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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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Egidio Moleti di Sant'Andrea - ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA - |
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capitolo XVI L'ASSETTO MEDITERRANEO PRIMA DELL'IMPRESA LIBICA
Dopo che la Francia a Fachoda si era sottomessa alla prepotenza britannica, la Gran Bretagna aveva proceduto indisturbatamente nella sua politica talassocratica, consolidandosi prevalentemente nel Mediterraneo e lungo la così detta Via delle Indie. Il controllo - e si può dire anzi il dominio del Mediterraneo era tenuto da una Nazione estramediterranea, a rimorchio della quale si era ormai adattata, con funzioni di primo violino di spalla, la Francia. Gibilterra. Inglesi erano a guardia di Gibilterra, inglesi erano a guardia del Canale di Suez, inglesi presidiavano Malta e Cipro, inglesi erano gli europei che avevano preponderante influenza in Oriente, ove solo da poco tempo si trovavano a tu per tu con i tedeschi; di inglesi erano le grandi linee di comunicazione ed i prevalenti traffici. Per entrare ed uscire dal Mediterraneo bisognava ed ancora bisogna inevitabilmente passare attraverso la sorveglianza britannica. Non per nulla, nel 1704 la Gran Bretagna aveva occupato temporaneamente la baia di Gibilterra per imporre alla decadente Spagna imperiale la sua durissima pace; a Gibilterra vi era rimasta poi definitivamente, al tempo della preoccupante rivalità, in funzione antifrancese, sperimentandone lo immenso valore, quando, dopo, si trattò di stroncare l'audace tentativo di affermazione napoleonica sul mare. Malta. Nella lotta contro Napoleone, come è risaputo, la Gran Bretagna con il pretesto di correre in aiuto del Re di Napoli, Ferdinando IV, aveva occupato Malta, strappandola dopo dura lotta ai francesi, che vi si erano insediati nel 1800 in occasione della spedizione in Egitto. Il proposito apparente dell'Inghilterra era stato quello di riconquistare l'Isola e restituirla al Re di Napoli; espugnatala, dopo lungo e duro assedio, vi si era installata con proprie forze comunicando al Borbone che l'avrebbe presidiata a titolo provvisorio fino alla pace con la Francia, ed assicurandolo che gli avrebbe restituito l'italianissima isola, non appena il pericolo napoleonico fosse stato per sempre eliminato. Benché, nel Trattato di Amiens del 1802 Malta fosse stata dichiarata neutrale, l'Inghilterra non se ne diede per intesa, anzi ora con un pretesto, ora con un altro, trascinò le cose in lungo fino al Congresso di Vienna del 1815. Ivi, malgrado le proteste del Re di Napoli, Metternik, deus ex machiua della Santa Alleanza, in cambio della compiacente tolleranza inglese ad una nuova spartizione dell'Italia secondo gli interessi absburgici, impose al Re di Napoli di lasciare definitivamente l'Inghilterra nell'italianissima terra di Malta, ritenendone indispensabile la presenza in questo mare per ragioni di equilibrio e di polizia internazionale. Da allora la situazione è rimasta invariata; la Gran Bretagna oggi considera Malta come una vera e propria colonia e ciò è obbrobrioso ed intollerabile per il prestigio dell'Italia, perché i Maltesi sono il solo nucleo di europei che vengono considerati alla stregua della gente di colore privi di qualsiasi diritto ed autonomia. Quanto durerà ancora un tale sconcio? E' da augurarsi intanto, ad evitare esasperazioni, che la Gran Bretagna si decida a concedere ai Maltesi un regime analogo a quello degli altri Dominions; cosa probabile nella serena atmosfera di distensione italo-britannica, ormai subentrata nel Mediterraneo. La Francia, che, col trattato di Parigi del 1763 era rimasta quasi del tutto privata del suo primo impero coloniale che, al Congresso di Vienna del 1815, dopo Waterloo aveva dovuto subire sempre a profitto dell'Inghilterra, un'ulteriore