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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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Egidio Moleti di Sant'Andrea - ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA - |
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capitolo XXI LA POLITICA MEDITERRANEA DI MUSSOLINI
Con l'avvento del Fascismo al potere si delinea netto ed immediato un mutamento di rotta anche nel campo della politica estera. L'Italia di Mussolini, restituita a dignità di Nazione dal sacrificio e dalla fede delle Camicie Nere, dopo la Marcia su Roma, epurata dalla intossicazione bolscevica e pacificata all'interno, poteva rivolgere serenamente lo sguardo al di là del suo mare, decisa a non rimanere più prigioniera, ma a ridiventare finalmente Regina in quel mare che i nostri antichi padri avevano fatidicamente chiamato "Mare Nostrum". Mussolini si impadronisce con assoluta competenza e lungimiranti vedute di ogni quistione di politica estera senza fare mistero dei nuovi propositi dell'Italia fascista, precisando anzi, come primo punto essenziale e base della leale collaborazione italiana nel campo internazionale, che è ora di trattare da pari a pari. La canea del sovversivismo d'ogni paese aizzata dal bieco ed impotente furore dei fuorusciti e dei rinnegati, allora numerosi in Francia, in Inghilterra, in America non tralasciò per parecchi anni (ed ancora oggi non si è data per vinta) occasione di attaccare e contrastare il nostro Paese travisando in malafede i nostri onesti propositi di rivendicazioni nazionali per farci apparire nemici della pace e dell'ordine, guerrafondai turbolenti ed imperialisti ad oltranza. Una tale propaganda d'odio e d'incomprensione all'estero trovava generalmente compiacente tolleranza nei governi così detti democratici di alcune Nazioni, che preoccupate, nel loro insano egoismo, del crescente divenire dell'Italia, trovavano comodo per la loro subdola politica conservatrice di nazioni ricche e ben pasciute, fare apparire l'Italia come turbolenta e nemica della pace per precostituirsi l'alibi nel giorno paventato ma ineluttabile del redde rationem. Trattare da pari a pari. Malgrado ogni mormorazione e vociferazione, il Fascismo seppe subito imporre profondo rispetto all'Italia, specialmente all'estero; infatti la considerazione in cui era tenuta l'Italia nel campo internazionale prima del 1922 non era stata certo delle più brillanti, lo si vedeva nella maniera di trattare usata con i governi che precedettero quello fascista. Basta rilevare che prima, dovevano essere sempre i ministri italiani e spesso anche il capo del governo a prendere l'iniziativa di recarsi all'estero per la stipulazione di accordi o conclusione di trattati o anche semplicemente per qualche scambio di vedute. Con Mussolini si cominciò a trattare da eguali, e tanto per ristabilire l'equilibrio, il Capo del Governo italiano adottò la consuetudine di non muoversi più dall'Italia, ricevendo a Roma i plenipotenziari degli altri paesi. Quando si pensi che Schanzer, Ministro degli esteri nel Gabinetto Facta, pochi mesi prima della Marcia su Roma, recatosi a Londra per le discussioni preliminari relative alla quistione di Tangeri, attese otto giorni la grazia di essere ricevuto dal Premier britannico, non c'è da aggiungere altro per formarsi un'idea del profondo mutamento avvenuto con il Regime fascista, durante il quale nel marzo 1933, il Primo Ministro ed il Ministro degli Esteri inglese prendevano la via di Roma per venire ad audiendum verbum del Duce relativamente alla stipulazione del Patto a Quattro. Ed anche l'iniziativa di tale Patto concepito con realistico senso pratico da Mussolini, metteva in evidenza l'altissimo prestigio dell'Italia fascista, che radunava a Roma i Capi di Governo ed i Ministri degli Esteri delle principali potenze