MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA'
COORDINAMENTO REGIONALE
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Egidio Moleti di Sant'Andrea

MARE NOSTRUM

- ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA -

capitolo V

DECADENZA DI ROMA E PREVALENZA DI BISANZIO

Decadenza di Roma e prevalenza di Bisanzio: La trasformazione della proprietà fondiaria — La dissoluzione dell'Impero — L'invadenza dell'Oriente — Da Diocleziano a Costantino — La scissione fra Oriente ed Occidente — La calata dei barbari — Giustiniano — Il fascino di Roma nella decadenza.

L'ingrandimento territoriale dell'Impero andò trasformando Roma in una grande città cosmopolita, per la straordinaria affluenza che in essa vi fecero i gaudenti di tutta Italia e d'ogni parte del mondo; la capitale attraeva, oltre che per il fascino del suo nome, per le meraviglie degli agi, delle comodità e delle attrattive che fra le sue mure si godevano. Da quando, attraverso la Siria e l'Egitto, i mercanti orientali importavano a Roma con le essenze e gli aromi, anche le mollezze e le raffinatezze di vita d'un mondo sconosciuto, la Caput mundi non ebbe altra aspirazione, che quella di soddisfare insaziabilmente ogni morbosa passione, dando libero sfogo al pervertimento dei sensi ed ai piaceri della carne. Una società corrotta, lasciva, oziosa, andava sovrapponendosi all'antica Roma; la vecchia classe dirigente, dalla rigida tradizione e dai sani costumi, andava scomparendo; gli stranieri affluivano in sempre maggior copia frammischiandosi ai romani, proveniendovi da tutte le strade dell'Impero e da tutte le rotte del Mare Nostrum, e non erano soltanto ricchi e gaudenti gli immigrati, ma moltissimi, eran liberi in miseria, attratti dal miraggio della capitale e in cerca di fortuna o d'avventura, destinati ad aumentare la plebe romana, perennemente disoccupata e turbolenta, avida di pane e di piaceri, corrotta fra i giucchi del Circo e gli scandali della Suburra.

La trasformazione della proprietà fondiaria.

Si era venuta costituendo così una società, al cui vertice stavano i crapuloni lussuriosi e ai cui margini vivacchiavano le plebi eterogenee e parassitarie degli schiavi e dei coloni, ridottisi anch'essi allo stato servile nel fatale trapasso dalla piccola alla grande proprietà fondiaria. E' da notare infatti che per un complesso di cause, la piccola proprietà andava gradualmente scomparendo; anzitutto le elevatissime spese pubbliche attingevano ad un sistema tributario vessatorio ed insostenibile, che immiseriva il piccolo proprietario, strappandogli interamente il frutto delle sue fatiche, o addirittura espropriandogli il fondo per debito di imposta. Succedeva allora che molti di questi piccoli coloni, stanchi di una vita così grama, cedessero per poco prezzo a veri e propri incettatori di terre, la loro minuscola proprietà per liberarsi di un peso e correre a Roma o nella più vicina città in cerca di un pane meno duro.

L'accentramento della proprietà nelle mani dei pochi, fece sì che, dalla coltura intensiva, si passasse alla coltura estensiva; al libero nella coltivazione dei campi venne sostituito lo schiavo con il vantaggio di un minor costo di produzione, che diede il colpo di grazia ad una quantità di piccoli coloni-legionari, che, per aver avuto aggiudicato un appezzamento di terreno gratuitamente, in premio dei loro servizi all'Imperatore, non erano ancora stati spremuti del tutto dall'inesorabile fisco. A poco a poco anche costoro, incapaci di sopportare il peso della coltivazione e per non vendere i prodotti in perdita, si videro costretti a cedere il loro fondo al grande proprietario più vicino, restando a lavorare come coloni; dopo poco tempo, però, anche loro finivano con il ridursi a servi della gleba. Gli altri liberi, che facevano in tempo a sottrarsi a questa servitù, migravano invece a Roma o nelle grandi città del litorale d'Italia, ove, lo sviluppo dei commerci e dei traffici, specialmente da e per l'Oriente, aveva dato origine al nuovo sistema economico, commerciale ed industriale, che favoriva ogni possibilità di vita indipendente. Anche una nuova forma di libera attività, frattanto era fiorita, l'artigianato che ebbe origine dalla necessità di provvedere a tutte le piccole e grandi cose, reclamato dal livello di vita nuova delle privilegiata caste cittadine.