spoliazione di quanto tenacemente era stato ricostruito anche nel campo coloniale, durante l'epopea napoleonica, ritrovava tuttavia sempre le risorse inesauribili per rifare rapidamente la strada, mercé l'attività coloniale individuale, sorretta sempre e sotto tutti i regimi dal tempestivo intervento dello Stato. Così, malgrado tutto, essa alla vigilia della guerra libica occupava nel Mediterraneo una posizione non meno cospicua di quella della Gran Bretagna, con vasti possedimenti coloniali nell'Africa settentrionale oltre che equatoriale ed occidentale, e prevalente influenza economica e culturale in Egitto e in molte regioni orientali, ove la Sublime Porta con Firmano del 1740, le aveva accordato il privilegio della protezione degli interessi cattolici. Algeria. Prima, in ordine di tempo, la Francia si è insediata ad Algeri, ove già, fin dall'inizio della Reggenza, godeva di particolari favori per un vero e proprio trattato di alleanza che era stato stipulato con i Turchi da Francesco I contro Carlo V di Spagna; per questo, i corsari barbareschi che infestavano il Mediterraneo, non molestavano affatto le navi francesi, tanto che la Francia per parecchio tempo si era astenuta di intervenire con la Spagna, con l'Inghilterra, con l'Olanda, con la Danimarca, con Venezia, che, più volte fra il 1671 e il 1767 l'avevano invitata a cooperare allo sterminio della pirateria. Più tardi, man mano che, sotto i colpi dell'implacabile rivale britannica, la potenza francese era andata declinando, la Francia, pur continuando ad essere tenuta in maggiore considerazione degli altri paesi, si era dovuta adattare a pagare un annuo tributo ai barbareschi algerini, ottenendo così di poter navigare con relativa tranquillità nel Mediterraneo, alla stessa stregua cui si erano da tempo rassegnati moltissimi altri Stati, fra cui Napoli, il Portogallo, la Svezia, la Norvegia, la Danimarca, l'Olanda e successivamente anche gli Stati Uniti. La penetrazione commerciale. Nel 1740 si era costituita in Francia la "Compagnie Royale d'Afrique" avente per obiettivo preciso lo sfruttamento economico e commerciale delle Reggenza d'Algeria, molto contribuendo fino al 1794 ad affermare la preponderanza francese in terra d'Algeria; a tale Società, il Comitato di Salute Pubblica con decreto dell'8 febbraio 1794 aveva sostituito una "Agénce d'Afrique" la quale, in nome e per conto del nuovo regime rivoluzionario, avrebbe dovuto proseguire nell'opera di sfruttamento delle vaste concessioni ivi ottenute. Malgrado le pressioni inglesi, il contegno del bey a favore della Francia non mutò, benché i barbareschi nelle loro scorrerie non risparmiassero nemmeno i legni francesi, tanto da determinare Napoleone alla grandiosa idea di uno sbarco ad Algeri per impervi il dominio della Francia. Gli avvenimenti continentali, l'abbandono della spedizione in Egitto, dopo il felice inizio e le mene britanniche, impedirono a Napoleone la realizzazione di quest'altro grandioso disegno. Dopo la caduta di Napoleone, le scorrerie dei pirati algerini ripresero con maggiore frequenza, tanto da decidere nel 1816, la stessa Inghilterra, in forza di un ipotetico incarico internazionale, ad attaccare con grandi forze navali Tangeri costringendo il brigantesco Bey alla resa incondizionata. Trascorsi pochi anni gli algerini, dimentichi della dura lezione ricevuta, mettevano nuovamente in pericolo la sicurezza del Mediterraneo, imponendo alle Potenze europee l'umiliazione di un tributo che venne corrisposto da quasi tutte, nella lusinga d'aver finalmente sicurezza per le loro navi, senza essere costrette a spargimento di sangue. Invece le scorrerie, gli agguati, gli abbordaggi ed i saccheggi continuarono; l'Inghilterra ormai non più direttamente interessata nel Mediterraneo e senza più alcun competitore preoccupante, si guardò bene dall'autoattribuirsi altri mandati internazionali, e sospinse