europee per conciliare le contrastanti vedute di Francia, Germania, Inghilterra ed Italia nel superiore interesse della pace e della sicurezza europea. I rapporti con la Jugoslavia e L'Albania. La politica mediterranea dell'Italia dopo la Marcia su Roma rivelò subito l'impronta mussoliniana nella delicata opera di assestamento e chiarimento di situazioni lungo il bacino del nostro mare e nei rapporti con i popoli vicini. L'Adriatico richiamò subito l'attenzione del Capo della nuova Italia per attutirne, se non addirittura eliminarne, le amarezze che i Trattati di pace nella loro artificiosa costruzione avevano lasciato in quel mare già amarissimo: si trattava di riagganciare nella sfera dei nostri interessi e della nostra influenza l'Albania, che all'imboccatura del Basso Adriatico costituiva per noi una testa di ponte importantissima per la difesa di quel bacino e per la penetrazione nei Balcani, specialmente dopo la Guerra che aveva travolto le due grandi potenze maggiormente interessate per ovvie ragioni ad una politica balcanica. La Iugoslavia, che per successione diretta ed indiretta si riteneva la legittima prosecutrice di questa politica, commise l'errore iniziale di volerla svolgere in funzione antitaliana e prese fra l'altro le mosse dalla pedina albanese per iniziare una nuova partita contro l'Italia. Mussolini non si lasciò cogliere alla sprovvista, e consapevole degli armeggi iugoslavi del 1920-21, fece sorvegliare attentamente ogni mossa avversaria. Così, quando Hamed Zogu, appoggiato dalla Iugoslavia nel 1924 s'impadronì violentemente del potere, l'Italia si adoperò ad attrarre nella sua orbita il nuovo capo albanese e favorita dalla grande maggioranza di quel popolo, riuscì a volgere in proprio vantaggio una carta che era stata giuocata per perderla del tutto. Con senso realistico e conscio delle sue responsabilità, Zogu si accorse che interesse vitale dell'Albania era appoggiarsi saldamente all'Italia, dalla quale poteva sperarne maggior garanzia di sicurezza per la integrità territoriale e per lo sviluppo economico del suo paese; cosicché, avute in mano le redini del suo paese, le tenne con assoluto spirito di indipendenza. La Iugoslavia continuava nella sua politica antitaliana, il suo Parlamento non ratificava il Trattato d'amicizia del 26 gennaio 1924 che così cadeva nel nulla; essa stessa, poi scornata delle mancate ripercussioni a suo favore del colpo di mano di Hamed Zogu, che doveva diventare il più leale amico dell'Italia, stipulava l'11 novembre 1927 un trattato d'amicizia con la Francia, ispirato da entrambi i contraenti a propositi di politica antitaliana e di cui la stampa iugoslava imbaldanzita ed irresponsabile, fece tanto rumore formulando ridicole ed assurde minacce contro il nostro paese. L'Italia mantenendosi calma e con i nervi a posto rispondeva subito alla stolta provocazione stipulando a pochi giorni di distanza (22 novembre 1927) un Trattato di alleanza militare con l'Albania, con cui riaffermando l'intangibilità dei confini albanesi precisava che chiunque avesse attentato all'indipendenza di questo popolo sarebbe stato atteso al varco da una selva di baionette italiane; nello stesso tempo (novembre 1927) Mussolini ordinava una dimostrazione navale a Tangeri, per ammonire anche la Francia che l'Italia fascista non faceva per scherzo ed alle minacce verbose sapeva rispondere con i fatti, precisando così preventivamente anche i suoi diritti nella quistione tangerina, ove i francesi avrebbero voluto del tutto escluderci. A poco a poco anche la Iugoslavia andava evolvendosi nelle direttive della politica estera, accostandosi all'Italia, verso cui è decisamente venuta dopo la conquista dell'Etiopia stipulando i cordiali Accordi del 25 marzo 1937, che segnano l'inizio di una nuova era nei rapporti italo-iugoslavi consolidando il prestigio italiano nei