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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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Egidio Moleti di Sant'Andrea - ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA - |
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capitolo XIV L'APERTURA DEL CANALE DI SUEZ E GLI INTERESSI EUROPEI
Storia del Canale. Rifacciamo per sommi capi, la storia di questo Canale, la cui apertura con il taglio dell'istmo fra il Mediterraneo e il Mar Rosso, ha fatto assurgere l'Egitto ad importanza internazionale rilevantissima ed ha schiuso nuovi e più vasti orizzonti al commercio del mondo. Ma non è stata dell'età moderna l'idea del Canale; fin dalla più remota antichità nel periodo miocenico esisteva un canale naturale, interratosi poi a causa di qualche sconvolgimento tellurico. All'epoca del Faraone della diciannovesima dinastia, circa 34 secoli fa, quando lo splendore dell'Egitto era al suo apogeo e non conosceva ostacoli, né trovava limiti alla sua volontà realizzatrice, il canale venne ristabilito. Erodoto, poi ci ha tramandato che si deve a Neco, figlio di Psamettico, l'esecuzione di un canale che partendo da Bubastis proseguendo verso l'Est andava a finire nel Golfo di Arsinoe; ma trascuratasene la manutenzione ed evitatosene l'uso da parte delle popolazioni superstiziose, che temevano l'ira degli dei per essere stato forzato l'assetto della natura, il Canale rimase abbandonato tornando nuovamente a interrarsi. Qualche secolo più tardi, Dario e poi, Tolomeo II ricongiungevano il Nilo al Mar Rosso: ma anche stavolta la natura riprendeva il sopravvento disperdendone ogni traccia. Rimasto così parecchio tempo, fino all'epoca della dominazione romana, non sfuggendo all'occhio d'aquila di Cesare, fu ancora ripristinato dall'Imperatore Adriano, ma successivamente nel decorso del tempo, per l'incuria degli uomini, la grandiosa opera dei romani venne dispersa dell'inesorabile tirannia della natura. Le orme di Roma venivano ricalcate soltanto nel 640 d. C., per opera del conquistatore arabo Amru, ma l'opera livellatrice del tempo riprendeva ancora il sopravvento e di lì a qualche secolo, scompariva ogni traccia del canale e non se ne parlava più fino al quattordicesimo secolo. Fu nel 1517 che l'iniziativa dell'apertura di un canale vero e proprio venne ripresa dalla Dominante, ove il Consiglio dei Dieci si fece approntare un geniale progetto che, rendendo attuabile l'idea di congiungere direttamente il Mar Rosso col Mediterraneo, avrebbe conservato il primato del traffico marinaro ai veneziani, cui il doppiamento del Capo di Buona Speranza e i viaggi dei grandi navigatori oceanici, con la scoperta delle nuove rotte e delle nuove terre, arrecarono una durissima battuta d'arresto. Napoleone, all'epoca della spedizione in Egitto si era reso conto della grande importanza che l'apertura del canale avrebbe avuto per la prosperità della Francia ed il progresso mondiale, ed incaricò l'ingegnere Lapére di prepararne il progetto dandogli personali direttive; il grande Corso avrebbe certamente realizzato l'opera ciclopica se l'astro della sua grandezza non fosse declinato troppo presto, vulnerato dalla perfida coalizione che, l'implacabile Inghilterra, pavida di perdere il dominio dei mari, aveva scagliato contro di lui; alla stessa guisa come, invano, tentò di ripetere contro l'Italia di Mussolini, in occasione della conquista dell'Etiopia. Luigi Negrelli e la moderna attuazione. Si arriva così a quel capolavoro di ingegneria moderna rappresentato dal Canale di Suez; fu nel 1820 che un italiano, il romano Gaetano Ghedini, stabilendo scientificamente la differenza di livello fra le acque del Mediterraneo e quelle del Mar Rosso, rese attuabile l'idea dell'apertura del Canale di Suez, che tornò ad appassionare la mente degli studiosi, i cui studi vennero favoriti dal caldo appoggio della Francia. Un