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Egidio Moleti di Sant'Andrea

MARE NOSTRUM

- ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA -

capitolo VII

L'ISLAM NELLA STORIA DEL MEDITERRANEO

L'Islam nella storia del Mediterraneo: L'Italia e l'Islam — Che cosa è l'Islam — Origini storiche degli Arabi — Decadenza e miseria delle genti Arabe — I bisogni degli Arabi e il Credo di Maometto — La vita di Maometto — La rivelazione profetica — L'espansione Araba sotto la spinta dell'Islamismo — La successione di Maometto — L'Islamismo in Persia — Il Califfato e le grandi conquiste — La Guerra Santa — La conquista della Sicilia — Il sacco di Roma nel frazionamento deleterio delle forze italiane.

Se ogni buon cattolico nega il profetismo di Maometto, lo storico e lo studioso devono ammetterlo e identificarlo nella necessità di propagazione di una credenza che adattata ad un popolo rozzo ed ignorante, abbisognava appunto di qualche cosa di sovrannaturale, dell'impulso di un comandamento divino di cui Maometto si sarà autoinvestito per imporre senza discussioni le nuove idee ai suoi conterranei.

L'Italia e l'Islam.

L'Italia è oggi non soltanto una potenza coloniale soddisfatta, ma anche una potenza direttamente interessata nel mondo islamico, sia per i diversi milioni di musulmani che sono divenuti nostri sudditi, sia soprattutto perché nel Mare Nostrum la questione islamica è strettamente connessa ai nostri interessi e dobbiamo sorvegliarne l'evoluzione per impedire che Potenze estranee al sistema mediterraneo prevalgano sui musulmani che hanno al loro attivo parecchi secoli di civiltà, una confidente dimestichezza con l'Italia ed una sincera ammirazione per Mussolini ed il Fascismo.

In Italia, prima della Guerra libica, le cognizioni sull'Islam erano assai superficiali, e mi ricordo che qualche anno fa S. E. De Martino accennando, in una sua brillantissima conferenza, alla fatica che bisognava fare per creare il pretesto ufficiale all'occupazione della quarta sponda d'Italia, citò degli aneddoti, che rivelarono come, per la maggior parte del popolo italiano, l'Islam fosse ancora avvolto di ineffabile e pauroso fascino nel ricordo delle invasioni saracene, delle cavalleresche crociate e delle fantastiche "Mille e una notte".

Che cosa è l'Islam.

L'Islam è effettivamente una miniera di sensazioni in una fantasmagorica tavolozza di colori, ove tutto il turbolento, immaginifero, pittoresco mondo arabo ed orientale vi è rappresentato; consiste oggi nel credo di circa trecento milioni di individui, distribuiti prevalentemente in Asia ed in Africa, nel Continente Europeo in Turchia, nella Penisola Balcanica e nella beatissima Unione, — rossa o russa, è lo stesso — delle repubbliche sovietiche. Come si vede trattasi di una entità, per lo meno numericamente rispettabilissima, che, a considerarla solo sotto l'aspetto quantitativo occupa il terzo posto fra le religioni del mondo dopo la cristiana e la buddista; messa di fronte alla religione cattolica apostolica romana, la quale ci interessa agli effetti della seconda universalità di Roma, raggruppa un numero di seguaci corrispondente ad oltre i tre quarti di essa.

Chi sono questi seguaci dell'Islam? Come si è andato formando il loro credo? La spiegazione va ricercata, risalendo fin nella oscura notte dei secoli. Infatti per rendersi conto del prodigioso e rapidissimo sviluppo di questa caratteristica religione è necessario risalire alle origini, ai precedenti storici lontanissimi del popolo arabo, da cui uscì il profeta e l'apostolo, l'aedo e l'artefice del nuovo credo della sua gente, Maometto, che con il Corano e con la spada diffuse ed impose l'islamismo!

Origini storiche degli Arabi.