Balcani e la sicurezza nell'Adriatico, non più amarissimo. I rapporti con la Grecia e la Turchia. L'Italia, come abbiamo visto, non solo era stata esclusa dalla spartizione del bottino coloniale germanico, ma non era stata nemmeno invitata a partecipare alla assegnazione di qualche Mandato nel Levante Mediterraneo. Non solo, ma era stata tanto bistrattata ed umiliata, da ridursi al punto di intavolare trattative dirette con la presuntuosissima Grecia di Venizelos, nel disperato tentativo di conservare almeno quanto di nostro i compiacenti alleati avrebbero preferito passasse in mani più ligie alla loro egemonia. E' incredibile pensare che giungemmo al sacrificio di Rodi e delle isole del Dodecanneso, rivendicate dalla nuova, Grecia assieme a Smirne, che, destinataci dall'accordo di San Giovanni di Moriana, era stata occupata dai pretenziosi Greci, con il precipuo intento di impedirne l'assegnazione all'Italia. Ci si può immaginare la nostra dolorosa e stupefacente sorpresa, allorché, fatte le rimostranze per l'arbitraria occupazione greca, ci si sentì rispondere con inaudita arroganza dall'astuto Venizelos che non solo sarebbe stato assurdo da parte nostra parlare di Smirne, ma che era giunto il momento di restituire (?!) alla Grecia, Rodi e le Isole dell'Egeo, storicamente ed etnicamente greche. Defraudati così dei nostri diritti, dopo avere ancora protestato invano con Francia e Inghilterra, facendo buon viso a cattiva fortuna cercammo nella trattativa diretta la maniera meno umiliante per raggiungere un modus vivendi. In data 29 luglio 1919 firmavamo il mortificante trattato con la Grecia, in base al quale in compenso di un pressoché insignificante riconoscimento d'una zona di influenza in Asia Minore con un porto franco a Smirne, rinunciavamo alle Isole dell'Egeo a favore della Grecia riservandoci soltanto Rodi, ove la sovranità italiana sarebbe rimasta vulnerata dalla piena autonomia che si sarebbe dovuto accordare, entro due anni dalla data del Trattato, alle comunità greche messe sotto la giurisdizione del patriarca ecumenico. Per la malafede degli alleati, ma sopratutto a causa della caotica situazione interna, che non conferiva più forza e prestigio, l'Italia venne considerata e trattata in sottordine della Grecia, che, come la Iugoslavia e la Cecoslovacchia, era stata tenuta a battesimo a Parigi in funzione antitaliana esclusivamente, perché ad una riapparizione del fantasma germanico nessuno più pensava. Gli umilianti accordi del dopoguerra. Però gli accordi conclusi con la Grecia il 19 luglio 1919, non riflettevano che lo stato d'animo di allora, e, se furono umilianti, tuttavia miravano a non farci uscire a mani addirittura vuote dalla conferenza della Pace; vero che, con detti accordi, l'Italia rinunciava anche all'Albania del Sud in favore della Grecia, ma in compenso, questa accordava delle speciali concessioni all'Italia in detta regione, e si impegnava a farci riconoscere il diritto di sovranità su Valona e la zona adiacente, e a sostenere l'assegnazione all'Italia del Mandato sull'Albania, in ciò sospinta da analoghe preoccupazioni antiiugoslave. Secondo gli Accordi di S. Giovanni di Moriana, l'Italia avrebbe avuto diritto all'assegnazione di Smirne, ma, intanto la Grecia di propria iniziativa e con l'ostentato appoggio di Francia e Inghilterra, aveva già proceduto all'occupazione militare di detta città; le aspirazioni dell'Italia cozzavano quindi con uno stato di fatto che, gli alleati volutamente avevano creato in favore della loro pupilla per venire meno anche a quest'altro loro impegno. Il saggio Tittoni convenne allora di negoziare direttamente con la Grecia, il tutto per avere almeno una parte; ma non essendosi ottenuto, malgrado tale remissività, quel poco che si sperava dalla Conferenza della Pace, il 22 luglio 1920 veniva stipulato un nuovo Accordo con la