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Tutti i tesori
del Duomo
di Santo Stefano
La
torre merlata del Duomo di Montona
La chiesa parrocchiale di Santo Stefano, a tre navate è stata costruita nel sedicesimo secolo in stile
barocco-rinascimentale. Fu consacrata nel lontano 1614 e conserva tra tante altre
ricchezze, anche un raro altarino portatile da campo in argento sbalzato, del XIV
secolo. Un cimelio prezioso che fu del condottiero bergamasco Bartolomeo Colleoni e in seguito di Bartolomeo di
Alviano, il quale lo donò alla chiesa nel 1509. All’interno della chiesa una bellissima statua del Sacro cuore di
Gesù. Al centro del soffitto un affresco ovale ottocentesco in stile
neoclassico, opera del pittore Giuseppe Bernardino Bisson, che rappresenta Santo Stefano e la Madonna. Sotto ciascuna delle finestre della navata
centrale, racchiuse in medaglioni, le raffigurazioni dei vari santi patroni ai quali sono consacrate le chiese delle località dei
dintorni. Gli altari sono tre. Su quello maggiore, fatto in marmo di
Carrara, a destra la statua di Santo Stefano e a sinistra quella di San Lorenzo, lavori settecenteschi dello scultore veneziano Francesco
Bonazza. Quest’ultima scultura è molto particolare: se le stecche della graticola della statua di San Lorenzo, che è il simbolo del suo
martirio, vengono percosse una ad una, producono i sei suoni della scala
diatonica. Dietro l'altare maggiore un dipinto su tela. È "L'ultima cena di Gesù con gli
apostoli" ed è anche questa un’opera di scuola veneziana del diciassettesimo
secolo. Ne fu autore Stefano Celesti. Un’altra apprezzata tela, del 1657, rappresenta Lodovico di
Tolosa. Tra i corredi liturgici preziosi che vengono conservati nella chiesa parrocchiale di Montona un reliquiario ottagonale del XIV
secolo, una lavoratissima croce processionale e un calice d'oro, entrambi del XV secolo e un pacificale che è un’opera d’arte del 1608. L’antico organo della chiesa di Santo Stefano, costruito come quelli di Buie e Pinguente e del Duomo di
Lussingrande, dall’abilissimo Gaetano Callido, vissuto a cavallo tra il 7 e l’800, allievo del geniale Pietro
Nacchini, fondatore della scuola organara veneto – dalmata, è attualmente in fase di restauro grazie a fondi messi a disposizione l’anno scorso dalle autorità
repubblicane.
L’alto campanile merlato quadrangolare, con finestre bifore, staccato dalla chiesa e decorato con un Leone di San Marco, è invece più antico della
chiesa. Fu eretto infatti nel XIII secolo.