altro italiano, l'ing. Luigi Negrelli, alto funzionario dell'I.R. Governo austro-ungarico, recatosi espressamente in Egitto, fu il primo a realizzare l'audace progetto del Canale, basandolo appunto sulla certezza scientifica della tenue differenza di livello fra i due mari. Il progetto del Negrelli ebbe l'unanime consenso e venne costituita perfino una società, onde affidargliene l'esecuzione, ma, inesplicabili cause ed imponderate circostanze sopravvenute, fecero sì che si favorisse il francese ingegnere Ferdinando de Lesseps, competentissimo della quistione, il quale per essere stato parecchi anni in Egitto, durante la sua carriera diplomatica, aveva potuto sul posto dare gli ultimi ritocchi, anche al progetto del Negrelli e fare entrare, sopratutto gli egiziani, nell'ordine di idee dell'apertura del canale, prospettandone loro i grandi vantaggi. Cosicché, quando Said Pascià ascese al potere nel 1854, fu facile al de Lesseps recarsi alla sua Corte e farsi rilasciare la concessione a lui personalmente intestata. L'Egitto era soggetto, benché nominalmente, alla sovranità ottomana, e, di conseguenza al de Lesseps necessitava l'assenso del Sultano; questo non gli venne accordato tanto facilmente per tutti gli armeggi ostili, escogitati presso la Sublime Porta, da parte della Gran Bretagna, che, come abbiamo visto, aveva fino all'ultimo, ostacolato con ogni mezzo l'impresa. La costruzione del Canale. Malgrado tutto, la compagnia si costituì lo stesso, e nel 1858 oltre 200 milioni di franchi vennero sottoscritti prevalentemente in Francia; rilevantissimo contributo apportò anche il capitale italiano, in minor misura il Belgio e la Svizzera, mentre non vi ebbe alcuna partecipazione il capitale inglese. Il De Lesseps affidò lealmente la direzione dei lavori allo stesso Negrelli, che si servì prevalentemente di mano d'opera italiana, mentre, un altro grande italiano, il Paleocapa, progettava ed eseguiva, impiegandovi tecnici ed operai italiani, la costruzione di Porto Said all'imboccatura mediterranea del Canale; purtroppo né il Negrelli, né il Paleocapa ne vedettero la fine per la prematura morte di entrambi. Degno di rilievo è il fatto che fra i sottoscrittori Venezia si distinse con 1083 azioni, il Piemonte con 1353; uomini come il Cavour, il Conte Luigi Torelli ed altri insigni patrioti, sottoscrivendovi ingenti somme furono di esempio al capitale nazionale a sottoscrivere, consci di compiere un plebiscito di fede nei futuri destini della Patria; il banchiere Pasquale Rivoltella investì tutti i suoi capitali in maniera così cospicua da venire nominato Vice presidente della Compagnia Universale del Canale di Suez. Il valì dell'Egitto, che come abbiamo detto era rimasto entusiasta del progetto, aveva sottoscritto, dando il colpo di grazia alle già dissanguate finanze dello Stato, quasi la metà delle quattrocentomila azioni di lire 500 ciascuna che complessivamente erano state emesse dalla Compagnia. Intrapresi i lavori il 21 aprile 1858, mentre si attendeva ancora la formalità del nulla osta da parte della Turchia, per merito della volontà realizzatrice del De Lesseps e per la iniziale direttiva del Negrelli, in meno di dieci anni i lavori furono portati a compimento, ed il 17 novembre 1868 la nuova strada transoceanica venne solennemente inaugurata fra lo stupore entusiasta del mondo intero, che vedeva così ritornare il Mediterraneo alla storica funzione di cuore dei traffici mondiali. Solo un anno dopo, circa 500 navi, per un tonnellaggio complessivo di 655.000 tonnellate lorde, passarono attraverso il breve istmo di Suez. L'opera ciclopica costata quasi mezzo miliardo aveva entusiasmato tutti i popoli civili; soltanto l'Inghilterra che non sapeva darsi pace, d'essersi lasciata sfuggire l'occasione di fare propria, una tale iniziativa, così vitale per i suoi traffici con le Indie, ne era rimasta sconcertata e impressionata. Descrizione del