anzi la nuova Francia ad essa ligia, a tentare l'avventura per riguadagnarsene le simpatie. La conquista militare. Capitarono così molto a proposito, i gravissimi affronti subiti dalla Francia ad opera degli algerini fra il 1827 ed il 1829 e Carlo X si accinse ad attuare l'idea di Napoleone. Nel giugno 1830 il Bey veniva irreparabilmente sconfitto, salvandosi con la fuga e la Francia poteva inalberare il suo vessillo in Algeri espugnata. La Francia iniziava così la colonizzazione dell'Africa settentrionale; né le vicende rivoluzionarie interne (ché frattanto Carlo X° era stato detronizzato in favore di Luigi Filippo d'Orleans del ramo secondogenito dei Borboni) pregiudicavano gli ulteriori sviluppi dell'impresa algerina; il possesso di Algeri veniva anzi consolidato estendendosi poscia a Orano, Bugre, Bona e lungo tutto il litorale d'Algeria, completato poi, anche dal vasto e fertilissimo retroterra conteso sanguinosamente per quasi vent'anni, alle bande ribelli dell'indomito Abd-el-Kader. Pacificata nel 1857 la colonia, la Francia cominciò ad avviare in Algeria una vera e propria colonizzazione demografica, che raggiunse la più alta intensità durante il secondo impero, in cui, assieme al grande incremento dell'agricoltura, specialmente verso le regioni interne ormai sicure e praticabili, vennero sviluppati anche i commerci ed i traffici marittimi, ed il movimento portuale di Algeri, si elevò ad importanza analoga ai principali porti dell'Africa Mediterranea. Cipro. Nel 1878 l'Inghilterra, approfittando delle divergenze di vario genere che andavano turbando i rapporti fra la Turchia e la Russia, prendeva netta posizione per far capire al minaccioso colosso moscovita che la Turchia non sarebbe rimasta sola, nel caso di una nuova aggressione, ma sarebbe stata sorretta dalla medesima salda coalizione di Crimea. Per spalleggiare la Turchia, la Gran Bretagna si installò provvisoriamente nell'isola di Cipro, da dove le sarebbe stato più agevole sorvegliare la Russia e, servirsene di base strategica, nel caso di eventuale azione navale. La Turchia abboccò all'amo, ma quando l'azione dimostrativa ebbe ottenuto il risultato di scongiurare la calata dei russi verso il Bosforo, ai Turchi rimase l'amarezza di constatare che una delle loro più belle ed importanti isole mediterranee era stata per sempre perduta, benché l'Inghilterra assicurasse di lasciare Cipro sotto la sovranità turca, mascherando così il nuovo bene della Corona Britannica. L'Egitto. Oltre che a Cipro seguiamo l'ordine cronologico degli avvenimenti , alla vigilia della guerra libica, l'Inghilterra si trovava insediata da padrona di fatto, anche in Egitto, frutto di un altro fortunato colpo di mano effettuato nel 1882, a complemento della vantaggiosa operazione finanziaria, che, qualche anno prima le aveva procurato le azioni del Canale. Ad onor del vero, anche noi eravamo stati invitati dalla Gran Bretagna a cooperare alla occupazione dell'Egitto, quando nel 1882, cogliendo il pretesto del massacro di molti europei, nei torbidi scatenati dalla rivolta di Araby Pascià, gli inglesi dopo aver crudelmente bombardato Alessandria, vi sbarcarono loro truppe per ristabilirvi l'ordine. Mentre le altre potenze europee, facendo vista di credere all'assicurazione della stilizzata provvisorietà, avevano negoziato con l'Inghilterra il loro rifiuto all'invito di partecipare all'occupazione dell'Egitto, l'Italia, eterna sentimentale, malgrado il vibratissimo incitamento del lungiveggente Crispi, declinò l'invito dichiarando di volere fare la politica delle mani nette e, senza pretendere alcuna contropartita, restò a mani vuote, perdendo così un'altra favorevole occasione di prendere valida ipoteca sull'Africa mediterranea. L'occupazione britannica, da precaria, secondo il sistema ormai brevettato ed esperimentato, si trasformò in definitiva; accanto al Kedivè venne imposto un Alto Commissario inglese