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CURIOSANDO PER CALLI E PIAZZE DI UNA TRA LE PIÙ ANTICHE E PITTORESCHE CITTÀ DEL MEDITERRANEO
Arrivano tempi migliori
per le secolari mura di Montona

Gli interventi di rinnovo sono stati finanziati dalla Regione Veneto  

M O N T O N A

di Roberto Palisca

Tutti i tesori
del Duomo
di Santo Stefano

La torre merlata del Duomo di Montona

La chiesa parrocchiale di Santo Stefano, a tre navate è stata costruita nel sedicesimo secolo in stile barocco-rinascimentale. Fu consacrata nel lontano 1614 e conserva tra tante altre ricchezze, anche un raro altarino portatile da campo in argento sbalzato, del XIV secolo. Un cimelio prezioso che fu del condottiero bergamasco Bartolomeo Colleoni e in seguito di Bartolomeo di Alviano, il quale lo donò alla chiesa nel 1509. All’interno della chiesa una bellissima statua del Sacro cuore di Gesù. Al centro del soffitto un affresco ovale ottocentesco in stile neoclassico, opera del pittore Giuseppe Bernardino Bisson, che rappresenta Santo Stefano e la Madonna. Sotto ciascuna delle finestre della navata centrale, racchiuse in medaglioni, le raffigurazioni dei vari santi patroni ai quali sono consacrate le chiese delle località dei dintorni. Gli altari sono tre. Su quello maggiore, fatto in marmo di Carrara, a destra la statua di Santo Stefano e a sinistra quella di San Lorenzo, lavori settecenteschi dello scultore veneziano Francesco Bonazza. Quest’ultima scultura è molto particolare: se le stecche della graticola della statua di San Lorenzo, che è il simbolo del suo martirio, vengono percosse una ad una, producono i sei suoni della scala diatonica. Dietro l'altare maggiore un dipinto su tela. È "L'ultima cena di Gesù con gli apostoli" ed è anche questa un’opera di scuola veneziana del diciassettesimo secolo. Ne fu autore Stefano Celesti. Un’altra apprezzata tela, del 1657, rappresenta Lodovico di Tolosa. Tra i corredi liturgici preziosi che vengono conservati nella chiesa parrocchiale di Montona un reliquiario ottagonale del XIV secolo, una lavoratissima croce processionale e un calice d'oro, entrambi del XV secolo e un pacificale che è un’opera d’arte del 1608. L’antico organo della chiesa di Santo Stefano, costruito come quelli di Buie e Pinguente e del Duomo di Lussingrande, dall’abilissimo Gaetano Callido, vissuto a cavallo tra il 7 e l’800, allievo del geniale Pietro Nacchini, fondatore della scuola organara veneto – dalmata, è attualmente in fase di restauro grazie a fondi messi a disposizione l’anno scorso dalle autorità repubblicane.
L’alto campanile merlato quadrangolare, con finestre bifore, staccato dalla chiesa e decorato con un Leone di San Marco, è invece più antico della chiesa. Fu eretto infatti nel XIII secolo.


