|
MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
|
Egidio Moleti di Sant'Andrea - ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA - |
|
capitolo XVII LA PRESA DI POSIZIONE MEDITERRANEA DELL' ITALIA
L'impresa che doveva portare l'Italia in quella regione dell'Africa Mediterranea, splendidamente colonizzata dagli antichi romani, era stata preceduta da una lunga ed accurata preparazione diplomatica. La necessità di andare in Libia era sorta per l'Italia, fin da quando Inghilterra e Francia, con i rispettivi colpi di mano in Egitto e Tunisia, si erano piazzati nel Mediterraneo centrale dirimpetto a noi; trascurare l'occupazione della Libia, naturale prolungamento dell'Italia sulla opposta sponda, sarebbe stato delittuoso, motivo per cui durante parecchi lustri la politica mediterranea non ebbe altra mira che il riconoscimento del preciso diritto di espansione in Tripolitania e Cirenaica. La preparazione diplomatica. Una delle ragioni fondamentali che avevano indotto Crispi ad essere favorevole alla Triplice Alleanza, era stata appunto la certezza che, con l'appoggio della Germania, mentre i rapporti con l'Inghilterra erano buoni, l'Italia sarebbe riuscita a rivalersi della delusione tunisina. Infatti nel 1891 nel testo definitivo del Trattato, la Germania non solo rinnovò l'impegno di rispettare lo statu quo del Mediterraneo come era stato trovato nel 1887, ma assunse l'obbligo di appoggiare l'azione dell'Italia per l'occupazione della Tripolitania e Cirenaica, nel caso che lo statu quo in quelle regioni fosse stato da altri violato. Venivano così riconosciuti esplicitamente gli esclusivi interessi italiani in questa regione dell'Africa Settentrionale, che nel Mediterraneo è situata proprio di fronte all'Italia. Con l'accordo del 1900, ribadito nelle più ampie intese del 1902, il Governo francese appianando molte quistioni relative a Tunisi per far cessare l'attrito, che, dalla data dell'occupazione era scoppiato latente, riconosceva anche all'Italia il diritto alla naturale espansione in Tripolitania e Cirenaica dichiarando di pienamente disinteressarsene, in cambio di analoga precisazione dell'atteggiamento dell'Italia per una eventuale impresa francese al Marocco. L'Inghilterra era aggiornatissima sulla politica mediterranea dell'Italia e sapeva benissimo che, negli impegni assunti con la Triplice Alleanza, il governo italiano aveva preteso fin dall'inizio che in nessun caso l'Alleanza si sarebbe dovuta rivolgere contro la nazione britannica; nel 1902 contemporaneamente agli ulteriori accordi mediterranei italo-francesi, altri accordi erano stati stipulati fra Italia ed Inghilterra a proposito delle rispettive posizioni nell'Africa mediterranea; sembra che l'Italia avesse assicurato l'Inghilterra del proprio disinteresse alle eventuali modificazioni dello statu quo in Egitto, mentre l'Inghilterra si sarebbe impegnata ad appoggiare l'Italia nell'occupazione della Tripolitania e Cirenaica, qualora lo statu quo dell'Africa Mediterranea fosse stato violato per fatto e colpa di terzi. Con la Spagna si era d'accordo già dal tempo della fondazione della Triplice, quando al Trattato si era voluto inserire un codicillo sullo statu quo mediterraneo sottoscritto anche dagli Spagnuoli. Alla preparazione diplomatica dell'impresa libica non mancava che l'assenso dell'Austria, la quale benché alleata, l'aveva rifiutato fino al 1902, allorché lo concedette in occasione del nuovo rinnovamento della Triplice, perché l'Italia per la prima volta, si presentò non più isolata come prima, ma legata da accordi particolari, suscettibili di sviluppi futuri con potenze estranee alla Triplice. Quando nel 1908, l'Impero Austro-ungarico con l'arbitraria annessione della Bosnia-Erzegovina minacciò, secondata spavaldamente dalla Germania, d'anticipare di qualche anno lo scoppio dell'incendio di Serajevo, l'Italia ne rimase anch'essa sdegnata, sia per il sistema austriaco di tenere l'Italia, benché alleata, all'oscuro di ogni sua mossa, sia perché ogni violazione dello statu quo nei Balcani da parte dell'Austria costituiva palese infrazione agli accordi fra le parti vigenti. Un simile sleale comportamento dell'Austria provocò il primo diretto contatto italo-russo