Maometto predicò, combatté e vinse per il suo popolo sollevandolo dallo stato di grande abbiezione in cui era rimasto in parecchi secoli di oscurantismo e di miseria dopo avere avuto antichissimo splendore di civiltà. La gente araba fa parte della stirpe semitica che ebbe a capostipite Sem, figlio del patriarca Noè; stirpe prediletta, a differenza della razza camitica, discendente di Cam e che andò a popolare l'Africa dopo il crollo della babelica torre. Cam sarebbe stato maledetto, — sempre secondo la Bibbia — dal padre, Noè, indignato per esserne stato deriso mentre ignudo ed ubriaco giaceva sotto un albero, non certo in una delle più composte posizioni e nemmeno dando esempio edificante. Maledizione questa, con cui la Bibbia ha voluto significare che i figli non debbono mai erigersi a giudici dei propri genitori, mentre con la punizione di Cam, colpito nella maledizione al discendente Canaan, ha sancito l'altro principio terribile che le colpe dei padri ricadono sui figli; Canaan infatti fu colpito nella prole (allora la prole si contava a centinaia e centinaia di figli) che dalla Palestina fu costretta a migrare in Africa per venirne scacciata dopo qualche secolo. Ma, ritornando a Sem per non perdere il filo, perché di Cam, di Canaan, degli ebrei e della Palestina ci occuperemo più tardi, esaminiamo un po' chi erano questi semiti; essi ebbero stanza in tempi remotissimi, in quel tratto dell'Asia che si distende tra il Levante Mediterraneo, il Golfo Persico e il Mare Arabico e precisamente in un territorio che dall'Alta Mesopotamia al confine dell'Armenia discendeva lungo i due grandi bacini del Tigri e dell'Eufrate, prolungandosi attraverso il deserto della Siria, fino alla Siria stessa e da qui, dipartendosi fino alle coste del Mediterraneo, comprendeva la terra di Canaan e al di là di questa, tutta la sconfinata penisola arabica. Ivi presero il nome di arabi, discesero lungo il Levante e si spinsero in Africa, ove conquistarono l'Etiopia, mentre, attraverso una delle loro genti più intraprendenti ed avventurose, i fenici che furono navigatori e colonizzatori insigni, dominarono le coste dell'Africa fondando Cartagine e restando signori incontrastati del Mediterraneo prima del secolare duello con Roma.

Questi conterranei degli arabi sia che ebbero nome di Assiri o di Babilonesi, di Siri o Israeliti, di Fenici e di Arabi propriamente detti, ebbero civiltà antichissima ed incomparabile in grandezza di sapere, di lettere e d'arti; basti ricordare la leggendaria Ninive, il favoloso regno di Babilonia, le meraviglie del regno d'Israele dai tempi di Davide a quelli dei Salomonidi, la copiosissima letteratura ebraica dell'antico testamento e la dottrina illuminata dei padri della Chiesa siriaci nei primi 8 secoli dell'era cristiana. Una discendenza da tanti magnanimi lombi fu leva irresistibile per risvegliare il senso atavico del popolo arabo, allorché Maometto venne a scuoterli dal pesante ed avvilente letargo dei secoli.

Perché, si trovavano gli arabi ridotti così in basso, all'epoca in cui Maometto cercò e riuscì di rielevarli ridando ad essi una missione ed uno scopo, uno spirito ed un credo?

Decadenza e miseria delle genti arabe.

Già decadute, durante il dominio di Roma all'apogeo dell'Impero, le genti arabe scisse in una infinità di autocratici minuscoli regni nell'Arabia meridionale, dedite in gran parte alla vita nomade nell'Arabia settentrionale, finirono poi con il rimanere asservite ora ai Re persiani, ora all'Imperatore di Bisanzio, fornendo spesso milizie mercenarie ad entrambi e decadendo sempre più nel depauperamento delle loro terre abbandonate ed incolte, sminuzzando gli odi e le vendette non più soltanto tra tribù e tribù, ma addirittura fra i membri di una stessa famiglia, tramandando i rancori di padre in figlio con foia di sterminio, in guisa che stragi sanguinosissime succedevano alle stragi, senza interruzione e per qualunque motivo, anche il più futile.

