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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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Egidio Moleti di Sant'Andrea - ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA - |
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capitolo VI ROMA NELLA CHIESA E NEL SACRO ROMANO IMPERO
Come per raccogliere l'eredità della funzione universale di Roma, sorgeva nell'antica capitale dell'impero, la Chiesa Cristiana che andava acquistando sempre maggiore importanza, perché il suo vescovo veniva riconosciuto come il capo di tutta la Cristianità, per il fatto di presiedere alla comunità religiosa più importante, fin da quando Roma era stata all'apogeo dell'impero. I Vescovi di Roma erano andati man mano rafforzando questa loro posizione, creando una vera e propria gerarchia e facendo sentire la loro giurisdizione, favoriti come erano stati da Costantino, che aveva avvicinato lo Stato alla Chiesa; forti della nuova posizione, i Vescovi a Roma, si imposero fin dai primi Concili, ottenendo la maggioranza, essi si attribuirono il diritto di suprema istanza, conseguendo in pratica un primato spirituale e gerarchico riconosciuto con il titolo di Papa. Vedremo in appresso la parte preponderante che Chiesa e Papato ebbero nella storia del Medio-evo, caratterizzando ancora la ragione d'esistere universale di Roma. La donazione di Costantino. Per affermare giuridicamente il principio della separazione dell'Occidente dall'Oriente imprimendo nella coscienza degli italiani il concetto della completa indipendenza dall'imperatore bizantino, la Chiesa, quale legittima erede dell'universalità di Roma escogitò di attribuirsene il dominio temporale e per legittimarne il diritto si avvalse di un documento che si ritiene apocrifo, la famosa donazione di Costantino. Secondo tale donazione, Roma e le provincie occidentali dell'Impero sarebbero state poste sotto la giurisdizione sovrana del pontefice, al quale sarebbero stati attribuiti onori imperiali e la proprietà di tutti i beni ecclesiastici, oltre ad indiscussa autorità e responso dogmatico su tutte le cose della Chiesa. Il Papato mirava così a sottrarre non soltanto la Chiesa, ma l'Occidente stesso alla signoria di Bisanzio, ponendolo sotto la propria giurisdizione spirituale e temporale per farsene base alla rinascita di una nuova Roma, che in nome dell'universalità cristiana avrebbe potuto risorgere più potente di prima sotto il dominio del Sommo Pontefice. Sennonché, l'idea di una restaurazione dell'Impero d'Occidente svincolato e indipendente dall'Oriente, era già sorta prima nella mente dei re longobardi, che romanizzatisi attraverso secoli di dominio nell'Alta Italia, aspiravano a raccogliere nel restante della penisola l'eredità imperiale, disposti ad accettare anche senza beneficio d'inventario. Negli ultimi tempi, anzi i Longobardi, Re e popolo si erano convertiti in massa al cattolicesimo ed avevano quindi quest'altro punto di contatto con la popolazione italiana, in maniera da potervisi confondere ed adattare, ormai che la differenziazione di razza non si riduceva che a delle sfumature. D'altro canto, Romani e Longobardi solidarizzavano nell'avversione all'Imperatore bizantino e fecero causa comune allorché in Italia scoppiò l'insurrezione contro Costantinopoli, rivolta che era stata fomentata dallo stesso Papa Gregorio II a causa del decreto di iconoclastia. Nella levata di scudi contro Bizanzio, i Longobardi prestarono man forte ai Romani, impossessandosi degli esacrati bizantini ed accingendosi ad attuare, il disegno di unificazione dell'Italia in un grande Stato, nell'atmosfera propizia di simpatia e di entusiasmo che dappertutto si era formata in loro favore. I Longobardi. I Longobardi avrebbero potuto realizzare fin da allora la tanto auspicata unità d'Italia sotto il loro scettro, che poteva considerarsi oramai nostrano, benvisto dappertutto sia, perché le origini barbare della dinastia si disperdevano oramai nei secoli trascorsi, sia, perché l'unità, la libertà e l'indipendenza d'Italia si sarebbero realizzate senza interventi stranieri, favorendosene il divenire nell'orgogliosa consapevolezza delle ataviche virtù della