MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA'
COORDINAMENTO REGIONALE
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Egidio Moleti di Sant'Andrea

MARE NOSTRUM

- ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA -

capitolo XV

IL RISVEGLIO COLONIALE DELL'ITALIA

Il risveglio coloniale dell'Italia: Le antiche tradizioni — Le diverse fasi dell'espansione coloniale italiana — L'irresistibile attrazione dell'Africa — L'atto di nascita della nostra colonizzazione — Cavour ed i Missionari — Il martirologio degli esploratori — Da Assab a Massaua — Dai primi scontri con gli abissini al Trattato di Uccialli — La denuncia del Trattato di Uccialli e la nuova guerra italo-abissina — Da Amba Alagi a Makallè — La battaglia di Adua — Dopo Adua — La colonizzazione della Somalia — Il capitano Cecchi e l'opera di Crispi — Vincenzo Filonardi e il Benadir.

Le antiche tradizioni.

Nessun popolo può vantare più dell'Italiano tradizioni e capacità che, dalla antica Roma ridiscendendo giù giù, fino alle intraprendenti città marittime medioevali, culminano nell'espansione meravigliosa di Genova e di Venezia e si rinnovano nei viaggi e nelle scoperte con Nicolò e Marco Polo, Cristoforo Colombo, Giovanni e Sebastiano Caboto, Giovanni da Verazzano, Amerigo Vespucci e tutti gli altri navigatori ardimentosi, grandi scopritori e munifici donatori di terre per gli altrui immemori imperialismi.

Nessun popolo ha avuto rigoglio più fecondo di geografi, naturalisti, scienziati, archeologi, studiosi e missionari, viaggiatori ed esploratori intrepidi, postisi ad esplorare in lungo ed in largo quella parte del continente nero che è bagnata dal Mediterraneo, dal Mar Rosso e dall'Oceano Indiano e si interna fino alle regioni dei grandi laghi equatoriali, conferendo anche sotto questo aspetto al nostro Paese un posto d'onore nella storia della colonizzazione. Ebbene, malgrado le ataviche virtù colonizzatrici trasmesseci dall'Impero universale di Roma, il cui dominio si era esteso su tutto il mondo allora conosciuto, giungendo in Asia al di là dei Bacini dell'Eufrate e del Tigri e in Africa fino alle leggendarie colonne d'Ercole e fino all'ignoto misterioso dell'"Hic sunt leones", malgrado i diritti acquisiti per le orme indelebili lasciate ovunque dalla nostra civiltà; malgrado tutto, noi, non entrammo che per ultimo e assai tardi, fra Contrasti ed avversità d'ogni genere, nell'agone coloniale dei popoli moderni.

Eredi di un grande nome, noi ci affacciammo alla vita poveri in canna, mentre gli altri guazzavano nella ricchezza e nell'abbondanza.

Riguadagnare il tempo perduto, metterci alla pari con le altre grandi potenze, fu nel fermo proposito dei migliori fra noi, fin dagli albori della nostra esistenza nazionale.

Le diverse fasi dell'espansione coloniale italiana.

Possiamo dividere in tre tempi l'espansione coloniale italiana: nel primo tempo comprenderemo il periodo dei precursori, degli esploratori, dei pionieri che si conclude con i primi tentativi che Francesco Crispi, antesignano della politica imperiale italiana, impone al Paese, in un momento in cui una coscienza coloniale non esiste, e tuttavia fra titubanze e incertezze riesce a condurre a compimento, guadagnando all'Italia il primo vero possedimento: la colonia Eritrea.

Simultaneamente e negli anni successivi, con abili negoziati, con opera di penetrazione, commerciale ed economica, con intelligente politica condotta presso vari signori e signorotti somali riusciamo ad acquistare quasi tutta pacificamente la Somalia; diciamo pacificamente, perché non occorsero spedizioni militari per la sua conquista, ma non bisogna dimenticare che è costata il martirologio di esploratori, viaggiatori, ed agenti del nostro Governo, caduti sotto i colpi proditori di indigeni e predoni nelle frequenti imboscate, tese alle nostre Missioni dagli armati di capi dell'interno, sobillati dal Negus e non soltanto da lui.

Il secondo periodo segue, dopo una fase piuttosto lunga di tentennamenti e di dubbi, ma in cui tuttavia la coscienza coloniale del Paese va lentamente formandosi ed estendendosi in strati sempre più ampi della popolazione, la quale generalmente, pur non essendo ancora massa convinta e consapevole, sente la necessità di espansione dell'Italia, la sente anzi in un significato più alto e ne è caratteristica l'impresa libica, che non è soltanto impresa coloniale africana, ma essenzialmente mediterranea, rivelata sotto questo aspetto, dalla simultanea occupazione di Rodi e delle Isole dell'Egeo per la presa di posizione strategica e militare dell'Italia nell'agitatissimo scacchiere del Mediterraneo.

Segue infine il terzo periodo in cui la politica coloniale italiana ha un più ampio respiro, si inizia con le aspirazioni coloniali per necessità di spazio e di materie prime, che su vasta scala volemmo inserite prima nel Patto di Londra e successivamente, scoperta la mala fede degli alleati, ribadite e riconfermate senza equivoci nell'Accordo di S. Giovanni di Moriana del 1917.

Patto di Londra e Accordo di S. Giovanni di Moriana, che, come tutti sappiamo, vennero violati dagli ineffabili alleati alla conferenza della Pace, ove l'Italia, — che nel crogiuolo della guerra aveva fatto olocausto di settecentomila morti, e d'oltre un milione di mutilati e di feriti, determinando con la sua epica vittoria, — a detta degli stessi ex nemici, — il crollo degli imperi centrali, venne ignominiosamente trattata come un'importuna Cenerentola negandole perfino il raggiungimento dei suoi stessi confini naturali e l'annessione di Fiume italianissima che soltanto la sublime ribellione del Poeta Soldato poteva salvare dalla viltà e dal tradimento del rinunciatarismo imbelle, mentre le Camicie Nere di Mussolini irrorando del loro sangue generoso le vie e lo piazze d'Italia trasformavano il volto e l'anima del Paese, schiudendone l'orizzonte alla pacificazione, alla redenzione, all'espansione.

