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SAREBBE BELLO POTER SPERARE CHE, COME LE RONDINI, ANCHE L’UOMO RITORNI A POPOLARLA

La bella addormentata
sulle scogliere chersine


Un gruppo di volontari entusiasti fa di tutto per riportarci la vita
 

L U B E N I Z Z E

di Roberto Palisca

Una lotta perpetua
 tra Eolo e Nettuno

Lungo l'anello dell'altipiano chersino, incastonata sulle scogliere, diametralmente opposta all’altrettanto antica e pittoresca Valona (Valun), da secoli Lubenizze, che oggi rappresenta forse la più genuina testimonianza dell’Adriatico di una civiltà rurale insulare ancora incontaminata, resiste caparbia alla furia di venti impetuosi e terribili burrasche. Le intemperie non sono mai riuscite ad espugnarla. Hanno retto le case, hanno resistito le chiese e il campanile. Continua a persistere, cocciuta, la flora, selvaggia come l’ambiente brullo, fatta di qualche fico solitario, di rarissimi lecci, di rovi di more, di vigneti abbandonati e di rinsecchiti gineprai, che crescono seminascosti tra le “masiere”. 
Anche l’uomo ha vissuto qui assecondando per centinaia e centinaia di anni una natura scatenata. Ma quello dei tempi moderni ha ceduto. I giovani del ventunesimo secolo non ce l’hanno più fatta a tener testa a condizioni di vita così dure, difficili, estreme. L’isolamento del luogo, gli scarsi contatti con la terraferma, la mancanza e l’impossibilità di disporre di quelle che oggi ormai tutti in città consideriamo normalissime comodità, hanno ridotto Lubenizze, che in passato di abitanti ne aveva almeno venti volte di più, a un villaggio di sole diciannove anime. Il più giovane dei residenti ha 65 anni: la donna più anziana ne ha 84. Il paese, un abitato di una quarantina di case, con quattro chiese, non ha più neanche il parroco. Per dir messa e accontentare questa manciata di fedeli che nel terzo millennio trova ancora il coraggio di vivere in quest’eremo, la domenica, nei giorni di festa e nelle occasioni lugubri - quando ad estinguere il già esiguo numero di vite in questo villaggio che sembra sperduto giunge la morte e occorre officiare il triste rito di un funerale - in paese arriva il sacerdote dalla vicina Orlez, che di abitanti ne conta un centinaio. Ma anche alla mancanza di un prete in paese, le poche famiglie di residenti hanno fatto abitudine; ormai è così da trent’anni. E sarà da ben più a lungo che nella parrocchiale della Beata Vergine non s’è visto celebrare un matrimonio. Dove poi un battesimo. Certo, la chiesa si riaffolla, un paio di volte l’anno. D’inverno, il 2 di febbraio, per la festa patronale, che è quella della Madonna Candelora, quando da fuori arrivano figli, nipoti e pronipoti. Le case si ripopolano, i focolari si riaccendono, e tutto sembra ritornare come un tempo. E d’estate quando arrivano i turisti; questo è vero. Ma sai che compagnia e che divertimento. A volte danno noia fino a farti quasi rimpiangere la solitudine: con quelle cineprese e quelle macchine fotografiche, vengono a curiosare ovunque. Arrivano a ficcarti il naso anche in casa. Bah. Eppoi parlano tutti lingue strane. Nessuno ti capisce. Anche a voler scambiare quattro chiacchiere con loro, come fai? Ti metti a studiare l’inglese? Probabilmente è per questo che, mentre ci aggiriamo lungo le strette e malridotte stradine del luogo, le rare persone che notiamo affacciate sull’attico di qualche casa o che incrociamo lungo i sentieri in terra battuta, ci guardano con aria circospetta. Eccone altri di ficcanaso, sembrano dire. Ma quando vedono che siamo in compagnia di Mario Šlosar, ci sorridono e salutano. Mario vive a Fiume ma è qui che ha trasferito ormai la metà delle sue radici. A Lubenizze lo conoscono tutti. È lui uno dei volontari dell’“Eco parco di Pernat”, un Centro per lo sviluppo sostenibile fondato con l’intento di riportare la vita a Lubenizze e nella altre località della penisola di Pernat. Un gruppo di entusiasti che realizza da anni tutta una serie di ambiziosi progetti che hanno in primo luogo lo scopo di tutelare e conservare integra l’architettura autoctona del luogo, ma anche di valorizzazione il patrimonio naturale, culturale e storico di Lubenizze e dei suoi dintorni e di rivitalizzare, a lungo andare, l’economia rurale locale, ricorrendo all’uso di fonti di energia autonome ed ecologiche, per garantire la completa tutela dell'habitat. In primo luogo si intende conseguire la conservazione, il recupero del patrimonio biologico, naturalistico, etnografico e demografico dell’area. Il tutto ovviamente anche al fine di sviluppare qui e nelle altre piccole località della penisola, il turismo: ma in modo che anche questo progredisca in simbiosi con l'ambiente. 