stirpe. Questo processo di evoluzione e di unificazione del popolo italiano, che spianava a Liutprando la strada verso il Regno d'Italia e forse verso l'Impero, urtò improvvisamente nella disperata ragion d'esistere della Chiesa, che fra le pretese del Regno Longobardo e le rivendicazioni dell'Impero d'Oriente vedeva inevitabilmente disperdersi l'agognato dominio temporale e menomarsi perfino lo stesso potere spirituale. Fra i due pericoli Gregorio II° affrontò quello più immediato, che era anche il meno temibile e contro il quale poteva avere aiuti immediati, dicendosi minacciato, il Pontefice invocò il soccorso di Carlo Martello, Re dei Franchi, che tanto si era distinto in Spagna nella lotta contro i Saraceni. Triste inizio di un sistema che legittimava la calata degli stranieri in Italia, da allora incessantemente continuata. Per giustificarsi di fronte ai liberatori-conquistatori: i Franchi, la Chiesa sostenne che stava per essere vulnerata nella sua stessa esistenza, perché i Longobardi non avevano voluto riconoscere l'autenticità della famosa donazione Costantiniana. Accadde però quel che sarebbe stato da prevedere, perché i Franchi non mostrarono affatto l'intenzione di volersene andare dall'Italia; vero che scacciati i Longobardi dagli esarcati di Roma e di Ravenna, i Franchi immisero il Papa nel possesso di questi territori, rifiutandone la restituzione all'imperatore d'Oriente che li aveva rivendicati. Ma, fin dai primi contatti con Roma, i Carolingi si sentirono attratti dalla sua fascinosa attrattiva e sorse in essi l'idea di farne la capitale di un grande impero germanico, che attraverso la loro stirpe avrebbe dovuto rinnovare l'impero universale di Roma, La fiducia nella protezione del potente Carlo Martello aureolato di leggenda, allettò i romani all'idea di ricostituire l'Impero d'Occidente, affidando la dignità imperiale al Re dei Carolingi che aveva debellato Bizantini, Saraceni, Longobardi e tutti gli altri turbolenti popoli germanici di là delle Alpi. Anche la Chiesa, poco fidandosi del riconoscimento dei pretesi diritti, non sentendosi più tranquilla fra i propositi di vendetta dei Longobardi, le minacce dei Bizantini, le scorrerie dei Saraceni ed i disegni ambiziosi degli stessi Franchi, precorrendo gli eventi prese opportunamente l'iniziativa di offrire l'investitura del Sacro romano impero a Carlo Martello, Re dei Franchi e nella notte di Natale dell'800 a Roma, il Pontefice alla presenza dei primati e dell'esercito dei Franchi incoronò solennemente Carlo imperatore. Con la rinnovazione dell'Impero, lo Stato germanico, costituito sull'obbedienza personale dei sudditi al Re, si raccostava alla Chiesa rafforzata nell'ordine gerarchico, che faceva capo al pontefice; nella coesistenza dell'imperatore e del papa parve rivivere il concetto agostiniano della società cristiana, che tutta dipendendo da Dio, a mezzo del suo vicario conferiva l'investitura del potere a chi avrebbe dovuto esercitarlo nello Stato per l'attuazione della giustizia sulla terra, l'incognita era di vedere entro quali limiti si sarebbe rispettivamente contenuto. Nel momento stesso in cui sembrava che Impero e Papato avessero felicemente risolto il dualismo della loro coesistenza in un tacito riconoscimento della rispettiva sfera d'influenza, si manifestava la rivalità tremenda fra i due supremi poteri nel reciproco antagonismo sopraffattore, che ebbe per cruento teatro di lotte, di sventure e di miserie lItalia Centrale e Settentrionale.
Il Sacro Romano Impero.
D'altro canto, bisogna tenere presente che nel sec. VIII°, la pressione Islamica nel Mediterraneo si era fatta assai preoccupante, dilagando ad Oriente ad Occidente attraverso irresistibili invasioni; grande era stato quindi, e lungimirante, il proposito della Chiesa di costituire un grande Impero cristiano da contrapporre alle forze dell'Islam; a questo scopo, la scelta dei Carolingi era stata felicissima, perché si doveva a Carlo Martello se nel 732 i Mussulmani ricacciati dal suolo di Francia, avevano dovuto rivalicare i Pirenei liberando il restante dell'Europa dall'incubo della loro presenza. Si potrebbe sostenere che anche i Longobardi sarebbero stati indicati ad assolvere le funzioni di monarchia