Canale. Il canale attraverso alcuni piccoli laghi e segnatamente i laghi Amari, ha una larghezza che varia da 60 a 100 metri e una profondità che varia da otto a undici metri; fra mare e mare, ossia da Porto Said a Suez, ha una lunghezza di 162 km. e su questo percorso non può passare che una nave per volta; ma tredici allargamenti (gares) vennero stabiliti come stagioni di scambio. La cittadina d'Ismailia, a metà del canale, è la stazione principale. La traversata si compie in quindici ore circa; sul fondo ha una larghezza di metri 38 mentre a livello dell'acqua raggiunge i 100 metri; un gigantesco ponte girevole, oggi ne congiunge le rive presso El Kantara, per la continuità della linea ferroviaria Cairo-Giaffa-Gerusalemme. Il transito attraverso il canale oggi è enorme, in testa è ancora l'Inghilterra, ma l'Italia è destinata a raggiungere il primo posto. La Società che gestisce il canale di Suez, oggi è amministrata da 20 direttori francesi e 10 inglesi; però la proprietà del canale era originariamente soltanto della Francia; l'Egitto vi concorreva con notevole quota di azioni: circa 176.602 di lire 500 ciascuna sul totale di quattrocentomila azioni che erano state emesse. L'Inghilterra non vi aveva alcuna ingerenza; essa aveva già rifiutato in principio la sua partecipazione all'impresa, ma dopo il felicissimo esito di questa, non era riuscita a darsi pace, stando sulle mire in attesa dell'occasione propizia per subordinare l'uso del Canale agli interessi essenziali delle comunicazioni dell'Impero. L'occupazione britannica del Canale. Gelosissima della nuova importante via che era stata aperta al traffico con i tre quarti del suo impero coloniale, amareggiata per essere rimasta estranea all'impresa, la Gran. Bretagna mirò con ogni mezzo ad impadronirsene meditando l'opportunità di effettuare uno dei suoi soliti colpi di mano. Come si sa, l'occasione le venne offerta dagli imbarazzi finanziari di Ismail Pascià, che sperando di salvare il suo paese dal collasso economico, nel 1875 vendette alla Gran Bretagna le 176.602 azioni di lire 500 ciascuna di proprietà dell'Egitto. Dopo questa operazione di carattere finanziario, l'Inghilterra, con la scusa di dover accudire alla sorveglianza dei propri interessi nel canale, s'intrufolò amministrativamente e militarmente nel territorio egiziano con il determinato proposito di stabilmente rimanervi; infatti le sue guarnigioni ancora oggi sono stanziate in Egitto, malgrado il Trattato del 1936 ed i recenti Accordi con l'Italia. Intanto la crisi economica, il malcontento dei contadini che avevano subito ogni vessazione, l'intolleranza dell'esercito e d'ella burocrazia egiziani, che mal sopportavano la ormai aperta ingerenza inglese, culminarono in un sanguinoso tentativo di rivolta capitanato da Araby Pascià e che fu funesto alla libertà dell'Egitto, perché offrì all'Inghilterra l'atteso pretesto di una definitiva occupazione militare. Il momento internazionale era allora favorevole allo sviluppo del progetto di Palmerston in Egitto: Bismark se ne disinteressava, la Francia veniva interpellata, ma assorta come era nelle vicende tunisine, lasciava carta bianca all'Inghilterra; così sul finire del 1882, navi inglesi bombardavano Alessandria e vi sbarcavano truppe, con la scusa di ristabilirvi l'ordine, assicurando che sarebbero state ritirate a pacificazione avvenuta. E' interessante in proposito ricordare che, vuoi perché la maggioranza degli europei trucidati ad Alessandria erano italiani, vuoi perché la Gran Bretagna allora aveva tutto l'interesse di servirsi del nostro Paese nella politica anti-francese che, andava facendo sulle rive del canale e in Egitto, l'Italia era stata particolarmente invitata a partecipare alla spedizione in Egitto; mentre le altre potenze avevano negoziato il loro assenteismo, l'Italia, infrollita di sentimentalismo malgrado le vivaci insistenze del lungiveggente Crispi, che voleva