realizzatesi con la visita dello Zar Nicola II a Re Vittorio Emanuele III a Racconigi. In tale occasione vennero presi in esame molti interessi convergenti nella penisola balcanica e l'Italia ne approfittò, per conseguire anche il placet della Russia alla progettata impresa di Libia, alla attuazione della quale era d'uopo stringere i tempi, dati i palesi segni di irrequietudine altrui nel Mediterraneo. L'impresa libica. Dopo tanti lustri di inattività coloniale, in cui volontariamente si era adagiata in conseguenza degli errori del 1896, l'Italia prendendo le mosse dagli accordi franco-tedeschi relativi al Marocco, non indugiò a procedere con energica ed improvvisa risoluzione alla conquista della Tripolitania e Cirenaica, prima che qualche altra potenza la precedesse; infatti la Germania, tacitata del Marocco con i compensi nell'Africa centrale, non sembrava affatto rassegnala a rinunciare al Mediterraneo, poteva darsi anzi che incoraggiata dal favore della Turchia meditasse di precedere l'Italia in Libia. Prima del 1911, l'Italia non aveva fatto valere i propri diritti di membro cospicuo fra le nazioni europee stanziate nel Mediterraneo, pur avendo ragioni di prevalenza assoluta nel suo mare. La conquista della Libia significava per l'Italia mettere stabilmente e definitivamente piede nell'Africa del Nord, fra la Francia e l'Inghilterra per potenziare al massimo grado i 1700 chilometri di fascia litoranea ed i porti della Libia nell'interesse vitale della sua efficienza strategica e militare nel Mediterraneo. L'ostilità di tutta Europa. Questo fu l'obbiettivo principale della spedizione libica e per questo l'azione dell'Italia non venne vista con simpatia da nessuno, perché il notevole rafforzamento della sua posizione rincresceva a tutte le potenze europee; la Germania scontenta per essere rimasta esclusa dal Mediterraneo occidentale e centrale, sperando dall'amicizia con la Turchia il consolidarsi della sua influenza in Oriente, ci fu alquanto tiepida e talvolta ostile per non disgustarsi l'amica. L'Austria preoccupata dei nostri successi militari poneva il veto allo sviluppo delle operazioni della flotta italiana sul litorale dell'Asia Minore opponendosi alla occupazione di Salonicco; cosicché la nostra Marina, salvo il bombardamento di Premuda e il riuscitissimo, ardito raid dell'Ammiraglio Millo attraverso i Dardanelli, venne paralizzata nella sua brillantissima efficienza bellica. La Francia, a sua volta, non potendosi rimangiare l'Accordo del 1902, pur di metterci bastoni fra le ruote, favoriva largamente il contrabbando d'armi e munizioni a favore della Turchia lungo il confine libico-tunisino, mentre la vecchia amica Inghilterra non si mostrava da meno, tollerando compiacentemente il traffico d'armi che aveva per mercato la frontiera egiziana, intervenendo poi astiosa, per contestare all'Italia la occupazione delle isole del Dodecanneso, e particolarmente di Rodi, adombrandosi infine che pegni così importanti fossero stati pretesi nel Levante mediterraneo. La sola nazione che avrebbe tratto profitto dai guai della Turchia, per avere così facilitato l'appagarsi delle vecchie mire su Costantinopoli la Russia coerentemente all'Accordo stipulato non ci lesinò il suo favore, mentre Francia ed Inghilterra avanzando capziosi diritti nelle zone del retroterra libico riuscivano a precludere all'Italia le vie dell'interno, venendo così a frustrare l'immediato sfruttamento economico della Colonia, che in mancanza d'altro si sarebbe avviato verso l'incremento dei traffici commerciali cospicui sulle vecchie carovaniere da e verso l'Africa Equatoriale. Comunque, con il Trattato di Losanna del 15 ottobre 1912, la Turchia riconobbe la sovranità italiana sulla Tripolitana e la Cirenaica, consentendo l'ulteriore occupazione delle isole del Dodecanneso, a garanzia dell'adempimento di tutti gli obblighi da essa assunti. La confraternita senussita ed i ribelli. L'esito vittorioso della guerra con i turchi ed il trattato di Losanna non portavano la pace in Libia, ove cominciava anzi l'epoca delle ribellioni a getto continuo, fomentate dalla confraternita senussita. Fu grande errore non avere affrontato subito e schiantato i focolari di ribellione senussita, invece