Fra tanta miseria, solo alla Mecca prosperava un nucleo di mercanti che speculavano sui pregiudizi e i bisogni della massa araba, traendo pretesto dalla conservazione di un culto che traeva origini bibliche nella tradizione giudaica d'Habram, (Abramo), al quale si faceva risalire la costruzione della Kaaba. Era la Kaaba, la casa di Dio, per la quale gli arabi tutti professavano un curiosissimo culto in epoca preislamica, un culto misto di idolatria e di monoteismo.

Nella Kaaba si adorava la pietra nera, che secondo la tradizione sarebbe caduta dal cielo come segno tangibile di predilezione divina. Fatto sta che alla Mecca affluivano da tutte le parti del inondo arabo, le genti nelle fiere annuali, famose per gli scambi di quei tempi e costituivano una vera e propria tregua nelle agitazioni e nelle lotte. Con il pretesto di favorire il culto della Kaaba, i mercanti della Mecca sfruttavano gli arabi che vi provenivano da ogni parte, mentre fra le loro caste dominatrici si riattizzava l'antagonismo, si ravvivavano le lotte per il possesso e la custodia del tempio fonte di tante ricchezze. Il contrasto fra l'opulenza dell'aristocrazia della Mecca e la miseria dell'immenso territorio sinaitico deserto ed inospitale era spaventoso; la grande massa di arabi era costretta a stentare la vita, disputandosi le scarse risorse disponibili e in continua guerriglia fra di loro nella disperata lotta per l'esistenza.

I bisogni degli Arabi e il Credo di Maometto.

Così gli arabi bellicosi e violenti per istinto, esuberanti e barbari per ristrettezza di vita e di ambiente, ma potenzialmente idonei ad ascendere a luminoso avvenire, non aspettavano che l'avvento di un grande capo capace di risvegliarne l'avito orgoglio di razza, rilevandone lo spirito alla luce di un ideale, schiudendo loro il varco di un nuovo mondo, ove avrebbero potuto trovare potenza, ricchezza e benessere.

Il capo che seppe mirabilmente riattizzare la bragia sotto la cenere, fu appunto Maometto; egli fu soprattutto, e prima ancora che fondatore di religione, un grande agitatore politico, un vindice del suo popolo, un lottatore, un guerriero, un patriota, un razzista anzi! La religione servì a lui in funzione delle finalità che si proponeva di raggiungere propagandando la credenza in un ideale superiore, presentandosi alla sua gente come investito da divina predestinazione, per elevarla moralmente, socialmente, politicamente.

D'altro canto nessun credo vero animava la gente araba; per la maggior parte scettica, senza idee religiose, superstiziosa e fatalista, idolatra ed atea, di rado monoteista, in qualche sopravvivenza pagana, nel complesso indifferente, rappresentava un terreno difficile, ma nello stesso tempo favorevolmente predisposto ad assimilare la predicazione di Maometto e adottarne i principi, che si distaccavano dalle sue pratiche abituali, schiudendo ad ogni arabo un nuovo mondo, delle nuove aspirazioni e principalmente dando a ciascuno la coscienza della propria individualità nel risveglio della razza. Grande riformatore perciò Maometto anche nel campo politico e sociale, anzi in questo campo; egli rieduca, rianima, rieleva gli arabi unificandoli nella sola maniera possibile, e cioè richiamandosi al concetto di razza, alla predestinazione di un passato luminosissimo, colpendo la loro fantasia immaginifera e facilmente suggestionabile, presentandosi loro come il profeta, inviato da Dio per redimerli.

Maometto conosce a fondo la storia del suo paese, ha studiato profondamente la psicologia della gente della sua terra, ha rilevato le profonde lacune che ne ostacolano il vivere sociale e civile, si è reso conto dello stato di spaventosa ignoranza in cui quasi tutta la sua gente è decaduta e si accinge, con coraggioso apostolato, a studiarne le cause ed i rimedi nell'intento di amalgamarne la forza bruta elevandola a fine di bene. Contatti con i Giudei di Hiatrhib gli avevano schiusa la mente a concetti religiosi monoteisti, attinti alla tradizione giudaica, mentre i suoi viaggi fra le tribù cristiane della Siria lo avevano illuminato benché non profondamente sulla religione di Cristo, dimodoché in circostanze particolarmente favorevoli Maometto poté accingersi a gittare le fondamenta di una nuova religione, per riportare sulla antica strada gli arabi, riuscendovi pienamente, perché il popolo era stanco, dissanguato, anelante di una guida, voglioso di un credo e si lasciò condurre docilmente per mano. Così si spiega come il popolo arabo vissuto fino al VII secolo, presso che ignorato dal resto del mondo, tagliato fuori dalle vie della civiltà nello sconfinato deserto ove trascorreva la sua primitiva e barbara esistenza, poté balzare d'un tratto a protagonista, e per parecchi secoli, della civiltà mediterranea nella leggendaria cavalcata dell'Islam che lo mise a tu per tu in terra d'Europa, oltre che nel Mare Nostrum con la civiltà latina e romana, cristiana e cattolica.