L'intento è quello di far ritornare la vita in tutta la penisola, nei suoi cinque villaggi, oggi semi abbandonati e nelle tante frazioni ormai disabitate, come quelle di Veli Podol, Vršić e Grabrovica, un tempo casali pastorali. I progetti dell'eco parco hanno il pieno sostegno del Ministero per la Cultura, di quello per lo Sviluppo ed il Rinnovo, di quello per il Turismo e di altri enti e istituzioni repubblicani, regionali e cittadini anche se progetti così ambiziosi meriterebbero molto di più. Ci si accontenta comunque anche delle briciole. Uno dei prossimi passi che gli attivisti volontari del Centro intendono realizzare prossimamente, grazie anche al sostegno delle autorità ecclesiastiche, per l'esattezza dell'Arcivescovado di Fiume e Segna, è il restauro ed il rinnovo di quella che un tempo fu la residenza del parroco. Se tutto andrà come previsto tale complesso, che attualmente versa praticamente in stato di abbandono, potrebbe venir concesso in affitto agli attivisti del Centro per i prossimi venticinque anni. Anche le autorità cittadine di Cherso, che hanno in proprietà l'immobile, hanno dato il proprio sostegno all'iniziativa. Ovviamente si tratterrà di investimenti che verranno realizzati badando, come è stato fatto anche in tutte le altre iniziative promosse a Lubenizze dal Centro per lo sviluppo sostenibile, di non contaminare in alcun modo l'ambiente naturale e di ricorrere a fonti di energia ecologiche nel realizzare il progetto. L'ex casa del parroco, che ha in tutto 120 metri quadrati, dovrebbe trasformarsi in un piccolo complesso multifunzionale, con tanto di "internet corner" (un angolino provvisto di computer da concedere in uso a pagamento ai turisti d'estate) nel quale poter allestire mostre etnografiche, conferenze e incontri, pur mantenendo intatto architettonicamente l'aspetto originario. Ma tante sono già le iniziative realizzate a Lubenizze dai volontari, come quella della restaurazione dei forni. In uno dei vecchi forni a legna all’aperto del paese, il più vecchio del villaggio, ad esempio, (e pensare che un tempo nell’intera penisola ce n’erano una settantina) è da tanto che si è ritornati a cuocere il pane. Alla vecchia maniera, com’era usanza farlo in ogni famiglia, usando acqua, farina, lievito e un pizzico di sale e zucchero. Un vero rituale quasi scomparso che tuttavia oggi, a Lubenizze, grazie agli attivisti dell’”Eco parco” è tornato a rivivere. In occasione della Giornata del pianeta Terra lo scorso 22 aprile a Lubenizze, nella piccola ex scuola elementare del paese, che proprio grazie all'impegno dei volontari del Centro è stata del tutto rinnovata, si è tenuto un incontro dibattito sul tema “La vita su un’isola: perché restarci e come farlo”
“Hanno aderito all’iniziativa, con interessantissime relazioni sull’argomento – ci spiega Mario Šlosar - docenti e ricercatori di tutta la Croazia, ciascuno con un contributo proprio, architetti, insegnanti, studenti di diverse Facoltà che si interessano di argomenti legati alla sociologia, all’etnologia, allo sviluppo e all’applicazione in pratica di fonti d’energia alternativa che per luoghi isolati come questo, possono rappresentare effettivamente una prospettiva di salvezza”. Mentre ascoltiamo entusiasmati il resoconto sui primi frutti concreti che tanto lavoro e tanti sforzi stanno finalmente producendo, a vantaggio dei pochi abitanti che popolano ancora Lubenizze e Pernat, ci accorgiamo che si è fatto tardi. Nonostante il vento, che di minuto in minuto si fa sempre più forte, anche noi, come quei fastidiosi turisti che arrivano qui d’estate, in tempo di qualche ora siamo riusciti a cacciare il naso un po’ ovunque. Abbiamo curiosato dappertutto, avidi di scoprire ogni segreto di Lubenizze, anche quelli celati negli angoli più nascosti del paese. Non ancora sazi di panorami irripetibili sulla scogliera e sul mare e di paesaggi mozzafiato sulle case e sulle chiese grigio pietra che abbarbicate sul promontorio sembrano mosaici bicolore, scattiamo le nostre ultime foto. E di colpo, mentre ci incamminiamo verso lo spiazzo in cui abbiamo lasciato in sosta la macchina, su Lubenizze scendono, tenebrose, le nubi di una nuova tempesta. Strada facendo, passiamo sotto un bassissimo volto e due rondini sfrecciano all’improvviso dinanzi a noi, spiccando in coppia il volo in alto verso il mare, sopra le scogliere. Devono esser arrivate da poco. Abbiamo infranto il silenzio al quale sono abituate e le abbiamo spaventate. Solleviamo lo sguardo e individuiamo subito, in un angolino, il loro nido; un rifugio che, con istinto alacre, questi piccoli instancabili uccellini migratori stanno riparando. Lo fanno ogni primavera, prima di deporci le uova, che ben presto daranno una nuova, cinguettante nidiata. Alla fine dell’estate se ne andranno. Ma nei loro nidi, fatti di paglia e fango impastati, la primavera prossima la vita ritornerà. Nella gran parte delle case disabitate di questo paese da sogno che le ospita e che sembra un miraggio, invece, tutto continuerà a tacere. Sarebbe bello poter sperare che come le rondini, anche l’uomo ritorni a Lubenizze. Sarebbe bello. Forse… chissà.
Foto di Graziella Tatalović

