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| Scriveva, Michele Pirone,
nel suo 'N’uocchie ‘e na lacrema:
"Quando nei momenti di sconforto ti senti più
solo, quando avverti un senso di vuoto che ti annebbia il pensiero
rendendolo informe, ed un peso di dentro ti opprime allo spasimo, e non
puoi liberartene, più di sempre ti assale la nostalgia e ‘a
pecundrìa t’astregne ‘o core. Raccontava, Michele, in queste ed altre calde parole, la tragedia dell’emigrante. Michele emigra ancora, per sempre, con un biglietto di
sola andata, dagli occhi della moglie Ida, della figlia Simona e di
quelli che l’hanno amato come padre, come fratello, come amico.
Michele o noi? *** Michele amava i fiori. Lo serberemo, indelebile, nella memoria, un gomito quasi conficcato nel legno della balaustra del suo patio e il mento generoso raccolto nell’incavo della sua elegante palma, ad osservare, silenzioso, le vivaci rivoluzioni del suo giardino primaverile. Poi, voce stentorea ed entusiasmo bambino, lo udremo ancora chiamare le sue donne a raccolta. Perché Michele amava dividere tutto. Anche la gioia degli occhi. Michele amava le sue donne e la loro bellezza
angelicata. Le cantava quotidianamente con la forza e la tenerezza del
suo sorriso; un lampo della bocca che non gli è mai mancato,
neanche nei giorni più bui, quelli del corpo a corpo con
l’intruso che s’era da anni installato nei polmoni. Michele amava il caffè corretto da un intruglio, per certuni quasi mefitico, dal nome esotico, qui in Nord America: il “fernet”. Noi siamo stati per anni il suo bar e barista personali, a sorbirci insieme il quotidiano caffè al fernet e viaggiare “sulle onde della memoria”, tra i fumi che esalavano dalle tazzine e qualche lacrema mal repressa negli occhi. Michele, insomma, amava la vita. L’ha amata al punto
di non pensare più ad essa, con l’irrazionalità dei veri
amori. Noi abbiamo avuto il privilegio di assistere all’eleganza e al coraggio delle lezioni di vita di Michele, all’eroica “leggerezza” con la quale ha imbastito un dialogo improbabile con il suo ultimo compagno di viaggio, il cancro. Una “leggerezza” che quasi profuma di caffè napoletano nelle pagine del suo ultimo libro Il giardino di Ippocrate, nel quale le assurde vicissitudini di Michele, disperato transfuga dal vizio del fumo, pur senza il sinistro e cerebrale umorismo d’un coscienzioso Zeno, si colorano d’umanità, si lasciano lèggere…leggère, sprezzanti d’ogni retoricume letterario. E ci offrono il Michele Pirone che conosciamo: limpido e sorgivo, diretto come un “uppercut”, improvviso e leggiadro come la prima brezza primaverile che tanto sognava di respirare ancora. Ché percepire il dolore esistenziale in Michele
sarebbe impresa difficile, accorto com’era ad ammantare tutto di quella
sana ironia da “napoletano del Molise”, come egli stesso amava
definirsi. Una vita che Michele ha amato disperatamente, irrazionalmente, integralmente, sprezzante della precarietà del suo stato di salute, facendo suo il detto anonimo che Ceronetti cita nel suo Il silenzio del corpo: “La salute è uno stato precario dell’uomo che non promette nulla di buono”. Michele, in fondo, era ben consapevole della sua
eternità. Amare la vita e non rimanerne schiavo: questa è l’eredità che ci lascia Michele Pirone. Vincenzo Ditoma |
Di Michele Pirone sono disponibili, in edizione elettronica, i seguenti libri: Biografia-Recensioni-Poesie |
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