E' naturale che un simile stato di cose dovesse portare al marasma, spegnendo lentamente in Roma le antiche virtù, mentre l'organizzazione sociale andava subendo un processo di radicale trasformazione, direttamente risentito anche negli usi, nei costumi, nella vita di tutte le popolazioni d'Italia.

Plinio scrisse che il latifondo rovinò l'Italia, ed infatti distrusse la piccola proprietà assorbendola, e distruggendo con essa i liberi coloni che finirono con il ridursi anche loro allo stato servile. Il latifondista ebbe col tempo giurisdizione presso che assoluta in tutto il territorio e nelle adiacenze della sua proprietà fondiaria, riconosciuta come una circoscrizione territoriale autonoma; le leggi di Roma favorirono prevalentemente i grossi proprietari terrieri, i quali d'altro canto essendo influentissimi per essere essi stessi la casta dirigente, se rie avvalevano per consolidare la loro dispotia terriera e plutocratica, procacciandosi dei privilegi tali da farli elevare al di fuori dello Stato se non addirittura contro lo Stato, nella violazione di qualsiasi libertà.

In Italia, la popolazione rurale mal tollerava questo stato di cose e parecchie rivolte vennero represse nel sangue; il malcontento contro Roma era generale, anche perché gl'italiani non erano stati ancora in tutto equiparati al cittadino romano, che continuava a podere condizioni di favore ed era tutelato nei suoi diritti dalia magistratura straordinaria; gli Italici invece erano ancora soggetti alla magistratura straordinaria del governatore, spesso nominato, nella persona del latifondista, con vero scempio della libertà e della legge.

La dissoluzione dell'Impero.

Tutto contribuì ad accelerare il processo di dissoluzione dell'Impero; non ultima causa fu, infine, il depauperamento della popolazione, cui fin dai tempi di Augusto si cercò di ovviare con norme di incoraggiamento demografico; oltre a ciò, frequenti epidemie negli ultimi tempi, avevano prodotto larghi vuoti specialmente nei rioni poveri di Roma; l'assottigliamento delle schiere dei liberi, da cui venivano reclutati i soldati, fece sì che l'esercito romano completasse i suoi quadri arruolando milizie fra le popolazioni assoggettate. Base della costituzione imperiale secondo l'idea di Cesare e la realizzazione di Augusto era stato il principio dell'uguaglianza e della giustizia, per sottrarre il destino di Roma alla dispotica oligarchia aristocratica e colmare l'enorme disparità di trattamento che differenziava i Romani da tutte le altre popolazioni federate, soggette o semplicemente alleate di Roma. Tale principio ebbe la sua consacrazione di fatto nella concessione della cittadinanza romana, che finalmente venne accordata al principio del III secolo d. Cr. a tutta la popolazione dell'Impero. Successivamente, l'Imperatore diventò un monarca assoluto, preoccupato solo di mantenersi sul trono, circondandosi di fasto pazzesco nel cesarismo di una corte, che fra l'adulazione e la corruzione non aveva freno allo sperpero delle ricchezze ed all'abuso del potere; la soldataglia mercenaria presidiava tali reggitori, ai confini dell'Impero erano guarnigioni stabili formate da soldati reclutati fra le stesse popolazioni della regione, sicché i depositari della forza di Roma non erano più romani o italici, ma semibarbari. Era fatale che questi mercenari, passati sempre più numerosi al servizio degli imperatori, pretendessero di farla da padroni ed arrogarsi essi stessi il diritto di proclamazione del successore al trono, ogni volta che tale eventualità si verificasse; frequenti furono le ribellioni dei pretoriani, mentre in Italia le condizioni dell'agricoltura, ridotte sempre più miserevoli, erano causa di altre insurrezioni cui Roma assisteva impotente.

L'invadenza dell'Oriente.