si aderisse all'invito dell'Inghilterra, rispondeva invece con un cortese e sconsiderato rifiuto per bocca dell'allora ministro Mancini, perdendo così la singolare occasione di prender fin da allora valida ipoteca nell'Africa mediterranea in quel sensibilissimo settore. E l'insediamento in Egitto. L'occupazione, così detta temporanea, dell'Inghilterra diventò stabile e definitiva; accanto ad Kedivè venne nominato un Alto Commissario inglese, apparentemente con funzioni consultive, ma in sostanza per esercitare autorità governatoriale, perché i suoi consigli avevano l'efficacia di ordini indiscutibili. Ad onore del vero, l'occupazione inglese giovò all'Egitto specialmente sotto i primi amministratori; Lord Baring e Lord Kroner ne ricostruirono l'ordinamento tributario e le finanze; gli ufficiali inglesi attesero al saldo inquadramento dell'esercito, riorganizzando la polizia e ristabilendo il principio di autorità e l'ordine pubblico; l'industria, i commerci, l'agricoltura, ebbero notevole impulso e rapido incremento con l'impianto di stabilimenti industriali, l'avviamento di bonifiche, opere di irrigazione e costruzione di ponti, dighe, strade e linee ferroviarie, ove tecnici e mano d'opera, ad onore nostro, furono nella quasi totalità italiani. La Turchia, che vantava ancora i diritti nominali di protettorato sull'Egitto, la cui indipendenza però aveva riconosciuto fin dal 1841, per non urtarsi con la regina dei mari, tollerava a malincuore la preponderanza inglese facendo però la sorniona. Ma se la Turchia poteva trovare prudente o conveniente non ostacolare le mire dell'Inghilterra, quello cui garbava punto la coesistenza dei due padroni, entrambi ostici, era proprio l'Egitto, e non trascurava occasione per dimostrarlo attraverso frequenti agitazioni e rivolte. La libertà dell'Egitto. Ma l'Inghilterra non è mai riuscita a raggiungere la tanto agognata maggioranza nella amministrazione del canale; infatti, ancora oggi la Società che gestisce il canale è amministrata da 20 consiglieri francesi e da 10 inglesi. Poche decine di anni ci separano dal 1968, data della scadenza della concessione alla Compagnia francese, e l'Inghilterra avrebbe mirato ad impadronirsi del canale, rivendicando i diritti di sovranità sull'Egitto, e quindi anche sul canale, che le sarebbero stati trasmessi dalla Turchia con la rinunzia al Protettorato, secondo l'articolo 101 del Trattato di Sevres. Vi sono alcune correnti dell'opinione pubblica inglese, che ancora non si sanno rassegnare all'evidenza delle realtà in Egitto, malgrado gli ultimi significativi avvenimenti, che avviano decisamente gli egiziani alla conquista vera e propria della loro piena e assoluta indipendenza. Il miraggio britannico. Prima della decisa affermazione mediterranea e della formidabile presa di posizione degli italiani al di là del canale di Suez, l'Inghilterra, illudendosi ancora di possedere il monopolio d'ogni interesse e il predominio assoluto dei mari, si cullava dolcemente nell'illusione di potersi annettere l'Egitto. Infatti nel fascicolo di dicembre 1927 (abbiamo voluto risalire ad una pubblicazione lontana, per riferirci ed epoca, scevra delle apprensioni e preoccupazioni recenti) della "Quarterly Review", l'On. Mr. Iustice Marshall, in un vivace articolo di critica agli errori e alla longanimità della politica inglese in Egitto dal 1914 al regime Allemby, così si esprimeva : "Presto dovrà venire il tempo in cui saremo costretti ad annettere l'Egitto, per salvaguardare le comunicazioni britanniche con l'Oriente, sulle quali si basa la sicurezza del nostro Impero". Oggi che l'Italia, non più timorosa e timidetta, ma volitiva e temuta ha ricostruito l'Impero di Roma, navigando per quelle stesse acque, tanto care all'Inghilterra, un tale linguaggio sarebbe addirittura pazzesco, ed appunto per questo l'Inghilterra non ci perdonerà mai di avere stroncato i suoi piani. Oggi i traffici