apparentemente con funzioni consultive, ma in sostanza con poteri governatoriali, perché ogni suo consiglio aveva valore di imperativo categorico. Tale era la situazione dell'Egitto fino alla vigilia della guerra libica: gli avvenimenti successivi sono ben noti: dall'atto unilaterale di Protettorato del 1914 alla ratifica di esso a favore dell'Inghilterra nel Trattato di Sevres del 10 agosto 1920, dalla elargizione forzata dell'indipendenza fatta il 28 febbraio 1922 con la famosa riserva dei 4 punti, al pieno riconoscimento come Stato sovrano nel Trattato del 26 agosto 1936 ed ultimamente all'abolizione delle Capitolazioni, il fiero popolo egiziano si avvia a gran passi verso l'emancipazione completa, benché gli inglesi non sembrino affatto disposti ad andarsene del tutto. La Tunisia. Il colpo di mano della Francia in Tunisia, venne da noi direttamente risentito come un'atroce beffa, giocataci dalla diplomazia francese. Qualche settimana prima dell'occupazione, il Governo francese aveva avuto la spudoratezza di smentire nella maniera più categorica a quello italiano, le informazioni che Roma aveva avuto sul premeditato disegno francese. La smentita era stata fatta allo scopo di tranquillizzare l'Italia per impedire ostacoli e complicazioni diplomatiche all'ultimo momento, partendo dal principio che cosa fatta capo ha. In Francia erano ben note le aspirazioni italiane in Tunisia, e benché Tunisi potesse considerarsi città siciliana per prevalenza di interessi e di popolazione, l'opinione pubblica francese si manifestava ostilissima, pretendendo d'accordo col suo governo di incorporarla alla limitrofa Algeria. Il Trattato del Bardo. Il 1° maggio 1881, con il pretesto di assicurare le frontiere dell'Algeria che si dicevano infestate da briganti, un corpo d'occupazione francese sbarcava a Tunisi; il Bey organizzò una vivace resistenza, ma dovette capitolare ed il 12 maggio successivo, con il Trattato detto del Bardo, fu costretto a riconoscere il protettorato della Francia. L'Italia dovette piegarsi al fatto compiuto, perché mentre il resto dell'Europa se ne disinteressò, la Gran Bretagna lo aveva incoraggiato per diradare le nubi del suo colpo di mano a Cipro; la Germania di Bismark aveva determinatamente sospinto la Francia sulla strada naturale dell'Italia per seminare zizzanie fra Roma e Parigi, e avere modo così di potere attrarre l'Italia nell'orbita della Triplice, distraendo ad un tempo la Francia dal ricordo ancor vivo dell'infausta Sedan. E dire che da secoli, la spontanea emigrazione dell'Italia meridionale e della Sicilia si era orientata verso Tunisi, tanto che ivi all'epoca del colpo di mano francese i nostri connazionali erano in assoluta preponderanza; italiani erano i prevalenti interessi economici stranieri; italiani il commercio, i traffici, le professioni, le arti, le comunicazioni. Le simpatie beylicali erano spiccatissime verso l'Italia; il che spiaceva alla Francia, la quale, per essere da vari decenni nella confinante Algeria, riteneva suo legittimo diritto annettersi Tunisi, considerata a Parigi quasi come un sobborgo di Algeri. Alla colonizzazione spicciola italiana, la Francia contrappose le grandi banche e le società anonime profondendo ricchezza nelle più diverse iniziative, onde assicurarsi a sua volta larga sfera di interessi pubblici e privati. Un'altra occasione mancata per l'Italia. L'Italia, che nel 1871 avrebbe potuto cogliere l'occasione propizia per un'azione contro Tunisi, era rimasta deplorevolmente inerte; nel 1871 infatti un grave incidente era avvenuto perché il nostro agente consolare cavaliere Pinna era stato costretto ad ammainare la bandiera nazionale. Se l'Italia per difendere il proprio prestigio gravemente offeso, fosse intervenuta con energia occupando il paese, nessuno probabilmente ne avrebbe ostacolato l'azione, perché la sola potenza interessata ad impedirlo, la Francia, presso che