Grecia, ove, sciogliendo le riserve precedentemente formulate, con precipitosa decisione, rinunciavamo integralmente, a favore della Grecia, ad ogni nostro titolo sulle isole del Dodecanneso, ivi compresa anche Rodi! Era il diapason della mortificazione della nostra carne, era l'avvilimento nazionale; la nostra sorte non sarebbe stata peggiore se, invece di vincere, avessimo perduto la guerra... E ciò, malgrado che nel Trattato di Pace concluso tra gli Alleati e la Turchia, la rinunzia di questa ai diritti di sovranità sulle isole del Dodecanneso fosse stata fatta esplicitamente in favore dell'Italia; nello stesso Trattato, Smirne veniva assegnata alla Grecia a titolo di Mandato, ma in forma tale che ne preludiava l'annessione a breve scadenza. La Grecia infatuata di se stessa si spinse troppo oltre nelle sue rivendicazioni panellenistiche e perdette l'appoggio degli Alleati, proprio quando sarebbe stato provvidenziale al momento della riscossa Kemalista in Asia Minore. I Turchi scacciavano i Greci, riprendevano Smirne e lAnatolia e con il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 puntellavano l'edificio nazionale, che i precedenti trattati avevano fortemente scosso; molte clausole del Trattato di Sèvres venivano di fatto e poi di diritto annullate, a danno della Grecia, ridotta nei suoi originari, più modesti e ragionevoli confini. Ciò che era stato contrastato rabbiosamente dagli alleati, venne riconosciuto lealmente all'Italia fascista in un momento assai delicato, dalla Turchia Kemalista, la quale rinata dalla sventura aveva salvato in Asia Minore l'onore nazionale, scacciando dal suo territorio gli invasori greci, che disfatti e in rotta, nell'assenteismo di Francia e Inghilterra, con il Trattato di Losanna del 24 luglio 1923 erano stati costretti a rinunciare al sogno panellenico, riconoscendo anche su Smirne la piena e incondizionata sovranità turca. La nuova Italia. Nell'anno XIV del Regime, definito profeticamente dal Duce anno cruciale, il fato di Roma si è compiuto e non c'è stata forza umana che abbia potuto fermare l'irresistibile divenire; 53 milioni di Italiani dentro e fuori i confini della Patria, mai come allora compatti e disciplinati, sentirono tutta la grandezza dell'ora storica che stavano attraversando; non una voce discorde non una nota stonata si udì. Questa era l'Italia forgiata da Mussolini nel clima fascista. Quanta differenza fra il lontano 1919 e l'epico ottobre 1935; come appariva lontano il passato nella realtà di un presente miracoloso; sarebbe stato impossibile riconoscere nella nuova Italia quell'Italia umile e rinunciataria, paziente e bastonata, che ancor dopo la Grande Guerra nell'ignavia delle classi dirigenti, nell'abulia del popolo, nella alchimia amorfa dei governi parlamentari, mancava di spina dorsale e non poteva più splendere di luce propria, costretta a mendicare l'appoggio di qualche grande protezione straniera o a subirne gl'inauditi soprusi. La mentalità democratica imbevuta di pacifismo abulico, nella teoria del lasciar fare, lasciar passare, aveva fatto perdere al popolo la visione reale del passato glorioso che appartiene alla Nazione; la così detta classe media viveva quasi del tutto estranea ed estraniata dallo Stato; per molti parlamentari, il Governo non era altro che la famosa diligenza ministeriale che tutti anelavano affannosamente di prendere, preoccupandosi solo di fare della politica spicciola, senza andare al di là della futilissima questione riflettente il natio paesello, o qualche grosso affare. Le masse popolari infanatichite da fallaci ideali di libertà e di uguaglianza erano facile strumento di demagoghi e politicanti avidi ed astuti, che se ne servivano di comoda piattaforma elettorale e come massa di manovra per turbare l'ordine pubblico e l'economia del paese, ricattando i pubblici poteri costituiti e