Quale forza misteriosa, quale impeto irresistibile aveva sospinto d'un tratto la gente araba sulle strade degli altri popoli, alla leggendaria conquista di un impero sterminato che, nel volgere di poco più di mezzo secolo, la fece dominatrice di un territorio che andava dal Caucaso al Sahara, dal Gange al Tago, fino a straripare irresistibilmente e paurosamente in Europa, ivi contenuta poi nell'epopea di trenta generazioni dai figli della gloriosissima Spagna, in quella terra, martoriata, anche oggi eroicamente destinata a sostenere e contenere l'urto di una barbarie turpe, abbietta, innominabile, ancora e sempre nel nome di Roma, che non si piega né si spezza, ma lotta, soffre, resiste e vince sempre, perché Dio lo vuole!

La gente araba, infanatichita dall'esempio di Maometto, tipica figura di profeta-guerriero, che divulgava con la spada, e col Corano il nuovo credo, nella suggestione di essere stata predestinata alla guerra santa per la salvezza e l'assoggettamento del mondo, era passata di successo in successo, di conquista in conquista diventando per un certo tempo padrone del bacino mediterraneo.

La vita di Maometto.

Nacque Maometto il 20 aprile del 570 dopo Cristo; egli discendeva dalla famiglia dei Quoreisciti, che aveva occupato una posizione di primissimo rango alla Mecca quale custode del santuario della Kaaba; secondo la leggenda musulmana un indovino avrebbe predetto la sorte divina di Maometto ed al momento della sua nascita in Persia sarebbe tremato il suolo, mentre il fuoco sacro, che ardeva da mille anni nel tempio di Zoroastro, si sarebbe d'un tratto spento, simboleggiando così il trionfo della nuova religione di Maometto, cui si sarebbe poi innestata.

L'infanzia di Maometto fu povera ed oscura, lo stesso può dirsi della sua prima giovinezza, caratterizzata anzi da scarsa vocazione allo studio, eccettuatane solo l'indagine sulle origini e le condizioni della sua gente.

A ventiquattro anni Maometto entrò nella vita sociale del suo tempo, dando prova di saggezza e di buon senso tali che ne acquistò subitanea popolarità; passò poi a nozze con una facoltosa vedova Khàdigia. e questo matrimonio segnò la svolta decisiva della sua vita perché gli consentì di attuare le idee da tanto tempo maturate; soltanto a quarant'anni, egli si determinò a trasformare il suo moto riformatore in una rivelazione religiosa; ormai aveva studiato a fondo il popolo e l'ambiente ed era giunto il momento di operare a fondo; l'alta reputazione che egli godeva alla Kaaba, gli agevolò grandemente il compito, mettendolo a contatto della massa dei pellegrini, che vi affluivano dalle più lontane regioni dell'Arabia. Maometto aveva constatato direttamente quanta abbiezione vi fosse nell'idolatria e nei costumi barbari e rozzi della sua gente; egli aveva soprattutto compreso con acuta intuizione psicologica quali fossero i sentimenti, cui avrebbe dovuto fare appello per indurre la sua gente a seguirlo nelle nuove idee e nelle nuove dottrine.

La rivelazione profetica.

