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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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Egidio Moleti di Sant'Andrea - ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA - |
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capitolo XXIII AFFERMAZIONE MEDITERRANEA E APOTEOSI IMPERIALE
"Italia proletaria e fascista in piedi!". Così il Duce cominciava il suo dire parlando alla più grande assise di popolo che la storia ricordi. Per la prima volta il termine proletario, che era stato bandito dalla terminologia ufficiale ed ufficiosa del Regime, delle sue organizzazioni, della stampa e dei conferenzieri, veniva pronunciato con commossa parola dalle labbra di Benito Mussolini, che ne sa e comprende tutto il profondo significato. Italia proletaria, sì proletaria come nazione nella grande famiglia internazionale, benché proletari, nello Stato Corporativo Fascista, non ne esistano più; oggi c'è la Corporazione che uguaglia con parità di doveri e parità di diritti tutti i cittadini produttori; l'Italia di oggi è proprio quella dei combattenti e dei produttori, ben individuata nel primo statuto programmatico dei Fasci Italiani di Combattimento. Ma, se all'interno avevamo compiuto il miracolo di trasformare, migliorando, tutta l'impalcatura economico-sociale dello Stato, se le più amorevoli cure e gli sforzi più intensi erano stati rivolti ad alleviare le conseguenze della crisi del dopoguerra, per individuare ed eliminare le cause del flagello della disoccupazione; se all'interno si era operato il miracolo di far sorgere campi rigogliosi e città rurali, ove da secoli e da millenni esisteva la palude e imperversava la malaria; se attraverso una sana politica demografica e assistenziale, milioni di individui erano stati ogni anno fraternamente assistiti e sorretti nella speranza di un domani migliore; se malgrado questa ferrea volontà, questo prodigioso fervore di rinascita, questa ansia tormentosa di vivere, noi non eravamo riusciti a liberarci da una penosa situazione, la causa di tanto disagio bisognava ricercarla nel fatto che l'Italia era ancora proletaria. Trasportando infatti nel più vasto campo delle individualità nazionali, i rapporti sociali ed economici che si svolgono fra individuo e individuo, sarebbe stato facile rilevare che fra tanti popoli ricchi, straricchi, arciricchi ed egoisti al massimo grado, il popolo italiano, che è il più generoso, disinteressato e cavalleresco e che tanto di ricchezza e di progresso ha prodigato al mondo intero in ogni epoca, era tremendamente povero, desolatamente povero. E questo, non perché fossimo inferiori agli altri, ma soltanto perché il ritardo frapposto nel ricomparire come nazione una, libera e indipendente fra le potenze europee, non ci aveva fatto giungere in tempo a partecipare al luculliano banchetto coloniale, cui nel secolo scorso si erano indisturbatamente assise Gran Bretagna e Francia, Portogallo e Spagna, Olanda e Belgio. Per questo l'Italia soffriva per mancanza di spazio, in una situazione avvilente al massimo grado la dignità umana; tormento, tragedia, martirio di migliaia e migliaia di famiglie costrette a migrare da una terra all'altra in cerca di un pane maledetto. L'adunata del 2 ottobre. Ecco perché l'adunata del 2 ottobre trovò tutta la volontà granitica di un popolo, fusa con quella del suo Duce; perché con la conquista dell'Impero, il vivere contro natura del nostro popolo scomparirà radicalmente; in Africa è la natura stessa che offre nella sola Etiopia, in un territorio grande, climatico, temperato, salubre come dieci Svizzere, ricco di tesori inesplorati nelle sue immense viscere, le risorse inesauribili per l'avvenire e la prosperità della nostra gente, la quale potrà finalmente prodigare in terre proprie e a beneficio proprio, la laboriosità geniale e feconda della stirpe, messa fino ad ieri a profitto degli altri popoli che sfruttavano il lavoro dell'emigrante, l'ignoranza dell'emigrante, la miseria dell'emigrante. Noi vogliamo colonizzare, perché il destino dei popoli è regolato dall'indice del coefficiente demografico; sappiamo, che l'impresa del 1911 venne effettuata principalmente per affermazione del nostro prestigio di grande potenza e per