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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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L'AUTARCHIA ECONOMICA Una volta create le Corporazioni, la storia dello sviluppo della potenza italiana che doveva sboccare fatalmente nella conquista dell'impero né saggiava il funzionamento con un collaudo che possiamo definire fondamentale. Quando la Società delle Nazioni fu trascinata ad ostacolare sul terreno diplomatico l'impresa italiana, perpetrando una inaudita mostruosità politica col mettere su di un piede di eguaglianza di diritti e di doveri l'Italia madre di civiltà e base dell'ordine sociale europeo con l'Abissinia, stato feudale e barbarico e responsabile di un atto di provocazione por aver determinato l'incidente di Ual-Ual, Mussolini puntò i cardini della resistenza italiana contro l'assedio economico di cinquantadue Stati sul funzionamento delle Corporazioni. L'esperimento è riuscito in pieno. Le Corporazioni, nonostante si trovassero all'inizio della loro vita, e quindi non ancora perfettamente attrezzate, hanno dimostrato di sapere funzionare come lo Stato maggiore dell'economia, cooperatore dello Stato maggiore dell'esercito mentre la nazione è in armi. Per questa sua lucida chiaroveggenza, per questa sua ferrea volontà, per questo suo perfetto senso organizzativo Mussolini ha diritto ad essere chiamato creatore di economia. Le forze economiche, dunque hanno agito né più e né meno che come le forze militari, con un regolare piano di mobilitazione e con lo sviluppo di altrettanti piani tattici e strategici. Ma come si può ammettere questo senza pensare alla esistenza dello Stato fascista che realizza col massimo di potenza il principio di autorità? La grande conquista storica compiuta da Mussolini sul piano regolatore dell'economia italiana consiste nell'aver fatto accettare il principio di autorità anche alle forze economiche oltre che alle correnti politiche. Questa è una novità assolutamente originale nella storia degli Stati moderni. Così si è potuto assicurare la salvaguardia del principio politico attraverso la tecnica delle corporazioni per il raggiungimento delle finalità economiche nazionali. Mussolini ha definito anche teoricamente quindi nel campo della dottrina, la posizione dello Stato quale fonte di autorità, quando ha illustrato la voce Fascismo per la Enciclopedia Treccani: "Il Fascismo vuole lo Stato forte, organico e al tempo stesso poggiato su una larga base popolare. Lo Stato fascista ha rivendicato a sé anche il campo dell'economia e, attraverso le istituzioni corporative, sociali, educative da lui create, il senso dello Stato arriva sino alle estreme propaggini, e nello Stato circolano, inquadrate nelle rispettive organizzazioni, tutte le forze politiche, economiche, spirituali della nazione. "Uno Stato che poggia su milioni d'individui che lo riconoscono, lo sentono, sono pronti a servirlo, non è lo Stato tirannico del signore medioevale. Non ha niente di comune con gli Stati assolutistici di prima o dopo l'89. L'individuo nello Stato fascista non è annullato, ma piuttosto moltiplicato, così come in un reggimento un soldato non è diminuito, ma moltiplicato per il numero dei suoi camerati. Lo Stato fascista organizza la nazione, ma lascia poi agli individui margini sufficienti; esso ha limitate le libertà inutili o nocive e ha conservato quelle essenziali. Chi giudica su questo terreno non può essere l'individuo, ma soltanto lo Stato". E pertanto come ha risposto l'economia italiana quando la nazione era impegnata in un supremo sforzo di difesa e di offesa per la conquista dell'Etiopia, obbedendo al comando del Capo? Ce lo dice lo stesso Mussolini in una precisa esposizione della situazione fatta all'Assemblea Nazionale delle Corporazioni convocata in Campidoglio il 23 marzo 1936: "L'assedio economico che è stato decretato per la prima volta contro l'Italia perché si è contato, secondo una frase pronunziata nella riunione locarniana di Parigi del 10 marzo, sulla "modestia del nostro potenziale industriale" ha sollevato una serie numerosa di problemi, che tutti si riassumono in questa proposizione: l'autonomia politica, cioè la possibilità di una politica estera indipendente, non si può più concepire senza una correlativa capacità di autonomia economica. Ecco la lezione che nessuno di noi dimenticherà!". Ma tale episodio deve considerarsi un fatto transitorio, facilmente dimenticarle col superamento della situazione diplomatica e militare? Niente affatto. Le conseguenze dovevamo essere valutate in tutta la loro portata anche futura, e perciò Mussolini passava a tracciare tutto un piano di considerazioni e di provvedimenti: "Coloro i quali pensano che finito l'assedio si ritornerà alla situazione del 17 novembre, s'ingannano, il 10 novembre 1935 è ormai una