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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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Egidio Moleti di Sant'Andrea - ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA - |
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capitolo IV. IL MEDITERRANEO NELL'UNIVERSALITÀ DI ROMA
Le sollevazioni contro Roma. Annientata Cartagine e, tripartito fra i figli di Massinissa il regno di Numidia, Roma rimase padrona del Mediterraneo occidentale estendendo anche nel Nord Africa il suo dominio. E non è a dire che tale espansione sia stata favorita da un concentramento di tutte le forze della Repubblica contro Cartagine; anzi nello stesso momento, Roma si trovò impegnata in Oriente ed in Occidente, per la sollevazione generale suscitata contro di essa, dalle méne della stessa Cartagine. Filippo di Macedonia ne aveva approfittato per tentare di riprendere il sopravvento in Oriente; la Spagna, già assoggettata ad opera degli Scipioni, era stata scossa da un fremito generale di rivolta; a settentrione d'Italia si erano manifestati i primi segni perturbatori, forieri delle invasioni barbariche. Fu in tale frangente che Roma rivelò le stupende capacità militari e le risorse inesauste della sua stirpe, risolvendo quasi simultaneamente il problema della sua esistenza, fondato sulla suprema necessità di espandersi ed imporsi agli altri, prima che gli altri, sospinti fatalmente dalla medesima necessità, riuscissero a prevalere su di essa. Nella coalizione di tutte le forze ancora attive dell'Oriente e dell'Occidente contro Roma, se si eccettui l'imbelle Egitto in decadenza, sembra quasi di sentire il sussulto e l'estremo anelito di un mondo destinato proprio a rinnovarsi alla luce di Roma o a perire. E Roma rinnovò questo mondo, perché distrutta Cartagine, facendone una provincia romana con tutto il territorio retrostante ed il litorale mediterraneo, la stessa sorte fece subire alla Macedonia, diventata anch'essa un'altra provincia, mentre Corinto, che aveva osato capitanare la ribellione delle città greche, era stata data alle fiamme. Anche la Siria ebbe la sua meritata lezione, con la pace onerosa che venne posta ad Antioco, che, sobillato da Annibale, rifugiatesi presso di lui, aveva tramato contro di Roma. La penetrazione in Asia. Nel 133 av. Cr. alla morte di Attalo, re di Pergamo, Roma ne ereditò il vasto regno, ponendo così piede nella lontana Asia, punto di partenza e base di penetrazione per l'ulteriore conquista dei territori immensi e ricchissimi di tutta l'Asia Anteriore. Fin dalla calata di Pirro, Roma, accertasi del grave pericolo che avrebbe corso dal lato del Mare Adriatico, per la minaccia costante al suo fianco dopo l'annessione di Tarante, si era prefissa un programma graduale di espansione in Oriente, con il proposito di debellare, o sottomettere secondo i casi, ogni potenza contrastante. Le guerre contro gli Illirici terminate con la vittoria del 228 av. Cr., in sostanza non erano state che il pretesto per intricarsi nei Balcani; lo zelo posto nell'annunciare agli Elleni d'avere liberato l'Oriente Mediterraneo dalle incursioni dei pirati, rivela nell'apparente cortesia, il monito per l'avvenire. Roma fa sentire la sua presenza anche in quel mare, non potrà più essere ignorata, d'ora in avanti ci sarà la sua potenza con la quale bisognerà fare i conti, ma nello stesso tempo, Roma che sa l'odio delle città greche contro i Macedoni, intende anche significare che potranno contare su di essa per ogni eventualità, perché essa ha già graziosamente provveduto alla sicurezza della loro navigazione sterminando la pirateria. Presa di posizione diplomatica, sostenuta abilmente da tempestiva e decisa azione militare; l'assoggettamento degli Illirici aveva significato scuotere il prestigio dei Macedoni presso le particolaristiche città greche, poiché Illirici e Macedoni erano alleati e Filippo non aveva ancora osato di intervenire contro Roma; inoltre l'occupazione romana di Dirrachio e di Apollonia, importanti basi strategiche sul versante orientale dell'Adriatico non era stata ostacolata; l'ingerenza si era fatta sempre più aperta e spavalda. L'occupazione di Taranto e di tutte le città della Magna Grecia da parte di Roma, doveva segnare fatalmente l'inizio dell'espansione marinara di Roma verso Oriente; espansione cui, come in tutti gli altri settori, Roma era fatalmente costretta da necessità di vita, di difesa e di libertà. La guerra tarantina e la quasi simultanea prima guerra punica, avevano insegnato a Roma che la sua potenza di terraferma, di già abbastanza estesa in tutto il territorio della penisola, a nulla sarebbe valsa se non fosse stata presidiata da una formidabile marina, per prevenire incursioni nemiche e per garantire la libertà dei traffici e delle attività mercantili marittime. Prima, durante e dopo le guerre puniche Roma, intraprese, combatté e vinse le sue guerre in Oriente, dopo avere affermato pacificamente il suo altissimo prestigio fra 1e città greche, attratte per un certo tempo nella sua orbita, quando, fra le altre condizioni di pace imposte a Filippo di Macedonia, aveva fatto render loro la libertà e l'indipendenza, riservandosi però il diritto di arbitrato. Roma si attribuì così il diritto di giurisdizione eminente, mercé il quale potè immischiarsi, secondo il suo tornaconto nella politica interna di quegli Stati, ingerendosi sempre più nel loro destino, confidando ora ad una città ora ad