cristiana antislamica, contrapposta a Bisanzio, come campione del cattolicesimo e depositaria della tradizione romana; ma Papa Stefano II° aveva chiamato nel 753 i Carolingi, non soltanto per le loro benemerenze cattoliche, ma soprattutto perché, troncando la potenza dei Longobardi rivolti all'unificazione dell'Italia, confidava di sovrapporre la supremazia spirituale e temporale della Chiesa sui nuovi arrivati. Quando poi Carlo Magno venne solennemente incoronato in San Pietro, imperatore dell'Occidente, intendendo così di farsi riconoscere come il solo depositario della dignità imperiale, Carlo Magno non la intese così, ed agì di sua iniziativa; nel prendere possesso del Regno dei Longobardi, rinunziò a qualunque pretesa su Venezia, la quale benché indipendente era legata a fil doppio con Bisanzio, e ciò fece per dimostrare che riconosceva e rispettava la supremazia dell'Oriente, alleato necessario, specialmente nel suo settore, per la lotta contro i Mussulmani. Nell'intenzione di fortificare il nuovo Impero verso Occidente e premunirsi di eventuali attacchi dei Mussulmani d'Africa e di Spagna, Carlo Magno mirò ad impadronirsi di Napoli, Gaeta, Sorrento, Amalfi e della Sicilia, le quali benché di fatto libere, erano ancora nominalmente sotto la signoria Bizantina, destinate da questo momento a diventare campo di lotta per il dominio del Mediterraneo. La Chiesa intanto era riuscita a diventare una potenza temporale, perché Re Pipino, quando nel 754 varcato il Moncenisio, era sceso in Italia scacciando i Longobardi dei territori usurpati all'Esarca di Costantinopoli, non li aveva restituiti all'imperatore d'Oriente, ma li aveva offerti al Papa, per la cui difesa ed esaltazione, e con l'impegno di rispettare la donazione che la Chiesa asseriva fosse stata fatta da Costantino al Pontefice, si era mosso. Il potere temporale detta Chiesa. Iattura per l'Italia e per la Chiesa fu l'immischiarsi che da allora i Papi fecero in forma sempre più intensa nelle cose mondane, originando e sostanziando spesso le ragioni d'ogni scissura fra i Comuni d'Italia e determinando frequenti calate di stranieri nel nostro paese, diventato ambita preda per i più avventurosi e risoluti invasori. Se in luogo d'invitare i Carolingi a calare in Italia, il Papa avesse secondato le mire unificatrici d'Italia dei Re Longobardi, avvalendosi di tutta la sua grande influenza morale e spirituale per indurre i feudatari italiani a coalizzarsi nel movimento di unificazione ed emancipazione della Penisola con la Sicilia, la Sardegna, e la Corsica, certamente l'Italia sarebbe risorta all'avito splendore come Stato unitario, libero ed indipendente; con ogni probabilità non avremmo avuto né Bizantini e Musulmani nell'Italia meridionale e insulare, né Franchi e Tedeschi, Normanni, Svevi, Angioini e Spagnuoli, e ancora Francesi e Tedeschi nell'Italia Settentrionale. Aggressori minacciosi, molti di questi popoli avrebbero certamente premuto dalla terra e dal mare, perché troppo ambita sarebbe stata la preda, ma l'Italia, libera ed unita, avrebbe saputo resistere e vincere, rimettendosi in testa alle compitizioni mondiali, e sarebbero stati veramente suoi, non soltanto l'onore delle Crociate, ma anche il frutto delle sue grandi scoperte, il dominio di tutti i mari, gli imperi coloniali d'oltre Oceano. Vero che anche i Longobardi erano oriundi dal ceppo delle genti germaniche, ma bisogna tenere presente che, calati in Italia nel 568 da veri barbari e quali nemici dichiarati di Bisanzio e della Chiesa romana, avevano con rapida e consapevole evoluzione assimilato e adattato usi, costumi e ordinamenti italiani, assorbendone gli elementi di cultura, sforzandosi anzi di frammischiarsi alla popolazione italica, confondendo la propria origine, approfittando anche del fatto che erario consentiti dalle leggi i matrimoni misti. Negli ultimi tempi, anzi la conversione in massa di ariani alla religione cattolica romana, favorita dagli stessi Re aveva determinato in maniera quasi totalitaria la romanizzazione dei Longobardi, Tale era il fascino suggestivo di Roma che i dominatori avevano assimilato accostandovisi, le antiche credenze ed i costumi semibarbari della loro gente, convertendosi alla