vilipendendo le istituzioni e lo Stato. Infine esistevano i piccoli borghesi benpensanti, gli uomini d'ordine gravi e compassati, amanti del quieto vivere, per i quali l'ideale per patriottismo consisteva nel culto delle sacre memorie, nella celebrazione delle rituali ricorrenze, nell'esaltazione verbosa delle glorie avite, appagandosi di vivere di rendita sul passato, guardinghi e cauti e perciò privi di qualsiasi iniziativa, per nulla stimolati a far valere con i fatti le ataviche virtù della stirpe, incapaci ed inetti a riconquistare, dopo la libertà, il degno posto nel mondo. Questa era presso a poco l'Italia vissuta dal 1896 fino alla vigilia della guerra mondiale, allorché si distinse nel famoso "parecchio" dell'Uomo di Dronero, che pur aveva avuto al suo attivo, sia pure trascinato dall'ondata di entusiasmo nazionale, l'impresa libica. Il prefascismo. L'interventismo, culminato nel radioso maggio del 1915, può ben a diritto denominarsi movimento prefascista, suscitato dalle due figure più fulgide della nuova Italia: Gabriele d'Annunzio e Benito Mussolini, che tracciarono al popolo italiano la strada ove marciare verso i più alti destini. Nella sagra del volontarismo e nei Fasti del combattentismo si crogiuolò l'anima nazionale, risvegliandosi dal torpore dei secoli e ritrovando in se stessa l'ardore del rinnovamento, anche se nell'immediato dopoguerra sembrò che dovesse rimanere travolta da avvenimenti torbidi, cui l'insufficienza, l'incomprensione, il misoneismo e la connivenza delittuosa di qualche codardo governo non aveva posto riparo alcuno, mettendo allo sbaraglio il paese. Fu allora che i Reduci si adunarono riprendendo sulle vie e sulle piazze d'Italia le più dure e decisive battaglie por riscattare la libertà e l'onore della Patria epurandone la politica dai vili, dai venduti e dai traditori. Ai trinceristi si aggiunsero i giovanissimi in purità di fede e d'ideale e si costituirono così i primi Fasci di combattimento, cementati, temprati, galvanizzati dalla propaganda e dall'esempio, dalla forza creativa di Mussolini. Per spontanea adesione e per naturale evoluzione, il movimento fascista andò prendendo sempre più grandioso sviluppo nel fascino irresistibile del suo Capo, venendo poi a realizzarsi con la Marcia su Roma, la perfetta adesione, l'amalgama armonioso fra Stato e popolo nella rinnovata efficienza della Nazione, nel rinnovato spirito degli Italiani. All'Estero, da principio si erano ostinati a non volere prendere nella giusta considerazione il movimento fascista, sia perché massoneria e socialismo internazionali andavano sistematicamente diffamandolo e screditandolo, sia perché conveniva un po' a tutti non vedere la nuova Italia nel suo vero volto; i beati possidentes erano troppo abituati in passato a trattare con l'Italietta umile e arrendevole, timida e rinunciataria, per adattarsi a vedere una nuova e ben diversa Italia. Il divenire fascista. Man mano però che gli anni trascorrevano, e la politica realistica, imperiosa ed intransigente del Duce si andava imponendo in ogni settore, facendo fare dei progressi giganteschi all'Italia; allora molti di 'Coloro che prima non avevano voluto o saputo vedere, vennero bruscamente ricondotti alla realtà e nessuno ci compatì più; amore e timore furono i nuovi stati d'animo di vicini e lontani, mentre il movimento fascista trovava dappertutto degli imitatori, primo fra tutti, il movimento nazista in Germania. Ora, all'Estero, avrebbero dovuto accorgersi da un pezzo che il fascismo non era soltanto un nuovo sistema politico-sociale che con caratteristici e geniali ordinamenti e originalissimi principi avrebbe impresso, nella storia del mondo, la storia della propria evoluzione, ma anche e sopratutto un moto di rinascita nazionale, che restaurata la libertà e la legge all'interno, un giorno o l'altro avrebbe chiesto giustizia