 
 
Mario Šlosar, del Centro per lo sviluppo sostenibile di Lubenizze                          Una delle bellissime calli del borgo

Il paradiso
degli innamorati



N
on per nulla gli antichi Romani la chiamarono Hibernicia, facendone una rocca fortificata imprendibile per quei tempi, su uno strapiombo che s’erge 378 metri al di sopra del livello del mare e con a oriente un muro di difesa con due porte. Trovandosi a quest’altezza - secondo fonti non ufficiali – Lubenizze deterrebbe il primato dell’abitato isolano situato più in altotra tutti i luoghi abitati delle isole della costa orientale dell’Adriatico. La prima impressione che si ha, entrando in questo ventosissimo paesino oggi pressoché disabitato, situato su uno strapiombo a picco sul mare, č quella di trovarsi in un’altra dimensione. Fuoridal tempo. Quasi si fosse sul ponte di comando di un veliero fantasma, in preda a una lite tremenda tra un arrabbiatissimo Nettuno e un altrettanto irato Eolo che percastigo hanno deciso di mantenere per sempre quella misera nave ancorata saldamente sui fondali del Quarnero, per sballocciarla avantie indietro fino alla fine dei tempi, mandandole perennemente contro paurosi marosi e violente sciroccate che si alternano a una bora impetuosa. Qui molte case non hanno finestre: sono provviste di feritoie o addirittura degli oblò di qualche vecchio battello. Sullo spiazzo, all’entrata dell’abitato, accanto alla chiesetta di Sant’Antonio che è molto più piccola della parrocchiale della Beata Vergine, che un tempo era capitolo di canonici, s’erge il campanile. Subito sotto una loggetta che ha perso da tanto tempo la sua funzione originaria e che oggi è adibita a locale di ristoro.





Mario Šlosar, del Centro 
per lo sviluppo sostenibile di Lubenizze




L
'etimologia spiega le origini del toponimo Lubenizze (in croato Lubenice) in due maniere diverse. Secondo una prima versione il nome odierno di questo paese deriva da quello latino, che era ibernicia e che trova anche una base scientifico etimologica, poiché deriva dall’aggettivo hibernus che significa invernale ed è attribuibile alle condizioni meteorologiche molto particolari che da sempre hanno caratterizzato Lubenizze, in quanto il villaggio è cresciuto su un elevatissimo promontorio aperto sul mare e molto esposto alle intemperie. Un punto in cui raramente non tira vento e non di rado, anche quando a valle è la quiete, qui in alto è tempesta e può far freddo anche in piena estate. L’altra versione fa risalire il nome medievale del paese all’etimo croato e al termine “ljubljenice” o “zubjenice”, e sarebbe attribuibile a una leggenda secondo la quale qui, nella notte dei tempi, una giovane coppia innamorata si sarebbe tolta la vita gettandosi nel vuoto dalle scoscese scogliere sulle quali s’erge il villaggio. Chissà se sarà vera. Sta di fatto che il luogo è incantevole è di un’intimità rara. Lo si capisce appena ci arrivate. Basta affacciarsi al parapetto del grande piazzale all’entrata del paese e ammirare il panorama: vi sembrerà di aver preso il volo, come i gabbiani che volteggiano sotto di voi, sul ricamo cangiante delle onde che increspano baie misteriose, con spiagge fatte di bianchi ciottoli che sembrano nascondersi sotto agli alti dirupi che si stagliano sul mare di un intenso color blu.
 
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