate e dall’orco, che da bambini ci lasciavano a
bocca aperta ogniqualvolta ce le leggevano. Per arrivarci si svolta a
sinistra dalla principale che da Pinguente porta al valico di Požane,
proprio un attimo prima di arrivare ai caselli della polizia e delle
dogane. La stradina di campagna che dopo mezzo chilometro si dirama a
destra finisce a poche centinaia di metri dall’incrocio. E siete qui.
La piccola casetta che vi ritrovate dinanzi è quella in cui Vilenka
Dika e suo marito Emil gestiscono uno degli agriturismi più particolari
del Pinguentino e forse anche dell’Istria intera.
Sul retro, azionata dall'acqua nitida del
torrente Bračana, uno dei tanti piccoli affluenti del Quieto, gira
lenta e silenziosa la ruota di un antico mulino. I verdi ciuffi di
soffice muschio che tappezzano a grappoli le pale di legno fradicio e
ormai consumato dall’usura, attutiscono ogni altro rumore. A violare
il silenzio è soltanto il rilassante gorgoglio dei rivoli d’acqua
limpida, ciascuno dei quali, dopo aver dato un’altra spinta alla
ruota, continua a seguire la sua strada verso valle, gorgheggiando
attraverso un’infinità di minute cascatelle. Da fuori il monotono
scricchiolio della vecchia macina di pietra che all’interno gira e
gira, ingoiando come una chioccia affamata e mai sazia chicchi di mais,
non si sente. Nel territorio lungo il Quieto e i suoi torrenti
d'affluenza oggi esistono tracce di ben ventidue impianti del genere. Ma
questo di Mlini è l’unico ancora in piena funzione. Il vecchio mulino, l’unico dei cinque che una
volta producevano farina in questo angolino dell’Istria, ha un'unica
stanza di pochi metri, un camminatoio, un ripostiglio per gli attrezzi,
una fila di contenitori per la polenta. La macina in sasso è la stessa
da chissà quanti secoli. “Un tempo qui dentro di macine ce n’erano
tre” – ci racconta Antun Fantinić che qui tutti chiamano zio
Toni e che forse, senza neanche saperlo, è l’ultimo mugnaio istriano
ancora in vita. Ha la bellezza di 85 anni. “Con
il calo d’interesse per la produzione di farina un po’
ovunque, le altre due sono cadute in disuso e sono state tolte. A
riscattare il mulino in proprietà della nostra famiglia fu mio
padre" – ci racconta zio Toni. Al posto di una delle vecchie
macine scoparse quest’arzillo nonnino ha installato da solo, di sua
iniziativa, già molto tempo fa, un piccolo generatore di corrente. Così
l’acqua del vecchio mulino g li fornisce almeno l’energia per alimentare
uno scaldabagno e una stufa. Un modo come un altro per risparmiare un
po’.
Sull’unica macina ancora in azione l’anziano mugnaio ha montato un
rudimentale sistema d’allarme: una specie di campanellino che entra in
azione esuona quando anche l’ultimo chicco di mais è finito dal sacco
di granturco nella macina. Il tintinnio gli dà il segnale che il lavoro
è finito anche se lui in quel momento si trova fuori. Per quanto da
qualche tempo a questa parte zio Toni si lamenti di avere un po’ di
problemi con l’udito, se per istinto o per abitudine, strano ma vero,
non gli succede mai di non sentire quel suono.
Ci fa entrare e ci fa vedere
come funziona l’antico meccanismo. Un lieve profumo aleggia nell'aria:
come tutto qui intorno, sa d’altri tempi. Il granoturco scivola
lentamente dal sacco in un imbuto come fa la sabbia in una clessidra; la
pesante macina lo stritola e ne esce una farina di un tenue color ocra.
Ovviamente non è gialla come siamo abituati a vederla nei sacchetti che
troviamo in commercio, perché contiene farina e scorie. Tutto quel che
si può ricavare dal mais.
Tutto quello che fa di una polenta una vera e buona polenta. Quella che
una volta era l'alimento immancabile sulle tavole di ogni casa istriana.