annientata dai Tedeschi, si sarebbe piegata al fatto compiuto. Immaturità politica coloniale ed errato sentire dei nostri uomini politici di allora, nell'incomprensione e nell'abulia della grande maggioranza del popolo, lasciarono perdere al Paese più di una occasione. Non era stata presa in considerazione, nemmeno la proposta di Napoleone III per una spartizione della Tunisia fra le due potenze latine; la Francia avrebbe portato il suo confine al Megerda, l'Italia avrebbe avuto il sud tunisino, ma purtroppo, non se ne fece niente. Pur non dimenticando il Governo, in varie occasioni che in Tunisia vi erano parecchie decine di migliaia di italiani, non aveva alcun miraggio coloniale, accontentandosi di assicurare ai connazionali un trattamento di favore, che non fosse secondo a quello di qualunque altro popolo europeo e tanto meno, a quello della Francia. Mentre in Italia i nostri uomini politici avevano ingenuamente creduto alle ostentate e reiterate assicurazioni della Francia, che era andata ripetendo, per bocca dei suoi ministri, di non avere alcuna mira su Tunisi, mentre il Ministro francese degli esteri Saint Hilaire rassicurava ancora Benedetto Cairoli con la nota frase: "né conquète né annescion", in Francia i giornali preparavano, l'opinione pubblica alla conquista della Tunisia e questo avveniva sotto il nostro naso, due volte beffato, non dalla astuzia ma dalla malafede francese. Le simpatie del Bey verso gli Italiani. E' da notare che lo stesso Bey di Tunisi, al corrente delle mene francesi, nel 1879 così si era espresso con accento accoratissimo agli on. Damiani e De Luca Aprile, che si erano recati a Tunisi per il riordinamento di quelle scuole italiane : "Desidero, voglio rimanere indipendente e non soggiacere al dominio palese o larvato di alcuna potenza cristiana. Ma se domani per castigo di Allàh, dovessi scegliere fra la Francia e l'Italia, meglio l'Italia che la Francia. Nel mio Regno tutti i cristiani sono protetti e favoriti, ma io prediligo gli italiani e fra questi i siciliani, che considero figli del Paese. Voi dovreste mostrare di essere più forti dei francesi e venire qui con navi e cannoni e magari fingere di minacciare la mia stessa residenza. Allora io cederei molto a voi anziché ai francesi. E sono certo che dopo, italiani ed arabi, sapremo intenderci da leali fratelli". Così si rivolgeva all'Italia il Bey di Tunisi. allorché i gazzettieri di Francia ispirati da Jules Ferry pubblicavano una quantità di notizie tendenziose a nostro riguardo, chiamandoci gli adolescenti insaziabili, gli eterni mestatori che in luogo di pensare alla costruzione della propria casa, si reggevano in quattro assi mal connesse, pretenziosi e avidi, a pretendere continuamente dagli altri, nuove cessioni di territorio. Trento e Trieste dall'Austria-Ungheria, Malta e la Somalia dall'Inghilterra, la Corsica, Nizza, la Savoia dalla Francia, ansiosi d'impadronirsi di Tunisi spianandosi con l'acquisto di quella rete ferroviaria, la strada per penetrare in Algeria, la grande colonia africana, che un giorno o l'altro sarebbe stata sacrificata all'invadenza dei coloni italiani. Questo ed altro si scriveva, sapendo di mentire per montare l'opinione pubblica contro di noi; anche allora lo spauracchio dellamicizia italo-germanica faceva leva sui buoni fratelli latini; si diceva che l'Italia a Tunisi avrebbe significato la Germania nel Mediterraneo, perché in Sicilia, come al tempo delle guerre puniche, (ma Scipione adunò soltanto Romani e volontari Italiani, non dei barbari,) si sarebbero ammassati i contingenti italiani e tedeschi; la nota dominante della politica francese è sempre la stessa: prevenzione, scontrosità, nessuna chiarezza e assoluta incomprensione degli italiani. Le aspirazioni di Cavour e di Vittorio Emanuele II. Soltanto il Conte di Cavour, il maraviglioso tessitore del nostro Risorgimento, antesignano della coscienza coloniale