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È A METÀ STRADA TRA CAPODISTRIA E POLA, IMMERSA IN UNO SCENARIO 
CHE SEMBRA TRATTO DAI FANTASIOSI RACCONTI DI CHARLES PERRAULT

Tra siepi e rovi spinati la fiaba 
di San Lorenzo del Pasenatico

Scaramanzia popolare istriana: gusci di uova pasquali
per scongiurare il morso velenoso delle vipere

SAN LORENZO 
DEL PASENATICO

di Roberto Palisca

La basilica 
di San Martino:
 nuda e semplice fuori, ricca e sfarzosa dentro

San Lorenzo del Pasenatico è a metà strada tra Capodistria e Pola. Con le sue torri, le sue mura, le sue chiese e le nobili palazzine ricche di storia, dai frontali adorni di antichi stemmi patrizi, che si sostengono ai ruderi di  vecchie case cadenti, fa compiere a chi la visita un viaggio a ritroso nel tempo, fino al Medioevo. Qui le tracce del cristianesimo risalgono addirittura al lontanissimo III secolo. Gli atti storici citano il borgo in forma scritta già nell’anno 1030. La cittadina fu fortificata con bastioni e muraglie durante il dominio bizantino. Fatto sta che di torri un tempo questo borgo pittoresco ne aveva ben nove. Oggi ne sono testimonianza i ruderi. La chiesa parrocchiale del luogo è consacrata a San Martino vescovo ed è una basilica del IX secolo. Ma l’abitato deve il suo nome alla cappelletta di San Lorenzo: una chiesuola che fu costruita al cimitero cent’anni prima. II campanile retrostante la basilica, che ha ventun metri, è in stile romanico ed è di rara bellezza. Su ognuno dei quattro lati ha delle finestre bifore ad arco ogivale. La base dell’alta costruzione appare letteralmente incassata nei bastioni sottostanti. Spesse mura che, tra il X e I'XI secolo, vennero ricostruite e rinforzate dai Franchi. Durante il dominio veneziano, nel XIV secolo, San Lorenzo diventò sede del governo militare per tutta l'Istria. Nel 1304 infatti, Venezia trasferì qui dalla vicina Parenzo la sede del Capitano provinciale. Ad eccezione del territorio di Capodistria, tutte le città istriane soggette alla Serenissima erano tenute in quei tempi a fornire ciascuna un contingente militare di 88 uomini armati a cavallo. Quelle che non erano in grado di farlo dovevano pagare al doge un tributo in denari pari a 40 grossi per cavaliere.
La torre di San Lorenzo, che in un non tanto lontano passato aveva anche funzione di torre dell’orologio, risale all'XI secolo. Ma in origine doveva avere senza ombra di dubbio anche un importante ruolo di difesa. Dall’alto di quella costruzione merlata gli abitanti del luogo potevano avvistare per tempo chiunque si azzardasse ad attaccare la cittadina. Ai suoi piedi in passato si entrava in città da settentrione, attraverso una delle tre antiche porte del borgo. Quell’entrata, che era ad arco acuto come la porta meridionale della città, attraverso la quale si accede tutt’oggi al nucleo storico, oggi appare murata. Varcata la soglia della porta opposta, l’altra detta anche Porta Grande, si accede ad un piazzale che è un vero spettacolo. Colpisce la vista, in primo piano, la colonna dell’infamia dove venivano esposti alla gogna e al dileggio della cittadinanza, ladri, debitori insolventi e bancarottieri. In fondo la magnifica loggia in cui sono esposte le tante vecchie lapidi ed iscrizioni rinvenute in zona e frammenti di monumenti romani e croati antichi. Tutt’intorno splendide palazzine ancora abitate, con balconi fioriti. Su tutto domina l’alta torre del campanile. Attraversato il bel piazzale arriviamo in fondo e svoltiamo all’angolo della calle che porta sul retro della parrocchiale per arrivare ai ruderi dei vecchi bastioni. Intorno a noi, di qua e di là, vere di pietra di pozzi secolari e massi scolpite che se almeno potessero avere il dono della parola, racconterebbero chissà quanti e quali episodi di storia. Spaventiamo uno stormo di piccioni che si solleva in volo dai resti di un torrione, provocando un fragoroso batter d’ali. Ce ne sono a centinaia. Tutt’a un tratto sembra quasi che una macchina del tempo ci abbia catapultati nel bel mezzo della più celebre fiaba di Perrault. La scena è quella. Mancano soltanto lei, la Bella Addormentata e il principe a cavallo che arriva a svegliarla con un bacio. Ovunque, più si va in là verso le rovine, rovi, siepi e veri cespugli di asparagi selvaggi. Qui crescono un po’ dappertutto. In primavera non serve andar per boschi per raccoglierli. Basta badare alle vipere. Ci raccontano a proposito che a San Lorenzo del Pasenatico era usanza che alla prima messa della Pasqua di Resurrezione i contadini portassero a benedire oltre alle uova, alla focaccia e all'agnello anche un mazzo d'aglio. Durante la messa ne mangiavano qualche spicco, convinti che così facendo, sarebbero stati risparmiati dal morso delle vipere. Per lo stesso motivo, ossia quello di essere liberati dalle vipere, da queste parti si gettavano intorno alle case i gusci frantumati delle uova benedette in chiesa. Non si dovevano assolutamente gettare nel fuoco perché in tal caso le galline di uova non ne avrebbero fatte più. E quando in primavera dopo la prima pioggia si incappava sul primo asparago, era d’obbligo battere la testa del germoglio con un sasso per darle così la forma della testa di un serpente. Poi lo si metteva sotto a una pietra e ci si faceva il segno della croce. Chissà se qualcuno da queste parti rispetta ancora queste antichissime usanze pagane 