anche all'Estero. Non per niente trecentomila armati avevano marciato su Roma elevando alto a loro insegna il simbolo del littorio significante nella scure e nelle verghe la restaurazione della giustizia con la forza. Ecco perché, mentre soltanto dieci o quindici anni fa sarebbe sembrato temerario alzare la voce e pretendere da chicchessia il riconoscimento del nostro diritto, oggi nel rinnovalo clima fascista la volontà imperialistica dell'Italia è esplosa incontenibile per la suprema necessita di spazio e di materie prime. L'Italia di Mussolini ha dimostrato al mondo intero di volere e sapere fare da sé, senza fermarsi davanti ai perfidi ostacoli che popoli egoisti e gelosi del nostro divenire, consapevoli dell'imminente tramonto delle loro egemonie, ci avevano frapposto nella vana lusinga di tenerci ancora schiavi delle loro ricchezze. Il posto al sole. L'Italia ha voluto la terra per il lavoro delle sue braccia esuberanti, ha voluto conseguire la parità con le altre grandi potenze ed intanto ha rivelato la sua forza dentro e fuori il Mediterraneo conseguendo l'effetto voluto. Lo ha ben esperimentato la Gran Bretagna rimasta disorientata al punto da perdere la sua serenità flemmatica dopo l'inefficacia della dimostrazione navale, che anziché intimidirci, ci mise in condizione di intimidire con le potenti misure militari a nostra volta prese, forti del nostro incoercibile diritto, consapevoli della disperata necessità di volere, fermamente volere affrancarci dalla miseria e dalla fame. L'oscena commedia ginevrina anziché preoccuparci, indusse Mussolini a rompere gli indugi per dare la scrollata decisiva ad una situazione ormai divenuta insostenibile e insopportabile. Le nostre necessità di espansione erano fino ad ieri universalmente riconosciute; la stessa Gran Bretagna, con la Francia e la Russia le aveva consacrate negli accordi che precedettero la nostra entrata in guerra, quando volgevano poco felici le sorti anglo-francesi nel conflitto con la Germania Ma ogni larga promessa di compensi coloniali, non venne affatto mantenuta, nel tentativo scellerato di costringere perennemente l'Italia a mendicare il pane ed il lavoro; nel loro insano proposito, le grandi democrazie avrebbero gradito vedere i Giapponesi in Etiopia piuttosto degli Italiani, seppur non avrebbero voluto impadronirsene esse stesse. Mussolini ha concluso la sua politica coloniale con la conquista dell'Etiopia, portando l'Italia su quest'ultimo grande lembo d'Africa, libera e barbara, per redimerla a civiltà, per illuminarla di progresso, liberando anche popoli oppressi ed affrancando schiavi. Così, rendendo un preziosissimo servizio alla causa della civiltà, l'Italia ha fatto il proprio interesse, tutelando l'avvenire dei propri figli e valorizzando le terre dell'Africa Orientale, che erano determinatamente tagliate fuori del sistema economico africano, malgrado i ripetuti sforzi che in passato erano stati compiuti dall'Italia per intavolare e svolgere proficui scambi e traffici con l'anacronistico e caotico agglomerato semiselvaggio dell'altezzoso, ridicolo e malvagio Leone di Giuda. Intrighi e coalizioni d'ogni genere si spuntarono nel vano tentativo di fare deflettere l'Italia dalla sua nuova linea di condotta, rappresentandola agli altri popoli sotto falso aspetto nel losco intento di alienarle simpatie ed appoggi per il suo Regime e le sue aspirazioni. La serena fermezza del Duce. Mussolini non ha mai piegato e, a grado a grado, stipulando un accordo oggi, una convenzione domani, senza nulla cedere ma progressivamente ampliando il panorama della politica estera italiana, ha proseguito sulla via delle pacifiche realizzazioni assicurandosi l'armoniosa convivenza con i vicini e reciprocità di scambi e trattamento economico della nazione più favorita anche con lontanissimi Paesi. Se l'Italia fascista fosse stata