data che segna l'inizio di una nuova fase della storia italiana. Il 18 novembre reca in sé qualche cosa di definitivo, vorrei dire di irreparabile. La nuova fase della storia italiana sarà dominata da questo postulato: realizzare nel più breve termine possibile il massimo possibile di autonomia nella vita economica della nazione. Nessuna nazione del mondo può realizzare sul proprio territorio l'ideale dell'autonomia economica in senso assoluto, cioè al 100 per 100, e se anche lo potesse, non sarebbe probabilmente utile. Ma ogni nazione cerca di liberarsi nella misura più larga dalle servitù economiche straniere. V'è un settore nel quale sopratutto si deve tendere a realizzare questa autonomia: il settore della difesa nazionale. Quando questa autonomia manchi, ogni possibilità di difesa è compromessa. La politica sarà alla mercé delle prepotenze straniere anche soltanto economiche; la guerra economica, la guerra invisibile inaugurata da Ginevra contro l'Italia finirebbe por aver ragione di un popolo anche se composto di eroi. Il tentativo di questi mesi è ammonitore al riguardo. "Per vedere se e in quali limiti l'Italia può realizzare la sua autonomia economica nel settore della difesa nazionale, bisogna procedere all'inventario delle nostre risorse e stabilire inoltre quel che ci può dare la tecnica e la scienza". Ed ora guardiamo i fatti, vediamo cioè come si presenta il quadro generale e realistico della struttura economica italiana per impostare il programma della nostra autarchia economica. Mussolini con le cifre alla mano procedeva al seguente inventario che sarà bene sia consultato da tutti gli economisti nostalgicamente attaccati alle vecchie formule della dottrina liberista, per comodo, si capisce, degli interessi .stranieri che tendono a perpetuare la servitù economica dell'Italia per la perpetuità della sua sudditanza politica. "Cominciamo l'inventario dal lato più negativo: quello dei combustibili liquidi: le ricerche del petrolio nel territorio nazionale sono in corso, ma finora senza risultati apprezzabili: per sopperire al fabbisogno di combustibili liquidi contiamo specie in tempo di guerra sulla idrogenazione delle ligniti, sull'alcool proveniente dai prodotti agricoli, sulla distillazione delle rocce asfaltifere. Il patrimonio lignitifero italiano supera i 200 milioni di tonnellate. Quanto ai combustibili solidi non potremo fare a meno allo stato attuale della tecnica di alcune qualità di carbone pregiato destinato a speciali consumi: per tutto il resto si impiegheranno i carboni nazionali, il liburnico, il sardo, l'aostano. La Azienda Carboni Italiani ha già realizzato importanti progressi, la produzione è in grande aumento, con piena soddisfazione del consumo. Io calcolo che potremo, colle nostre risorse, più la elettrificazione delle ferrovie, più il controllo della combustione, sostituire in un certo lasso di tempo dal 40 al 50 per cento del carbone straniero. Passiamo ora ai minerali metallici ed altri. Abbiamo ferro sufficiente per il nostro fabbisogno di pace e di guerra. La vecchia Elba sembra inesauribile; il bacino di Cogne è valutato a molte decine di milioni di tonnellate di un minerale che dopo quello svedese è il più puro di Europa: unico inconveniente la quota di 2800 metri alla quale si trova; inconveniente dico, non impedimento. Altre miniere di ferro sono quelle riattivate della Nurra e di Valdaspra. Aggiungendo al minerale di ferro le piriti, da questo lato possiamo stare tranquilli. Altri minerali che l'Italia possiede in grandi quantità sono: bauxite e leucite per l'alluminio, zinco, piombo, mercurio, zolfo, manganese. Stagno e nichelio esistono in Sardegna e in Piemonte. Non abbiamo rame in quantità degna di rilievo. Passando ad altre materie prime, non abbiamo sino ad oggi, ma avremo fra non molto, la cellulosa, non abbiamo gomma. È nel 1936 che si riprenderà la coltura del cotone. Manchiamo di semi oleosi. Nell'attesa della lana sintetica prodotta su scala industriale, la lana naturale non copre il nostro consumo. La deficienza di talune materie prime tessili non è tuttavia preoccupante; è questo il campo dove la scienza, la tecnica e l'ingegno dogli italiani possono più largamente operare e stanno infatti operando. La ginestra ad esempio, che cresce spontanea dovunque, era conosciuta da molto italiani soltanto perché Leopardi vi dedicò una delle sue più patetiche poesie: oggi è una fibra tessile che può essere industrialmente sfruttata. I 44 milioni di italiani avranno sempre gli indumenti necessari per coprirsi: la composizione di questi tessuti è in questi tempi una faccenda assolutamente trascurabile.La questione delle materie prime va, dunque una volta per tutte, posta non nei termini nei quali la poneva il liberalismo rinunciatario e rassegnato a una eterna inferiorità dell'Italia, riassumentesi nella frase