    
 La colonna dell’infamia in mezzo alla piazza principale del borgo                            La scultura della capra istriana posta all'entrara del borgo
   
La navata centrale della basilica di San Martino                                    La vera scolpita del pozzo di Palazzo Contarini 

Il buon parroco
 ha spalancato per noi
le porte di San Biagio


Come tante altre chiese dell’Istria anche la parrocchiale di San Lorenzo del Pasenatico viene elencata nella bolla papale di Alessandro III del 1177. È un’ampia basilica a pianta rettangolare di 640 metri quadrati che nel corso dei secoli ha subito diversi rinnovi. La facciata che ha oggi, di chiara influenza ravennate, per quanto rifatta in periodo ottocentesco, appare molto semplice. Tre entrate, la principale delle quali sovrastata da una finestra semiogivale: niente decori con statue di santi, niente iscrizioni latine, nessuna lapide. Tutte le iscrizioni storiche e i reperti archeologici in pietra scolpita rinvenuti in questa zona sono comunque murati ed esposti nella bella loggia lapidario che si trova sul lato destro della chiesa. Ma se al suo esterno la basilica di San Martino appare di modesto valore architettonico in compenso all’interno conserva opere d'arte notevoli. Merita ad esempio tutta l’attenzione la bellissima e raffinata acquasantiera cinquecentesca su pilastrello che si trova immediatamente a destra appena si entra in chiesa. È stata trasferita qui il secolo scorso, dalla chiesetta di San Biagio. Ha un’iscrizione scolpita: “Lisandro Mensaboi Gastaldo 1591”. Anche il bel fonte battesimale deve risalrie più o meno alla stessa epoca. Ma si resta senza fiato nel vedere le due file di monumentali colonne in bianca pietra del Carso, otto per parte, decorate con dei magnifici capitelli romanici scolpiti a foglie, che suddividono lo spazio interno in tre navate, ciascuna delle quali termina ad abside, una grande, centrale, fiancheggiata dalle altre due di dimensioni più piccole. L’altare maggiore, dedicato a San Martino vescovo, è barocco: ha da un lato una statua di San Lorenzo e dall’altro quella di Santo Stefano. Incassato sulla parete retrostante l’altare maggiore c’è un antichissimo tabernacolo sul quale appaiono scolpite la figura dell’agnello e quella di una croce. Nell’abside di sinistra, decorata con preziosi affreschi dell’XI secolo che raffigurano scene della vita di Gesù, c’è l’altare dedicato alla Madonna, con un’antica statua gotica in legno della Vergine. Ha almeno sette secoli. In quella di destra, che un tempo racchiudeva a conca l’altare consacrato a San Martino, c’è oggi l’altare della Santa Croce. Qui gli antichi affreschi sottoposti come gli altri a restauro tre anni fa, rappresentano i quattro evangelisti e il Cristo Redentore. Sul lato sinistro una cappella con un antico sarcofago del 1508, consacrata a Santa Corona, detta Stefania e a San Vittore, entrambi martirizzati a Damasco in Siria. L’urna contiene le reliquie dei due santi che un tempo appartenevano alla basilica di Santa Sofia, costruita tra il VII e l’VIII secolo a Duecastelli, sopra le rovine di una chiesa molto più antica e che a quei tempi fu saccheggiata dai Genovesi con i quali gli abitanti di San Lorenzo del Pasenatico si allearono. Nel 1381, sterminata la popolazione del posto, Duecastelli fu incendiata e le reliquie dei santi Vittore e Corona, che erano protettori di questa località, furono trasferite a San Lorenzo del Pasenatico, dove tutt’oggi vengono venerate. Sullo stesso lato si trovava qui un tempo, anche il polittico di San Martino. Il prezioso dipinto composto da cinque pannelli a rilievo con le statuette di dieci santi, del XVII secolo, opera di un artista veneto, è oggi conservato altrove. Sulla sinistra invece c’è l’altare della Vergine del Carmelo, con la pala raffigurante la Madonna, Gesù e San Simone che fu donata alla chiesa di San Martino nel lontano 1687 da Zvane Marcovich.
L'organo, è
del celebre maestro Pietro Nacchini. fondatore della scuola organaria veneziano-dalmata.