L'avvenuta emancipazione delle provincie d'Italia, equiparate completamente a Roma, aveva avuto come immediato contraccolpo la perdita per Roma dei rilevanti cespiti, costituiti dai tributi e dai redditi terrieri, che fino ad allora avevano costituito per essa la fonte principale, ove attingeva buona parte delle risorse in virtù delle quali non soggiaceva al peso delle sue enormi passività. Esautorato il prestigio di Roma, le città dell'Oriente, già avvantaggiatesi per la loro felice ubicazione quali intermediarie per lo smistamento del traffico e del commercio nel cuore dell'organismo imperiale universale, si resero a poco a poco autonome, rendendo necessario per la saldezza dell'organismo imperiale, un orientamento maggiore di Roma verso Oriente. La nuova ripartizione amministrativa di Diocleziano, che affidò il governo dell'Italia, dell'Africa e della Illiria Occidentale nelle mani di un solo prefetto, sta a dimostrare l'interesse preponderante che andava prendendo l'Oriente nella vita dell'Impero; l'Italia stessa venne amministrativamente divisa in due vicariati: la parte settentrionale affidata al vicarius Italiae, e il rimanente, con Roma, fece parte del vicariato meridionale con un prefectus urbi. La stessa Italia, che in principio del III° secolo era stata esentata dal pagamento delle imposte, venne nuovamente obbligata a tale gravosissimo onere che la retrocesse a rango di territorio conquistato. In Roma non rimase che lo apparato esteriore dell'antica capitale, la pompa vuota di contenuto, le alte cariche dai nomi roboanti ma prive di sostanza, i retori che magnificavano l'antica grandezza e si illudevano ancora di impersonarla, mentre Roma si spopolava ed immiseriva, mentre le famiglie più cospicue già da tempo si erano trasferite nei grandi centri orientali; l'illusione del fastigio perduto si rinnovava ancora, con l'organizzazione di feste e spettacoli per il divertimento della plebe affamata e corrotta, che sola si gloriava di essere romana.

Da Diocleziano a Costantino.

Già fin dall'epoca di Diocleziano si erano avvertiti i primi sintomi della sorte, cui, fatalmente stava per essere destinata Roma, dopo quasi un millennio dalla sua esistenza ed era stata per tre secoli, non soltanto il centro dell'Italia e la capitale dell'Impero, ma l'Urbe universale. Con Costantino la sorte fu decisa e benché questo Imperatore, dopo avere cacciato da Roma l'Imperatore Massenzio, sconfiggendolo a Ponte Molle, avesse voluto conservare all'antica capitale tutti gli onori, Bisanzio diventò la residenza imperiale quando vinto Licinio, Costantino diventò il signore incontrastato di Oriente e d'Occidente.

Dapprima per ragioni strategiche, poi per agiatezza di residenza e per amore del nuovo, fatto sta che Bisanzio, ribattezzata in Costantinopoli in onore dell'Imperatore, divenne presto la nuova Roma, ove intorno alla corte dell'Imperatore si radunarono molte famiglie senatorie romane con tutti i loro seguiti di clienti, liberti e schiavi, dando così inizio allo spopolamento e al depauperamento di Roma. A poco a poco, i principali privilegi di cui godeva Roma vennero trasferiti a Bisanzio, finché questa offuscò in ricchezza e splendore la stessa città cesarea, mentre anche in Italia, altre città si sovrapponevano a Roma come Aquileia e Milano, favorite da circostanze politiche e da ragioni economiche.

La scissione fra Oriente ed Occidente.

L'Impero durò compatto fintanto che visse Costantino, ma alla di lui morte (337) ne cominciò lo sfaldamento; prima con la divisione fra i suoi due figli, poi con la nuova ripartizione territoriale ed il ritorno ancora sotto un solo scettro, quello di Teodosio, che, proprio ad Aquilea, alla testa dell'esercito d'Oriente ed appoggiato dall'arcivescovo Ambrogio di Milano, sconfiggeva nel 388 il rivale Massimo e successivamente, nel 394 stroncava il tentativo di restaurazione pagana di Arborgaste. Un anno dopo però, si rinnovava la scissione fra Oriente ed Occidente, perché alla morte di Teodosio, l'Impero rimase definitivamente suddiviso fra i di lui figli Onorio ed Arcadie; al primo toccò l'occidente latino, all'altro l'oriente greco; Roma e Bisanzio per fatalità di eventi restavano contrapposte l'una all'altra.

