Serrature
Cominciamo come dicono i saggi di scrittura creativa, dovrei creare un personaggio, da zero, da zero, dalla base, di solito si comincia dalla faccia, a disegnare, che fa da misura per tutto quanto il corpo, un ottavo, poi con la matita, misuri la lunghezza della faccia la moltiplichi per otto e thò, il corpo nella sua estensione massima, certo se è seduto è un'altra storia.
Tutta quanta un'altra storia. Ma stavolta no, volevo iniziare dalla casa, dall’ambiente rosso e floreale in cui lei viveva, si, è una ragazza, ma no, dopo, a dopo quella spiegazione, partiamo dalle scarpe, (poi con un abile giuoco letterario tornerò a soffermarmi sulla casetta non temete amanti del design) le scarpe, un paio di ballerine, quelle tanto di moda adesso, nere, lucide appena appena, da poterci vedere il riflesso bianco dell’unica luce accesa che illuminava adesso la stanza.
Riflettevano di bianco, e di aranciato; il parquet lunghe stecche di legno, tre quattro piedi, la ragazza amava quanto era al telefono inventare meravigliose e aliene geometrie tra quelle lunghe mattonelle vegetali, si, certo, si, è vero, però cioè penso che lui non ti voglia tutto quel bene che ti dice, scusami, devo essere sincera con te, non voglio ti faccia del male, e intanto scorreva con i piedini ,al tempo nudi, i nodi del legno, il sottile piacere, sapeva che esistevano pure dei parquet levigati a fino, con un macchina speciale, ma li, li no, era felice di camminarci sopra. Da bambina ricorda nella casa dei genitori, la mattina di domenica, con una tazza di the di fronte al naso, scorrere il dito, sul altri legni, contare i cerchi appena visibili cancellati da mille altri piedini più pesanti di quelli da bambina che aveva. La stecca che stava vicino la divano, quella con la leggera bruciatura di sigaretta aveva 176 anni, troppi aveva pensato lei, eppure i cerchi erano vicini, stretti stretti 176, li aveva ricontati.
Dei trucioli di carta cadono a terra e distolgono l’attenzione del narratore dall’infanzia, saliamo, alziamo la testa dal pavimento, come gli indiani abbiamo ascoltato le vibrazioni del pavimento, quello che aveva da dirci, ora il naso, il profumo forte del caffe, gli occhi, briciole di carta che volano giù dal bordo del tavolo, rosso di tappezzeria, rosso di motivi a fiori, quelli che andavano di moda nei bei palazzi negli anni 20 o 30, poi li odiavano tutti, i palazzi svenduti, tutti volevano le casette unifamiliari, con giardino siepe, e se c’abbiamo abbastanza soldi anche la piscina.
Orecchie di nuovo, occhi prima, un riflesso dorato, un giradischi, il suono della puntina, il gracchio, una chitarra, un disco che arrivava da londra, non li vendevano più nei negozi i 45 giri, l’aveva fatto arrivare da un negozio specializzato, il vinile è il vinile.
Sempre più su, sul bordo del tavolo, sono quasi sul bordo del tavolo, la labbra di lei sono socchiuse, canticchiano piano, lingue d’oltreoceano, non so esattamente cosa vogliano dire, il bordo sottile sottile di un foglietto di carta, un pezzo più grande, legno anche qui, vecchio, deve averlo raccolto quando è stata a passeggiare nel bosco questa estate, è rimasto nello zaino tutto quanto il tempo, adesso nevica, non potrebbe più uscire a prenderne un altro, non farebbe più in tempo a fare quello che ha fatto con questo qui.
Ci sono un sacco di attrezzi sul tavolo, per colorare, per intagliare.
appezzeria, rosso di motivi a fiori, quelli che andavano di moda nei bei palazzi negli anni 20 o 30, poi li odiavano tutti, i palazzi svenduti, tutti volevano le casette unifamiliari, con giardino siepe, e se c’abbiamo abbastanza soldi anche la piscina.