Quella che era diventata ormai quasi il simbolo popolare della sua
cucina, le cui buone massaie sperimentavano in tutte le variazioni
gastronomiche le particolarità di questa farina dorata. Altroché le
polente istantanee già sottoposte a trattamenti a vapore che si
acquistano oggi al supermercato e che sono pronte in pochi minuti. La
polenta di una volta bisognava farla girare sul fuoco col mestolo per
buoni quarantacinque minuti, badando che nel paiolo non vengano a
formarsi dei grumi. La farina di granturco doveva cadere in pentola a
pioggia, prima che l'acqua bolla. Poi occorreva mescolarla, finche non
si staccava dalle pareti e dal fondo del calderone, fino a quando
quell’inconfondibile profumo non si espandeva per la casa intera. Fu
per molti, soprattutto nelle famiglie più povere, un alimento comune di
cui tutti saranno stati
anche stanchi, ma pur sempre sazi. Oggi per chi sa apprezzare e godere
delle piccole cose non può che rappresentare una piccola gioia della
vita. Stiamo riflettendo di questa quando vendiamo che è giunta l’ora
di togliere il disturbo. Salutiamo il mugnanio e uscendo dal mulino ci
rituffiamo nella quiete della natura circostante. Saliamo in macchina
malvolentieri, accendiamo il motote e partiamo. E ci accorgiamo che
stiamo facendo decisamente troppo rumore. Chissà, forse arrivando
abbiamo effettivamente disturbato la pace di cui qualche bella ninfa
istriana stava godendo in compagnia di qualche agile centauro.
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Ecco
che cos'è
il vero agriturismo |
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In
Istria un tempo numerosi insediamenti erano legati all'attività dei
mulini, dove oltre al mugnaio e alla sua famiglia, viveva spesso anche
molta altra gente. Di mulini attivi in tutta la penisola alla fine
dell'800 ce n’erano almeno 1500. Ma oggi sono quasi tutti scomparsi.
Quasi tutti. Il piccolo villaggio di Mlini, ai limiti estremi della valle
del fiume Quieto, nel Pinguentino, un tempo ne aveva cinque. Oggi ne è
rimasto uno soltanto, ma è ancora in funzione. Proprio per questo il
piccolo insediamento di Mlini rappresenta oggi un’attrattiva tutta unica
e particolare.
Lo sviluppo dei mulini in tutta l’Istria, ma soprattutto nella parte
settentrionale della penisola, fu intenso fino agli inizi del 1900, in
quanto in tutta la regione ma in primo luogo nelle città, la popolazione
andava progressivamente aumentando. In campagna si coltivavano molto i
cereali e nei centri urbani la richiesta di pane e di farina cresceva
progressivamente. E i forni cittadini dipendevano quasi esclusivamente
dall'approvvigionamento proveniente dalle località dell'entroterra. La
forte richiesta di farina coinvolse direttamente i mulini presenti lungo i
fiumi e soprattutto quelli sul Quieto, sul Dragogna e sul Risano, che
iniziarono a produrre a ritmi quasi industriali.
Con la comparsa dei primi mulini a vapore nelle città, in grado di
macinare in un giorno fino a mille quintali di grano tuttavia, in seguito
i mulini ad acqua persero sempre di più la loro funzione e finirono per
chiudere. Fu un duro colpo per i piccoli proprietari di questi impianti
che alla fine dovettero rassegnarsi di fronte all’avanzare del progresso
della tecnica.
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Dove
lo trovate, oggi, un posto in cui potete ancora bere acqua di fonte da
un ruscello senza dover temere un mal di stomaco. Dove sta un altro
angolino di terra in cui, mentre state mangiando una sana minestra fatta
tutta con ingredienti genuini o un'insalata di ortaggi e verdure che mai
hanno udito parlar di genetica, in un laghetto accanto a voi guardate
sguazzare ochette e anatroccoli, trote che, se soltanto lo volete,
finiscono in padella o alla griglia per voi? Dove vi servono, tra le
tante altre specialità della casa, salsicce di cinghiale o carne di
trota affumicata che fa scordare anche al più incallito dei buongustai
il sapore del tanto decantato e costoso salmone. Del profumo e del
sapore della malvasia che vi porteranno a tavola non vi diremo. A Mlini
troverete tutto questo. I proprietari del piccolo ed unico agriturismo a
conduzione famigliare del posto temono la pubblicità.
"Facciamo tutto da soli - ci spiega Vilenka Dika che non vuol
sentirne di lasciarsi fotografare. - Io, mio marito, mia mamma, mio zio.
Anche nostra figlia ci dà una mano quando può, ma è impegnata con gli
studi. Abbiamo altri parenti anche in altre località dell'Istria che si
occupano di allevamento e agricoltura. Sono loro i nostri fornitori. A
lavorare in cucina poi è mia madre che è una di quelle vere massaie
istriane all'antica. Sinceramente ci sa fare" - ci rivela. E dalle
abili mani di Marija Smilović finiscono a tavola squisiti sughi di
selvaggina, piatti e piatti di fusi, tagliatelle, "pljukanci"
(quelli che assomigliano tanto alle trofie genovesi) fatti in casa con
uova fresche e farina che arriva dal mulino del posto. C'è già chi per
l'unicità dell'ambiente, per la bontà dei piatti e per la calda
accoglienza dei proprietari, sceglie proprio questo posto per celebrare
la festa di un matrimonio. Provare per credere.


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