valorizzare la nostra posizione strategica del Mediterraneo; sappiamo che non abbiamo territorio adeguato alla marea dei nati che si fa sempre più alta nei ristretti confini, ed allora anziché pretendere, come ne avremmo avuto bene il diritto , le loro terre dalle nazioni meno prolifiche, e scarse di braccia vigorose; anziché sollevare pretese e rivendicazioni, che pur sarebbero state sacre e incontestabili; perché sancite in solenni impegni internazionali, quali il Patto di Londra e il successivo accordo di S. Giovanni di Moriana; anziché assumere noi la responsabilità di turbare lo statu quo coloniale, subentrato alla grande conflagrazione europea, noi abbiamo rivolto il nostro sguardo, là dove anche l'occhio avido del Giappone si era determinatamente fissato, ma ove invece l'occhio veggente di Crispi aveva stabilito per l'Italia diritto di priorità assoluta. In Africa, la cui superficie è di oltre 29 milioni di chilometri quadrati, di cui i quattro quinti sono possedimenti franco-inglesi; ove anche Spagna, Belgio, Portogallo hanno colonie immense e ricchissime; ove all'infuori dell'Egitto tuttavia mancipio dell'Inghilterra, e della minuscola Liberia, di fatto colonia degli Stati Uniti d'America, solo Stato indipendente, vero anacronismo storico, sfida e oltraggio alla civiltà occidentale era rimasto l'Impero Etiopico; era dovere e diritto dell'Italia decidersi alla conquista di queste terre immense, agglomerato eterogeneo e indisciplinato di tribù di razza e di lingue diverse. Attendere ancora, avrebbe significato per l'Italia, correre il rischio di rimanere prevenuta da altri più furbi e più svelti, come una dura esperienza ci insegna, e le tappe sono state bruciate contro tutto e a dispetto di tutti. La determinazione eroica. Gl'incidenti di Uual Uual, ennesimi della serie, furono la determinante casuale del conflitto italo-etiopico; prima o dopo, la guerra sarebbe dovuta scoppiare e l'Italia ne attendeva l'occasione per riprendere la partita rimasta sospesa nel 1896, vendicare Adua e concludere la politica espansionistica con cui si era mosso Crispi all'inizio della Campagna Eritrea. Ragioni storiche, politiche, strategiche ed economiche furono le determinanti della decisione presa dal Duce nella primavera 1935; il conflitto aveva carattere sostanzialmente coloniale, sarebbe rimasto localizzato in quel settore dell'Africa orientale ove l'Italia si apprestava a combattere per conquistarsi il suo posto al sole. Nessuna minaccia alla pace d'Europa, nessun pericolo per le altre Potenze; l'impresa etiopica sarebbe stata l'inevitabile corollario di dodici anni di regime fascista per allineare finalmente l'Italia accanto alla Gran Bretagna ed alla Francia anche nel campo coloniale, dal momento che nel Mediterraneo la parità poteva ormai dirsi raggiunta mercé la risoluta ed intransigente politica mussoliniana. C'era da aspettarsi una larga e giusta comprensione nell'opinione pubblica franco-inglese, se non altro per quel minimo di pudore che sarebbe stato presumibile sentissero i beati possidentes; invece proprio Francia ed Inghilterra e più rabbiosamente quest'ultima, insorsero per impedire all'Italia l'espansione coloniale, cui aveva sacrosanto diritto. L'atteggiamento inglese fece sì che il conflitto italo-etiopico polarizzasse l'attenzione mondiale ed avesse dei drammatici contraccolpi nel Mediterraneo, ove sarebbe bastata una scintilla per fare divampare l'incendio d'una nuova guerra europea. La fase preliminare dell'impresa etiopica ebbe a teatro il Mediterraneo nel gigantesco duello italo-britannico conclusosi con lo smacco della talassocrazia britannica, che, per la prima volta dopo la distruzione dell'"Invincibile Armada", si era vista costretta a recedere dalla più minacciosa dimostrazione navale che mai avesse osato, perché in luogo di intimidire aveva acceso gli animi degli italiani di così impetuoso furore, da correre il rischio di rimanere aggredita e vulnerata. Il ripiegamento di 144 navi da guerra britanniche stazzanti in complesso oltre 800.000 tonnellate, dal Mediterraneo ove erano entrate con beffarda spavalderia, consacrò avanti al mondo intero la prodigiosa forza morale e materiale dell'Italia fascista, rivelatasi in grado di potere raccogliere senza tentennamenti e titubanze la