MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA'
COORDINAMENTO REGIONALE
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Egidio Moleti di Sant'Andrea

MARE NOSTRUM

- ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA -

capitolo VIII

LIBERTÀ COMUNALE E RITORNO AL MARE

Libertà comunale e ritorno al mare: Il Feudalesimo — L'emancipazione del Feudo — Decadenza — La nuova economia — I Comuni marittimi d'Italia — L'affermazione di Venezia — L'espansione verso Oriente e le città italiane nelle Crociate.

La società Medioevale era caratterizzata dal sistema feudale, introdotto in Italia con le dominazioni barbariche. I conquistatori ripartivano le terre fra i loro compagni, assegnandone maggiore o minore quantità, secondo il grado e le benemerenze dei concessionari; per un certo tempo la proprietà fondiaria ondeggiò fra l'uno e l'altro padrone, poi cominciò a stabilizzarsi sotto il dominio dei Longobardi, i quali furono i primi ad effettuare una vera e propria suddivisione territoriale col sistema feudale. Ogni longobardo aveva avuto il suo pezzo di terra, divenendone legittimamente proprietario, spodestandone il precedente padrone ed obbligando il contadino a coltivarla, senza che questi potesse in alcun modo riscattare la sua condizione di servo della gleba; più tardi, per la naturale evoluzione della proprietà fondiaria, molti longobardi rimasero senza terra ed essendo al servizio del monarca volevano pur essere ricompensati ed andarono formando la nuova classe dirigente, fra cui il Re finché ne ebbe la disponibilità andò ripartendo altre terre che si era riservato come fondo particolare della corona. Quando poi lo Stato longobardo fu governato dai Re cattolici, questi per favorire la chiesa, con essa il Papa, fecero munifiche donazioni di terre all'episcopato romano, suscitando il malcontento dei signori longobardi che si vedevano togliere quanto era ritenuto di loro giusta pertinenza; maturò allora l'idea di impadronirsi delle terre dell'imperatore d'Oriente per una nuova ripartizione, proponendosi anche di presidiare i territori conquistati attraverso la fedeltà e l'attaccamento alla corona dei nuovi feudatari. La Chiesa, come abbiamo visto frustrò il disegno longobardico, intravvedendovi il pericolo che non le sarebbe stata riconosciuta la famosa donazione di Costantino; infatti la concezione del regno romano-longobardo era totalitaria, non ammettendo soluzione di continuità e l'incunearsi di una potenza territoriale estranea proprio nel cuore di essa, in quella Roma che era pur sempre la suprema aspirazione di tutti. Per impedire una tale unificazione, verso la quale erano propensi feudatari e popolo, Papa Stefano II si era rivolto a Carlo Martello, lo strenuo difensore del cattolicesimo contro gli assalti dei Saraceni di Spagna, invitandolo ad usurpare i diritti della dinastia longobarda ottenendone in cambio il riconoscimento della sua sovranità temporale e la concessione di privilegi giurisdizionali e territoriali immensi. Sorse così lo stato della Chiesa che comprendeva l'Esarcato di Ravenna e il Ducato Romano, di cui il Papa era signore territoriale di fatto, dal momento che l'imperatore non aveva mai fatto alcuna rinuncia di sovranità, essendosi limitato soltanto a non nominare un suo luogotenente a Roma.

Il Feudalesimo.