E' infatti fra il 1922 e il 1935 che si conchiude la politica realizzatrice dell'espansione coloniale italiana con la definitiva e integrale occupazione della Libia, con il nuovo assetto delle Isole dell'Egeo, con il maggior prestigio conferito alla concessione di Tien-Sin e infine con il consolidamento militare in Somalia e in Eritrea per culminare nella prodigiosa conquista dell'Impero.

Con rapida sintesi, ci occuperemo, ora del primo periodo della nostra espansione coloniale.

L'irresistibile attrazione dell'Africa.

Fin dal principio dello scorso secolo, gli Italiani irresistibilmente attratti dall'Africa, come ebbe poi a scrivere Cesare Correnti, si erano dati a percorrerne le regioni ancora inesplorate, penetrando da veri pionieri in territori, ove nessun europeo si era mai avventurato, seguendo vie diverse, itinerari differenti, partendo da punti lontani su strade talvolta diametralmente opposte, ma che andavano tutte a convergere verso comuni obbiettivi. il misterioso bacino del Nilo, la fascinosa regione dei Laghi, l'interno dell'Etiopia.

Era il segno della fatalità, era il senso della predestina/ione, cbe, sull'orma indelebile impressa dai nuovi Crociati dell'ideale in terra d'Africa, vi imprimeva a lettere di fuoco e caratteri di sangue, il sacrosanto diritto dell'Italia ad affermarvi un giorno la saldezza del suo dominio, ad apportarvi la luce della sua civiltà, ad attingervi copiosamente tutte le risorse naturali, le materie prime, i prodotti che avrebbero dovuto finalmente emanciparla dall'obbrobrioso servaggio verso gli usurpatori della ricchezza rapinata in ogni parte del mondo, mentre l'Italia, viveva la tragica epopea del patrio riscatto, nel martirologio epico del Risorgimento nazionale.

L'atto di nascita della nostra colonizzazione.

L'atto di nascita della nostra colonizzazione porta la data del 1869; Giuseppe Sapeto, missionario, esploratore, scienziato, dopo diversi anni di vani tentativi alla ricerca di una baia sul Mar Rosso, incaricato dalla Società Rubattino, il 15 Novembre 1869 acquistava per 15 mila Talleri dai sultani Ibrahim ed Assum la baia di Assab allo scopo di impiantarvi una stazione carbonifera per il rifornimento dei piroscafi in navigazione sulla rotta Genova-Bombay. Con questo acquisto la Compagnia Rubattino, che fin dall'apertura del Canale di Suez aveva arditamente organizzato, precorrendo ogni altra società di navigazione, una linea regolare Genova-Bombay, si comportava come le tipiche compagnie olandesi, francesi ed inglesi; sostituendosi allo Stato, precedendolo con l'iniziativa privata per dargli poi — come diede, — disinteressatamente quanto aveva acquistato, quando l'interesse superiore dello Stato lo richiese.

Nell'atto della Rubattino di Genova noi possiamo riscontrare delle analogie con l'antica forma di espansione coloniale genovese, che si era andata affermando nelle caratteristiche maone, e diciamo espansione coloniale perché l'occupazione di Assab era stata voluta ed incoraggiata segretamente, nell'indifferenza della massa e nell'assenteismo del Parlamento, dal Re d'Italia Vittorio Emanuele II°, che già con Cavour era stato fautore di una politica coloniale.

L'occupazione venne effettuata senza difficoltà; ma quando nel 1869 l'Egitto vide inalberare la bandiera italiana ad Assab, si sentì leso nella propria sovranità. Benché la concessione del territorio fosse stata regolarmente fatta dai capi di quelle popolazioni, il Kedivé, presentò una platonica protesta che rimase senza effetto, perché il Governo Italiano addusse che trattavasi di privata concessione commerciale avvenuta con pieno reciproco consenso di cedenti e cessionari. Analoga precisazione pretese ed ottenne l'Inghilterra timorosa di infiltrazione nel suo Mar Rosso.., Dissentendo probabilmente dalla opportunissima inerzia del suo Governo, il Governatore egiziano di Massaua ebbe la bellicosa idea di riaffermare di sua iniziativa la sovranità del suo paese su Assab, inviandovi un distaccamento di soldati per riprenderla, inalberarvi la bandiera egiziana e presidiarla; infatti, gli zelanti egiziani sbarcarono nell'incustodita Assab, tolsero la bandiera italiana dall'alto del magazzino della Società Rubattino che sfondarono e misero a soqquadro lasciandovi guardie armate. Risaputa la cosa, il Governo Italiano protestò energicamente ed a sua volta quello egiziano fu costretto a sconfessare l'operato del Comandante la guarnigione di Massaua ordinandogli di rimettere le cose al pristino posto; il che venne eseguito venendosi di conseguenza a ratificare il possesso dell'Italia.

Cavour ed i missionari.

L'idea di costituire una colonia era porta qualche decennio prima proprio nella mente di Camillo Benso, Conte di Cavour; si deve al Primo Ministro del piccolo Piemonte se l'atto di nascita ufficiale dell'idea Coloniale italiana porta la data del 1857 e precisamente del 15 gennaio, perché di tale data è una lettera che Costantino Negri. animatore delle ricerche geografiche e coloniali italiane, scrisse d'intesa col Cavour a Mons. Massaia, Missionario nell'interno dell'Etiopia, invitandolo a predisporre la stipulazione di un trattato per " preparare nuove vie ai sudditi "protetti del Regno".

Mons. Massaia. Cappuccino Missionario fra i Galla, (che per la sua opera di propaganda cattolica e d'italianità, svolta nel continente africano in 34 anni di apostolato, benemerito la berretta cardinalizia ), con animo di grande italiano si prodigò alla realizzazione dell'idea coloniale di Cavour e ne è magnifico documento la lettera che scrisse al Ministro il 1° febbraio 1858, ove scusandosi del ritardo per: "le gravi difficoltà di comunicazione che vi sono fra questi paesi e la nostra cara Patria". faceva sapere che le condizioni locali lo avevano sconsigliato di interessarsi dell'acquisto di una colonia verso l'interno e senza sbocco al mare, e che per aderire al desiderio di Cavour aveva scritto ad un altro missionario, Padre d'Avanchères perché si interessasse per una cessione di territorio sul litorale del Mar Rosso.

