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La
basilica
di San Martino:
nuda e semplice fuori, ricca e sfarzosa dentro |
San
Lorenzo del Pasenatico è a metà strada tra Capodistria e Pola. Con le
sue torri, le sue mura, le sue chiese e le nobili palazzine ricche di
storia, dai frontali adorni di antichi stemmi patrizi, che si sostengono
ai ruderi di
vecchie case cadenti, fa compiere a chi la visita un viaggio a
ritroso nel tempo, fino al Medioevo. Qui le tracce del cristianesimo
risalgono addirittura al lontanissimo III secolo. Gli atti storici
citano il borgo in forma scritta già nell’anno 1030. La cittadina fu
fortificata con bastioni e muraglie durante il dominio bizantino. Fatto
sta che di torri un tempo questo borgo pittoresco ne aveva ben
nove. Oggi ne sono testimonianza i ruderi. La chiesa parrocchiale del
luogo è consacrata a San Martino vescovo ed è una basilica del IX
secolo. Ma l’abitato deve il suo nome alla cappelletta di San Lorenzo:
una chiesuola che fu costruita al cimitero cent’anni prima. II
campanile retrostante la basilica, che ha ventun metri, è in stile
romanico ed è di rara bellezza. Su ognuno dei quattro lati ha delle
finestre bifore ad arco ogivale. La base dell’alta costruzione appare
letteralmente incassata
nei bastioni sottostanti. Spesse mura che, tra il X e I'XI secolo,
vennero ricostruite e rinforzate dai Franchi. Durante il dominio
veneziano, nel XIV secolo, San Lorenzo diventò sede del governo
militare per tutta l'Istria. Nel 1304 infatti, Venezia trasferì qui
dalla vicina Parenzo la sede del Capitano provinciale. Ad eccezione del
territorio di Capodistria, tutte le città istriane soggette alla
Serenissima erano tenute in quei tempi a fornire ciascuna un contingente
militare di 88 uomini armati a cavallo. Quelle che non erano in grado di
farlo dovevano pagare al doge un tributo in denari pari a 40 grossi per
cavaliere.
La
torre di San Lorenzo, che in un non tanto lontano passato aveva anche
funzione di torre dell’orologio, risale all'XI secolo. Ma in origine
doveva avere senza ombra di dubbio anche un importante ruolo di difesa.
Dall’alto di quella costruzione
merlata gli abitanti del luogo potevano avvistare per tempo chiunque si
azzardasse ad attaccare la cittadina. Ai suoi piedi in passato si
entrava in città da settentrione, attraverso una delle tre antiche
porte del borgo. Quell’entrata, che era ad arco acuto come la porta
meridionale della città, attraverso la quale si
accede tutt’oggi al nucleo storico, oggi appare murata. Varcata la soglia
della porta opposta, l’altra detta anche
Porta
Grande, si accede ad un piazzale che è un vero spettacolo. Colpisce la
vista, in primo piano, la colonna dell’infamia dove venivano esposti
alla gogna e al dileggio della cittadinanza, ladri, debitori i nsolventi
e bancarottieri. In fondo la magnifica loggia in cui sono esposte le
tante vecchie lapidi ed iscrizioni rinvenute in zona e frammenti di
monumenti romani e croati antichi. Tutt’intorno splendide palazzine
ancora abitate,
con balconi fioriti. Su
tutto domina l’alta torre del campanile. Attraversato il bel piazzale
arriviamo in fondo e svoltiamo all’angolo della calle che porta sul
retro della parrocchiale per arrivare ai ruderi dei vecchi bastioni.
Intorno a noi, di qua e di là, vere di pietra di pozzi secolari e massi
scolpite che se almeno potessero avere il dono della parola,
racconterebbero chissà quanti e quali episodi di storia. Spaventiamo
uno stormo di piccioni che si solleva in volo dai resti di un torrione,
provocando un fragoroso batter d’ali. Ce ne sono a centinaia. Tutt’a
un tratto sembra quasi che una macchina del tempo ci abbia catapultati
nel bel mezzo della più celebre fiaba di Perrault. La scena è quella.
Mancano soltanto lei, la Bella Addormentata e il principe a cavallo che
arriva a svegliarla con un bacio. Ovunque, più si va in là verso le
rovine, rovi, siepi e veri cespugli di asparagi selvaggi. Qui crescono
un po’ dappertutto. In primavera non serve andar per boschi per
raccoglierli. Basta badare alle vipere. Ci raccontano a proposito che a
San Lorenzo del Pasenatico era usanza che alla prima messa della Pasqua
di Resurrezione i contadini portassero a benedire oltre
alle uova, alla focaccia e all'agnello anche un mazzo d'aglio. Durante
la messa ne mangiavano qualche spicco, convinti che così facendo,
sarebbero stati risparmiati dal morso delle vipere. Per lo stesso
motivo, ossia quello di essere liberati dalle vipere, da queste parti si
gettavano intorno alle case i gusci frantumati delle uova benedette in
chiesa. Non si dovevano assolutamente gettare nel fuoco perché in tal
caso le galline di uova non ne avrebbero fatte più. E quando in
primavera dopo la prima pioggia si incappava sul primo asparago, era
d’obbligo battere la testa del germoglio con un sasso per darle così
la forma della testa di un serpente. Poi lo si metteva sotto a una
pietra e ci si faceva il segno della croce. Chissà se qualcuno da
queste parti rispetta ancora queste antichissime usanze pagane