Applicando il sistema feudale, i Carolingi spossessarono delle loro terre quasi tutti i longobardi, spartendole fra i propri fidi compagni, cosicché al dominio dei Duchi longobardi, subentrò quello dei nuovi padroni, i Conti Franchi. Il principio nuovo che informò l'organizzazione feudale dei Carolingi fu quello di irradiare per tutto il territorio conquistato i fidi compagni del Re che in corrispettivo del beneficio ottenuto si obbligavano al vassallaggio, cioè alla corresponsione di particolari servizi, e principalmente il servizio militare a cavallo, cui erano tenuti tutti i proprietari terrieri, i quali per le continue guerre non erano stati in grado di poter coltivare i propri fondi, e si trovarono costretti a cederle a grandi feudatari mettendosi sotto la loro protezione per sottrarsi agli obblighi diretti verso lo Stato e particolarmente al dispendiosissimo servizio militare a cavallo; costoro andavano ad ingrossare le file dei piccoli fittavoli liberi, i cosiddetti livellari, vincolati alla economia padronale per le imposte ed i tributi cui si erano spontaneamente obbligati. E' da notare altresì che i Carolingi per subordinare a loro volta la politica della Chiesa ai loro fini, avevano adottato il sistema di vincolare l'interesse dei Vescovi Cattolici alle sorti del Regno Franco, distribuendo a preferenza fra essi, dignità e cariche, privilegi e beni; accanto alla nobiltà franca ed italiana, vennero messi così in evidenza gli alti dignitari ecclesiastici, che vincolati al Monarca del comune interesse al possesso della terra, contribuivano a potentemente rinsaldare fra loro le diverse parti dell'Impero.

I beni ecclesiastici raggiunsero in breve tempo immense estensioni, anche per la tendenza accentratrice della Chiesa, ma particolarmente per le spontanee cessioni del loro fondo da parte dei piccoli possidenti, che per le ragioni testé enumerate, trovavano più vantaggioso mettersi sotto il patronato delle Chiese; la classe dei livellari andava così aumentando, contrapposta, assieme alle categorie minori dei lavoratori della terra, a quella dei signori terrieri che sovraintendevano su tutti. Ora, mettersi sotto il patrocinio delle Chiese, significava la possibilità di potere conservare appieno i propri diritti per riflesso degli enormi privilegi che erano stati concessi agli alti dignitari ecclesiastici.

Per plasmare i poteri locali attraverso — diremo oggi — il decentramento amministrativo, i Carolingi attribuirono ai loro feudatari le più ampie attribuzioni nell'ambito della terra di cui potevano disporre; i feudatari, quali rappresentanti del Re nella rispettiva giurisdizione territoriale, ne divennero di fatto i signori assoluti, in guisa che i sudditi anziché essere in rapporto diretto con la Monarchia ne vennero costantemente tenuti separati dai signori feudali, che finirono con l'esercitare in proprio i poteri statali. L'esercizio di tali poteri fece sì che col tempo i feudatari si impadronirono dei loro possedimenti, al punto da dimenticare che erano stati concessi pro-tempore, attribuendosene diritto di proprietà incondizionata, pretendendo disporne per trasmissione ereditaria, venendosi così ad accentuare la tendenza sempre più spiccata all'assoluta emancipazione dall'autorità suprema. Il privilegio della immunità, che all'epoca carolingia aveva raggiunto il maggiore sviluppo, essendo stato esteso indistintamente alle chiese ed ai conventi tutti ed in altri luoghi e casi eccezionali, aveva contribuito a favorire ed affrettare lo sviluppo autonomo del regime particolaristico, costituendo di fatto degli Stati nello Stato. Le contingenze locali e l'economia chiusa di ogni feudo avevano fatto sì che dappertutto le autorità locali si anteponessero all'autorità centrale, cui in un certo momento presero la mano, emancipandosene del tutto.

L'emancipazione del feudo.