di fare una politica tutta riguardosa per i capi dei ribelli, trattandoli con gran rispetto ed enormemente supervalutandoli nella loro importanza e nel loro seguito. Scoppiata la guerra europea, la Libia diventò teatro delle più feroci ribellioni arabe, che costrinsero i presidi italiani già ridotti al minimo, a ripiegare verso il litorale e ad evacuare parecchie località che troppo presto e troppo facilmente erano state ritenute sottomesse. Protesa nel massimo sforzo della grande guerra, l'Italia abbandonò i territori del Fezzan, del Sud Bengasino, la Sirte e la fascia costiera centrale tenendo solo i campi trincerati di Tripoli, Homs e Bengasi, ove pugni di uomini resistettero valorosamente sino alla fine della guerra ai Turco-Tedeschi, impedendo che nel grave momento in cui l'Italia tendeva a salvaguardare il suolo patrio, la gloriosa bandiera nazionale venisse ammainata dall'ultimo lembo litoranee della Tripolitania e della Cirenaica. Per meglio rilevare le oscure origini della rivolta del 1915, bisogna mettersi al corrente di quella che era in Libia l'influenza della Confraternita Senussita, la quale fu la vera ispiratrice e sussidiatrice del movimento beduino, che per 4 anni turbò sanguinosamente la Colonia agli ordini dei turco-tedeschi. Finita la guerra, l'Italia anziché riprendere una politica coloniale dignitosa ed energica, commise l'errore di esperimentare in Libia, un metodo di governo esageratamente blando, sottomettendosi sotto taluni punti di vista alle stesse popolazioni indigene, esercitando una sovranità passiva ed imbelle. Sovranità di nome, perché di fatto questa era stata elargita a piene mani alle popolazioni locali, promulgando i cosidetti Statuti Libici, in virtù dei quali si erano istituiti i parlamenti tripolitano e cirenaico per accattivarsi le simpatie degli indigeni, lasciandoli pienamente liberi di governarsi da sé, equiparati nei diritti civili ai cittadini italiani metropolitani. La debolezza dell'Italia dopo il 1915-18. A giustificazione d'un tale gesto di debolezza estrema, si disse che il sistema italiano, comparato alla politica rigida e intransigente delle altre potenze nei loro possedimenti coloniali, avrebbe accattivato all'Italia la simpatia e il favore del mondo islamico e, particolarmente, la benevolenza della Senussia venendo così agevolata l'opera di conciliazione che il Governo si proponeva. Un tale metodo, in pratica portò all'effetto opposto; anzitutto le popolazioni arabe, a bassa civiltà, affatto preparate e disposte agli ordinamenti istituiti in loro favore, non ne vollero accettare il contenuto, nemmeno a titolo di esperimento; in secondo luogo, esse videro nell'atteggiamento dell'Italia un segno di debolezza e, nella richiesta di collaborazione indigena, nientemeno che riconoscimento di incapacità di governo e d'amministrazione da parte dell'Italia. Un simile stato d'animo veniva fomentato dal socialismo ufficiale italiano, i cui deputati in piena Camera non si facevano scrupolo di tessere impunemente lapologia dei ribelli, esaltando i massacratori a tradimenti di ufficiali e funzionari, perché non era giusto violare il diritto dei popoli liberi. L'energica reazione fascista. Con l'avvento del Fascismo al potere, mutarono anche lo stile e la sostanza della politica coloniale italiana; non si potevano certamente capovolgere d'un tratto i termini di una situazione in cui, per determinati riflessi si erano invertite le posizioni; però si cominciò con l'attribuire all'autorità dei Governatori maggiore prestigio e poteri, ripristinando in pieno la facoltà legislativa conferita il 5 Novembre 1911, e facendo sentire il proprio assoluto diritto di sovranità cui, per la verità storica, l'Italia mai aveva rinunciato, dopo aver emanato le leggi fondamentali. Ripristinato il principio di autorità con il R. D. Legge 31 Dicembre 1922 veniva attribuito al potere centrale attraverso il Consiglio Superiore Coloniale, l'esame e l'approvazione di qualsiasi disposizione di legge concernente la Tripolitania e la Cirenaica. Mussolini, senza instaurare metodi di politica reazionaria e di rappresaglia, ma con giusta durezza, contemperando la tattica conciliatrice alle operazioni militari di riconquista, in breve