La colonna dell’infamia in mezzo alla piazza principale del borgo
La scultura della capra istriana posta all'entrara del borgo

La navata centrale della basilica di San Martino
La
vera scolpita del pozzo di Palazzo Contarini
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Il
buon parroco
ha spalancato per noi
le porte di San Biagio |
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Come tante altre chiese dell’Istria anche la
parrocchiale di San Lorenzo del Pasenatico viene elencata nella bolla
papale di Alessandro III del 1177. È un’ampia basilica a pianta
rettangolare di 640 metri quadrati che nel corso dei secoli ha subito
diversi rinnovi. La facciata che ha oggi, di chiara influenza ravennate,
per quanto rifatta in periodo ottocentesco, appare molto semplice. Tre
entrate, la principale delle quali sovrastata da una finestra semiogivale:
niente decori con statue di santi, niente iscrizioni latine, nessuna
lapide. Tutte le iscrizioni storiche e i reperti archeologici in pietra
scolpita rinvenuti in questa zona sono comunque murati ed esposti nella
bella loggia lapidario che si trova sul lato destro della chiesa. Ma se al
suo esterno la basilica di San Martino appare di modesto valore
architettonico in compenso all’interno conserva opere d'arte notevoli.
Merita ad esempio tutta l’attenzione la bellissima e raffinata
acquasantiera cinquecentesca su pilastrello che si trova immediatamente a
destra appena si entra in chiesa. È stata trasferita qui il secolo
scorso, dalla chiesetta di San Biagio. Ha un’iscrizione scolpita:
“Lisandro Mensaboi Gastaldo 1591”. Anche il bel fonte battesimale deve
risalrie più o meno alla stessa epoca. Ma si resta senza fiato nel vedere
le due file di monumentali colonne in bianca pietra del Carso, otto per
parte, decorate con dei magnifici capitelli romanici scolpiti a foglie,
che suddividono lo spazio interno in tre navate, ciascuna delle quali
termina ad abside, una grande, centrale, fiancheggiata dalle altre due di
dimensioni più piccole. L’altare maggiore, dedicato a San Martino
vescovo, è barocco: ha da un lato una statua di San Lorenzo e
dall’altro quella di Santo Stefano. Incassato sulla parete retrostante
l’altare maggiore c’è un antichissimo tabernacolo sul quale appaiono
scolpite la figura dell’agnello e quella di una croce. Nell’abside di
sinistra, decorata con preziosi affreschi dell’XI secolo che raffigurano
scene della vita di Gesù, c’è l’altare dedicato alla Madonna, con
un’antica statua gotica in legno della Vergine. Ha almeno sette secoli.
In quella di destra, che un tempo racchiudeva a conca l’altare
consacrato a San Martino, c’è oggi l’altare della Santa Croce. Qui
gli antichi affreschi sottoposti come gli altri a restauro tre anni fa,
rappresentano i quattro evangelisti e il Cristo Redentore. Sul lato
sinistro una cappella con un antico sarcofago del 1508, consacrata a Santa
Corona, detta Stefania e a San Vittore, entrambi martirizzati a Damasco in
Siria. L’urna contiene le reliquie dei due santi che un tempo
appartenevano alla basilica di Santa Sofia, costruita tra il VII e
l’VIII secolo a Duecastelli, sopra le rovine di una chiesa molto più
antica e che a quei tempi fu saccheggiata dai Genovesi con i quali gli
abitanti di San Lorenzo del Pasenatico si allearono. Nel 1381, sterminata
la popolazione del posto, Duecastelli fu incendiata e le reliquie dei
santi Vittore e Corona, che erano protettori di questa località, furono
trasferite a San Lorenzo del Pasenatico, dove tutt’oggi vengono
venerate. Sullo stesso lato si trovava qui un tempo, anche il polittico di
San Martino. Il prezioso dipinto composto da cinque pannelli a rilievo con
le statuette di dieci santi, del XVII secolo, opera di un artista veneto,
è oggi conservato altrove. Sulla sinistra invece c’è l’altare della
Vergine del Carmelo, con la pala raffigurante la Madonna, Gesù e San
Simone che fu donata alla chiesa di San Martino nel lontano 1687 da Zvane
Marcovich.
L'organo, è del
celebre maestro Pietro Nacchini.
fondatore della scuola organaria veneziano-dalmata.