sfida che nel suo mare era venuta a portarle la più spettacolosa delle flotte. Ma l'episodio, che per l'Inghilterra non aveva precedenti, dacché da 230 anni deteneva la supremazia del Mediterraneo, rivelò anche la nuova situazione strategico-militare dell'Italia divenuta fortissima in terra, in mare, in ciclo e tale da non potersi più considerare prigioniera ma da aspirare legittimamente a ridiventare regina nel suo mare. La preparazione politica e militare di Mussolini. Mussolini, oltre all'intenso ed abilissimo lavorio diplomatico svolto per aumentare ovunque il prestigio ed assicurare la preminente influenza dell'Italia nei vari settori del Mediterraneo, si era silenziosamente e tenacemente dedicato a potenziare la Nazione per qualunque evenienza. L'arma aerea, rivoluzionando la strategia di guerra, avvantaggiava la posizione dell'Italia nel Mediterraneo per il superamento dell'antiquato sistema difensivo e offensivo britannico, che poteva apparire invulnerabile quando la potenza navale era la sola a determinarne la supremazia mediterranea. Ma anche nel campo navale l'Italia fascista aveva guadagnato con ritmo accelerato il tempo perduto costruendosi una gran quantità di siluranti e sottomarini modernissimi, che da soli bastano ad affrontare le navi più potenti, potendosi dislocare insidiosamente da ogni punto del litorale e delle isole e dai numerosi e sicuri rifugi delle coste libiche o delle isole dell'Egeo; ed assieme alle siluranti ed ai sottomarini, i leggendari M.A.S. della beffa di Buccari, i minuscoli battelli dell'arditismo marinaro, sperimentati epicamente da Gabriele d'Annunzio, Costanzo Ciano, Luigi Rizzo ed altri eroi, erano a miriadi, pronti a riprendere il largo con l'ardore sprezzante delle migliaia di volontari e di veterani, per portare in poche ore la loro offesa micidiale sui capaci fianchi di qualunque nave nemica, se sconsideratamente l'Inghilterra fosse passata dalla dimostrazione all'azione. Per rendersi conto della nuova posizione mediterranea dell'Italia, basta pensare che in pochi minuti, l'arma aerea, orgoglio e potenza dell'Italia fascista, può portare la sua minaccia a Malta, sia che parta dalla Sicilia o dalla Tripolitania, da Lampedusa o da Pantelleria; e lo stesso dicasi per Gibilterra e per le altre basi orientali britanniche, perché il sistema strategico nostro ci consente l'irradiazione fulminea da e per qualunque settore con il vantaggio di trovarci al centro del Mediterraneo, in casa nostra e nel nostro mare, serviti da una rete fittissima di basi e di campi veramente formidabili e, sotto questo aspetto, in condizioni di assoluto vantaggio su qualunque avversario. All'indomani della parata navale svoltasi in onore di Hitler nell'incantevole golfo di Napoli, il 6 Maggio 1938 il "Volkischer Beobachter" ha scritto: "Noi siamo testimoni di una manifestazione imponente della forza marinara italiana. Mussolini ha fatto della sua flotta uno strumento di guerra di primo ordine. L'Italia fascista ha conquistato un posto di prima grandezza nel campo marinaro; tutte le navi che abbiamo visto sono i possenti simboli dell'Italia fascista". Quale migliore riconoscimento? La prova suprema. Il fatto che in occasione del conflitto italo-etiopico, l'Italia sia stata costretta a prepararsi all'eventualità di cimentarsi con la Gran Bretagna, la Francia e le altre nazioni coalizzate malvagiamente contro di essa, è tale che gli storici del futuro lo dovranno ricordare con stupefatta ammirazione, come uno dei rarissimi esempi di eroismo collettivo, poche volte registrati nella storia del mondo. Non solo, il popolo italiano non vacillò, ma ebbe tanta fiducia nelle sue forze e così profondo convincimento del suo diritto, da credere fermamente nella immancabile vittoria contro chiunque e su qualunque fronte; sembrava che il Tirteo della nuova Italia in quei giorni d'epopea avesse scritto proprio per Mussolini i magnifici versi : "II Duce non chiama, non comanda, non esorta cavalca innanzi, ha seco la sua luce Ha seco l'alba nei deserti bui. S'Egli cavalchi al limite del mondo La sua gente in silenzio andrà con lui!". Ed il popolo italiano è come se avesse cavalcato al limite del mondo dietro al suo Duce, perché mentre conquistava prodigiosamente l'impero d'Etiopia; nel