Vero che il Re aveva il diritto, e lo esercitava sempre più, di nominare vescovi ed abati malgrado ogni divieto canonico, ma questa prerogativa non era più sufficiente a controbilanciare la potenza economica e politica delle grandi proprietà ecclesiastiche ormai precostituite, e soprattutto il diritto di investitura dei conti franchi, sfuggito di fatto all'autorità statale attraverso la tolleranza alla trasmissione ereditaria dei feudi, ormai entrata in uso per diritto consuetudinario. Se un tale stato di cose, nocque all'autorità statale per i contrastanti interessi dei vassalli, tutte le volte che il potere regio esercitandosi, si scontrava con essi, distruggendo il principio unitario che l'organizzazione romana prefeudale non aveva affatto intaccato, fece germinare però l'idea delle libertà comunali, maturatasi nel tormento e nelle lotte del feudalesimo. I più grandi feudatari, specialmente quelli delle località, ove nell'interesse della difesa del territorio, il potere era tutto accentrato nelle loro mani, diventarono presto potenti al punto che i vicini si affidavano alla loro protezione quando non capitava addirittura che le loro terre venissero annesse; si costituirono così delle vere e proprie dinastie ereditarie, veri Stati sovrani che finirono con lo schierarsi apertamente contro l'Imperatore. Ma i litigi erano frequenti fra i feudatari stessi, mancando in principio un'intesa qualsiasi fra loro, non politica perché ciascuno badava al proprio tornaconto, né economica perché il regime economico della signoria fondiaria era fondato su basi rigidamente autarchiche, separata dalle altre aziende agricole con le quali non aveva nulla da scambiare bastando tutte a se stesse.

Decadenza.

Anche questa fu una delle non ultime ragioni che ostacolò la fusione degli elementi sociali dello Stato, determinando la decadenza dell'Italia come entità statale a sé, anche quando l'Impero riusciva a prolungare la sua vacillante dominazione, ravvivando le rivalità fra i feudatari e l'antagonismo fra costoro ed i poteri della Chiesa, interponendosi poi come arbitro e prevalendo sempre, ancora per un certo tempo sulle tendenze particolaristiche di entrambi. Va rilevato che mentre i feudatari si preoccupavano solo del loro vantaggio personale, estranei, anzi quasi nemici gli uni agli altri; i dignitari ecclesiastici nella loro tendenza particolaristica obbedivano ad una potenza estranea, che aveva la pretesa di assoggettare la stessa autorità imperiale. I Carolingi avevano dato troppo alla Chiesa, per ingraziarsela a causa della ambita incoronazione ad imperatore dalle mani del Papa, e ad un certo punto, la rinunzia del potere centrale era stata tale a favore dei poteri locali della Chiesa, da rimanerne addirittura sopraffatta. La congiura e la rivolta dei valvassori, che assieme ai dipendenti dei feudi ecclesiastici si sollevarono contro il dispotismo delle signorie vescovili in Lombardia, portò all'energico intervento ed alla radicale riforma di Corrado che ebbe valore fondamentale per il corso degli ulteriori avvenimenti nell'Italia medievale, perché ripristinò la libertà ed i diritti dei poteri laici contro l'esclusivismo intransigente della Chiesa, stroncando lo smisurato potere d'ella Chiesa.

La nuova economia.

Il principio autarchico, su cui era imperniato fin dalle origini la vita delle collettività nel raggio delle proprietà fondiarie, influì allo sviluppo delle comunità autonome, entro i limiti delle quali si consumava presso che tutto quello che si produceva senza curare alcun rapporto con i raggruppamenti fondiari viciniori.

Si andarono costituendo i caratteristici Comuni medievali, a perfetta somiglianza l'uno dell'altro per l'identificazione economica a circuito chiuso, legata dappertutto alla produzione della terra, unica fonte della ricchezza, che alimentava gli scambi, economicamente trascurabili dell'alto Medio Evo. Quando, più tardi, le città marinare, che importavano generi di prima necessità, come il sale ed altri prodotti, intavolarono i primi rapporti di scambio con gli agglomerati urbani e rurali delle regioni interne della penisola, il commercio andò propagandosi e sorsero un po' dappertutto dei ceti di liberi senza terra, dediti allo scambio dei prodotti che gettarono le basi di una nuova economia. Le città, uscirono così a poco a poco dalla chiusa cerchia delle barriere economiche, proprie del sistema feudale: il ceto mercantile si fece avanti, i rapporti fra una città e l'altra andarono sempre più intrecciandosi, si organizzarono mercati e fiere periodiche per incrementare meglio i rapporti con grande vantaggio soprattutto delle città marinare, che importavano la varietà dei prodotti di oltremare ed esportavano i prodotti della terra scambiati dalle città interne, attraverso lo svolgimento di una lucrosissima attività mercantile.