Contemporaneamente Cavour si era rivolto ad altri pionieri, al padre Stella ed al commerciante Antonio Rizzo, residenti a Massaua perché usassero del loro prestigio presso i potentati locali e proporre la concessione di zone d'influenza a favore dell'Italia. Purtroppo però, mentre queste trattative erano a buon punto, le cose d'Italia volgevano tristemente; l'amara delusione di Villafranca, l'11 luglio 1859 induceva Cavour a dimettersi da primo Ministro ed il suo successore, troppo preoccupato dai gravi ed importantissimi avvenimenti interni, abbandonava ogni programma coloniale. Va ricordato però il vero e proprio esperimento di colonizzazione italiana in Etiopia effettuato da Padre Giovanni Stella; questo coraggioso missionario era anche, — come tutti gli intrepidi missionari Italiani, — audace esploratore e aveva girato in lungo ed in largo l'Abissinia, e per la profonda conoscenza dei luoghi " la simpatia che s'era creato fra influenti capi locali era riuscito a spianare la strada al lavoro dei coloni italiani. Infatti, invitati da Padre Stella, 30 connazionali con lo Zucchi ed il Bonichi si erano audacemente trasferiti nel paese dei Bogos a scopo di colonizzazione agricola approfittando della concessione di una zona di territorio presso Cheren ottenuta a tale scopo da Ras Hailù nel 1886. Allorquando però i nostri connazionali dopo tenace lavoro e paziente attesa erano riusciti a raccogliere i primi frutti della loro fatica avvalorando quelle terre incolte, il Negus, sobillato ancora dai francesi revocò la concessione di Ras Hailù scacciando gli Italiani dallo Sciotel, mentre il nostro Governo rimase passivo spettatore subendo quest'altra grave offesa al nostro prestigio internazionale ed abbandonando al loro triste destino i primi sfortunati pionieri.

L'Italia ufficiale, l'Italia democratica era ancora antiafricana; non si concepiva l'importanza della colonizzazione, se ne contestava la legittimità invocando utopisticamente un preteso diritto dei popoli e, nell'incoscienza biasimevole di queste pseudo umanitaristiche teorie, si tenevano entrambi gli occhi chiusi su quanto le altre potenze andavano ovunque acquistando con l'intrigo, con l'oro, con la forza. L'idea di una colonia veniva concepita non come necessità di espansione coloniale, ma semplicemente come correttivo e valvola di sfollamento delle patrie galere, per relegarvi i delinquenti più pericolosi o i condannati a vita, specialmente dopo la abolizione della pena di morte. Invano, uomini come Cavour quasi fin dagli albori del nostro Risorgimento, avevano mirato all'Etiopia con vaticinio d'impero, uomini come Mazzini fin dal 1871 avevano ammonito che "sulle cime dell'Atlante sventolò la bandiera di Roma, quando, rovesciata Cartagine, il Mediterraneo si chiamò Mare Nostro"; uomini come Cesare Correnti avevano scritto "L'Africa ci attira irresistibilmente. E' una predestinazione!"...

Il martirologio degli esploratori.

Il buon seme, malgrado tutto era stato gittato e se pochi furono, in Italia gli spiriti eletti che veramente sentirono la passione coloniale, questi pochi valsero tutto un popolo e riscattarono l'inerzia dei governi, scuotendo dall'abulica indifferenza i molti, perché sentirono con il fervore di una religione la loro fede negli ineluttabili destini della Patria; furono — come abbiamo visto — anche missionari autentici, quali il Massaia, il Beltrame, lo Stella, il Colombi, il Casolari, il Pedemonte e molti altri religiosi, fra cui il Sapeto, più conosciuto come il deciso iniziatore della nostra attività coloniale ad Assab e meno ricordato come primo italiano sbarcato a Massaua il 3 Marzo 1838.

Ma tutti gli altri pionieri della nostra civiltà, se non furono missionari nel senso strettamente religioso, ne vissero ugualmente la dura vita con tutte le asprezze e traversie ed alla loro religione civile mancava solo il segno esteriore della croce sul petto, perché nell'anima l'avevano incisa l'ansia ed il martirio del cammino nelle assolate, inviolate ed infide vie dell'Africa per strappare i veli al fascinoso mistero dell'ignoto e raccogliere ovunque serti di gloria per la Patria lontana.

A parlare di tutti i pionieri ed i precursori della colonizzazione italiana in questo vastissimo lembo di territorio africano, occorrerebbero meritoriamente parecchi volumi ed esulerebbe dall'indole generale di questo lavoro. Archeologi, naturalisti, missionari, animati tutti dallo stesso intenso fervore persistettero tenaci nelle loro esplorazioni e nei loro viaggi, malgrado ogni contrasto ed avversità, fatalmente attratti da questa parte del continente nero compresa fra il Mediterraneo orientale, il mar Rosso " l'Oceano Indiano fino alla regione dei laghi equatoriali ed al cuore dell'Abissinia. Il bacino del Nilo e l'alto Sudan furono gli obbiettivi verso cui, sin dal principio del secolo scorso si avventurarono gli italiani ardimentosi al servizio della civiltà e della scienza, contribuendo fra il 1820 e il 1850 alla migliore e più approfondita conoscenza della regione; fra questi studiosi vanno annoverati sopratutto l'Acerbi, il Belzoni, il Botti, il Brocchi, il Caviglia, il Drovetti, il Finali, il Fortini, il Forni, il Frediani, il Minutoli e moltissimi altri; sulle loro orme perseverarono i veri e propri esploratori spintisi nelle vergini terre dell'Alto Nilo, precedendo gli stessi inglesi e furono italiani come Casati, Franzoni. Gessi, Godio, Miani, Piaggia, Vigoni ecc. Proprio " irresistibilmente attratti " gli esploratori italiani si avventurarono sempre più verso l'interno; dall'alto Nilo gli itinerari si prolungarono fin verso le inospitali ed assolate terre dell'Africa Orientale ed ivi, da ogni parte l'ansia della conoscenza, come sospinta da una fatale attrazione e predestinazione, riservò esclusivamente all'Italia ogni diritto su tali terre a titolo di gloria, d'onore e di martirio. La schiera dei pionieri qui è interminabile, dai missionari numerosi, alla luminosissima teoria dei viaggiatori intrepidi tra cui ricordiamo Antonelli, Antinori, Beccari, Bianchi, Cecchi, Chiarini, Giulietti, Martini, Viglieri ecc. Molti di costoro erano stati prima che esploratori, cospiratori, soldati, artefici del Risorgimento nazionale; novelli cavalieri dell'ideale deposte le armi di guerra, dopo avere combattuto per la libertà, l'unità, l'indipendenza d'Italia, avevano sentito l'atavico impulso, l'irresistibile bisogno di ricalcare le orme di Roma Imperale.