La nozione romana dell'imperium non ammetteva dualismo nell'esercizio del potere, sicché i due imperatori, rimasero in perenne antagonismo, ponendosi su strade del tutto divergenti; del resto, prima ancora che l'Impero venisse diviso in amministrazione d'Oriente ed amministrazione d'Occidente, la tradizionale nozione dell'imperium, base e sostanza del diritto e della politica di Roma si era perduta; le sorti della gigantesca organizzazione dell'Impero erano state già decise, fin da quando gl'imperatori, delegando ad altri, i loro poteri nelle più lontane regioni, avevano finito con il disinteressarsene quasi completamente. Ma, se politicamente Roma decadde, lo sgretolamento materiale del suo dominio mise in maggiore evidenza i frutti prodigiosi della civiltà, apportata a tutti i popoli, perché, in forza del suo divino afflato, molte genti nacquero ed altre si risvegliarono alla vita civile e progredita della pax romana. Era scritto nel gran libro del destino che la Roma pagana dovesse perire, per fare posto alla nuova civiltà, che ancora in Roma e da Roma avrebbe tratto luce eterna, nel martirio del cristianesimo, onde riprendere la sua funzione universale. Caduto l'Impero d'Occidente, l'Impero d'Oriente restò il solo impero romano, ma ormai più nessun vincolo lo legava a Roma, se non la rivendicazione platonica dei diritti sull'Occidente, senza avere avuto più la forza di farli realmente valere; nulla di comune aveva l'Oriente con Roma, territorialmente era una monarchia del tutto orientale perché estendeva il dominio in Asia Minore, in Siria e Palestina, in quasi tutta la penisola balcanica, in Egitto ed in Cirenaica e si era del tutto orientalizzato negli ordinamenti e nei costumi. Malgrado tutto, per i barbari Bisanzio esercitava ancora un certo fascino e rappresentava l'impero; era l'eredità di Roma che incuteva rispetto e le genti, che, talvolta incoraggiate dallo stesso imperatore d'Oriente, si erano spinte in Italia, in Gallia, in Spagna, bramavano ricevere da Bisanzio l'investitura o per lo meno la ratifica dei loro possessi.

La calata dei barbari.

Attratte dal Mediterraneo le genti barbare vi si precipitarono; i Vandali costituivano un regno sulle coste dell'Africa senza che Bisanzio si opponesse e vincendo la debole resistenza degli aborigeni Berberi, i Visigoti si stanziavano in Spagna, i Franchi sboccavano in Provenza e da qui nel Mediterraneo, Goti ed Ostrogoti calavano in Italia. L'Oriente assistette inerte ed impotente allo sfaldamento ed allo spossessamento di tutto il dominio d'Occidente, fintanto che Odoacre nel 476, rovesciando l'ultimo degli imperatori d'occidente, Romolo Augustolo, aboliva la dignità imperiale attribuendosi il dominio dell'Italia. Nel Mediterraneo, che per parecchi secoli era stato il Mare Nostrum di Roma, nessun barbaro seppe svolgere attività marinara, intraprendendovi traffici e commerci; neanche Bisanzio seppe raccogliere l'eredità di Roma; di fatto il dominio del nostro mare fu di tutti e di nessuno; i barbari erano impreparati ed inetti alle cose di mare, fatta eccezione dei Vandali del litorale d'Africa, che vi si seppero adattare. Quando nel 518, Giustino ascese al trono di Bisanzio, la pretesa dell'Imperatore d'Oriente sull'Occidente riprese forma e consistenza, e approfittando della fine vittoriosa delle guerre contro Persiani ed Egiziani, si volse ad affermare realmente quello che, fino allora, era consistito in un platonico e vago riconoscimento di diritto. Fu però con l'avvento di Giustiniano, nipote e consigliere di Giustino che l'imperatore d'Oriente diventò anche di fatto (527-565) l'imperatore romano d'Occidente.

Giustiniano.

Giustiniano aveva avuto educazione romana e cristiana, egli sognava la restaurazione della grandezza dei Cesari, con il ritorno al dominio universale nella fusione di Oriente ed Occidente, in pieno accordo con il Papato, per attingere nella religione cristiana le nuove forze morali e spirituali, capaci di ridare ancora una funzione educatrice e vivificatrice al mondo intero, rinnovando così la civiltà di Roma. Giustiniano fu l'ultima stella di rara grandezza nella costellazione degli imperatori romani; fu veramente l'ultimo imperatore romano, per oltre mezzo secolo di fortunoso e fortunato regno, durante il quale, poté attuare molti dei suoi grandiosi propositi, lasciando orma indelebile in ogni campo ed impedendo principalmente che il Mediterraneo potesse diventare un lago dei barbari. Egli con le fortificazioni formidabili erette a difesa dell'Oriente ove altre orde di invasori incalzavano, salvò l'integrità e la vitalità della parte più sensibile dell'Impero, la greco-bizantina, che con lui e da lui ebbe la caratteristica di una particolare civiltà. Fermo nel suo proposito di scacciare gli intrusi dal Mediterraneo e liberare l'Italia dai barbari, Giustiniano ne affidò il compito al valoroso generale Belisario, che con fulminea e brillante azione militare scacciò i Vandali prima, gli Ostrogoti dopo, i Visigoti dai loro regni d'Africa, di Spagna, d'Italia; l'antica unità imperiale si ricompose, il Mediterraneo ridiventò ancora per qualche tempo il grande lago romano.