fede ed alla civiltà dei soggetti, talché dopo due secoli e mezzo di dominazione longobarda, durante i quali il piccolo nucleo germanico si era romanizzato, nel corso di tante generazioni stabilmente succedutesi in Italia, i Longobardi sull'esempio dei loro Re si consideravano ormai italiani. La nuova ripartizione dell'Italia. Con l'avvento dei Franchi l'Italia rimase politicamente ripartita in maniera esiziale agli interessi unitari; il settentrione era stato aggregato all'Europa Centrale e dava il titolo di imperatore alla dinastia Carolingia, purché la solenne investitura avvenisse a Roma, che rimaneva però sotto la giurisdizione papale per conferire al nuovo impero il duplice crisma della sacertà e della romanità. Il Papa si era fatto riconoscere di diritto Sovrano temporale dello Stato della Chiesa, ma appunto per questo aspirava ad estendere la sua sovranità effettiva su tutto l'Impero sostenendo che con la trasmissione della dignità imperiale ai Carolingi, il Papa non faceva altro che delegare ad altri, per il bene del regno di Cristo in terra, una delle sue principali prerogative. Tale teoria, contrastavano invece gli Imperatori sostenendo a loro volta che la normalità dell'investitura non rappresentava altro che una simbolica riaffermazione del loro carattere di sovrani cattolici, sotto la cui protezione la Chiesa doveva mettersi; contrasto insanabile nel dualismo dei poteri scontratisi per parecchi secoli. I Longobardi si ridussero nel Ducato di Benevento sotto il governo del genero di Desiderio, Archi; tale ducato tuttava resterà più o meno nominalmente soggetto ai Carolingi, mentre a Pavia, la capitale Longobarda, si insedierà quale Re e luogotenente di Carlo suo figlio Pipino. Il Papa con le regioni dell'Italia Centrale costituirà lo Stato della Chiesa e si porrà a cavallo fra Nord e Sud perché nel conflitto fra Oriente ed Occidente possa interporsi sempre al momento opportuno, ora a favore dell'Imperatore di Bisanzio ora a favore dell'altro per impedire in sostanza l'unificazione dellItalia nelle mani d'uno solo di essi, unificazione che avrebbe rappresentato una pressione troppo pericolosa da tutti i lati per l'ulteriore esistenza dello Stato della Chiesa. Così l'Italia meridionale e la Sicilia restavano pur sempre sotto la dominazione bizantina, benché le città marittime come Napoli, Gaeta, Sorrento, Salerno, Bari e la Sicilia, fossero andate acquistando individualità propria e completa autonomia, tali da farle emancipare più o meno completamente da ogni soggezione a Bisanzio. Sotto questo aspetto Venezia, rimasta estranea alle competizioni di terraferma, si era dedicata con tutte le sue forze ai traffici marittimi ed era andata rapidamente acquistando grande importanza per la funzione di intermediaria, assunta fra Oriente e Occidente; era stata la prima a darsi una costituzione propria di Comune libero e indipendente nominandosi un doge ed ottenendone il riconoscimento da Costantinopoli, che vedeva di buon occhio il sorgere di una potenza marittima dissenziente dagli usurpatori occidentali. Per questo, Carlo Magno, nel suo disegno di politica estera mirando al riconoscimento del fatto compiuto, da parte del suo collega d'Oriente, aveva limitato il proprio dominio alla sola Italia settentrionale, rinunziando anche a Venezia, unico posto, che attraverso il mare prima e lungo il Po all'interno si spingeva fino a Pavia, monopolizzando addirittura tutto il commercio dell'epoca. Il primo imperatore italiano. A completare il quadro di tale travagliato periodo storico, ricorderemo brevemente che la dinastia Carolingia dominò in Italia fino all'881, per poco meno di un secolo; a Carlo II, ultimo dei Carolingi nelle lotte sanguinosissime per la successione subentrò in Italia, Guido di Spoleto, che fu il primo e l'unico italiano ad essere incoronato imperatore nell'899, prevalendo fra tanti rivali, da Berengario Marchese del Friuli e pretendente al trono imperiale per discendenza dei Carolingi, ad Arnolfo nuovo imperatore tedesco che avendo avuto la prevalenza sui suoi competitori nell'Europa Centrale, mirava a Roma, come alla sede tradizionale per legittimare la sua dignità imperiale. E' da rilevare che la proclamazione di Guido di