E' a costoro che noi dobbiamo se la nostra storia non ha soluzione di continuità fra il martirologio del Risorgimento e quello, non meno epico e fecondo, dei pionieri della espansione coloniale, che, con il loro sacrificio eroico, consacrarono fatalmente all'Italia, l'ineluttabilità del destino imperiale.

Non possiamo dimenticare in questo mistico omaggio ai primi artefici del nostro divenire coloniale il gruppo di esploratori, che, con Bottego, Bricchetti, Ferrandi, Ruspoli, Sacchi; Saint Bon e molti altri, si avventurarono nello sconfinato ignoto della terra somala, segnando con i loro viaggi altrettante tappe gloriosissime della penetrazione civile italiana in Somalia e nell'Ogaden, verso le regioni dei grandi laghi equatoriali, spingendosi poi fino al cuore dell'Etiopia. Anche qui il loro cammino è segnato da molte croci ed ognuna ricorda l'eroismo, la fede, l'abnegazione, il martirio di coloro, che in nome dell'Italia caddero sotto i colpi dei selvaggi, e giganti incompresi dalla loro generazione di pigmei sono rimasti però consacrati al culto perenne della Patria. Per presentare completa sotto ogni lato la storia del nostro divenire coloniale, va ricordato con memore spirito il contributo dato dalla Lombardia, non soltanto con le grandi figure di esploratori e viaggiatori consacrati alla causa, ma per l'impulso fecondo dato ad ogni iniziativa nella operosa Milano, ove, ad opera di Cesare Correnti, di Manfredo Camperio, di Pippo Vigoni, e di altri pochi vaticinatori ed artefici si costituì quella società di "Esplorazioni geografiche e commerciali in Africa", che va scritta a caratteri d'oro nella storia della nostra colonizzazione.

Da Assab a Massaua.

Chiusa questa doverosa disgressione, che ci è servita ad elevare il nostro spirito nel ricordo dei grandi trapassati, per attingere magnanimi esempi alla luce inestinguibile del loro ideale, proseguiamo nella ricostruzione storica e cronologica della nostra espansione coloniale. Dopo l'acquisto e l'ingrandimento della baia di Assab, il Sapete aveva esteso i possessi della Rubattino con l'acquisto delle isole costiere e dei territori adiacenti ad Assab, così che l'originaria concessione era assurta ad importanza ed estensione tali che il Governo italiano, per la prima volta intervenendo ufficialmente in terra d'Africa, prendendo atto delle sottomissioni latte ai cessionari da parte della popolazione indigena, con ordinanza 24 Dicembre 1880, nominava un Commissario civile alle dipendenze del Ministero degli Esteri affidandogli l'amministrazione del territorio della concessione. Ciò preludiava ad una diretta presa di possesso; ed infatti il 10 Marzo 1882 interveniva una convenzione tra la Società Rubattino ed il Governo italiano, mercé la quale, lo Stato acquistava dalla privata concessionaria tutto quanto era di sua pertinenza nel territorio di Assab e adiacenze con ogni annesso e connesso, pagando il complessivo prezzo di L. 416.000. Successivamente con la legge 5 luglio 1882 n. 85 veniva proclamato ufficialmente il nostro dominio coloniale, dichiarandosi: "è stabilita sulla costa occidentale del Mar Rosso una colonia italiana nel territorio di Assab sottoposto alla sovranità dell'Italia!".

L'Inghilterra, che in funzione dei suoi diretti e immediati interessi conduceva allora in Africa nei nostri riguardi una politica diametralmente opposta a quella recente, perché temeva l'ulteriore attenuarsi della invadenza francese nel Mar Rosso ed in Egitto, ci spinse poi ad estendere il nostro possesso suggerendoci di occupare Massaua, su cui già la Francia aveva manifestato delle mire.

Massaua veramente, come Assab, era sotto la sovranità dell'Egitto, che, però non si sentiva più in grado di presidiarla, essendo impegnatissimo nel Sudan ove ferveva la rivolta del Madhi.

Alla chetichella, per non mettere sull'avviso la Francia, con il pretesto di inviare rinforzi ad Assab, ai primi del 1859 partiva dall'Italia un piccolo corpo di spedizione al comando del Colonnello Saletta, che il 5 Febbraio sbarcava a Massaua e di lì estendeva l'occupazione sul litorale e verso l'interno, con grande disappunto della Francia, che si vedeva prevenuta in un territorio ove vantava dei fantasiosi diritti. Ebbe anche origine da ciò, il malvagio atteggiamento della Francia nelle vicende italo-abissine dal 1885 al 1896, durante le quali si distinse assieme alla Russia fra le altre potenze europee, per ostacolare con ogni mezzo la nostra incipiente espansione nell'Africa Orientale.

La storia si ripete, se il ruolo ingrato sembrò allora assunto dalla sola Francia, la verità è che ci furono tutte contro; né più né meno come oggi, in cui cinquantadue nazioni votando l'obrobrioso assedio sanzionistico, pavide della resurrezione di un'Italia romana, forte ed emancipata, avevano tentato invano di piegare la risolutezza disperata ed eroica di tutto un popolo.

L'Inghilterra allora era spinta dal proprio interesse e vedeva nell'Italia una comoda pedina per il suo gioco; infatti essa, dopo l'amara constatazione dell'apertura del Canale di Suez, cui era rimasta caparbiamente estranea, temeva — come abbiamo detto — l'estendersi dell'influenza francese e prevenendone le mire, si era servita dell'Italia spingendola in una impresa, in cui, probabilmente il nostro paese, di propria iniziativa, in quelle contingenze, non si sarebbe arrischiato.