Orecchie di nuovo, occhi prima, un riflesso dorato, un giradischi, il suono della puntina, il gracchio, una chitarra, un disco che arrivava da londra, non li vendevano più nei negozi i 45 giri, l’aveva fatto arrivare da un negozio specializzato, il vinile è il vinile.
Sempre più su, sul bordo del tavolo, sono quasi sul bordo del tavolo, la labbra di lei sono socchiuse, canticchiano piano, lingue d’oltreoceano, non so esattamente cosa vogliano dire, il bordo sottile sottile di un foglietto di carta, un pezzo più grande, legno anche qui, vecchio, deve averlo raccolto quando è stata a passeggiare nel bosco questa estate, è rimasto nello zaino tutto quanto il tempo, adesso nevica, non potrebbe più uscire a prenderne un altro, non farebbe più in tempo a fare quello che ha fatto con questo qui.
Ci sono un sacco di attrezzi sul tavolo, per colorare, per intagliare.
Guardo meglio, lei pare non vedermi, è carina però, capelli neri e lunghi, davanti una frangia, no, aspetta solo da una parte, una frangetta carina, dall’altra i capelli scivolano dietro all’orecchia, gli occhi sono belli, e strani, azzurri, ma in un modo diverso, il bordo dell’iride, non sfocia nel nero, come quelli dei mezzibusti ritratti nelle foto che lei stessa ha messo sulla piccola mensola sopra al letto, no, finiscono solo e semplicemente in un azzurro più scuro di quello da cui partono, ma non in nero.
Una maglia a maniche lunghe scura; si rimbocca le maniche, colpisce il legno un ultima volta con lo scalpello, si alza, esce, non la seguo, un bagliore dorato mi ferma, un barattolo di miele mi guarda, se avessi mani lo assaggerei. Torna, ha dimenticato qualcosa, la frenesia con cui si muovono le mani sul tavolo mi impedisce di capire cosa le mancava; vedo però bene adesso il frutto del suo lavoro, è una serratura, o qualcosa del genere, si, qualcosa del genere, è un bel legno, un nocciolo credo, credo, però mi piace, ha un cuore di metallo al centro, un cuore di metallo con un buco per la chiave. Credo che lo attacchi fuori dalla porta, mi sfugge il senso di questo gesto, mi sfugge e se ne vola via, su per il caminetto spento. Fuori nel vento, non credo lo riprenderò più.
Chiude la porta, orecchie, click.
Alza il telefono, un numero, lo compone piano, il disco è finito, sento la puntina che gratta sulla carta e il cuore di lei che batte un po’ più veloce di prima.
Si,si, sono io- vieni qui- si,no, si ma devo, voglio parlarti- vieni subito?-ve bene-
Si siede sul divano, si rialza porta la tazzina in cucina, la riempie di acqua e la lascia nel lavello.
Si risiede sul divano, si rialza e toglie il disco, non me nette un altro.
Si siede sul divano e suona il campanello.
Si alza dal divano e apre la finestra, se un narratore potesse avere freddo sentirei una folata di vento scivolarmi addosso. Suona di nuovo il campanello. Suona di nuovo il campanello
Lei si risiede sul divano. –ehi-ehi! Cosa fai mi chiami mi dici di venire qui subito e poi non mi apri nemmeno la porta?- ehi, dai la vedo anche io la luce, lo so che ci sei-
-avanti apri-
-fa freddo qui-
Lei si alza di nuovo dal divano, scorre la mano sul tavolino su cui stava lavorando, arriva al bordo, stringe qualcosa di ottone nella mano destra, lo lancia veloce fuori dalla finestra, come quando sei al mare e cerchi di fare scivolare i sassi sopra al pelo dell’acqua, con lo stesso inconsueto gesto.
Abbassa un poco la testa, allunga una mano verso il citofono sa scattare la serratura del portone al piano inferiore.
Orecchie
Lo sento a aprirsi e chiudersi, sento dei passi salire le scale, sento un tintinnio, sento i passi di nuovo, al contrario , con un suono ascendente, e poi di nuovo ascendente, sento mani che trafficano con una serratura.
Sento una altra porta che si apre.
Sento una luce che si spegne e credo di ritrovare il senso di quel gesto che pensavo di aver perso prima.
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