e gli interessi prevalenti nostri sono al di là del canale di Suez e non possiamo rimanere indifferenti a quanto accade in tale settore, perché è vitale tanto per noi come per qualsiasi altra potenza che l'internazionalizzazione del canale venga sempre più riaffermata e consolidata. La libertà di navigazione attraverso il canale di Suez è stata riconosciuta fin dall'epoca della concessione; fu precisamente nel 1888 che, potenze grandi e piccole, ugualmente interessate alla nuova via di comunicazione, convennero di internazionalizzarla per impedire fin da allora all'Inghilterra ogni velleità di ulteriori colpi di mano a danno di tutti gli altri popoli. La Convenzione per il libero uso del Canale di Suez. Convenzione per la garanzia del libero uso del canale di Suez (29 ottobre 1888). In nome di Dio Onnipotente Il Presidente della Repubblica francese; S. M. l'Imperatore di Germania Re di Prussia; S. M. l'Imperatore d'Austria, Re di Boemia etc. e Re apostolico di Ungheria; S. M. il Re di Spagna e in suo nome la Regina Reggente del Regno; S. M. la Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda, Imperatrice delle Indie; S. M. il Re d'Italia; il Re dei Paesi Bassi, Granduca di Lussemburgo; S. M. l'Imperatore di tutte le Russie e S. M. l'Imperatore degli Ottomani, volendo consacrare con un atto convenzionale lo stabilimento di un Regime definitivo destinato a garantire in tutti i tempi e a tutte le potenze il libero uso del canale marittimo di Suez, è stata posta alla firma di S. M. il Sultano in data del 22 febbraio 1886 (2 zikadé 1882) che sanzioni le concessioni di Sua Altezza il Kedivé, hanno nominato per loro plenipotenzari... (omissis) i quali dopo lo scambio dei loro pieni poteri, trovato in buona e dovuta forma, hanno convenuto gli articoli seguenti : art. 1. - Il Canale marittimo di Suez sarà sempre libero e aperto, in tempo di guerra come in tempo di pace, ad ogni nave di commercio o da guerra, senza distinzione di bandiera. In conseguenza le alte parti contraenti convengono di non turbare in nessun modo il libero uso del canale, in tempo di guerra come in tempo di pace. Il canale non sarà mai soggetto all'esercizio del diritto di blocco. art. 2. - Le Alte Parti contraenti, riconoscendo che il Canale di acqua dolce è indispensabile al Canale marittimo, prendono atto degli impegni di S. A. Kedivé verso la Compagnia mondiale del Canale di Suez per quanto concerne il Canale d'acqua dolce, impegni stipulati in una Convenzione in data 18 marzo 1883 contenente un esposto e 4 articoli. Esse si impegnano a non intaccare la sicurezza di questo Canale e delle sue derivazioni il cui funzionamento non potrà essere oggetto di nessun tentativo di ostruzione. art. 3. - Le Alte Parti contraenti si impegnano anche a rispettare il materiale, gli stabilimenti, le costruzioni e i lavori del canale marittimo e del canale di acqua dolce. art. 4. - Il canale marittimo restando aperto in tempo di guerra come passaggio anche alle navi da guerra dei belligeranti, ai termini dell'art. 1 del presente Trattato, le Alte Parti contraenti convengono che nessun diritto di guerra, nessun atto di ostilità o nessun atto che abbia per scopo di impedire la libera navigazione del Canale potrà essere esercitato nel canale e nei suoi porti di accesso, come in un raggio di tre miglia marine da questi porti, anche se l'Impero Ottomano fosse una delle potenze belligeranti. Le navi da guerra dei belligeranti non potranno rifornirsi o approvvigionarsi nel Canale e nei suoi porti d'accesso se non nel limite strettamente necessario. Il transito delle dette navi per il canale si effettuerà nel più breve termine in base ai regolamenti in vigore e senza altra ferma che quella risultante dalle necessità del servizio. Il loro soggiorno a Porto Said e nella rada di Suez non potrà superare le 24 ore, salvo in caso di inattività forzata. In tal caso esse saranno obbligate a partire il