Un'altra ragione, non meno importante, aveva indotto gli inglesi a vederci a Massaua e nell'interno: la lotta contro il Madhi. Era questi una specie di santone o profeta musulmano che nel Sudan si era dato a sobillare e sollevare delle orde di fanatici, riunendo ben presto attorno a sé imponenti masse di Dervisci. Gli eserciti angloegiziani erano stati più di una volta battuti, ed ora da circa un mese Gordon Pascià si trovava assediato a Kartum nell'Alto Sudan, senza speranza che gli potessero giungere tempestivamente rinforzi dall'Egitto; in tale frangente era riuscito comodo all'Inghilterra incoraggiare l'Italia ad uno sbarco a Massaua, vedendone simpaticamente l'espansione coloniale in quel territorio, a condizione che le truppe italiane, appena sbarcate si fossero avviate, a marce forzate e bruciando le tappe, verso il Sudan per prendere così alle spalle i Madhisti e liberare Gordon Pascià e i 15.000 angloegiziani con lui assediati.

Il piano era ardito ed acuto e sarebbe certamente riuscito, se purtroppo pochi giorni prima dello sbarco dei nostri a Massaua, avvenuto il 5 Febbraio 1885, verso la fine di gennaio Kartum non fosse caduta e non fosse stata fatta strage dell'eroico Gordon e di tutti i suoi. Senza por tempo in mezzo, l'Inghilterra ci abbandonava al nostro destino, non avendo più alcun interesse a sorreggerci in una impresa, dalla quale non si riprometteva più alcun diretto vantaggio.

Dai primi scontri con gli abissini al Trattato di Uccialli.

Il dado ormai era tratto e l'Italia intese approfittare dell'occasione; da Massaua l'occupazione fu estesa a Saati e si ottenne la sottomissione delle tribù degli Habab, che spianarono agli italiani la marcia verso l'interno; di ciò si risentirono gli abissini ed il 25 gennaio 1887, ingenti forze al comando di Ras Alula assaltarono il forte di Saati; i nostri, pur essendo di gran lunga inferiori di numero, resistettero valorosamente; l'indomani però una nostra colonna di rinforzo veniva attratta in una imboscata e costretta ad accettare il combattimento. Era questo l'epico fatto d'arme di Dogali, che, con il sublime, sovrumano sacrificio di De Cristoforis, doveva consacrare fin d'allora il nostro diritto alla colonia Eritrea. L'impari combattimento di Dogali col massacro degli Italiani, produsse in Italia un'ondata di sdegnosa reazione, per la quale il governo si determinò a mandare in Africa un buon nerbo di forze al comando del Generale di San Marzano; a questa energica misura d'ordine militare, il negus rispose bandendo la guerra e radunando circa 100 mila armati. Per nulla impressionato da questi apprestamenti bellici abissini, il nostro agguerrito corpo di spedizione andò incontro al nemico; nel marzo 1887 i due eserciti vennero quasi a contatto, ma il Negus spaventato dalla risolutezza dei nostri soldati, ai primi di aprile dette ai suoi l'ordine di levare il campo, ritirandosi frettolosamente. Sarebbe stato facile al corpo di operazioni italiano tallonare il nemico, trasformandone la ritirata in precipitosa e disordinata rotta; invece non si volle, né si seppe profittare a tempo giusto d'un tale insperato vantaggio. Così ci si limitò a consolidare ed estendere il nostro dominio nel territorio occupato, richiamando troppo presto in Patria il San Marzano con il grosso della spedizione; il Governo della colonia venne assunto dal Generale Baldissera, che nel Giugno 1887 procedette alla occupazione di Asmara, portando le truppe italiane al confine del Mareb. Il momento era stato propizio, perché tre mesi prima, il 10 Marzo 1889, Negus Iohannes era stato ucciso dai Dervisci a Matemma. Dopo tali successi militari e l'avvenuta sistemazione del confine sulla linea del Mareb, i territori conquistati già detti Possedimenti italiani del Mar Rosso, il 1° Gennaio 1890 vennero ufficialmente denominati Colonia Eritrea; l'Abissinia si mise sotto il protettorato italiano con il trattato stipulato a Uccialli il 2 Maggio 1889 fra il nostro plenipotenziario conte Antonelli e il Negus Menelik, che frattanto era diventato Re dei Re fortemente aiutato dall'Italia, anche con il regalo dei 5000 fucili, che poi vennero purtroppo adoperati contro di noi.

Il Trattato di Uccialli però originava ben presto gravi dissensi, per la malafede del Negus, sul regolamento del confine con la nostra Colonia e sull'interpretazione dell'art. 17, relativo all'essenza giuridica del nostro protettorato.

Il Negus, sobillato da agenti europei, sosteneva che l'Abissinia avesse la facoltà di mettersi sotto il nostro protettorato; noi, in base alla precisa interpretazione deil'art. 17, sostenevamo che ne avesse l'obbligo, altrimenti il Trattato non avrebbe avuto ragione di esistere; in queste alternative che davano luogo a frequenti incidenti, la situazione tornava ad ingarbugliarsi, venendo resa ancor più complicata e preoccupante dai primi urti con i Dervisci, con i quali eravamo già venuti a contatto. Questi indomiti guerrieri, dai quali gli inglesi, fino allora erano stati duramente provati, vennero stroncati nel loro impeto bellicoso dalle valorose truppe italiane, che in ogni battaglia da Adigrat ad Agordat, a Serobeti seppero cogliere splendide vittorie, culminanti il 16 Luglio 1894 nella brillante espugnazione della piazza di Cassala.

La denuncia del Trattato di Uccialli e la nuova guerra italo-abissina.