oramai divenuta abusato luogo comune che l'Italia è povera di materie prime. Deve dirsi invece: l'Italia non possiede talune materie prime, ed è questa una fondamentale ragione delle sue esigenze coloniali; l'Italia possiede in quantità sufficiente alcune materie prime; l'Italia è ricca di molte altre materie prime. Questa è l'esatta rappresentazione della realtà delle cose e questo spiega la nostra convinzione che l'Italia può e deve raggiungere il massimo livello utile di autonomia economica per il tempo di pace e sopratutto per il tempo di guerra. "Tutta la economia italiana deve essere orientata verso questa suprema necessità: da essa dipende l'avvenire del popolo italiano". Come si vede, il quadro, preciso e realistico, è abbastanza soddisfacente. Le basi per la sicura costruzione di una autarchia economica ci sono. Abbiamo tutti gli elementi per una salda resistenza in caso di guerra, per una vantaggiosa stabilizzazione della nostra bilancia commerciale in tempo di pace. E allora, data la situazione della nostra struttura economica, come si presentano le linee della organizzazione corporativa, la quale deve operare sulla realtà di questa struttura economica? "Vi ho così tracciato su grandi linee quello che sarà domani il panorama della Nazione dal punto di vista dell'economia. Come vediate leconomia corporativa è multiforme ed armonica. Il Fascismo non ha mai pensato di ridurla tutta ad un massimo comune denominatore statale: di trasformare cioè in "monopolio di Stato" tutta la economia della Nazione: le Corporazioni la disciplinano e lo Stato non la riassume se non nel settore che interessa la sua difesa, cioè l'esistenza e la sicurezza della Patria. In questa economia dagli aspetti necessariamente vari come è varia l'economia di ogni Nazione ad alto sviluppo civile, i lavoratori diventano con pari diritti e pari doveri collaboratori nell'impresa allo stesso titolo dei fornitori di capitale o dei dirigenti tecnici. Nel tempo fascista il lavoro, nelle sue infinite manifestazioni, diventa il metro unico col quale si misura l'utilità sociale e nazionale degli individui e dei gruppi. Una economia come quella di cui vi ho tracciato le linee maestre, deve poter garantire tranquillità, benessere, elevazione materiale e morale alle masse innumeri che compongono la Nazione e che hanno dimostrato in questi tempi il loro alto grado di coscienza nazionale e la loro totalitaria adesione al Regime. Devono raccorciarsi e si raccorceranno nel sistema fascista le distanze fra le diverse categorie di produttori, i quali riconosceranno le gerarchie del più alto dovere e dalla più dura responsabilità. "Si realizzerà nell'economia fascista quella più alta giustizia sociale che dal tempo dei tempi è l'anelito delle moltitudini in lotta aspra e quotidiana colle più elementari necessità della vita". La visione mussoliniana dell'Italia economica ci sembra così completa. Le forze della produzione sono mobilitate por la creazione di una autarchia economica, base essenziale di una verace e non illusoria indipendenza e potenza politica. Dalla collaborazione corporativa nasce una più alta giustizia sociale, e lo Stato Fascista che nel crogiuolo rivoluzionario ha fuso tutte le ideologie politiche per forgiare il nuovo indiscusso principio di autorità (non bisogna dimenticare che lo Stato fascista nasce da una rivoluzione e perciò ha tutte le caratteristiche statiche di un nuovo Stato) presiede con tutto il suo prestigio e con tutta la sua forza creatrice alla multanime vita della nazione. Mussolini, dunque, nell'assolvere interamente la sua funzione statica di dominatore nel destino sicuramente glorioso della nuova Italia, e di iniziatore di una nuova epoca sociale nel mondo ha saputo compiere, come uomo di Stato, come pensatore, come economista, come uomo d'azione, il miracolo di sganciare la vita politica e morale della nazione dalle strettoie dell'economia. Anche l'economia è a servizio della politica. Le forze economiche non operano più Indipendentemente dalle leggi e dalla traiettoria politica della nazione, non entrano nel giuoco della economia internazionale trascurando le necessità e gli interessi gelosi della vita nazionale. Le forze economiche si inquadrano perfettamente nella visione generale della politica dello Stato, servono non più se stesse ma lo Stato e la nazione, accettano la disciplina comune, militano sotto le insegne della storia nazionale. Questa è l'ultima parola non solo di un grande patriota e di un creatore di storia, ma di un grande educatore, perché sa piegare le forze della materia, spesso prepotenti, alle leggi dello spirito. Mussolini economista della rivoluzione significa coordinatore supremo dell'economia ai fini dell'aumento della ricchezza nazionale, della potenza politica dello Stato e della realizzazione di una più alta giustizia sociale. |