Anche se alla timidezza si contrapponeva il coraggio risoluto del suo animo, anche se sentiva che avrebbe potuto essere una brava insegnante se l`opportunita` gli fosse stata data, ella capiva chiaramente ormai che non c`erano opportunita` in quella scuola. La sua brama di esplorare quel mondo di insegnamento come lo vedeva lei, o come ne aveva sentito parlare da piccola o aveva letto riguardo ad esso nei libri, non era sufficiente per farle straripare il ponte. Solo una frana sarebbe stata capace di fare cio`.
Quella dimensione di insegnamento o per meglio dire, di missione, si rese ben presto conto, che era soltanto un`utopia, almeno finche� ella sarebbe rimasta in quella scuola.
Ed ecco perche' inseguiva la sua idea come un cane randaggio chiedendo a tutti quando l`opportunita` si presentava sul come fare, sul come si poteva uscire da un circolo maffioso che tra parentesi si facevano passare per educatori d`alta classe.
Quei suoi discorsi, domande... glieli facevano pesare pero`. Nessuno era in grado di risponderle con sincerita`. Regnava in giro il gran silenzio maffioso e la cospirazione ben nota in 'cosa nostra'.
Il vuoto si allargava e si impopolava ... di gente che sapeva niente, non aveva sentito niente, non aveva visto niente. La facevano sentire colpevole delle sue stesse innocenti domande ma lei non si allontanava dall`idea che c`era qualcosa di profondamente sbagliato e che si doveva rettificare.
La si scoraggiava dal parlare, la si dissuadeva dal fare.
Ma lei non si arrendeva, dritta come un palo li` stava e non si piegava. Misurava le loro disposizioni e si scagliava allo sbaraglio ad ogni minuscola opportunita` che trovava per discutere del tema. Sorseggiando il loro caffe` nelle proprie tazzine, spesso le si sorrideva con affare benigno e le si diceva: "Va bene, cosa vorresti sapere? Cosa vorresti fare?" Come se queste domande lei non le avesse mai fatte prima. E lei, "Non si potrebbe parlare ai loro genitori? Non potrebbero loro punirli per far loro capire che questa e` una scuola e non una cantina?" "Si potrebbe." Le si rispondeva casualmente, mentre si sorseggiava il caffe� come se fosse Lavazza e mentre si guardava un giornale e si criticavano i politici, "si fa troppo chiasso per niente" "troppo chiasso per niente. Nessuno ci sentirebbe." E cosi` dicendo si addormentavano, andavano in letargo.
Pensieri su pensieri si accalcavano ormai nella sua mente. Sogni dopo sogni che la lasciavano vuota al mattino e sempre piu` prona alla stanchezza che alla dimestichezza lavorativa. E tra questi ingrovigli e frustrazioni ella sentiva il bisogno di rinvangare il passato, la propria fanciullezza, il monto di fiaba dove tutto il male le era ignoto e solo il viso e il sorriso dei suoi era cio` che contava.
Si sentiva straniera tra stranieri, non voluta, non accettata. Il mondo era anche suo, ma le veniva pian piano tolto di mano. Si sentiva sempre piu` guidata da altri e trasportata in mondi che non le piacevano.
E... proprio li` nel suo passato, in quel mondo di fiaba, ella vi trova anche in esso un senso di nullita`, un senso di negazione, di non accettazione, di lotta continua.
E` questo dunque il sentimento che le ha fatto compagnia, e del cui era ignara, e che ancora ora le faceva compagnia?
Si rende cosi` conto che la sua e` una storia umana che come tante altre storie umane non e` altro che un gira e rigira attorno ad una ruota che ora rallenta, ora va veloce e che comunque vada non si riesce ad acchiapparne il significato.
Allora si chiede "Dunque la mente umana non e` altro che un moderno computer?" Solo dando una risposta affermativa a questa domanda, ella puo` raggiungere ad una logica conclusione a questo punto. Il computer infatti e` ignorante finche` qualcuno non vi mette qualcosa di intelligente in esso.
Allora poi il computer comincia a capire le idee dello scrivente e comincia a trasmettere le risposte richieste.
Ma se nel computer vi si mettono storie e poi storie e poi storie, allora il computer da buon ignorante, ritorna indietro con storie...e poi storie... e poi storie.
Ella si rende amaramente conto che proprio da li` e` nata la sua storia.
E` una cosa amara pensare a cio`. Perche' ella aveva sempre pensato che la mente umana essendo simile a quella divina non poteva certo paragonarsi ad uno stupido computer.
Ma guardando la sua storia, a questo punto ella non riesce a vederne la divinita` in essa ... ella vi vede invece un miscuglio di condizioni ambientali che vigilano questa mente, che la guidano e che le impongono volonta` non proprie.
E da qui la domanda che lei rinvia, non si vuole chiedere, la rimette in un angolo, chiede la porta, butta via la chiave, non se la vuole chiedere... "Siamo nati simili a Dio... o seguiamo gli istinti della natura come le bestie del bosco?"
Capitolo 4
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