Spoleto a Re d'Italia a Pavia nell'889 e la successiva incoronazione a Imperatore a Roma, sostenuta dalla salda coalizione dei più grandi feudatari dell'Alta Italia con a capo i potenti Marchesi di Toscana, era stata vista con simpatia in altre regioni d'Italia e perfino nello Stato della Chiesa; erano stati moltissimi allora gli italiani, nei cui animi si era ravvivata la speranza di un ritorno all'avita grandezza, finalmente liberi e guidati da una dinastia italianissima. Purtroppo, era ancora un altro Papa a chiamare lo straniero in Italia, per spezzarne il processo di unificazione, di libertà ed indipendenza. Alla stessa maniera come nel 753 erano stati invitati i Franchi per impedire il consolidamento del regno Romano-Longobardo, Papa Stefano II, quello stesso che in un primo tempo aveva parteggiato per Guido incoronandolo Imperatore nell'intento di farsene strumento alla illimitata estensione del potere temporale della Chiesa, ora che Guido manifestava una volontà propria, temendo per la perdita del potere temporale, si fece lesto a chiamare il pretendente tedesco Arnolfo, incoraggiando ad invadere l'Italia per venire a Roma, ove nell'896 gli cingeva quella stessa corona imperiale, che aveva già posto sul capo di Guido, e del figlio di costui Lamberto. I nuovi imperatori tedeschi. L'incoronazione di Arnolfo non impedì a Lamberto di riaffermare i propri diritti d'imperatore, che fece energicamente valere fino a quando la morte lo colse improvvisa nell'898, segnando così la fine del glorioso impero spoletano passato come una meteora nel burrascoso cielo d'Italia. La concezione unitaria, che attraverso l'opera unificatrice dei Marchesi di Spoleto si era andata affermando, per innato spirito di orgoglio nazionale nell'ansia dell'emancipazione da ogni ingerenza straniera, con la scomparsa di Lamberto venne sopraffatta dalle asprissime contese che per oltre un cinquantennio travolsero tutti i Principati italiani, rivali e discordi mentre l'Italia cadeva nella più turbolente e nefasta anarchia e gli stranieri ne profittavano per discendervi di nuovo. Il 2 febbraio 1962 infatti, sull'esempio dei suoi predecessori, Papa Giovanni XII sopraffatto dalle fazioni romane chiamava in suo aiuto Ottone di Baviera e lo incoronava imperatore, dando così luogo alla ricostituzione dell'Impero. Sorgeva così il sacro romano impero germanico, che doveva improntare di sé i secoli successivi, caratterizzando fino al XIII secolo l'unione politica dell'Italia e della Germania, con assoluta preponderanza tedesca, che veniva poi scrollata dalle incontenibili ed epiche rivolte dei liberi Comuni. Gli intrighi romani. La Chiesa seminando zizzanie e provocando scissure trovava la sua ragione d'esistere come potenza mondana a discapito delle sue altissime finalità spirituali; si può dire, senza tema di essere irriverenti, che la smodata pretesa dei Papi nell'esercizio del potere temporale con le arbitrarie investiture imperiali, sa stata una delle cause principali che ritardò il processo unitario dell'Italia contrastandone ogni tentativo, seminando discordia e invocando la calata degli stranieri tutte le volte che la coalizione delle Signorie vittoriosamente si affermava, come al tempo del regno longobardo o del Marchese di Spoleto. Del resto, anche nel secolo scorso, stranieri erano stati chiamati ad impedire che l'Italia riavesse la sua capitale millenaria, mentre c'è voluto l'avvento del fascismo al potere, perché senza ambagi e senza equivoci, Mussolini risolvesse genialmente l'annosa Quistione Romana precisando nel Concordato del 1929, i limiti della rispettiva giurisdizione e competenza onde alla Chiesa spetti l'assistenza spirituale nei limiti della professione del culto ai credenti, ed allo Stato, il dominio temporale senza limiti e riserve su tutti i cittadini, a qualunque ceto e culto appartengano, nell'interesse superiore delle istituzioni e della Patria. Se il Papato avesse osservato fin dall'Alto Medio Evo il principio della non ingerenza nelle cose politiche di Roma e d'Italia, probabilmente il corso della storia del nostro paese sarebbe stato ben diverso. E' sintomatico che il 15 febbraio 1002 un altro scomunicato, Arduino d'Ivrea, principe italiano sia stato