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L’IPOTESI DEL COLLEGAMENTO SOTTERRANEO DELLE ACQUE DEL TORRENTE DI PISINO
 CON QUELLE DEL CANALE DI LEME AFFASCINA ANCORA OGGI SPELEOLOGI E RICERCATORI

Nella Foiba dell’«ombelico» dell’Istria
le grotte e i laghi che ispirarono Verne

Nel settembre del 1893 il padre della speleologia moderna Eduard Alfred Martel
 si addentrò nella voragine e scoprì lì dentro labirinti di acque e sale e caverne immense 

P I S I N O

di Roberto Palisca

Il Castello
dei Montecuccoli

Non per nulla dicono che sia l’ombelico dell’Istria. Cittadina ricchissima di vicende storiche che si perdono nel passato, è sorta infatti nel cuore della penisola, in un paesaggio naturale che appare tuttoggi ancora intatto ed incontaminato, a 262 metri al di sopra del livello del mare. Qui, tra il verde rigoglioso che sovrasta l'enorme apertura di una grotta carsica, nel X secolo fu fondato il nucleo storico di Pisino. Nel 929, Ugo di Provenza, re d'Italia, donò alla chiesa di Parenzo il "Castrum Pisinum", donazione confermata nel 983 dall'imperatore Ottone II il Sanguinario. Questa donazione si limitava probabilmente al solo castello la cui costruzione dovrebbe risalire al IX secolo, per opera di re Berengario I. Eretto in posizione strategica, fu costruito probabilmente a protezione dell'agro parentino contro le scorrerie dei paesi oltremontani. In quei tempi, a pochissima distanza, esisteva già il borgo fortificato di Pisinvecchio che apparteneva al patriarca d'Aquileia e che vantava il rango e i diritti di città. Un documento del 1012, rilasciato da Enrico II di Sassonia, testimonia la donazione, avvenuta nel 996 da parte dell'imperatore Ottone III di Sassonia, al patriarca d'Aquileia. Il territorio di Pisinvecchio era molto ampio e confinava con i villaggi di Vermo, Castelverde, Sarezzo, Lindaro, Gimino, San Pietro in Selve ed Antignana, inclusa la rocca di Pisino. Nei secoli XI e XII questo territorio appartenne alla Chiesa di Parenzo ed al Patriarca di Aquileia, a cui fu tolto verso il 1160 dai Conti di Gorizia, che lo tennero in seguito fino al XIV secolo, quando per eredità entrò a far parte dei domini degli Asburgo, che lo infeudarono a diverse famiglie, tedesche ed italiane. 

Dapprima contea fu poi, tra il 1420 e il 1536, anche di dominio veneziano. Ripresa dagli Asburgo dopo la Lega di Cambrai, Pisino fu ceduta in seguito ai Montecuccoli di Modena. Furono loro a dare il via al rinnovo e all’ampliamento dell’imponente castello di Pisino che già esisteva sul ciglio dell’immensa voragine carsica in cui scompare il torrente Foiba. Il maniero e il profondo inghiottitoio che quattro secoli dopo ispirarono niente meno che Giulio Verne che ambientò proprio qui uno dei suoi più celebri libri di fantascienza: il "Mathias Sandorf", che fu pubblicato nel 1885 a Parigi dall'editore Hetzel. L'originale del libro, trovato per caso a Parigi nel 1970, in una piccola libreria antiquaria di Rue de la Seine, venne tradotto in italiano con il titolo "La congiura di Trieste". La trama si svolge nel 1867. È il racconto di tre nobili ungheresi che, dopo aver fallito in un’azione cospirativa contro il governo austriaco, organizzata a Trieste e tesa a ridare l'indipendenza all'Ungheria, finiscono imprigionati proprio nelle celle delle carceri del castello pisinese. Due dei protagonisti del libro riescono a fuggire da una finestra e a calarsi giù dalle possenti mura del maniero lungo il cavo del parafulmine, per gettar
si alla fine nel torrente e farsi portare dalle acque del Foiba dentro alla grotta sotterranea. Dopo sei ore di avventura la corrente del fiume, alla quale si abbandonano entrambi, li porta in salvo, venti chilometri più in là, a sudovest e i due si ritrovano liberi, in mare, nelle acque del Canale di Leme. Una trama da Indiana Jones, quella del "Mathias Sandorf" di Verne, che anni dopo avrebbe indotto il padre della speleologia moderna, Edouard Alfred Martel, a venire a Pisino per esplorare la grotta. Il 25 settembre del 1893 l’avvocato francese e inventore del termine speleologia, scoprì la prima parte della grotta: una sala immensa, alta dai 5 ai 12 e lunga un centinaio di metri, che sbocca in un altro vasto antro di 12 metri d’altezza, che contiene un lago lungo 80, largo dai 10 ai 30 e profondo oltre 13 metri e Martel ipotizzò che quelle acque dovessero avere uno sbocco sotterraneo. In suo onore la grotta e il lago presero il suo nome. 
Quarantun anni più tardi, nel tentativo di convincersi dell’esattezza delle teorie di Martel e di Verne, uno scienziato italiano faceva un esperimento con delle anguille marcate. Le liberò nelle acque del torrente che si inabissano nella grotta pisinese e un paio di giorni dopo le ritrovò a sudest, alle sorgenti di un fiumiciattolo che sbocca a circa 20 chilometri di distanza da Pisino.
Un’ipotesi, quella del collegamento delle acque del torrente pisinese con il mare che tutt’oggi attrae i ricercatori. Nell’agosto del 1975 alcuni membri del gruppo speleologico di Pisino tentarono di chiarire a loro volta il mistero. Decisero di seguire le acque il ruscello nella grotta fino a immergersi nelle acque del lago per arrivare a 30 metri di profondità. Ad un certo momento, mentre riemergeva, a circa 10 metri dalla superficie, l'ultimo dei sub della squadra, un certo Mitra, individuò in una parete rocciosa un inghiottitoio. Entrò nella spaccatura e dopo qualche metro scoprì che il tunnel sotterraneo portava alla superficie di un secondo lago che sboccava in un'altra sala, alta 13 metri che continuava come un canale serpeggiante. Sfortunatamente, per questioni di sicurezza, dovette ritornare sui suoi passi. Esclusi i due eroi di Verne, Mitra resta comunque l'unica persona che si è addentrata tanto in profondità nell’antro di Pisino. Nessuno dei ricercatori riuscì in seguito a rintracciare la spaccatura individuata da Mitra, ma in onore di Giulio Verne Pisino festeggia oggi una giornata: è il 26 giugno, la data in cui i due eroi del libro riuscirono a scappare dalle prigioni del castello. E a Giulio Verne Pisino ha intestato anche una via: è proprio quella che porta al castello dei Montecuccoli. 