L'Impero non conservò a lungo i vantaggi realizzati da Giustiniano, torbidi interni in Oriente costrinsero l'Imperatore ad attenuare la tendenza a polarizzare verso Roma; a Bisanzio prevalevano Siri, Egiziani e Persiani ed ebbero il sopravvento nelle lotte civili, che, per lungo tempo alla morte di Giustiniano, precipitarono l'Oriente in preda alla dissoluzione ed al disordine. Più tardi Eraclio ristabilì energicamente l'autorità dello Stato, instaurando una politica del tutto orientale, corrispondente al desiderio della maggioranza ed ai specifici bisogni del paese, fintanto che l'avvento dell'Islam non gli fece perdere, ad opera dei musulmani, Siria, Palestina ed Egitto. Appena tre anni dopo la morte di Giustiniano, nell'868, i Longobardi avevano tolto all'Impero la metà dell'Italia, mentre lo scisma fra la Chiesa Romana e la Chiesa di Costantinopoli, in occasione del quale l'Imperatore per favorire le aspirazioni degli orientali, non impedì tale frattura nell'organismo cristiano, scuoteva il prestigio del Papa, che, da allora, prese posizione tenace ed irreconciliabile contro Bisanzio. Nell'Italia meridionale ed in Sicilia, il fiscalismo bizantino aveva fatto ribellare buona parte della popolazione delle città marittime, che di fatto non. obbedivano più all'imperatore impotente a reprimere ogni moto; soltanto a Ravenna, sede dell'Esarca di Costantinopoli, il dominio bizantino si faceva ancora sentire nel territorio circonvicino. Fu così possibile fin da allora alle città marittime meridionali costituirsi in centri di vita autonomi, sviluppando e prosperando in virtù della loro intraprendenza, al punto da diventare il nucleo d'avanguardia della prosperosa ripresa di attività marinara del Mediterraneo, scolte avanzate di quelle gloriose Repubbliche, che più tardi si misero gloriosamente in testa a tutte le competizioni marittime nel Mediterraneo e fuori, tenendo per secoli il primato.

Il fascino di Roma.

Sta di fatto che anche nei momenti più burrascosi della nostra storia, barbari ed invasori non ebbero mai signoria del Mediterraneo; le contese su questo mare finirono sempre a favore dell'uno o dell'altro popolo, che per stirpe, storia e civiltà vi aveva dei naturali diritti; tanto durante le invasioni barbariche, come durante l'Impero, Roma malgrado ogni avversa vicenda continuò sempre ad esercitare un fascino universale, tali erano l'orme indelebili imperiose dalla sua gloriosa tradizione. Lo stesso impero greco-bizantino raggiunse l'apogeo del suo splendore con i cinquant’anni di regno di Giustiniano, che fu romano nello spirito e nella tendenza; inspirandosi agli esempi dell'antica Roma, Giustiniano seppe imprimere impulso così fecondo alla sua poliedrica e geniale attività in ogni campo, da far distinguere la sua epoca con il nome di giustinianea. Romana fu l'idea motrice, anche se l'arte bizantina, influenzata da oltre due secoli di insegnamento orientale, sotto la spinta decisiva e nella particolare situazione d'ambiente creatale da Giustiniano, realizzò dei capolavori stupendi nella architettura, nella scultura, nella cesellatura da caratterizzare uno stile del tutto nuovo e pregevolissimo. Romana fu la struttura dell'edificio legislativo eretto per volere di Giustiniano da una commissione di dotti presieduta da Triboniano, che nel Corpur Juris Civilis realizzò veramente l'opera perenne di consultazione ed ammaestramento legislativo, innestando sugli istituti basilari del diritto romano, i nuovi principi liberali della dottrina cristiana ed imprimendo così alla legge, una maggiore aderenza allo spirito dei nuovi tempi, che reclamavano giustizia sociale, umanità di trattamento, moralizzazione della cosa pubblica, moderazione nella politica tributaria, libertà di iniziativa ed uguaglianza di diritto fra tutti i cittadini. Questa raccolta di leggi, integrate dal digesto o pandette è servita in tutti i tempi e serve ancora, come base alla codificazione di tutti i popoli civili e va legittimamente rivendicata fra le glorie di Roma, perché venne creata, proprio nel momento in cui il Mediterraneo era ridiventato il grande lago romano.

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