Ciliegie
Le prime ciliegie, leggere ancora con toni di verde nella dolce carne se ne stanno appollaiate sui rami, mi guardano dall’alto, sopra ancora di solo il sole , i raggi cadono quasi paralleli alla scala che mi permette la scalata verso il cielo, alcune ciliegie sono già rosse, lo noto adesso quando gli occhi cominciamo a vedere la cima dell’albero.
La salopette che vesto mi sta larga, é del nonno, un prestito, io avevo finito i vestiti puliti e quelli che avevo lavato la sera prima non erano ancora asciutti, la notte passata aveva piovuto forte, e i vestiti se ne erano rimasti sotto le nuvole a prendersi una risciacquata in più.
Cercai nella tasca sul petto il sacchetto, due colpi nell’aria, paf paf, il sacchetto si stende, torna di dimensioni normali, guardo giù un attimo, pianto i piedi sull’ultimo piolo, allungo il braccio e raccolgo i rossi frutti; l’ultima volta che ero stato qui avevo visto il nonno fare degli innesti in alcuni rami che parevano morti, era quasi autunno, ricordo il suo viso che mi diceva che ci sarebbe solo rimasto da aspettare la primavera, se tutto filava bene, i rametti quasi secchi e vuoti sarebbero rifioriti in un bocciolo rosa.
Evidentemente era stato così, osservando bene si poteva notare un segno a V, nel ramo, e l’innesto, un'altra pianta aveva donato un pezzo della propria fatica per ridare frutti a questa.
La prima ciliegia che stacco è doppia, divido i due gambi, metto la prima nel sacchetto e la seconda in bocca, la rigiro un attimo, sento il liscio della buccia scivolare sulla lingua, incido lievemente, il sapore leggero si diffonde. Le braccia continuano a lavorare, senza fatica, tutt’altro, quasi con nostalgia, il mio ultimo giorno li si sarebbe concluso con quella raccolta, dopo di che avrei ripreso i miei vestiti, asciutti o bagnati che fossero e sarei dovuto incamminarmi verso la strada, verso l’ultimo asfalto che conduce qui, una corriera passava di li, tutti i giorni, alle quattro di pomeriggio, alle volte la vedevo dall’orto, azzurromare che passava, ondeggiava un po
sulla stradina, ballonzolava sul tornate, a volte pensavo rischiasse di cadere, ma si salvava sempre.
Circa un mese fa arrivavo grazie al passaggio motorizzato e scoppiettante; voglio andare su, dal nonno e dalla nonna, voglio imparare a coltivare la terra, voglio riprendermi un po’ di contatto con la natura, me lo sono perso da qualche parte crescendo. La mamma aveva annuito, chiamami ogni tanto però diceva mentre saliva le scale di casa per cominciare a prepararmi la borsa.
Il nonno stava seduto su uno sgabello di legno, mi guardava, indicava con le mani e parlava, conosceva i suoi alberi come conosceva le sue figlie, mia madre e le sue sorelle, sapeva dove maturavano le prime ciliegie, muoveva le braccia non sentivo quello che diceva ma capivo benissimo, scostavo cespugli di foglie e trovavo rametti sottili e densi di frutti.
Aveva il solito viso, severo ma dolce.
Mentre scendevo dalla pianta l’ho visto alzarsi dallo sgabello, lento, ero li anche per aiutarlo, quell’orto era un pezzo della sua vita, ma ormai faceva sempre più fatica a portarlo avanti da solo.
Portavo trionfante il bottino; lo allungavo verso di lui.
A un paio di passi di distanza il nonno allunga anche lui le mani, le stringe sulle mie e mi avvicina il sacchetto di carta marroncina al petto, tienile tu queste qui- è anche il frutto del tuo lavoro- e poi così ti ricordi un poco anche di noi ogni tanto!, con la voce forte che aveva, si gira mi da le spalle e si riavvia verso casa.
Portavo il sacchetto stretto nelle mani; il bagaglio era finito in fretta nel vano sotto all’autobus, l’autista mi aveva guardato un attimo, così coi capelli corti quasi rasati non sembravo più il ragazzo di prima, forse si ricordava di me, del me di un mese prima, -vuoi mettere anche quello con la valigia?- indicando il mio tesoro.
Scossi la testa.

back to blog.

Hosted by www.Geocities.ws

1