Mediterraneo, Francia, Jugoslavia, Turchia e Grecia solidarizzavano con l'Inghilterra pronte ad aggredirla al primo segno di debolezza dopo l'applicazione delle inique sanzioni. Il fatto che l'Italia sia uscita trionfalmente da una tale terribile prova, è stato di una grande portata nella definitiva valutazione del suo prestigio e della sua potenza all'Estero; molti Stati hanno riveduto la loro politica con Roma e si sono affrettati a mutare rotta entrando nella sua orbita; diversi altri con sano senso di realismo non hanno indugiato a riconoscere l'Impero, qualcuno ancora malinconicamente tentenna; si tratta di coloro che aspettano l'imbeccata dall'Inghilterra e questa ormai è venuta con l'iniziativa britannica alla Società delle Nazioni per l'accettazione del fatto compiuto dell'Impero italiano. Italia ed Inghilterra si sono lealmente intese per una armoniosa e costruttiva convivenza di entrambe sulla via imperiale, per lungo tratto comune e in quel Mare Nostrum dell'Italia, ove è incontestabile il riconoscimento dell'essenziale e libero diritto di passaggio per l'Inghilterra. Apoteosi imperiale. Protesa nel Mediterraneo che tutta la lambisce quasi dolcemente cullandola, l'Italia ha dominato nei secoli e nei millenni gli eventi. Si chiamava Roma agli albori della nostro civiltà; ma da quando uscì dalla ristretta cerchia del solco romuleo, Roma fuse a sé le genti del Lazio e della Sabina, combatté prima e poi federò gli altri popoli italici, sicché in breve corso di secoli ogni abitante della penisola diventò il cives romanus. Roma fu regina del Mediterraneo, Roma grande madre di tutte le genti, fondatrice di imperi, si innesta nella leggenda dall'esule troiano in perpetuità di grandezza ed in rinnovellarsi di mitica, eroica tradizione, Roma che abbatté Cartagine, Roma che conquistò il mondo debellando Galli e Germani, soggiogando Cimbri e Teutonici ed i lontani Britanni; Roma degli Scipioni, di Cesare, di Augusto, di Giustiniano; Roma culla del Cristianesimo; Roma la città universale non ha mai trionfato di se stessa, del suo passato, del suo presente e del suo avvenire in un momento come questo che non a caso coincide con la celebrazione del bimillenario di Augusto, mentre dai suoi sette colli fatali, riprendono alto il loro volo le maestose aquile imperiali. Monumenti vetusti di antica ed eterna civiltà, archi ciclopici, fori maestosi, templi solenni, circhi fantasmagorici, colonne onuste, sepolcri vetusti, urne cinerarie, cippi marmorei, pietre miliari, mura di cinta, castri praetori e strade imperiali, cimeli sacri in bronzo, in marmo e in pietra, che ancora oggi, e sempre, per tutte le vie del mondo ricordate la civiltà di Roma, ma che sopratutto fra i sette colli pittoreschi state a documentare perennemente l'immanenza di questa civiltà, oggi finalmente risplendete per il valore che questa civiltà ha nel risveglio della stirpe; oggi non siete più soltanto la meta dei forestieri presuntuosi e pretenziosi che in voi cercavano il ricordo malinconico di un passato glorioso, obliato nella terra che fu detta dei morti, ignari che sarebbe risorta nel simbolo gagliardo ed esuberante del Littorio nel prodigio ricostruttivo di Mussolini. Roma è finalmente ritornata al suo destino imperiale riprendendo fra le nazioni il rango che da millenni era suo; Roma vive oggi delle sue antichità classiche, rivive nella sua tradizione perché l'uomo inviatele dal destino ha saputo gettare un immenso ponte, un simbolico arco nel tempo e nello spazio ricollegando l'Urbe dei Cesari all'Urbe del Fascismo; non a caso Egli risanando, restaurando, riabbellendo ha voluto confondere, alternandoli in promiscuità solenne e pittoresca, nella materia e nello spirito la città classica alla città moderna. L'Italia oggi per volontà del Duce, fatta granitica dal giuramento di tutto un popolo, per genialità di condottieri, per valore di combattenti, per la gloria di Casa Savoia è reale e imperiale, non più prigioniera rista compressa e contratta nel suo mare guardata a vista dalla dominatrice degli stretti, ma protende lo sguardo verso l'infinito orizzonte, naviga al di là dei propri bacini, domina tutti i cieli con la propria ala invitta e gloriosa e si appresta a ricostruire e ricalcare le strade imperiali per riprendere il fatidico