corso di anni riaffermò il prestigio e l'effettiva sovranità dell'Italia su tutta la Colonia, fintanto che in data 26 giugno 1927, avvalendosi dell'esperienza fatta durante un quinquennio, fece emanare un testo unico di leggi per il governo e l'amministrazione della Tripolitania e Cirenaica. Con il T. U. del 1927 venne abrogata qualsiasi disposizione precedente integrandosi sotto l'aspetto politico, sociale e amministrativo il dominio militare dell'Italia in un sistema legislativo organico e completo, che, rimediando agli errori e alle debolezze del passato, assicurava un domani di pace, di sicurezza e di benessere alle popolazioni indigene, riaffermando così, dopo una grigia parentesi di vita grama ed incerta, la ferma volontà di potenza e d'imperio dell'Italia fascista sulla Quarta Sponda, che oggi con le recentissime leggi è entrata a far parte politicamente ed amministrativamente del territorio metropolitano. Che cosa è la Libia. La Libia non è come molti avevano supposto una colonia passiva, il cui valore debba limitarsi solo a considerazioni di prestigio coloniale; la Libia è il grandioso vestibolo dell'Impero Coloniale Italiano; da essa dobbiamo stendere a ventaglio la nostra influenza nell'interno dell'Africa per gli scambi diretti con i territori del Mar Rosso, dell'Oceano Indiano e dell'Oceano Atlantico, in modo da trasformarla in un centro pulsante di irradiazione commerciale ed economica per tutta l'Africa, attraverso l'incremento dei porti libici e le nuove strade romane disposte a raggiera su tutto il continente. Si sa benissimo che il territorio della Libia non è affatto ricco; dal punto di vista minerario è il più povero dell'Africa ed è ben noto che i 3/5 della produzione mondiale aurifera sono forniti da miniere africane, che i 5/6 della produzione mondiale di diamanti sono ricchezza africana e che molti altri minerali, nella maggiore percentuale del fabbisogno mondiale, sono forniti dall'Africa, in territori che appartengono ai beati possidentes, che si distinsero con le famose inique sanzioni nel 1935. In Libia niente oro, niente diamanti, niente argento, platino ed altri minerali; in Libia abbiamo trovato molta arida sabbia, dune sterili e verso l'interno sconfinata solitudine rotta qua e là da qualche provvidenziale oasi. Ebbene, è stata tale e tanta la fame di terre per gli italiani che, molti dei nostri più ardimentosi coloni trasferitisi in Libia, hanno con genialità laboriosa, sorretta dalle assidue cure e dal vigilante interesse del Regime, compiuto il miracolo di trasformare zone desertiche in oasi di lussureggiante vegetazione, cavando in abbondanza l'acqua dal sottosuolo o incanalandola da lontani pozzi per assicurare l'alimento, indispensabile al definitivo risanamento di terre che erano da millenni abbandonate e incolte. Senza esagerare sulle capacità di rendimento della Colonia libica, non bisogna darsi alle facili illusioni, ma nemmeno essere eccessivamente pessimisti; bisogna ricordare che ai tempi dell'occupazione greca e romana, la Cirenaica era un giardino e la Tripolitania produceva, tra l'altro grano in abbondanza, tanto che Roma ne importava gran parte del suo fabbisogno. Quando vi si stanziarono popolazioni nomadi e pastorizie, ogni cultura stabile venne trascurata e il territorio rimase abbandonato; più tardi le invasioni barbare e le scorrerie dei predoni fecero il resto, riducendola un deserto. Nessuno coltivava più la terra, nel timore giustificato dalla dura esperienza fatta, che all'epoca del raccolto, bande di razziatori gli saltassero addosso spogliandolo dei prodotti e distruggendogli le piantagioni. Restituire all'agricoltura talune di queste terre è stata un'impresa ciclopica degna del tempo fascista, che va trasformando la Libia in una nuova grande regione d'Italia per riportarla alla floridezza che conobbe sotto l'antica Roma. Ma se anche la Libia fosse rimasta lo scatolone di sabbia di ingrata memoria, il valore del suo possesso sarebbe stato ugualmente incalcolabile, perché è valso a ristabilire strategicamente l'equilibrio mediterraneo, consentendo all'Italia il dominio del Canale di Sicilia, senza il controllo del quale la grande parata della home fleet ci avrebbe certamente impressionato. |