Il Duomo di Santo Stefano

Nella preistoria fu fortezza celtica e secondo gli esperti anche il nome che porta da più di duemila anni, trarrebbe origini da quell’antica cultura. Oggi è città monumento. Era conosciuta non solo dai Romani, ma anche dai Longobardi e dai Franchi. Fu sottomessa dai Goti e dai Bizantini. Dal punto di vista strategico si direbbe che abbia una posizione inespugnabile, eppure a sfogliare i libri di storia, si scopre che in passato fu tormentata da invasioni e invasioni. Lotte alle quali ha resistito sempre, con dignità aristocratica anche se nel 1276 riconobbe la sovranità della Repubblica di Venezia. È qui che nel 1517 nacque Andrea Antico, inventore della stampa in legno delle note musicali. Incantevole e pittoresca cittadina istriana, Montona è cresciuta in vetta a un imponente altura che sovrasta la valle del fiume Quieto.
Attraversiamo in macchina i tornanti che ci conducono in cima alla collina e arriviamo alle porte di questo borgo medievale quasi fiabesco, cinto da mura trecentesche e custodito da cinque torri. Se ci si sale a piedi, all'apice del colle, che è alto 277 metri, si giunge attraverso la più lunga scalinata istriana: sono in tutto 1.052 gradini. Anch’essi fanno parte dell'immenso patrimonio architettonico di quest’antica città-fortezza, oggi sotto tutela. Montona ha mantenuto il medesimo aspetto che aveva nel medioevo. Dal XII e XIII secolo la porta provvista di torre, il municipio rinascimentale, la loggia urbana, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano ed alcune chiese minori, non hanno cambiato aspetto. Non è mutata neanche la disposizione medievale delle vie e quella delle cisterne urbane. Sulla strada principale della parte più antica del borgo, lastricata come molti altri vicoli, in pietra grigia, una schiera di casette vecchie di cinque secoli, molte oggi abbandonate e ormai in rovina, sembrano reggersi l'un l'altra per meglio sopportare l'aggressione del tempo. Grazie alla sua posizione e alle sue caratteristiche, per quanto ormai semidisabitata, Montona può vantarsi, e a ragione, di essere una tra le più belle città antiche del Mediterraneo. Di vecchie porte d’accesso la cittadina fortificata ne ha due: una, rinascimentale con lapidario romano e medioevale - che conduce a uno spiazzo in cui all’immediata sinistra c’è l’antica cancelleria municipale del 1583, tramutata oggi in negozietto di souvenir, e subito accanto un bar ristorante - e una più interna, con portale gotico, del 1350, che immette nella piazza principale. Al centro di quella piazza, quasi a impreziosirla, una splendida vera da pozzo in bianca pietra d’Istria, posta in quel punto oltre quattro secoli fa. Subito a sinistra dall’antica porta gotica attraverso la quale si accede al nucleo storico, l'antico Municipio sulla cui facciata principale notiamo diverse lapidi murate. 
Ovunque, sui bastioni, sul campanile, sulla loggia, sulle nobili palazzine dai frontali orgogliosi di storia, stemmi di antiche famiglie patrizie e leoni veneti. Furono i Veneziani, che nei boschi dei dintorni di Montona venivano a rifornirsi di legname pregiato destinato all’Arsenale della Serenissima, a dotare la città di possenti mura, alte tra i nove e i quindici metri, delle quali oggi resta ancora una cinta lunga 436 metri, la cui altezza varia fra i 9 e i 15 metri, da dove si gode una splendida vista sulla valle. Mura che fino a qualche tempo fa versavano in uno stato pietoso ma che oggi, grazie a un mirato progetto di rinnovo che si avvale anche di fondi esteri, stanno finalmente riassumendo l’aspetto che avevano in tempi migliori. Le minacciose crepe che anni addietro si notavano in diversi punti nevralgici della cinta muraria sono scomparse e anche l’edera, che cresce spontanea ovunque ai piedi delle fortificazioni e che con incredibile foga riattecchisce di anno in anno, è stata quasi dappertutto estirpata. Ne è rimasta soltanto in qualche zona isolata della muraglia difficilmente raggiungibile dalla mano dell’uomo.
Giriamo attorno a quelle maestose imponenti mura, che danno l'impressione di un'enorme fortificazione abbandonata dai suoi armigeri e dimenticata dai vincitori e ammiriamo, rivolgendo lo sguardo verso Levade, un panorama unico. La vista si estende sulla valle attraversata dal Quieto e sulle colline sottostanti, quasi tutte coltivate a vite. Vigneti che stanno a testimoniare una delle tradizioni più antiche delle genti di questa zona dell’Istria. Quella del coltivare l’uva e del produrre i più tipici vini della nostra penisola: il terrano e la malvasia. E dire che adesso, al posto di quelle verdi vigne che Montona ha ai suoi piedi e che parlano di una terra rigogliosa, progetti urbanistici forse troppo ambiziosi pretendono di dar spazio, domani, a dei campi da golf. Proprio qui, dove agli inizi del Novecento fu fondata una delle prime Cooperative vinicole istriane. Qui, dove sul muro esterno di uno dei palazzi della piazza principale, dominata dal Duomo seicentesco di Santo Stefano e dal suo alto campanile, sotto alla scritta “Chi beve birra campa cent’anni”, che stava là da tempi immemorabili, i viticoltori montonesi aggiunsero “…e chi beve vino non muore mai”.



                         L'entrata nell'antica Cancelleria                                 Uno dei leoni alati che sovrasta la Porta della città                



   
     La cinta muraria di Montona vista dall'interno della città                                             La sede del Comune                             


   
Qui a sinistra la Porta cittadina: 
    Sopra a destra il vecchio cimitero                             


Il restauro del trittico
della Madonna
delle Porte
I beni culturali uniscono a differenza della politica, che a volte divide: parte da questo concetto l’iniziativa della Regione del Veneto riguardante la continuità dell'opera di conservazione e di valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta in Istria e in Dalmazia, grazie alla quale Montona ha potuto dare il via al progetto di ristrutturazione delle antiche mura cittadine, intervento per cui dalla vicina regione italiana sono arrivati 20mila euro e all’impegnativo restauro dell’antico trittico ligneo, opera di Paolo Campsa, custodito nella chiesa della Madonna delle Porte e definito dagli esperti importante e raro esempio di scultura lignea veneziana del primo Cinquecento. Campsa, secondo gli esperti, fu traduttore nell'arte lignea degli elementi scaturiti dalla pittura dei Vivarini, in particolare di Bartolomeo, le cui opere molto sobrie e raffinate, isolate come sculture negli scomparti del polittico, furono molto apprezzate soprattutto in Istria. In altre parole ciò che Bartolomeo Vivarini aveva realizzato in pittura, venne eseguito dal Campsa sotto forma di rilievo in legno. Il trittico di Montona, delle dimensioni di 200 centimetri per 300 circa, si trova attualmente ancora a Venezia, presso i laboratori della Soprintendenza speciale per il polo museale e ad occuparsi degli interventi di restauro è una squadra di esperti che fa capo a Giovanna Menegazzi. Il Campsa è composto da un'ancona policroma e dorata ossia da un grande quadro da altare, con immagine dipinta su tavola, con tre sculture intagliate, raffiguranti al centro la Madonna con Bambino e ai lati i Santi Giovanni Battista e Giacomo. L’intervento è particolarmente delicato in quanto oltre al tempo che ha logorato le tre sculture il trittico aveva subito in epoche diverse incongrui restauri con processi di dipintura, comprensivi di strati preparatori, stesi sulle policromie e sulle dorature originali. L'opera è risultata inoltre anche attaccata da insetti xilogafi in buona parte della sua struttura.
Secondo le previsioni, il restauro dovrebbe concludersi entro la fine di quest’anno dopodiché il Campsa verrà riportato a Montona per ritornare nella chiesa della Madonna delle Porte.


L'antica croce processionale e l' altarino 
 in argento sbalzato, del XIV secolo


Il coro della chiesa di Santo Stefano



Foto di Zlatko Majnarić



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