cammino segnatole da Dio. Trionfo della romanità. "Tutto che al mondo è civile, grande, augusto, egli è romano ancora!". Così proclamò con orgogliosa consapevolezza il poeta; verità profonda, assiomatica; constatazione che avrebbe potuto indurci a vivere, passivi ed inerti, di rendita sulle glorie avite, sulle memorie dell'antica grandezza. Invece oggi possiamo con legittimo orgoglio affermare che ci sentiamo forti e degni del più alto rango nel consesso fra le nazioni, non soltanto per il vanto di una gloriosa antichità quando pensiero ed azione romani ci condussero al dominio del mondo; ma perché l'Italia contemporanea per merito proprio, si è finalmente conquistata il suo Impero, quell'Impero di Etiopia, ove si rivelerà ancora grande e larga dispensiera di civiltà facendo risplendere il sole di Roma su quelle terre, ove da millenni imperava l'oscura malefica notte della barbarie incatenata. L'Italia fascista sotto ogni rapporto è degna e preparata alle nuove funzioni; non è più la gran signora decaduta che tutti si compiacevano di compatire e non di rado malignamente mortificare nel ricordo di albe lontane in tramonti ormai scialbi; non è più la timida e debole pupilla, cara al paternalismo anglosassone di altri tempi, pur così vicini e già tanto remoti; e nemmeno è la cenerentola bistrattata di tutti i consessi internazionali. L'Italia, oggi è, perché esiste, non soltanto come espressione geografica; non solo perché dopo la grandezza e decadenza dei romani, da Dante in poi per tutto il Rinascimento, è stata universalmente riconosciuta faro perenne di luce dell'Europa e di tutto il mondo civile; non solo perché con l'epopea del Risorgimento ha saputo riscattare la sua libertà, la sua unità e la sua indipendenza, ma sopratutto perché a prezzo di sangue generoso e di sacrifici immani, si è conquistata quel posto al sole da troppo tempo reclamato per la prolificità incontenibile e la ristrettezza di spazio, dei suoi figli migliori. Coloro che si erano illusi di costringerci ad una resa a discrezione, con le sanzioni, avevano certo dimenticato di che tempra fossero gli italiani; avevano dimenticato che pur essendo decaduti ed oppressi, avevamo ricominciato la strada, strappando la spada alla potenza imperiale per difendere le nostre libertà comunali, togliendo la face alla Chiesa per irradiare di nuova luce il nostro cammino. Avevano dimenticato che l'Italia era la terra di Dante, che è stato il più italiano degli italiani, perché soffrì dolore, ingiustizia, infamia, calunnia, condanna, esilio, povertà, ma non piegò mai per giganteggiare col suo esempio quale nume tutelare nei secoli delle lotte più intense e delle più accese speranze. Avevano dimenticato il travaglio angoscioso del nostro Risorgimento; non si erano accorti di quello che aveva significato per noi la grande guerra del 1915-1918; non avevano visto, perché non avevano voluto o saputo vedere, la miracolosa trasformazione operata dal fascismo; si illudevano di potere piegare la volontà di Mussolini, incrollabile per sua chiaroveggenza, ma principalmente perché era consapevole di impersonare la fermissima e tremenda volontà di tutto il popolo italiano, disperatamente deciso a vincere o a morire. La profezia di lord Byron. Sono bastati sette mesi di titanica lotta, di ciclopiche realizzazioni, di abnegazione sublime, di disciplina ferrea e di fede inesausta per trionfare contro tutto e contro tutti, lasciando stupefatto ed ammirato, se pur in taluni strati invidioso e pavido il mondo intero. Si è compiuto così il nostro destino imperiale nel completo trionfo della nostra stirpe, suggello degno al ciclo glorioso, di fasti ed eroismi, che traendo origine dai primi moti insurrezionali del Piemonte e del Napoletano e via via dilaganti per tutte le altre regioni d'Italia, si è concluso con la epica e leggendaria campagna etiopica, dopo avere prima schiantato un Impero per il nostro riscatto, oggi annientato un altro Impero, annettendolo per la nostra espansione, nel vano adombrarsi dell'Impero Britannico, che vede a malincuore sorgere impavido l'astro splendente dell'Impero Fascista. Agli inglesi di oggi ricordiamo soltanto le parole frementi pronunciate da Giorgio Byron ad esecrazione dell'infame servaggio in cui l'Italia soffriva, martirizzata