italiana, fin dal 1859 aveva scritto che Tunisi sarebbe dovuta toccare al piccolo Regno di Sardegna e quindi all'Italia, quale legittimo compenso alla larga e onorevolissima partecipazione alla guerra di Crimea; due anni dopo purtroppo, la morte troncava immaturamente l'esistenza del grande statista e il problema tunisino rimaneva insoluto assieme a molti altri che i successori di Cavour, molto più piccoli di Lui, o trascurarono del tutto o non osarono affrontare. Anche Vittorio Emanuele II aveva avuto la chiara percezione del problema tunisino, tanto che per sua personale iniziativa era stato concluso un trattato di amicizia, di commercio e di navigazione fra il giovane Regno e la Reggenza, ma non andò oltre, come sarebbe stato suo desiderio, perché i ministri non lo secondarono. Tutti avevano paura delle colonie, non si aveva fiducia nelle capacità colonizzatrici del nostro popolo, ritenuto esausto dal travaglio della propria liberazione; la Nazione era tremendamente povera e si sarebbe dovuta rassegnare alla politica del piede di casa. Eppure ogni anno, la marea degli emigranti si riversava per tutti i lidi d'America nella ricerca più affannosa ed umiliante di un qualunque pezzo di pane; erano milioni di italiani che potevano considerarsi perduti per sempre dalla madre patria e tuttavia, quando si parlava di colonie, vi era chi rispondeva di guardare alle immense distese di terra incolte del continente e delle isole per bonificarle, prima di pensare a colonie d'oltre mare. L'improvvisa occupazione di Tunisi aveva suscitato in Italia un'ondata di doloroso stupore e di sdegnoso risentimento, che consentì ai governi di allora l'energia sufficiente per non riconoscere il fatto compiuto del Trattato del Bardo, di imporre il rispetto dello statu quo per tutti i diritti quisiti, a favore della nostra nazionalità nel territorio della Reggenza e pretendere altresì il mantenimento di tutti i Trattati esistenti fra l'Italia e il Bey prima del 1881. Ben presto la Francia, contrariata da tanta impreveduta reazione, usò la maniera forte servendosi di minacce e ricatti per costringerci a far cadere nelloblio ogni questione. Il ritorno di Crispi ed potere. Ma, per fortuna d'Italia, un uomo di grande statura storica, era asceso al governo nel 1887: Francesco Crispi, che seppe mostrare subito i denti, adottando con la Francia la politica dell'occhio per occhio e del dente per dente, che conseguì risultati insperati, per la maggiore tutela accordata alle collettività italiane in Tunisia e per l'assoluto rispetto del regime delle capitolazioni a nostro favore. Crispi, da quel grande patriota che era, antico cospiratore ed esule, e che nel travaglio operoso del Risorgimento aveva tanto lottato per una Patria grande e libera nel suo mare, soffriva moltissimo che nel classico Mare Nostrum, a poche braccia di mare dalla sua adorata Sicilia, si fosse incuneata su quelle sponde dell'Africa romana, una potenza già fortissima nel Mediterraneo e che più di una volta si era mostrata infida e intrigante a nostro danno. L'unità d'Italia che avrebbe dovuto orientare la posizione delle diverse potenze nel Mediterraneo, verso un definitivo equilibrio a suo favore, veniva invece vulnerata fin dal principio, dal turbamento ancor più grave di questo equilibrio a profitto altrui. Una simile constatazione aprì gli occhi a molti fautori della politica del piede di casa, che compresero l'impellente necessità di sbocchi oltremarini per non rimanere imboattati e imprigionati nel Mediterraneo. Fu così possibile a Crispi animare il Paese verso idee e programmi concreti di politica coloniale, nel tentativo di ristabilire al di fuori del Mediterraneo l'equilibrio, che, constatato più o meno sopportabile al Congresso di Berlino del 1878, era stato gravemente turbato a profitto di Francia ed Inghilterra dopo Tunisi e dopo Cipro e l'Egitto. Senza perdere di vista il