A questo ciclo di battaglie vittoriose, che avevano esteso il nostro dominio fino all'Alto Sudan, allargando e consolidando il possedimento verso la frontiera occidentale, facevano riscontro una serie di gravi incidenti che lungo il confine abissino erano stati provocati dal Ras del Tigry; già l'11 Maggio 1893 il Negus aveva denunciato il Trattato di Uccialli ed i rapporti fra l'Italia e l'Abissinia erano divenuti tesissimi, e, mentre il Governo italiano si formalizzava in una interpretazione ortodossa del famoso articolo 17 del Trattato, il Negus si armava, riuscendo a conseguire attorno a sé l'unione e la solidarietà di tutti i capi abissini, concordi contro l'Italia. Nella psicosi della fatale inevitabile ripresa della guerra, che forse, abili trattative diplomatiche ed una preventiva azione militare energicamente dimostrativa, avrebbero potuto scongiurare l'istinto bellicoso di alcune tribù si risvegliò dando luogo ad episodi di ribellione e di violenza, fra cui il più grave fu la sollevazione dell'Achelè Guzai. L'immediata reazione italiana stroncò l'insurrezione ed i ribelli subirono gravi perdite ad Habai ed a Saganeiti; Ras Mangascià allora tentò di invadere la colonia ed a capo di grandi forze varcò il confine nei pressi di Coatit; ivi però gli andò incontro il Generale Baratieri a sbarrargli la strada con le truppe più agguerrite del corpo di occupazione. Due giorni durò la battaglia (13-14 gennaio 1895) ed alla fine Ras Mangascià, che malgrado la grande superiorità numerica aveva subito gravi perdite, si ritirò su Senafè; Baratieri però non gli diede respiro ed inseguendolo lo costrinse ad accettare battaglia campale sulla nuova linea difensiva, sicché la ritirata si trasformò in fuga disastrosa, tanto che lo stesso Ras Mangascià si salvò a stento dalla cattura, mentre avvenne una vera ecatombe di capi abissini. Sfruttando il successo e l'effetto demoralizzante sulle popolazioni indigene, il generale Baratieri, chiesta ed ottenutane l'autorizzazione del grande Siciliano, estese rapidamente l'occupazione a tutto il Tigre, affidandone il Governo al generale Arimondi ed inviando il Maggiore Toselli a presidiare le posizioni avanzate sulla linea del nuovo confine con l'Abissinia. Da questo momento, malgrado le prove sovrumane di abnegazione e di valore date ripetutamente da tutti gli ufficiali e soldati dell'eroico corpo di occupazione, la ruota del destino cominciò a girare inesorabilmente, sinistramente contro di noi.

Da Amba Alagi a Macallè.

Oggi che le aquile imperiali hanno spiccato il loro volo maestoso al di là dei cieli della Patria verso orizzonti incontenibili, non è il caso di ricercare errori o rivangare colpe; una cosa sola è certa che, mentre a Roma in quell'epoca molti piccoli uomini furono impari alle necessità tragiche del momento, mentre l'ottimismo imbecille di taluni, l'antiafricanismo cieco e pavido degli altri abbandonava al loro tragico destino i valorosi soldati d'Italia, "l'Eritrea fu per il nostro giovane esercito la più grande scuola d'eroismo!".

Il Negus, radunate le sue forze, calcolate da 60 a 70 mila uomini, nei pressi del Lago Ascianghi, mandò avanti un corpo d'avanguardia scioana, forte di altri 20 o 30 mila uomini, al comando di Ras Makonnen con l'obiettivo di attaccare la posizione avanzata di Amba Alagi che, il Maggiore Toselli presidiava con soli 1800 uomini. L'ordine di ritirarsi su posizioni meno esposte non giunse tempestivamente al Toselli e questi, nella stoica consapevolezza dell'eroico sacrificio cui era destinato, si dispose serenamente a resistere essendo d'esempio ai suoi uomini in prodigi di valore; il 7 Dicembre 1895, dopo una giornata d'epico combattimento, le orde scioane avevano ragione dell'eroico battaglione Toselli, che veniva letteralmente annientato.

Il maggiore Toselli crivellato di colpi cadeva con lo sguardo rivolto verso il nemico, sguardo nobile e terribile che incuteva rispetto ed ammirazione agli stessi scioani, i quali, contrariamente al loro barbaro costume di guerra, ne rispettarono il cadavere, dandogli anzi onorata sepoltura, consentendo poi che venisse consegnato ai congiunti.

Di questo fulgidissimo eroe si impadronì la stessa tradizione guerriera abissina, che, nelle sue canzoni e nei suoi canti, ricorda ancora il Toselli come un semidio, come un leone, come un eroe leggendario.

Dono Amba Alagi era la volta di Macallè; quivi il maggiore Galliano era asserragliato con 1800 uomini, disposti a resistere fino all'ultimo uomo per contrastare l'avanzata di forze venti volte superiori. Gli scioani, visti inutilmente infrangersi gli attacchi contro il forte, si apprestarono a duro assedio, tagliando persino i rifornimenti dell'acqua agli eroici difensori: dono venti giorni, il 21 Gennaio 1896, veniva negoziata la capitolazione e gli abissini, che già avevano subito perdite rilevanti nei vani e reiterati assalti, convenivano di lasciare uscire gli assediati con l'onore delle armi.

impegnandosi di lasciarli ritirare sulla base fortificata di Adigrat senza molestarne la marcia. Tale cavalleresco comportamento del Negus era stato determinato anche, da ragioni di opportunità tattica, perché così, seguendo la marcia del battaglione Galliano, il grosso delle truppe abissine, si sarebbe portato senza rischio alcuno avanti ad Adigrat, schierandosi in prossimità della conca di Adua. Si giungeva così ad Adua e, fra un rovescio e l'altro, gli avvenimenti precipitavano. Le popolazioni si andavano ribellando non avendo più alcuna fiducia nella potenza degli italiani.

Gli ultimi capi abissini, che ci erano rimasti ancora fedeli, Ras Sebbat, ed Agos Tafari, nei primi di febbraio ci avevano abbandonati; i rinforzi inviati dall'Italia si rivelavano inadeguati alla gravità del momento e tutto avrebbe consigliato un prudente ripiegamento, data la enorme sproporzione numerica. Probabilmente il Generale Baratieri sarà stato di questo avviso nell'attesa degli altri rinforzi, da lui forse un po' tardi richiesti; ma il 25 febbraio, Crispi, che fin dal 22 dello stesso mese aveva segretamente designato il Baldissera al posto del Baratieri, gli telegrafava in termini che facevano precipitare la situazione: "Codesta è una tisi militare non una guerra; piccole scaramucce nelle quali ci troviamo sempre inferiori di numero innanzi al nemico; sciupìo di eroismi senza successo, non ho consigli da dare perché non sono sul luogo".

La battaglia di Adua.