nei rinnovati tentativi di scuoterlo; a nulla era valso l'aver dato al mondo tutto ciò che d'ingegno, di cuore, di civiltà essa aveva dato nei secoli e nei millenni. Il grande poeta britannico, profondo studioso ed ammiratore commosso dell'Italia, in un impeto appassionato di sdegno così vaticinò: "Fa che il mio cuore si versi tutto per te, o Italia, che fosti madre feconda di eroi, di sapienti e di santi! Tu hai avuto conquistatori, esploratori di terre remote, di mari lontani, di mondi nuovi, che oggi portano il nome degli italiani che li scoprirono. Ma non uno di loro ti prestò il suo braccio, nessuno ti liberò, Sarai tu sempre oppressa ed eglino, solo per se stessi, grandi e gloriosi? Oh, quanto più di loro sarà grande colui che romperà le tue catene! E questo liberatore, ora, mentre io scrivo, può essere già nato!". Questa invocazione profetica Lord Byron la pronunciava elevandola nel nome di Dante, il 14 Marzo 1820. In quel giorno fausto nasceva Vittorio Emanuele II. Realizzando la profezia, il grande Avo del Re Vittorioso rompeva le catene del secolare servaggio concludendo sui campi di battaglia l'epopea del Risorgimento nazionale, vissuta nei canti dei poeti e dei musicisti, nelle prose dei filosofi e dei romanzieri, con cui in ogni tempo si era dimostrato che gli oppressi avevano più ingegno, più cuore, più civiltà degli stranieri oppressori. Nell'Era che sorge Vittorio Emanuele II è rivissuto nello spirito partecipando alla proclamazione dell'Impero, allorché dal balcone di Palazzo Venezia il Duce annunziò agli italiani ed al mondo la grande novella. Dall'alto del Vittoriano, il Padre della Patria si drizzò fieramente sul suo cavallo alato e discese nella piazza fatidica accanto al degno nepote; il Re silenzioso, che per la terza volta aveva snudato vittoriosamente dal fodero la spada del grande Avo. Il Re nel cui nome era stato conquistato l'Impero, l'Impero d'Etiopia, gemma fulgidissima per la corona dei Savoia, perché finalmente darà all'Italia la grandezza ideale, morale e materiale degna del suo passato, del suo presente e del suo avvenire. La proclamazione dell'Impero. Nella apoteosi del 9 maggio si è celebrato veramente un rito mistico e guerriero avanti all'Altare della Patria, presenti nella materia e nello spirito tutto il popolo concorde, tutto l'esercito in armi; nel silenzio sublime del commosso raccoglimento evocando i Grandi Trapassati, gli Eroi, i Martiri, i Caduti di tutte le guerre nazionali, scoperchiaronsi gli avelli consacrati, mentre una voce sommessa elevava al cielo un cantica sublime; era la voce del Milite Ignoto che d'oltre tomba parlava, eroe sublime ed oscuro, Fante senza nome consacrato al culto della Patria ed alla venerazione di tutte le donne della Patria. Egli diceva: O mamma Italia, finalmente una, libera, indipendente, grande, noi che per te ci immolammo abbiamo atteso con ansia, con dolore, con disperazione, questo giorno di apoteosi. Benedetto sia il tuo Nocchiero o Italia, benedetto il Fondatore dell'Impero e noi vigileremo su di lui, vigileremo sul suo popolo epico, vigileremo sopratutto perché le aquile imperiali spicchino voli sempre più alti ora che sono tornate sui colli fatali di Roma! Rievocando gli avvenimenti che sono stati decisivi per la storia del nostro paese, segnando la tappa fatale del suo divenire, l'Italia saluta l'inizio della nuova Era nel nome di tutti i suoi Caduti, dai Martiri del Risorgimento che il Regno fecero, ai legionari d'Etiopia che l'Impero conquistarono. Orbene, gettiamo anche noi oltre ogni confine il cuore audace, diamo ala al nostro ardire, diamo voce al nostro impeto ed in nome dei pionieri e dei precursori, per i combattenti di tutte le battaglie, per gli eroi di tutte le guerre si scoprano gli avelli consacrati ed esultino tutti i morti gloriosi. Le parole del Poeta-Soldato asceso al Pantheon, degli spiriti magni, siano su tutte le bocche: "Italia, Italia, Italia alla riscossa, Ricanta la canzone d'oltremare come tu sai, con tutta la tua possa. Va nella nuova aurora, con l'aratro e la prora!" Così va salutata la riapparizione dell'Impero sui colli fatali di Roma; possa un tale grido maschio giungere oltre la cerchia dei nostri monti, oltre la prora delle nostre terre, oltre il mare dei nostri bacini... |