Secondo la tradizione islamica, in una notte del 610 durante il mese di Ramadan, Maometto avrebbe avuto la visione dell'Arcangelo Gabriele che gli avrebbe detto: "O Maometto tu sei l'Apostolo di Dio e io sono Gabriele ", e ripetutamente poi gli avrebbe mostrato un drappo verde con l'impronta delle fatidiche parole; per questa rivelazione fondamentale Maometto si sarebbe fatto Profeta, stillando i primi concetti della nuova fede secondo i princìpi che già da tempo aveva elaborato, come meglio aderenti alle condizioni ed ai bisogni spirituali e morali, nonché umani, materiali e fisici del suo popolo.

Invasato di profetismo Maometto iniziò le conversioni cominciando da sua moglie, ma in principio non uscì dalla cerchia della parentela. Più tardi, la rumorosa conversione di un potentissimo personaggio decise il Profeta alle conversioni in massa, perché si portò con pochi seguaci alla Kaaba a proclamarvi falso e sacrilego il culto di quegli idoli. Come Gesù Cristo, che subì l'insulto di Scribi e Farisei e la persecuzione della casta giudaica plutocratica, anche Maometto, nelle debite ridottissime proporzioni della sua personalità, ebbe a subire analogo trattamento da parte di tutti gli impostori, che alla Kaaba alimentavano e sfruttavano l'ignoranza e la superstizione degli arabi: Maometto venendo ad urtare le posizioni precostituite dei trafficanti della Kaaba, trovò nella setta dei Quoreisciti che allora spadroneggiava alla Mecca, la sua peggiore nemica.

Dapprima i Quoreisciti, con doni ed offerte di denaro avevano tentato Maometto a rinunciare alle sue idee; preoccupati della crescente popolarità del Profeta gli inibirono poi l'accesso alla Kaaba, ma intanto gli echi della sua predicazione si erano ripercossi ovunque attraverso la spontanea propaganda dei pellegrini di ritorno dalla Mecca.

Il movimento rivoluzionario andava prendendo proporzioni preoccupanti ed i Quoreisciti, visto che con le allettevoli maniere non erano riusciti a distogliere Maometto dai suoi propositi, gli si misero apertamente contro, minacciandolo nella vita. Il Profeta, che si era già messo d'accordo con quelli di Iatrib, convertitisi fra i primi alla nuova religione, si salvò infatti dalla persecuzione dei suoi nemici rifugiandosi fra i devoti montanari di Iatrib, ove stabilì la sede della sua religione. L'Era Musulmana (Egira) si fa decorrere dall'anno della fuga di Maometto dalla Mecca, avvenuta appunto nella metà di giugno del 622; Iatrib per la predestinazione venne ribattezzata in Medinat Almadhi, cioè: del Profeta, europeizzato in Medina.

Sarebbe troppo lungo enumerare le vicende alterne attraverso cui Maometto tenacemente continuò a propagare le sue idee, costretto per fatalità di vita prima, per necessità di difesa dopo, per decisivo metodo di propaganda successivamente, a mettersi alla testa dei suoi seguaci in armi, nella serie dei combattimenti e delle guerre, svoltesi fino alla cacciata dei turpi mercanti dal tempio di Hibraim sacro ai Primi Padri, per instaurarvi il culto sano e monoteista della nuova religione.

L'espansione araba sotto la spinta dell'Islamismo.

Per il senso di fatalismo da cui è pervasa e per la completa dedizione a Dio, la nuova religione prese il nome di Islam, che letteralmente significa appunto: l'intero abbandono di se stesso a Dio, cioè l'Islamismo; il fedele che si dava a Dio, detto in arabo muslim ha dato origine al termine musulmano, con cui noi intendiamo chi professa la fede dell'Islam, chiamandolo anche Maomettano.

Padrone ormai della Mecca, e perseguendo il suo scopo politico e sociale di risollevare e fondere la gente araba In un grande blocco nazionale, Maometto si preoccupò di propagare il nuovo verbo in tutto il territorio, ove si era affermata la grandezza della millenaria razza ed inviò molte ambascerie fino ai paesi più lontani della penisola arabica, perfino in Etiopia ed in Egitto ed anche all'Imperatore di Bisanzio Eraclio, ed all'orgoglioso Re di Persia Chosroe. Ma, come era da attendersi, Imperatore e Re non presero la cosa sul serio, Egitto ed Etiopia risposero molto cortesemente che non avrebbero avversato i seguaci dell'Islam; ma le tribù arabe, anche le più lontane come quelle del Neghid, dell'Yemen, dell'Hadrhamout per affinità di razza e identità di situazione, di bisogni e di aspirazioni accolsero i precetti enunciati nel Corano, e vi si convertirono in massa. Così Maometto divenne non soltanto il Capo spirituale della sua gente, ma addirittura il cano politico, il dittatore quasi, per la caratteristica struttura della sua dottrina, che, come abbiamo visto dettava norme religiose e massime del vivere ordinato e civile nella nuova organizzazione politico-sociale delle genti arabe.