guerrafondaia, dopo il 1922 occasioni per trarne pretesto legittimamente, non gliene sarebbero mancate; si può dire anzi che vari altri paesi, grandi e piccoli abbiano fatto a gara nel provocarla ed esasperarla; Mussolini però malgrado tutto, ha saputo tenere e tiene i nervi a posto, lavorando per la pace, senza fare il giuoco di coloro che a qualunque costo ci vorrebbero vedere trascinati in un conflitto, lusingandosi di potere arrestare così l'irresistibile divenire dell'Italia. "Gli avvenimenti che sono segnati nel gran libro della storia seguono il loro corso naturale scrivevamo dieci anni fa (1) e gli uomini non possono deviarne il corso; l'Italia che crede nella fatalità storica della sua missione, attende serenamente gli eventi e, si prepara a rinnovare il suo ciclo di splendore, attraverso le opere di pace, di civiltà e di progresso, serenamente vegliando ". Parole consapevolmente presaghe, perché nel 1935 l'Italia si accingeva alla conquista dell'Etiopia ed in meno di otto mesi riedificava prodigiosamente il suo Impero! E' da notare che dapprincipio non era nelle intenzioni dell'Italia annettersi integralmente ed assolutamente l'Abissinia; all'idea della conquista totalitaria si giunse per reazione agli inauditi e palesi segni di ostilità da parte di quelle nazioni pasciutissime, le quali avrebbero dovuto concorrere con l'Italia alla prevista ripartizione dell'Abissinia, in tre grandi zone d'influenza. Avremmo forse lasciato il Negus nel suo trono di cartapesta trattandolo con lo stesso trattamento che la Francia fa al Sultano del Marocco; ma la campagna d'odio e di sobillazione svolta con furore abissino contro di noi, l'infido comportamento del Negus stesso e dei suoi accoliti ci imposero la necessità di agire e subito senza mezzi termini e senza tentennamenti, sfruttando il momento psicologico, ormai che, accettando la sfida di tutto il mondo, stavamo giuocando tutto per tutto, soli con il nostro cuore e con il nostro ardore facendo nostra la sublime massima del fante del Grappa : "Meglio vivere un giorno da leone che cento anni da pecora". A conti fatti, oggi dobbiamo essere grati all'ingordigia degli alleati, che all'indomani della grande guerra vollero tutto per sé, perché ove mai l'Italia fosse stata fin da allora accontentata almeno in parte nelle sue legittime aspirazioni, probabilmente la quistione abissina sarebbe stata risolta da altri non certo a vantaggio esclusivo dell'Italia. Settecentomila morti, altrettanti mutilati, un milione di feriti, duecento miliardi ingoiati dalla tremenda voragine, tributo incalcolabile e sproporzionato offerto dall'Italia nella Grande Guerra per salvare gli alleati, non avevano detto nulla al sordido animo dei mercanti accaparratori delle ricchezze del mondo: le grandi democrazie non avevano capito ancora che cosa volessero Mussolini e il fascismo per l'Italia nuova. La verità era invece che la prova offerta dall'Italia aveva detto molto a tutti, aveva rivelato, a chi poteva avere ragione di temerle, quali splendide qualità combattive e quale spirito di disciplina e di abnegazione possedesse l'italiano nuovo, capace delle più imprevedibili ed impensate riprese nei momenti più tragici della storia d'Italia. Tutto questo era stato intravisto ed osservato con viltà, perché uomini tali, galvanizzati da Mussolini, sarebbero stati capaci di arrivare dovunque e la nostra storia plurimillenaria eloquentemente ammoniva. E cieca ed egoista, pavida e malvagia, la stessa coalizione criminosa costituitasi per negarci ogni profitto anche minimo all'indomani della guerra vittoriosa, si ricostituì invano con l'iniquo assedio economico, la dimostrazione navale britannica ed il Patto Mediterraneo per sfasciarsi poi nuovamente, e per sempre nell'amara ma ineluttabile constatazione del fatto compiuto!
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