Il
sarcofago con le reliquie
di Santa Corona e San Vittore
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Abbiamo disturbato senza preavviso
don Josip Kalčić, parroco di San Lorenzo del Pasenatico. Ci ha
accolti ciononostante in casa con molta cortesia, ha trovato il tempo di
fornirci dati preziosi sulle bellezze artistiche, storiche e culturali
della sua parrocchia e poi ha avuto anche la pazienza di accompagnarci a
far visita alle due chiese più belle del posto. Dopo averci fatto
vedere in tutto il suo splendore l’interno della basilica di San
Martino, ci ha accompagnati anche fino alla piccola chiesetta gotica di
San Biagio fuori le mura. È del XV secolo e fu consacrata nel 1460. È
una minuscola costruzione gotica con campaniletto a vela monoforo, privo
della campana, fatta tutta di pietra, tetto compreso. Ai lati
dell’ingresso le due finestre protette da inferriate attraverso le
quali avevamo tentato prima, inutilmente, di intravedere qualcosa nella
semioscurità. Ma la poca luce che passa attraverso le due aperture
della facciata lascia soltanto vagamente intendere che le pareti interne
sono un piccolo capolavoro di pittura medievale.
Infilate le vecchie chiavi arrug ginite
nella toppa della serratura, don Kalčić spalanca le ante della
vecchia porta di legno della cappella e ci lascia entrare. E in un
attimo ci rendiamo conto che meritava davvero andare in cerca del
sacerdote e scomodarlo per poter vedere gli interni. Le pareti e la
volta gotica sono interamente affrescate: due strati di opere d’arte.
Quello sottostante e antichissimo ed è una sequenza di immagini
ispirate alla vita di San Biagio, di cui fu autore, forse, un seguace
del Mantegna. Ogni riquadro riporta nella fascia inferiore una scritta
in italiano che spiega la scena. Sulle mura si notano anche delle
scritte in glagolitico. Lo strato di affreschi superiore e più recente
e raffigura il martirio di Gesù. Li ammiriamo per il poco tempo che ci
rimane prima di andarcene. Il piccolo altare in legno è tutto
verniciato di azzurro, in tono con gli affreschi. Uscendo notiamo sul
pavimento le pietre di due lapidi tombali: una riporta l’anno 1713. Ci
accomiatiamo da padre Kalčić ringraziandolo, felici di aver
avuto la possibilità di vedere quelle splendide opere d’arte. Usciamo
che oramai fa buio e purtroppo non facciamo in tempo a vedere anche la
chiesetta di Santa Lucia, del 1568 le rovine di quella di San Dorligo e
quella di San Lorenzo al cimitero con il suo campanile romanico
dell’XI secolo alto diciotto metri che fu sottoposta a restauri una
prima volta nel lontano 1452 e in epoche più recenti nel 1925 e nel
1994. Fa nulla. Sarà per la prossima volta.

Una piccola parte dei preziosi affreschi
della chiesetta medievale di San Biagio


La
chiesa gotica di San Biagio

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