Organizzata l'Arabia nella fede dell'Islam, Maometto rivolse ogni mira alla sottomissione della Siria, che per essere cristiana, avrebbe costituito una perenne minaccia al fianco del mondo arabo; purtroppo morì l'8 giugno 632 a Medina, ove si era ritirato dopo la conquista della Mecca, ma l'opera sua venne continuata vittoriosamente dal primo Califfo Abù Bekr, suo successore.

La successione di Maometto.

Con la morte di Maometto si chiude la prima fase del divenire del mondo islamico, contenuto nei naturali confini della più tradizionalista gente araba, ove ancora oggi hanno stanza i diretti discendenti dell'Islam.

Sarebbe impossibile enumerare così di scorcio — ed occorrerebbero diversi volumi — le vicende dell'Islam nel tempo posteriore a Maometto, la lunga serie dei Califfati da quelli patriarcali di Medina agli Ommiadi di Damasco e agli Abbassidi di Bagdad o a quelli ribelli dei Fatimiti dell'Egitto e degli ultimi Ommiadi di Cordova; le crisi e gli scismi in seno alla stessa religione islamica. Alla morte del Profeta l'Islam si trovò scisso in due gruppi rivali, il gruppo dei fedeli di Medina e il gruppo dei fuorusciti della Mecca; gli uni e gli altri pretendevano che il Califfo (in arabo successore, vicario di Maometto) venisse scelto dalle loro file; prevalse invece Abù Bekr, candidato dai Meccani e zio del Profeta; Alì genero di Maometto che si credeva di diritto designato al Califfato, non riconobbe la proclamazione di Abu' Bekr, e si ritirò in disparte con i suoi seguaci. I seguaci di Alì vennero chiamati Sciiti, (che in arabo significa scismatici) in contrapposto alla massa dei seguaci dell'Islam che si chiamarono Sunniti, cioè osservanti della Sunna o dottrina di Maometto, coloro che avevano accettato il fatto compiuto della successione illegittima.

I Sunniti costituiscono il numero più cospicuo dei seguaci dell'Islam e starebbero agli sciiti come i cattolici ai protestanti; fra gli uni e gli altri si levò poi un terzo gruppo quello dei Karighii, liberati al cento per cento, spregiudicati e indifferenti, contrari alla suprema autorità del Califfato, ammettendolo se mai come una magistratura elettiva accessibile a tutti, .anche al più umile dei musulmani.

L'Islamismo in Persia.

In Persia lo Sciismo diventò subito religione ufficiale, per particolare situazione d'ambiente e con caratteristiche tutte sue proprie, che esulano dal legittimismo puro dei primi seguaci di Alì. Per rendercene conto accenneremo brevemente alle affinità che ad un esame superficiale potevano apparire fra il culto di Zoroastro, antichissimo culto della gente iranico-persiana e la religione di Maometto: la stessa idea di un dio unico, l'Haura Mazdao dell'Avesta per i Persiani, Allah' del Corano per i Musulmani, lo stesso Patriarca capostipite: Zaratustrha o Zoroastro per i Persiani, Hibrahim o Habram per gli arabi e per i musulmani e l'uno e l'altro che fissavano l'idea di una religione monoteista: entrambi i popoli credevano nella resurrezione finale, nel giudizio universale e nella retribuzione ultraterrena del bene e del male.