Il 29 febbraio, Baratieri riuniva un consiglio di generali per decidere il da farsi ed in tale riunione, conscio delle sue gravi responsabilità, si manifestava propenso a mantenersi sulla difensiva, ma tutti gli altri capi divisarono temerariamente di passare alla immediata offensiva, e misurarsi col nemico, in una battaglia campale da svolgersi nella conca di Adua. Le forze riunite degli italiani erano di circa 20.000 uomini con 52 cannoni, eli abissini si calcolavano da 310 a 120.000 uomini, fra cui oltre 70 mila armati di fucili forniti da francesi, belgi ed anche inglesi, forti di 45 nezzi di artiglieria con serventi russi e francesi al comando del russo Leontieff e, largamente riforniti di munizioni, dai contrabbandieri legalizzati di tutte le potenze europee. Il piano strategico degli italiani era fondato sull'elemento sorpresa: impadronirsi con il favore della notte, delle alture circostanti la conca di Adua, invitare il nemico a valle con una finta manovra e insaccarlo nella conca, piombandogli arditamente addosso da tutte le alture sovrastanti già in nostro possesso. La mancanza di piante topografiche esatte, le false indicazioni delle guide indigene, la scarsa conoscenza dei luoghi e sopratutto la fatalità ineluttabile, fecero sì che la colonna Albertone, la quale avrebbe dovuto per prima prendere posizione sul colle Chidane Meret, dopo essere giunta brillantemente fino dalle 3 sull'obbiettivo assegnatele, veniva da fatale errore, indotta a proseguire per oltre 2 ore la marcia notturna giungendo alle 5 e mezzo del mattino su un altro Colle Chidane Meret al di là degli avamposti abissini.

La colonna Albertone, spintasi al di là delle linee nemiche, veniva facilmente circondata provocando il crollo di tutto il piano audacemente predisposto, ed in base al quale le colonne Dabormida, Arimondi ed Ellena si erano attestate ciascuna sulle rispettive posizioni. Il generale Baratieri, informato dell'errore in cui l'Albertone era caduto e rendendosi conto della gravità della situazione, ordinava al Generale Dabormida di portarsi con i suoi uomini in soccorso di Albertone: il grosso degli abissini intanto, messo in allarme dall'improvviso inopinato attacco, aveva sventato la manovra italiana, sorprendendo Dabormida incanalato nel vallone Marià Mesciaitù, circondandolo a sua volta con la propria ala sinistra. Così, in luogo di una sola grande battaglia prevista Con gli italiani su posizioni prevalenti, si sviluppavano tre distinti combattimenti, nettamente separati l'uno dall'altro ed in cui gli italiani vennero a trovarsi non soltanto in condizioni di assoluta inferiorità numerica, ma strategica. Per di più gli abissini avevano avuto tempo di annientare la colonna Albertone, per scagliarsi poi in maggior numero sulla colonna Dabormida, mentre altre masse abissine avvistando la colonna Arimondi, l'avevano prevenuta riuscendo ad accerchiarla e decimarla; la stessa sorte subiva poi la brigata Ellena che costituiva la scarsissima riserva ed i pochi superstiti scampavano alla strage battendo in ritirata. In quella terribile giornata perdemmo il 50% dei nostri effettivi: 6600 morti, fra cui 5000 italiani dei quali 265 ufficiali, 500 feriti, 1700 prigionieri, Albertone prigioniero,. Dabormida ed Arimondi morti sul campo e con essi a mille a mille gli eroi nostri battutisi epicamente contro un nemico, dieci, venti volte superiore. Gli Abissini ebbero pure 8000 morti e più di 10.000 feriti, vale a dire un totale di perdite maggiore dalla totalità del nostro corpo di spedizione, il che sta a dimostrare, con quanto impeto si seppero battere i nostri valorosi soldati e come, l'onore militare in quella giornata tragica e sfortunata, anziché rimanere offuscato, rifulse splendido come non mai.

Dopo Adua.

L'Italia ad Adua non fu vinta dagli abissini, fu vinta dalla codardia di un governo pusillanime ed imbelle, fu vinta dalle consorterie parlamentari dei cialtroni immemori, che sacrilegamente dimentichi del dovere di vendicare i Morti, di riscattare il nome e l'onore d'Italia calpestato da indigeni selvaggi, preferirono vilmente a tutto rinunciare, cancellare il ricordo della brutta avventura, invocando anzi la pace ad ogni costo!

E dire che Baldissera, giunto subito dopo Adua in Colonia, aveva quasi con la sua sola presenza capovolto la situazione, perché gli Abissini erano ancora sorpresi e sgomenti della loro vittoria, ad essi stessi costata cosi rilevanti perdite, da indurre Menelik a levare il campo e ritirarsi verso l'interno. Se in quel momento un risoluto corno di spedizione italiano gli si fosse buttato alle calcagna, le armate del Negus sarebbero state declinate e forse, sin d'allora, l'Italia avrebbe realizzato il suo Impero.

Il Governo di Roma invece impedì al Badissera, che avrebbe voluto dare al nemico la meritata lezione, ogni iniziativa del genere; tuttavia Baldissera andò a liberare il Maggiore Prestinari, che ignaro del disastro resisteva ancora ad Adigrat, andò a liberare Kassala dalla nuova pressione dei Dervisci, che aizzati dagli stessi abissini e fatti audaci dalla notizia degli ultimi rovesci, si erano spinti nuovamente sotto le mura della piazzaforte italiana e vi assediavano il Maggiore Hidalgo che eroicamente resisteva.

I Dervisci vennero ancora tremendamente battuti, il dominio di Kassala esteso ed assicurato, ma fu eroismo inutile; il Governo imbelle e rinunciatario cedeva Kassala agli inglesi ed ordinava a Baldissera di ritirare le truppe da Adigrat e da tutto il territorio abissino, ove egli senza colpo ferire si era spinto; bisognava ritirarsi molto al di quà della linea del Mareb; così ci era imposto dal Negus il 26 ottobre 1896 con l'ignominiosa pace di Addis Abeba.

L'acquisto della Somalia.

La Somalia italiana è stata cosi denominata ufficialmente dalla legge 3 aprile 1908; essa risulta costituita dai seguenti territori: Benadir, Oltre Giuba (questo è stato acquisito a seguito della cessione della Gran Bretagna con R. D. 11-1-1925) dei territori dei Migiurtini ex sultanati del Nogal e di Obbia.