più presto possibile. Un intervallo di 24 ore dovrà sempre passare tra l'uscita da un porto di accesso di una nave belligerante e la partenza di una nave appartenente ad una Potenza nemica. art. 5. - In tempo di guerra, le Potenze belligeranti non sbarcheranno e non prenderanno nel Canale e nei porti d'accesso né truppe, né munizioni, né materiale da guerra. Ma, nel caso di un impedimento accidentale del Canale sarà lecito imbarcare o sbarcare nei porti di accesso delle truppe frazionate in gruppi non eccedenti 1000 uomini col materiale da guerra rispettivo. art. 6. - Le prede saranno sottoposte sotto tutti i rapporti allo stesso regime delle navi da guerra dei belligeranti. art. 7. - Le Potenze non manterranno nelle acque del Canale (compresi il Lago Trinsha e i Laghi Amari) nessuna nave da guerra. Nei porti d'accesso però di Said e di Suez esse potranno far stazionare delle navi da guerra il cui numero non dovrà eccedere quello di due per ogni Potenza. Tale diritto non potrà essere esercitato dai belligeranti. art. 8. - Gli agenti delle Potenze firmatarie del presente Trattato in Egitto saranno incaricati di vigilare sulla sua esecuzione. In ogni circostanza che minacciasse la sicurezza o il libero passaggio del Canale, essi si riuniranno in base alla convocazione di tre tra di loro e sotto la presidenza del Decano per procedere alle constatazioni necessarie. Essi faranno conoscere al Governo del Kedivé il pericolo da essi riconosciuto perché detto Governo prenda le misure atte ad assicurare la protezione ed il libero uso del Canale. In ogni caso essi si riuniranno una volta all'anno per constatare la buona esecuzione del Trattato. Queste ultime riunioni avranno luogo sotto la presidenza di un Commissario turco; il Delegato kedivale potrà egualmente partecipare alla riunione, e presiederla in caso di assenza del Commissario Ottomano. Essi reclameranno specialmente la soppressione di ogni opera o la dispersione di ogni ammassamento che, su una o l'altra riva del Canale, potesse avere per scopo o per effetto di attaccare e portar danno alla libertà e all'intera sicurezza della navigazione. art. 9. - Il Governo egiziano, nei limiti dei suoi poteri quali risultano dai Firmani e nelle condizioni previste dal presente Trattato, prenderà le misure necessarie per far rispettare l'esecuzione del presente Trattato. Nel caso in cui il Governo egiziano non disponesse di mezzi sufficienti dovrà fare appello al governo imperiale ottomano, che prenderà le misure necessarie per rispondere a questo appello, ne darà avviso alle altre Potenze firmatarie della Dichiarazione di Londra del 17 marzo 1885 e, occorrendo si consulterà con esse al riguardo. art. 10 - Le prescrizioni degli articoli 4, 5, 7 e 8 non costituiranno un ostacolo alle misure che S. M. il Sultano e S. A. il Kedivé in nome di S. M. Imperiale e nei limiti dei Firman, fossero obbligati a prendere per assicurare con le proprie forze, la difesa dell'Egitto ed il mantenimento dell'ordine pubblico. Nel caso in cui S. M. il Sultano e S. A. il Kedivé si trovassero nella necessità di prevalersi delle eccezioni previste dal presente articolo, le Potenze firmatarie della Dichiarazione di Londra ne sarebbero avvertite dal Governo Imperiale Ottomano. E' ugualmente inteso che le prescrizioni dei 4 articoli di cui trattasi non porteranno in nessun caso ostacolo alle misure che il Governo imperiale ottomano crederà necessario prendere per assicurare con le proprie forze la difesa degli altri suoi possedimenti situati sulla costa orientale del Mar Rosso. art. 11. - Le misure che saranno prese nei casi previsti dagli art. 9 e 10 del presente Trattato non dovranno costituire ostacolo al libero uso del canale. Negli stessi casi la costruzione di fortificazioni permanenti elevate contrariamente alle disposizioni dell'art. 8 resta vietata. art. 12. - Le Alte Parti Contraenti convengono con le applicazioni del principio