Questa analogia apparente indusse la massa primitiva del popolo persiano ad abbracciare la nuova fede, ripudiando con indifferenza l'antica credenza dei padri e senza comprendere affatto il profondo diverso contenuto interiore del credo maomettano. Ma le classi colte, l'elemento dirigente, gli intellettuali della Persia costretti a convenirsi alla religione dei conquistatori se volevano salva la vita, abbracciarono con grande entusiasmo lo scisma di Alì per sottrarsi all'autorità del Califfo, e, nello stesso tempo adattare il loro islamismo alla tradizione nazionale persiana, tanto che ancora oggi l'Islam dell'Iran si differenzia profondamente per molti aspetti del ceppo originario.

Sunniti e Sciiti a loro volta fecero causa comune contro i Karighiti perseguitandoli senza misericordia fin quasi a sterminarli tutti; è da aggiungere infine che ciascuna di queste suddivisioni principali, ne ha germinato numerosissime altre, frantumando la solidarietà unitaria del mondo islamico.

Il Califfato e le grandi conquiste.

I primi cinque califfi di Medina succedutisi dal 632 al 661, vissero assai modestamente senza fasto e senza insegne, tanto che il loro Califfato è stato definito patriarcale; nei califfi ommiadi di Damasco prevalse l'istinto barbaro degli antichi capi tribù, rudi e sanguinari del deserto; essi, avidi di dominio, lottarono fra di loro per la conquista del potere nella stessa maniera con cui avrebbero fatto per contendersi i pascoli e i pozzi dell'arido Sinay. Dopo la serie dei Califfi di Damasco dal 661 al 744, il Califfato venne assunto da una famiglia che per conseguire il potere fece strage degli Ommiadi e dei loro seguaci; basti dire che il primo Califfo Abbasside Abdallàh si meritò l'appellativo di sanguinario; gli abbassidi fondarono addirittura una nuova città per trasferirvi la sede del Califfato: Bagdad ove regnarono dal 750 al 1258. Caratteristica dei Califfi di Bagdad fu la tendenza ad autodivinizzarsi in vita, al punto che alleggeritisi delle cure politiche con la nomina di un Gran Visir, si abbandonarono a tutte le mollezze orientali nello splendore tradizionale dei Persiani. Fu però possibile all'ultimo degli Omar, scampato all'eccidio dei suoi mentre conquistava la Spagna, far sorgere un califfato ribelle a Cordova; analogamente operava nel 909 l'Emiro Obeyd Allàh preposto al Governo dall'Egitto, ove proclamandosi discendente di Fatma, figlia del Profeta fondò il califfato dei Fatimiti, che nel 1171 venne conquistato dal Gran Saladino alla cui famiglia rimase poi fino al 1254 come sultanato indipendente.

E' sorprendente la propagazione quasi fulminea dell'Islam dalla Siria alla Persia, dalla Palestina all'Egitto, dalla Cirenaica alla Tunisia, dilagando poi in Spagna, in Sicilia, in Sardegna e in alcune città dell'Italia meridionale; certo che i maomettani approfittarono di un momento particolarmente favorevole per intraprendere con fortuna le loro conquiste, sospintivi più che dal 'comandamento della guerra santa, da necessità di espansione, da avidità di bottino, da spirito bellicoso di avventura.

Così si avventurarono per il Mediterraneo, scorrazzandovi da padroni in lungo ed in largo, mentre grande era il rilassamento degli altri popoli, dagli Italiani scissi fra Bisanzio, Roma e il Papato; ai Bizantini ed ai Persiani che si erano dissanguati reciprocamente; ai Vandali e ai Visigoti che nei loro reami d'Africa e di Spagna erano rimasti ancora barbari, ai Jibo-fenici ed ai Berberi della costa africana, ai Franchi di Provenza che erano ignoranti dell'arte del navigare ma che in terraferma furono i soli ad arrestare l'invasione saracena ai Pirenei, nessuno si trovava più in grado di fronteggiare con successo il dilagare travolgente della razza araba.

La guerra santa.