I Comuni marittimi d'Italia.

Dalle prime invasioni barbariche fino all'ultimo periodo della dominazione Longobarda, l'economia e la costituzione sociale politica dell'Italia erano rimaste infeudate esclusivamente alla terra; fu soltanto dopo i contatti con i Bizantini che, di pari passo al profondo rivolgimento politico, seguì l'evoluzione sociale ed economica verso i liberi Comuni. Prima, il potere era nelle mani di chi disponeva della terra in proprio o per mandato dell'Imperatore, in seguito furono i commercianti più ricchi che si costituirono in giunte comunali per reggere la cosa pubblica nella necessità di tutelare meglio i propri interessi che andavano identificandosi con quelli del Comune. In questo trapasso di poteri e di funzioni, le città marinare precorrettero le altre; in esse, infatti più rapido era stato il processo di trasformazione, perché per la loro stessa configurazione geografica sul mare e per la scarsa disponibilità di terra coltivabile erano state portate istintivamente al commercio marittimo e agli scambi con le città del retroterra. Il libero ceto mercantile, ebbe così subito la prevalenza su qualunque altra categoria di cittadini; accanto allo sviluppo dei traffici e dei commerci, ebbero per forza di cose, incremento le attività artigiane, sia per migliorare gli oggetti di scambio, sia per trasformarli e adattarli ai diversi usi; sorsero così altre categorie di liberi, che diventarono ceti influenti nelle costituende città, quest'ultimi specialmente in quelle interne come in Lombardia, in Emilia, in Toscana.

L'affermazione di Venezia.

Fra le città marittime, prima ad affermarsi fu Venezia, allora a cavallo fra l'Impero d'Oriente e l'Impero d'Occidente, da essa collegati con i suoi traffici marittimi d'importazione e d'esportazione: Venezia diede la spinta allo sviluppo del commercio di tutta l'Italia settentrionale e spingendosi, attraverso i fiumi e i canali per tutte le città dell'interno fino a Cremona, a Pavia, e alle porte di Milano, ne divenne la monopolizzatrice. Venezia fu la prima a darsi una libera costituzione: durante le invasioni barbariche era rimasta fuori del raggio d'azione degli invasori e li aveva tenuto a bada per la importanza marittima, cui era subito ascesa come scalo da dove provenivano prodotti indispensabili che altrimenti non si sarebbero potuti procurare. Per questo, Venezia, aveva goduto di una certa libertà ed autonomia, avvantaggiandosene nell'incremento della sua ricchezza e della sua potenza. I suoi Dogi, che dapprincipio venivano nominati nelle persone dei commercianti più ricchi della città, si erano procurati concessioni e privilegi, appalti e monopoli, garantiti da veri e propri trattati conclusi con Principi e Imperatori, sicché, quando lo stesso impero bizantino rivendicò i suoi diritti anche sull'Italia settentrionale, Venezia venne trattata quasi Come una potenza indipendente, più da alleata che da sottomessa. La grande Repubblica doveva le sue antiche origini ad un pugno di uomini liberi, che, fin dal 457 d. Cr., al tempo dell'invasione degli Unni di Attila, si erano rifugiati fra gli isolotti adriatici, organizzandovisi fortemente per difendersi e procacciarsi la vita in così angusto spazio di terra; i suoi ordinamenti furono severi ed autoritari, perché dopo breve esperimento di costituzione democratica, tutti i pubblici poteri, fin dal 697 d. Cr. vennero assommati nelle mani del Doge (Dux) assistito da una signoria e dal famoso Consiglio dei Dieci. In forza di un tale regime autoritario, Venezia, poté ascendere al più alto fastigio e conservarsi indipendente per parecchi secoli, fino all'eroica sua caduta sotto la dominazione austriaca nel 1849, dopo alterne vicende di libertà e di dominazione straniera, durate dal 1797 al 1848, ultima fra le città italiane epicamente insorte nella epopea del Risorgimento, finalmente annessa all'auspicato Regno nel 1866. Dopo essersi sottratti al dominio dei Longobardi, che li avevano scacciati dalla terraferma, i Veneziani approfittarono della rivolta contro l'Impero d'Oriente per conseguire del tutto la loro indipendenza e fortificarsi specialmente nel mare, ora che da parte della terraferma non aveva nulla da temere. Nella lotta contro gli Slavi ed i Saraceni, Venezia spazzò l'Adriatico dei suoi avversari, muovendo con successo alla conquista di tutto il litorale dalmata ed estendendo il suo dominio fino alla valle di Comacchio, dominando da lì l'imboccatura di quello che poi diventò il suo mare.