di eguaglianza per quanto concerne il libero uso del Canale, principio che forma una delle basi del presente Trattato, che nessuna di esse cercherà vantaggi territoriali e privilegi negli accordi internazionali che potranno intervenire in rapporto al canale. D'altra parte sono riservati i diritti della Turchia come Potenza territoriale. art. 13. - Al di fuori degli obblighi previsti espressamente dalle clausole del presente Trattato i diritti sovrani di S. M. il Sovrano e i diritti e le immunità di S. M. il Kedivé, quali risultano dai Firman, non sono affatto intaccati. art. 14. - Le Alte Parti contraenti convengono che gli impegni risultanti dal presente Trattato non saranno limitati dalla durata degli atti di concessione della Compagnia mondiale del Canale di Suez. art. 15. - Le stipulazioni del presente trattato non costituiscono ostacolo alle misure sanitarie in vigore in Egitto. art. 16. - Le Alte Parti contraenti si impegnano a portare il presente Trattato a conoscenza degli Stati che non l'hanno firmato, invitandoli ad aderirvi. art. 17. - Il presente Trattato sarà ratificato e le sue ratifiche saranno scambiate a Costantinopoli nel termine di un mese o prima se sarà possibile. In fede di che i Plenipotenziari l'hanno firmato, e vi hanno apposto il loro suggello. Fatto a Costantinopoli il 29 ottobre dell'anno 1888. (Seguono le firme). Gli interessi vitali dell'Italia. L'Italia ha seguito le vicende anglo-egiziane con vivissimo interesse, sia perché essendo la principale interessata nel bacino mediterraneo, deve vigilare onde ogni eventuale modifica del suo assetto non si rivolga a suo danno; sia perché ha dei cospicui interessi economici nell'Egitto cui è legata, da veramente tradizionale e sentita amicizia, sia perché sopratutto il nostro Impero si trova al di là del Canale di Suez e confina con il Sudan. L'indipendenza dell'Egitto ci è cara non soltanto per ragioni sentimentali, ma perché il rafforzamento del suo prestigio e del suo sviluppo nel Mediterraneo, favorisce i nostri interessi, essendo nell'orbita del nostro sistema l'eliminazione di ingerenze estranee in un bacino cosi sensibile del Mare Nostrum. Geograficamente, la posizione dell'Italia costituisce, a preferenza della penisola Balcanica, ponte di passaggio tra l'Europa e l'Africa, sbocco diretto e di smistamento per i prodotti e i commerci egiziani. A sua volta, l'Egitto nella magnifica posizione naturale, alla confluenza di tre continenti e fra i due Mari più navigati, dovrà stringere legami sempre più intimi coll'Italia perché si adagia al centro del nostro sistema imperiale. Cospicue colonie d'italiani, stabilite da vecchia data ad Alessandria ed al Cairo, fanno veramente onore alla Madrepatria, contribuendo in grado non lieve alla ricchezza e allo sviluppo del paese che li ospita, e, che mostra veramente di gradire, il contributo attivo e fecondo dei nostri connazionali, tra cui parecchi occupano posti di responsabilità e di fiducia in ogni campo. Seguire quindi le mosse dell'Inghilterra in Egitto, a scanso di eventuali sorprese a nostro danno, è stato molto utile, avendo noi, in ogni caso, tutto l'interesse di trattare con un Egitto veramente libero e indipendente che con un dominion britannico. L'Egitto ha tutto l'interesse di appoggiarsi all'Italia, senza adombrarsi del maggiore consolidamento della nostra potenza nel bacino mediterraneo; è certo che l'impresa etiopica ha affrettato l'emancipazione dell'Egitto; gli Egiziani sanno di potere contare sulla solidarietà della nuova Italia, che costituirà sempre valida salvaguardia alla integrità e alla libertà del loro paese, offrendo la propria esperienza per il definitivo assestamento della vita politica e sociale e delle attività amministrative e commerciali di esso. Nell'odierna chiarificazione dei rapporti fra l'Italia e l'Inghilterra. lEgitto ed il Canale sono tenuti presenti nell'interesse vitale di entrambe. |