La superficie totale della Somalia italiana viene calcolata con una certa approssimazione a Km. quadrati 600.000 (due volte l'Italia). I suoi confini verso l'Etiopia non corrispondono ad alcuna linea naturale di demarcazione; risultano precisati dagli accordi anglo italiani del 24 marzo 1891, del 5 maggio e del 15 luglio 1894 e dall'accordo anglo-etiopico del 4 giugno 1897. La Somalia fu creazione del tenace e abilissimo lavorìo diplomatico di Crispi, che riuscì a dotare l'Italia di questo magnifico possedimento d'oltremare in un'epoca, in cui la maggioranza del paese era refrattaria ed ostile ad avventure coloniali. In Somalia Francesco Crispi poté realizzare pacificamente, come era nel suo intendimento, il programma coloniale tanto vagheggiato; del resto anche la concezione coloniale di Cavour era stata essenzialmente pacifista; attraverso le trattative diplomatiche, per mezzo dei negoziati diretti, il grande statista piemontese avrebbe voluto acquistare fin dalla fiera affermazione in Crimea, prima ancora del 1857 una colonia alla madre patria. Anche lo stesso Mussolini, assertore di uno Stato forte, armato, potente vuole la pace e non sarebbe ricorso alla guerra se gli altri popoli avessero riconosciuto il sacrosanto diritto dell'Italia, tanto pazientemente atteso, tanto lungamente invocato.

Il capitano Cecchi e l'opera di Crispi.

Vera che prima dell'avvento al potere di Crispi erano state avviate già delle trattative con il Sultano di Zanzibar per la stipulazione di un trattato di amicizia e di commercio che in effetti venne redatto il 28 maggio 1885; senonchè tale encomiabile iniziativa del Mancini, coltivata poi dal De Pretis d'accordo con il Capitano Cecchi, era rimasta abbandonata fino a quando nel 1887 Crispi, assunta la Presidenza del Consiglio, non ravvisò la necessità di assicurare all'Italia le lontane regioni dell'Oceano Indiano, sfruttando le buone disposizioni che verso di noi avevano il Sultano di Zanzibar ed altri signorotti locali. Riesumati i rapporti del Cecchi, Crispi non ristette nel riguadagnare celermente il tempo dagli altri perduto: ottenuta da Bismark la rinunzia dei diritti germanici su Zanzibar a favore dell'Italia, nell'agosto 1888, sempre con abili trattative diplomatiche otteneva dall'Inghilterra la cessione di tutto il litorale somalo a nord del Giuba con Mogadiscio, Brava, Merca, Uarsceik; sistemate le cose con i pretendenti europei, Crispi incaricava ancora il Capitano Cecchi di imporre al nuovo Sultano di Zanzibar, Said Kalifa il mantenimento delle promesse, fatte dal suo predecessore e per rendere più efficiente tale passo lo faceva sostenere dalla apparizione della nave da guerra "Archiemede".

Vincenzo Filonardi e la colonizzazione detta Somalia.

L'effetto fu salutare perché, consentì, poco dopo di proclamare, ad opera di Vincenzo Filonardi, console a Zanzibar, il protettorato italiano sul sultanato d'Obbia l'8 febbraio 1889 e sul sultanato dei Migiurtini il 7 aprile 1889, senza che Said Kalifa rivendicasse comunque i suoi diritti; nemmeno, quando il 15 novembre dello stesso anno Crispi estendeva il Protettorato a tutta la zona costiera del Benadir, che era nel diretto dominio del sultano di Zanzibar. Simultaneamente a questa pacifica presa di possesso Francesco Crispi si preoccupava dell'avvaloramento commerciale dei nuovi ter-ritori coloniali, acquisiti all'Italia e incaricava il Filonardi a costituire all'uopo una società, rivolgendosi altresì alla Navigazione Generale perché vi incrementasse i traffici marittimi istituendovi scali lungo il litorale; Crispi intanto si destreggiava abilmente con l'Inghilterra, conseguendo anche, nei primi del 1891, la rinuncia della compagnia commerciale britannica a certi diritti di priorità, vantati per la conquista economica di quei territori. Nel 1891, l'antifricanismo della Camera rovesciava il grande precursore della concezione imperiale italiana ed i nuovi piccoli uomini del governo, con a capo il Rudinì, sadicamente disfacevano la tela che, con tanto amore e abilità, era stata intessuta dal Crispi in Somalia; il Filonardi veniva privato del sussidio governativo che, precedentemente era stato stanziato da Crispi, per consentire possibilità di vita e di sviluppo alla costituendo Società commerciale. Si prospettava l'opportunità di abbandonare il Benadir, considerato a Roma come un peso morto, come una passività onerosa e la Compagnia Inglese era pronta e disposta a riprenderselo. Fortuna volle che, verso la fine del 1893, le redini del Governo venissero affidate nuovamente al Crispi, appena in tempo, per salvare da sicura perdita l'importantissima e vasta colonia; infatti per impulso di Crispi si costituiva la Società Anonima Italiana Commerciale del Benadir per rilevare la critica posizione del Filonardi, il quale, abbandonato a se stesso dai precedenti inetti Governi, poco o nulla aveva potuto fare.

L'atto costitutivo della nuova Società detta "Somalia Italiana" era stato concordato con Crispi nel febbraio 1896 ed i suoi principali sostenitori in Milano operosa ed intraprendente, erano stati Angelo Carminati, Silvio Benigno Crespi e Giorgio Milyus; in quel momento l'Italia si abbatteva ad Adua e fatalmente, le ripercussioni tragiche, si facevano sentire pur nella lontana Somalia, ove il Cap. Cecchi con una numerosa missione di ufficiali e funzionari italiani ed una scarsissima scorta armata indigena, la notte del 25 novembre veniva aggredito e massacrato con i suoi, dopo eroica, disperata e vana resistenza.

Sedata la ribellione e vendicati i Morti, altri Eroi cadevano nelle imboscate di quelle tribù selvagge; tuttavia la situazione si andava a poco a poco normalizzando, tanto in Somalia come in Eritrea.

L'Italia si concentrava in una politica di raccoglimento, cercando di intavolare sempre migliori rapporti con la confinante Etiopia, ma, per la malafede di questa e l'irrequietudine delle tribù di frontiera, gli incidenti e gli sconfinamenti, si rinnovavano frequentemente e bisognava subirli, perché nessun Governo osava reagire con quella energia e quella dignità, che si addiceva ad una grande potenza come l'Italia.

Malgrado tutto, nel 1911, Somalia ed Eritrea fornivano notevoli contingenti indigeni per partecipare alla conquista della terza colonia: la Libia.

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