L'espansione verso Oriente e le città italiane nelle Crociate.

Non c'è città dell'Oriente ove non si ritrovino le vestigia di Genova o Venezia, dalla Penisola Balcanica all'Anatolia, all'Asia Minore, da Rodi alle Isole dell'Egeo, da Cipro a Creta, dalla Siria alla Palestina, dal Bosforo fino ai più lontani porti del Mar Nero, ovunque sono mura, sono castella, sono chiese, sono statue, sono pietre miliari che ricordano perennemente nei secoli che per quelle strade, che in quelle contrade è passata, si è fermata la nostra civiltà.

Tutta la storia delle Crociate ha per sfondo la potenza navale delle repubbliche italiane; sono le flotte di Genova, Venezia, Pisa ed Amalfi che scorteranno i trasporti dei crociati nella navigazione attraverso il Mediterraneo Orientale; sono ancora queste repubbliche che apporteranno il soccorso delle loro navi ai Re latini, signori delle Isole levantine e che presidieranno il Mediterraneo dall'Egeo all'Adriatico per immunizzarlo dalle invasioni corsare dei barbareschi infedeli. Mentre in terra di Spagna si combatteva ancora accanitamente per liberare l'ultimo lembo della penisola iberica rimasta alla occupazione musulmana, nei Luoghi Santi la lotta epica e cruenta riprendeva accanitamente fra i Cavalieri della Santa Croce e i seguaci della Mezza Luna; si rinnovavano le grandi spedizioni delle Crociate per la liberazione del Santo Sepolcro.

L'Italia, come abbiamo visto, non rimase estranea a questo moto di propulsione verso il Mediterraneo Orientale, la nostra penisola fu anzi quartier generale di tutte le spedizioni cristiane che decisero ancora una volta il corso della civiltà; tutte le città italiane gareggiarono in una emulazione senza pari a fornire alle Crociate i più bei nomi della nobiltà e del censo, mentre gli ordini religiosi, soprattutto francescani e domenicani diedero rilevantissimo numero di missionari della fede che con la parola di Cristo propagarono la civiltà, i costumi, gli usi del nostro Paese, insegnando ovunque ad amarlo e rispettarlo.

A grandi linee ecco in sintesi le tappe più importanti della storia delle nostre Repubbliche Marinare, che da sole tennero il mare e lo dominarono incontrastate, arrischiandosi in fortunose e fortunate navigazioni fino ai porti fino allora ignoti del vicino, del medio ed estremo Oriente; non avevano competitori in Europa i nostri Signori del mare, perché la Francia non aveva mai avuto una grande flotta e l'Inghilterra apprendeva pressoché verso la fine del 1400 l'arte del navigare dal genovese Giovanni Caboto; nel Mediterraneo comunque, vero lago italiano, neanche la Spagna aveva rilevante personalità. Solo le città italiane, che si erano andate formando, si può dire da sole per forza d'inerzia, nelle necessità di difesa e d'offesa suggerite loro intuitivamente dalla loro stessa posizione marinara, avevano attinto dal mare e per il mare la ragion d'essere della loro esistenza, e non soltanto ai fini militari o strategici, ma soprattutto per l'essenza stessa della loro vita nei traffici, nei commerci, negli scambi attraverso la navigazione e la colonizzazione.

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