Gli arabi muovendo guerra agli infedeli erano spiriti essenzialmente da ragioni economiche, ma erano infanatichiti dalla consapevolezza di adempiere un precetto basilare del Profeta. E' da ricordare infatti che fra i canoni fondamentali della dottrina dell'Islam, vi sono il dovere dell'abluzione, il dovere della preghiera (che dovrebbe recitarci almeno cinque volte al giorno e per essere più accetta, pubblicamente e collettivamente); il dovere del digiuno durante il mese di Ramadhan; il dovere del pellegrinaggio al Santuario della Mecca, da effettuarsi almeno una volta durante la vita di ogni musulmano che si rispetti; (curiosissimo però l'adempimento di esso, perché basta l'intenzione di volerlo compiere per mettersi la coscienza in pace, anche se non è portato a compimento); ma vi è soprattutto il dovere dell'elemosina, non però come fine a sé stessa, ma per fornire i mezzi al combattimento della, guerra santa contro gli infedeli.

La conquista della Sicilia.

Verso la fine del VII secolo i Musulmani, dopo essersi impadroniti dell'esarcato bizantino d'Africa riesumandone l'antica capitale Cartigine, volsero lo sguardo avido e minaccioso verso la Sicilia e le coste meridionali della penisola; nel frattempo dalla Spagna si erano spinti in Corsica e in Sardegna e da qui mettevano in pericolo le coste occidentali d Italia attraverso frequenti colpi di mano. Le scorrerie dei Saraceni d'Africa erano dirette principalmente contro la Sicilia, provincia bizantina separata amministrativamente dall'Italia; nell'827 più di diecimila islamiti erano salpati da Susa, al comando del fanatico Nadì e dell'Emiro Assad, alla conquista della Sicilia; tale spedizione era stata possibile, in parte dal fatto che la dinastia degli Aglabiti era diventata potente, in parte dal fatto che la Sicilia si era ribellata a Bisanzio per le insopportabili vessazioni fiscali subite.

Lunga e contrastata fu la conquista dell'isola; la prima a cadere fu Palermo nell'831; nell'843 fu espugnata Messina, nell'859 l'importante città di Enna nell'interno, e nell'878 dopo un assedio di nove mesi, la forte Siracusa. Fu solo nella parte nord-orientale dell'isola che le milizie bizantine fecero viva resistenza nelle loro fortezze, sostenute dalla flotta imperiale e in diretta comunicazione con le colonie greche della Calabria, ma nel 907 anche Taormina dovette arrendersi ai Saraceni. Il litorale dell'Italia meridionale seguì presto le stesse sorti della Sicilia; la minaccia saracena però vi si era fatta sentire già, molto tempo prima, perché le navi dei saraceni, nonostante la vigilanza vi effettuavano frequenti incursioni e bande di avventurieri solevano offrire i loro servizi ai piccoli despoti delle città meridionali, continuamente in guerra fra di loro e incapaci di riunirsi per la comune difesa.

Così a Benevento, i Grandi in discordia per quistioni di successione al trono si erano serviti di bande mercenarie di Saraceni, assoldate sacrilegamente coi tesori delle chiese di Montecassino e di Salerno; approfittando di tali discordie, Massar, capo saraceno era riuscito a conquistare Bari, lenendo poi in soggezione tutta la regione e scorrazzando per le regioni vicine, ed i Saraceni di Sicilia avevano preso Taranto e si erano spinti a più riprese nel Mar Tirreno, ove però erano stati ripetutamente ricacciati dalla flotte riunite di quelle città marittime.

Il sacco di Roma nel frazionamento deleterio delle forze italiane.

Nell'846 i Saraceni sbarcarono persino alle foci del Tevere malamente difese, e saccheggiarono S. Pietro e S. Paolo e tutto il quartiere di Trastevere in Roma, sotto gli occhi del Papa nella colpevole indifferenza di entrambi gli Imperatori. Giustizia di Dio volle che i musulmani uscendo col prezioso bottino al largo di Gaeta per non farsi sorprendere dalla vindice flotta napoletana, venissero sorpresi e travolti dall'infuriare di una tempesta.

L'inaudito sacrilegio fece sì che in tutto l'Impero si raccogliessero fondi per la riedificazione della chiesa di San Pietro e per l'erezione, già da tempo progettata, di mura difensive che circuissero la così detta città leonina sulla riva destra del Tevere. E' certo però che, tale triste episodio non si sarebbe verificato, senza il frazionamene deleterio delle forze italiane e senza il voluto assenteismo dell'Impero.

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