Il Duomo di Santo Stefano |
Nella preistoria fu fortezza celtica e secondo gli esperti anche il nome che porta da più di duemila
anni, trarrebbe origini da quell’antica cultura. Oggi è città
monumento. Era conosciuta non solo dai Romani, ma anche dai Longobardi e dai
Franchi. Fu sottomessa dai Goti e dai Bizantini. Dal punto di vista strategico si direbbe che abbia una posizione
inespugnabile, eppure a sfogliare i libri di storia, si scopre che in passato fu tormentata da invasioni e
invasioni. Lotte alle quali ha resistito sempre, con dignità aristocratica anche se nel 1276 riconobbe la sovranità della Repubblica di
Venezia. È qui che nel 1517 nacque Andrea Antico, inventore della stampa in legno delle note
musicali. Incantevole e pittoresca cittadina istriana, Montona è cresciuta in vetta a un imponente altura che sovrasta la valle del fiume
Quieto.
Attraversiamo in macchina i tornanti che ci conducono in cima alla collina e arriviamo alle porte di questo borgo medievale quasi
fiabesco, cinto da mura trecentesche e custodito da cinque torri. Se ci si sale a
piedi, all'apice del colle, che è alto 277 metri, si giunge attraverso la più lunga scalinata
istriana: sono in tutto 1.052 gradini. Anch’essi fanno parte dell'immenso patrimonio architettonico di quest’antica
città-fortezza, oggi sotto tutela. Montona ha mantenuto il medesimo aspetto che aveva nel
medioevo. Dal XII e XIII secolo la porta provvista di torre, il municipio
rinascimentale, la loggia urbana, la chiesa parrocchiale di Santo Stefano ed alcune chiese
minori, non hanno cambiato aspetto. Non è mutata neanche la disposizione medievale delle vie e quella delle cisterne urbane. Sulla strada principale della parte più antica del
borgo, lastricata come molti altri vicoli, in pietra grigia, una schiera di casette vecchie di cinque
secoli, molte oggi abbandonate e ormai in rovina, sembrano reggersi l'un l'altra per meglio sopportare l'aggressione del tempo. Grazie alla sua posizione e alle sue
caratteristiche, per quanto ormai semidisabitata, Montona può vantarsi, e a
ragione, di essere una tra le più belle città antiche del Mediterraneo. Di vecchie porte d’accesso la cittadina fortificata ne ha due:
una, rinascimentale con lapidario romano e medioevale - che conduce a uno spiazzo in cui all’immediata sinistra c’è l’antica cancelleria municipale del 1583, tramutata oggi in negozietto di souvenir, e subito accanto un bar ristorante - e una più
interna, con portale gotico, del 1350, che immette nella piazza
principale. Al centro di quella piazza, quasi a impreziosirla, una splendida vera da pozzo in bianca pietra d’Istria, posta in quel punto oltre quattro secoli
fa. Subito a sinistra dall’antica porta gotica attraverso la quale si accede al nucleo
storico, l'antico Municipio sulla cui facciata principale notiamo diverse lapidi
murate.
Ovunque, sui bastioni, sul campanile, sulla loggia, sulle nobili palazzine dai frontali orgogliosi di
storia, stemmi di antiche famiglie patrizie e leoni veneti. Furono i
Veneziani, che nei boschi dei dintorni di Montona venivano a rifornirsi di legname pregiato destinato all’Arsenale della
Serenissima, a dotare la città di possenti mura, alte tra i nove e i quindici
metri, delle quali oggi resta ancora una cinta lunga 436 metri, la cui altezza varia fra i 9 e i 15
metri, da dove si gode una splendida vista sulla valle. Mura che fino a qualche tempo fa versavano in uno stato pietoso ma che
oggi, grazie a un mirato progetto di rinnovo che si avvale anche di fondi
esteri, stanno finalmente riassumendo l’aspetto che avevano in tempi
migliori. Le minacciose crepe che anni addietro si notavano in diversi punti nevralgici della cinta muraria sono scomparse e anche l’edera, che cresce spontanea ovunque ai piedi delle fortificazioni e che con incredibile foga
ria ttecchisce di anno in
anno, è stata quasi dappertutto estirpata. Ne è rimasta soltanto in qualche zona isolata della muraglia difficilmente raggiungibile dalla mano dell’uomo.
Giriamo attorno a quelle maestose imponenti mura, che danno l'impressione di un'enorme fortificazione abbandonata dai suoi armigeri e dimenticata dai vincitori e
ammiriamo, rivolgendo lo sguardo verso Levade, un panorama unico. La vista si estende sulla valle attraversata dal Quieto e sulle colline
sottostanti, quasi tutte coltivate a vite. Vigneti che stanno a testimoniare una delle tradizioni più antiche delle genti di questa zona dell’Istria. Quella del coltivare l’uva e del produrre i più tipici vini della nostra
penisola: il terrano e la malvasia. E dire che adesso, al posto di quelle verdi vigne che Montona ha ai suoi piedi e che parlano di una terra
rigogliosa, progetti urbanistici forse troppo ambiziosi pretendono di dar
spazio, domani, a dei campi da golf. Proprio qui, dove agli inizi del Novecento fu fondata una delle prime Cooperative vinicole
istriane. Qui, dove sul muro esterno di uno dei palazzi della piazza
principale, dominata dal Duomo seicentesco di Santo Stefano e dal suo alto campanile, sotto alla scritta “Chi beve birra campa cent’anni”, che stava là da tempi
immemorabili, i viticoltori montonesi aggiunsero “…e chi beve vino non muore
mai”.

L'entrata nell'antica Cancelleria
Uno
dei leoni alati che sovrasta la Porta della
città

La cinta muraria di Montona vista dall'interno della città
La
sede del
Comune

Qui a
sinistra la Porta cittadina:
Sopra a destra il vecchio
cimitero
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Il restauro del trittico
della Madonna
delle Porte
I
beni culturali uniscono a
differenza della politica, che a volte divide: parte da questo concetto
l’iniziativa della Regione del Veneto riguardante la continuità
dell'opera di conservazione e di valorizzazione del patrimonio culturale
di origine veneta in Istria e in Dalmazia, grazie alla quale Montona ha
potuto dare il via al progetto di ristrutturazione delle antiche mura
cittadine, intervento per cui dalla vicina regione italiana sono
arrivati 20mila euro e all’impegnativo restauro dell’antico trittico
ligneo, opera di Paolo Campsa, custodito nella chiesa della Madonna
delle Porte e definito dagli esperti importante e raro esempio di
scultura lignea veneziana del primo Cinquecento. Campsa, secondo gli
esperti, fu traduttore nell'arte lignea degli elementi scaturiti dalla
pittura dei Vivarini, in particolare di Bartolomeo, le cui opere molto
sobrie e raffinate, isolate come sculture negli scomparti del polittico,
furono molto apprezzate soprattutto in Istria. In altre parole ciò che
Bartolomeo Vivarini aveva realizzato in pittura, venne eseguito dal
Campsa sotto forma di rilievo in legno. Il trittico di Montona, delle
dimensioni di 200 centimetri per 300 circa, si trova attualmente ancora
a Venezia, presso i laboratori della Soprintendenza speciale per il polo
museale e ad occuparsi degli interventi di restauro è una squadra di
esperti che fa capo a Giovanna Menegazzi. Il Campsa è composto da
un'ancona policroma e dorata ossia da un grande quadro da altare, con
immagine dipinta su tavola, con tre sculture intagliate, raffiguranti al
centro la Madonna con Bambino e ai lati i Santi Giovanni Battista e
Giacomo. L’intervento è particolarmente delicato in quanto oltre al
tempo che ha logorato le tre sculture il trittico aveva subito in epoche
diverse incongrui restauri con processi di dipintura, comprensivi di
strati preparatori, stesi sulle policromie e sulle dorature originali.
L'opera è risultata inoltre anche attaccata da insetti xilogafi in
buona parte della sua struttura.
Secondo le previsioni, il restauro dovrebbe concludersi entro la fine di
quest’anno dopodiché il Campsa verrà riportato a Montona per
ritornare nella chiesa della Madonna delle Porte.

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