Mediterraneo, ove, anzi, se ne fosse ripresentata l'occasione, non avrebbe esitato a portare l'Italia verso lidi d'Africa o d'Asia; senza rinunciare a Tunisi, perché di quegli italiani ebbe particolare cura onde non perdessero la Patria, Crispi abilmente destreggiandosi negoziò con l'Inghilterra in funzione antifrancese il nostro diritto all'espansione verso le sponde del Mar Rosso. Era il primo passo, l'Italia Crispina avrebbe poi saputo fare da sé, malgrado ogni contrarietà e delusione, se il Parlamento non avesse ignominiosamente rovesciato il vecchio Esule, proprio nel momento in cui più necessaria sarebbe stata l'opera sua. Gli italiani vissuti fra il 1880 e il 1900 furono in questo campo inferiori al compito loro destinato; troppo aveva chiesto ad essi il fiero patriota di Sicilia ed incompreso, vilipeso, abbandonato venne sommerso dalla canea del vigliaccume e del demagogismo piazzaiuolo e parolaio, cui la Patria dovette l'essere precipitata in una grigia ora della sua storia, nel fondo della miseria morale e materiale. Il Marocco. Ultimo in ordine di tempo, il Marocco entrava a fare parte dei possedimenti coloniali della Francia, completando così il blocco dell'Africa mediterranea francese esteso a 2 milioni e 741.321 km.2 con una popolazione di circa 15 milioni di abitanti, congiungendosi verso l'interno con le altre fiorentissime colonie dell'Africa equatoriale ed occidentale. Con l'atto di Algesiras del 7 novembre 1906 vennero precisati i diritti francesi sul Marocco, sottolineandosi il rispetto dei precostituiti interessi di tutte le altre nazioni, ivi compresa l'Italia; la Germania, che sembrava volesse pescare nel torbido per negoziare anch'essa qualche cosa, si trovò isolata, perché l'Italia fece una politica propria, accaparrandosi abilmente il consenso francese all'auspicato balzo sull'ultimo lembo del litorale africano ancora libero, la Libia, su cui già altri occhi, avidi di sole mediterraneo si erano posati. Nell'atto di Algesiras non si riconobbe alcun protettorato francese al Marocco, ma si prese atto dei prevalenti interessi francesi, che legittimavano il diritto di esercitare di fatto un vero e proprio protettorato; per salvare le apparenze della legalità il Marocco divenne un Sultanato indipendente, su cui restò trascritta l'ipoteca francese. Il 9 febbraio 1909 e il 4 novembre 1911, con due successive convenzioni, la Francia ottenne finalmente ogni consenso da parte della Germania, in favore della quale riconobbe gli stessi diritti già accordati alle altre potenze nell'atto di Algesiras che la Germania si era rifiutata di firmare; inoltre in vista della imminente proclamazione ufficiale del Protettorato, la Francia per ingraziarsi ancor più la Germania, le cedette una vasta zona di territorio verso il Camerun. Il momentaneo idillio franco-germanico fece accelerare i tempi all'Italia, che giustamente timorosa delle nuove mire tedesche in Libia, non indugiò oltre alla conquista della sua Quarta Sponda. Tanto imperiosa fu la volontà del paese nella generale comprensione del significato mediterraneo più che coloniale della impresa, che lo stesso Giolitti se ne rese interprete, provocando sotto il pungolo del focoso nazionalismo nostrano, il casus belli con la Turchia. Nel Mediterraneo come abbiamo visto , non restava che la Libia; sarebbe stato imperdonabile errore, folle delitto trascurarne l'occupazione dopo che, in base alle nuove Convenzioni, la Francia si era diviso con la Spagna il protettorato sul Marocco e la Germania non sembrava del tutto rassegnata. Rimanere ancora inerti avrebbe significato incoraggiare gli appetiti altrui, confessione tacita di debolezza e di incapacità, diminuzione enorme del nostro prestigio già scosso, e solidarietà di tutta Europa per accerchiare ed imboattare sempre più l'Italia nel suo mare. Questo pericolo avvertirono tutti gli italiani, degni di questo nome e la grande Proletaria si mosse! |