incoronato a Pavia Re d'Italia per solenne proclamazione dei grandi feudatari del settentrione, sollevatisi contro il dispotismo germanico; anche questo è un indice dello stato d'animo degli italiani di allora, perché in più d'una occasione, tentativi di coalizione contro lo straniero erano stati coraggiosamente effettuati, a favore d'una dinastia italiana e d'un regno indipendente. Il Mediterraneo. L'ideale degli imperatori germanici era stato sempre quello di giungere agli sbocchi verso il Mediterraneo; invece questo mare, fatta eccezione della potenza marittima dei Vandali di Genserico sul litorale d'Africa, rimase precluso ai traffici dei barbari. Il Sacro Romano Impero, benché si spingesse fin oltre Roma ed il Lazio, nella sua configurazione politica non era riuscito ad inserire le città marittima e particolarmente Venezia, la più importante e la più potente, rimasta intangibile e temibile nel suo splendido isolamento del restante territorio dell'Italia Settentrionale. Venezia era padrona dell'Adriatico, il suo dominio si estendeva su tutto il litorale tridentino, dalla Dalmazia fino alla valle di Comacchio, ed era la spina nel fianco del Romano impero germanico, vulnerata nella sua forza di espansione, perché gli imperatori sapevano che per Venezia, oltre che con essa si sarebbero dovuti fare i conti con l'Impero d'Oriente; lo stesso era per le altre libere città marittime, che sarebbero bastate da sole a difendersi nelle sacre mura del libero Comune. Scaduta la potenza universale di Roma, il Mediterraneo rimase pur sempre alle genti mediterranee; quando Bisanzio ebbe l'ambita prevalenza, furono Venezia, Amalfi, Napoli, Cosenza, la città siciliane, che con le loro flotte presidiarono il Mediterraneo, difesero l'impero e la civiltà tenendo testa alle incursioni islamiche e garantendo la sicurezza dei traffici e degli scambi fra Oriente ed Occidente. Gli imperatori germanici rimasero sostanzialmente estranei alle vicende mediterranee; non tentarono nemmeno di conseguirne il dominio per non essere costretti a misurarsi con i due fattori mondiali che allora se lo contendevano: l'Islam e Bisanzio. Con Ottone II sembrò che il Sacro Romano Impero volesse avere il sopravvento su tutte le altre potenze, così faceva pensare il decisivo contributo apportato da Ottone alla lotta contro i Saraceni nell'Italia meridionale, ma non fu che un tentativo isolato dell'audace imperatore, perché alla sua morte nel 983, Bizantini e Saraceni rimanevano indisturbati padroni del campo, fino a che non si affermarono le città italiane. La città marittime italiane. Le piccole città marittime con i soli propri mezzi tennero eroicamente testa ad ogni ritorno offensivo dei Saraceni; esse impedirono la sommersione della nostra civiltà, ma fecero di più perché si imposero all'aggressore senza dargli quartiere fin nei suoi più lontani e sicuri rifugi. Nella lotta disperata della Chiesa contro i Musulmani, le città marittime d'Italia parteciparono con epico e decisivo ardore; molto prima che si decidessero le Crociate contro i Turchi, già verso il principio del secolo X la flotta veneziana al comando del Doge Pietro II, Orseolo aveva liberato Bari da duro assedio prestando man forte ad Amalfi. Pisa portatasi con la sua flotta ardimentosa fino a Reggio Calabria vi aveva scacciato i Saraceni, vendicandosi terribilmente del sacco a sua volta subito da parte dei Saraceni di Sardegna; nel 1016 Pisa e Genova con audacissima impresa avevano snidato dalla Sardegna i Saraceni, liberando per sempre l'isola, dopo avere distrutto anche il grosso della flotta degli infedeli accorsa dalle Baleari. Pisa e Genova si disputarono il possesso dell'isola, dilaniandosi purtroppo, come poi accadde malauguratamente fra Genova e Venezia su più vasta scala per il dominio del mare. Sta di fatto però che i Saraceni vennero spazzati via dal Tirreno, come lo erano stati prima dall'Adriatico, ad opera di Venezia, come lo furono dopo da tutto il Mediterraneo, riguadagnato alfine all'Italia per merito ancora di Genova e Venezia, che apportarono ovunque assieme agli squisiti prodotti della nostra terra ed ai preziosi manufatti dei nostri artigiani, la favella, gli usi, i costumi e la civiltà d'Italia. |