Foto di Graziella Tatalović


          
                   Il campanile di Pisino                                                                 Gli affreschi medievali della chiesa di San Nicola

La parrocchiale 
di San Nicola

Il castello di Pisino é un'immensa fortificazione irregolare a due piani, con un ampio cortile interno. L'aspetto odierno della costruzione risale, in gran parte al XV e al XVI secolo ed è il risultato di molte ristrutturazioni precedenti. La fortezza originaria aveva  forma allungata, una torre quadrangolare, le mura che comprendevano anche le case circostanti, e una cappella romanica consacrata alla Madonna.
In passato era provvista anche di un ponte levatoio che superava il fossato difensivo. Grazie alla costruzione della torre semicircolare provvista di un passaggio al disotto, il castello era molto ben difeso.
Nel XVIII e nel XIX secolo il fossato difensivo e il ponte levatoio divennero superflui, e nella prima metá del XIX secolo la cima della torre quadrangolare venne abbattuta. Il castello fu ampliato e provvisto di nuove finestre. Durante la II Guerra mondiale il Castello di Pisino fu una delle prigioni più temute dell'Istria.
Dalla fine della II Guerra mondiale nel castello hanno la loro sede il Museo etnografico dell'Istria, il Museo di Pisino e l'Archivio storico regionale.


Il cortile del castello





Il fornice del campanile 


Il leone marciano del Castello di Pisino
Tra i monumenti dell'architettura sacrale, a Pisino spiccano per bellezza la chiesa parrochiale di San Nicola e il monastero francescano della Visitazione della Beata Vergine Maria. La parrocchiale assunse l'aspetto odierno soltanto nel 1764 ma è molto più antica: fu costruita infatti, nel 1266 in stile romanico molto semplice, con la parte a forma di rocca destinata alle campane. La scritta in latino sovrastante l’accesso principale, sulla quale si trova anche il piú vecchio stemma di Pisino, costituito da uno scudo con al centro una torre stilizzata del castello del posto, conferma la data della costruzione. 
Nel 1441 alla chiesa fu aggiunto un santuario tardogotico con volta retiforme decorata da dei bellissimi affreschi del 1460 circa. Il pittore al quale si devono è ignoto ma fece sicuramente parte del circolo culturale dei laboratori artistici alpini, probabilmente tirolesi. I sette altari sono del XVII e del XVIII secolo e l'altare maggiore è consacrato a San Nicola e alla Vergine Maria. All'interno della chiesa, molto ben tenuto, ci sono anche un bell'organo e l'antico presbiterio separato dall'aula dal grande arco gotico tutto affrescato. Anche l'abside a volta con archi acuti ogivali sostenuti da costoloni in pietra e a forma semiottagonale, è tutta affrescata. All'incrocio dei costoloni, tredici piccoli scudi in pietra portano le insegne araldiche delle famiglie nobili che furono interessate alla realizzazione della chiesa. Le lastre tombali di pietra testimoniano l’antica abitudine di dar sepoltura alla nobiltà ed al clero di un tempo dentro alla chiesa e intorno ad essa. Ai piedi del grande campanile, attraversato da un sottopassaggio a fornice , alto 45 metri, distaccato dalla parrocchiale e costruito nel 1705 c'era un tempo un passaggio attraverso il quale si accedeva alla chiesa circondata in passato da un muro in pietra. È tutto in calcare bianco, con doppio coronamento e con trifore alla cella campanaria, sormontato da una torre e da una cuspide ottagonali. Un orologio è situato sul lato che dà verso la città vecchia, sopra lo stemma di Pisino.

Il monastero francescano fu
fondato nel 1481. La chiesa fu terminata tra il 1463 e il 1477, e nel 1484 i frati francescani la ristrutturarono e la ingrandirono. Fino ad allora era un edificio monastico di piccole dimensioni ed aveva 12 stanze, una farmacia, un ospedale, un chirurgo e la propria biblioteca. Nel 1717 al monastero fu aggiunta una nuova ala con il refettorio. La chiesa monastica aveva una navata, era rettangolare, aveva il santuario gotico poligonale, la cappella laterale (del 1729) e il campanile. Fino alla fine del XVIII sec. davanti alla chiesa c'era il cimitero monastico e nel 1816 in questo luogo fu collocato il monumento alla vittoria sui francesi.




        L'interno della chiesa di San Nicola 

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