Il sarcofago con le reliquie 
di Santa Corona e San Vittore

Abbiamo disturbato senza preavviso don Josip Kalčić, parroco di San Lorenzo del Pasenatico. Ci ha accolti ciononostante in casa con molta cortesia, ha trovato il tempo di fornirci dati preziosi sulle bellezze artistiche, storiche e culturali della sua parrocchia e poi ha avuto anche la pazienza di accompagnarci a far visita alle due chiese più belle del posto. Dopo averci fatto vedere in tutto il suo splendore l’interno della basilica di San Martino, ci ha accompagnati anche fino alla piccola chiesetta gotica di San Biagio fuori le mura. È del XV secolo e fu consacrata nel 1460. È una minuscola costruzione gotica con campaniletto a vela monoforo, privo della campana, fatta tutta di pietra, tetto compreso. Ai lati dell’ingresso le due finestre protette da inferriate attraverso le quali avevamo tentato prima, inutilmente, di intravedere qualcosa nella semioscurità. Ma la poca luce che passa attraverso le due aperture della facciata lascia soltanto vagamente intendere che le pareti interne sono un piccolo capolavoro di pittura medievale. 
Infilate le vecchie chiavi arrugginite nella toppa della serratura, don Kalčić spalanca le ante della vecchia porta di legno della cappella e ci lascia entrare. E in un attimo ci rendiamo conto che meritava davvero andare in cerca del sacerdote e scomodarlo per poter vedere gli interni. Le pareti e la volta gotica sono interamente affrescate: due strati di opere d’arte. Quello sottostante e antichissimo ed è una sequenza di immagini ispirate alla vita di San Biagio, di cui fu autore, forse, un seguace del Mantegna. Ogni riquadro riporta nella fascia inferiore una scritta in italiano che spiega la scena. Sulle mura si notano anche delle scritte in glagolitico. Lo strato di affreschi superiore e più recente e raffigura il martirio di Gesù. Li ammiriamo per il poco tempo che ci rimane prima di andarcene. Il piccolo altare in legno è tutto verniciato di azzurro, in tono con gli affreschi. Uscendo notiamo sul pavimento le pietre di due lapidi tombali: una riporta l’anno 1713. Ci accomiatiamo da padre Kalčić ringraziandolo, felici di aver avuto la possibilità di vedere quelle splendide opere d’arte. Usciamo che oramai fa buio e purtroppo non facciamo in tempo a vedere anche la chiesetta di Santa Lucia, del 1568 le rovine di quella di San Dorligo e quella di San Lorenzo al cimitero con il suo campanile romanico dell’XI secolo alto diciotto metri che fu sottoposta a restauri una prima volta nel lontano 1452 e in epoche più recenti nel 1925 e nel 1994. Fa nulla. Sarà per la prossima volta.

Una piccola parte dei preziosi affreschi
 della chiesetta medievale di San Biagio



La chiesa gotica di San Biagio

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