un'altra, il suo diritto di arbitrato, sorreggendole ed indebolendole un po' tutte, aizzandole fra loro per tenerle assoggettate e trovare al momento buono chi combattesse le guerre nel suo interesse. Sostenendo il mondo ellenico, Roma impedì, senza necessità di un suo diretto intervento, che infiltrazioni asiatica e si spingessero oltre nel Mediterraneo, mentre essa era impegnata a fondo altrove; lo stesso Antioco non riuscì a penetrare in Asia Minore, ostacolato in questo, anche dall'intervento dei Tolomei, i quali avevano l'interesse di appoggiare le città greche per contrapporle alle rivali monarchie di Siria e di Macedonia ed avvantaggiarsene per una più diretta influenza nell'Egeo. Lo sgretolamento del mondo ellenico dopo la morte di Alessandro Magno, aveva indubbiamente preparato l'ambiente favorevole alla penetrazione di Roma; provvidenziale penetrazione perché valse a salvare, ad assimilare e potenziare gli inestimabili tesori della civiltà ellenica. L'espansione continentale. Sicura sul mare, Roma si volse verso l'interno per premunirsi dal sopravvenire dei Cimbri e dei Teutoni, che già da qualche tempo si erano affacciati turbolenti e minacciosi alle alpi Carniche. Roma aveva interesse di sbaragliare questi barbari, non soltanto per consolidare il suo dominio in Dalmazia, ove già aveva dovuto reprimere qualche ribellione di Illirici, ma per impedire che l'irruzione di questi nomadi guerrieri nell'Italia settentrionale, potesse mettere nuovamente in pericolo, come con i Galli di Brenno, la sicurezza di Roma. Mario e i barbari. Intanto in Africa, Giugurta re di Numidia, violando i patti con Roma, segretamente si era accinto all'attuazione del temerario disegno di riunire sotto il suo dominio tutta l'Africa mediterranea, per contrapporla a Roma vendicando Cartagine; si era così impegnata fin dal 111 av. Cr. una guerra estenuante, le cui sorti non volsero sempre propizie per Roma, ove una sollevazione di popolo nominò console Cajo Mario. Questi, per la prima volta nella storia di Roma, arruolò un esercito di plebei e di proletari e facendo appello al patriottismo delle masse popolari, nel 105 av. Cr. sbaragliò Giugurta, portandolo prigioniero a Roma. Ma non era ancora spenta l'eco del trionfo al vincitore della guerra numidica, che nuovi e più gravi pericoli incombettero su Roma; i Cimbri avevano invaso la Gallia Narbonense distruggendovi un esercito romano, il momento era angoscioso, i barbari irrompevano nell'Italia settentrionale, il ricordo dei Galli di Brenno imponeva di correre senza indugio ai ripari. Mario veniva rieletto console e, a capo di un altro esercito popolare, affrontava i barbari invasori sterminando i Teutoni ad Acquae Sesctiae (l'odierna Aix-les-Bains in Savoia) nel 102 av. C. e i Cimbri l'anno dopo a Vercelli. Scongiurata così la minaccia degli invasori, Senato e popolo riconoscenti proclamavano Mario terzo fondatore di Roma, dopo Romolo e Camillo. La riconquista della Gallia Narbonense, (Francia Meridionale), assicurava a Roma le dirette comunicazioni terrestri con la Spagna, che, dopo l'insurrezione di Viriato era stata definitivamente assoggettata con la distruzione di Numanzia, ultima cittadella della resistenza, nel 133 av. Cr. Dalle Alpi ai Pirenei, dal Rodano al mare, Roma spazzò il terreno di tutte le infiltrazioni barbariche, incorporando la regione con il nome di Provincia (Provenza), onde nessuna soluzione di continuità interrompesse l'omogeneità della gigantesca ossatura imperiale in via di formazione. Ormai l'Italia era tutta romana e si andava delineando la sua unificazione politica, culminata nell'88 av. Cr. nella concessione della cittadinanza romana a tutti i popoli italici, esclusa allora la Gallia Cisalpina, al di qua delle Alpi e al di là del Po, perché di recente conquista, non era ancora ritenuta parte dell'Italia. Dopo la Sicilia, la Sardegna, la Corsica, anche le Baleari erano cadute sotto il dominio di Roma, cosicché dallo Stretto di Gibilterra per tutto il bacino occidentale e centrale del Mediterraneo non vi era mare interno, non vi era territorio litoraneo che non fosse romano; provincie romane erano la Spagna e la Gallia Narbonense, immensa provincia romana era diventata tutta l'Africa del Nord, estesa dalle leggendarie Colonne d'Ercole fino al limite consacrato dal generoso sacrificio dei fratelli Fileni, al confine dell'Egitto. Intrapresa l'unificazione nazionale della Penisola italica, consolidato il possesso della Spagna, della Gallia Narbonense (Francia meridionale) e della Dalmazia, dominatrice incontrastata delle isole e dei bacini occidentali e centrali del Mediterraneo, signora assoluta dell'Africa del Nord, ad eccezione dell'imbelle e decrepito Egitto, Roma concentrò tutte le sue energie per riprendere la marcia verso l'Oriente con impeto decisivo e ardore di espansione. La conquista dell'Oriente. Dopo l'Illiria, la Macedonia, e la Grecia, conquistate duramente, Roma aveva ereditato dalle devota amicizia di Attalo il vasto regno di Pergamo, che le aveva consentito di porre piede in Asia, e cominciare a farla da padrone in quel mare di Siria, tanto contrastatole da Antioco III, il quale come tutti i Seleucidi, più volte aveva tentato di espandersi verso il Mediterraneo. A questa tendenza, i Re di Siria erano portati dalla immensità del loro territorio, in buona parte desertico o montagnoso e che sospingeva, di necessità, gli orientali verso il Mediterraneo per avvicinarsi alle genti civili e per lo svolgimento di cospicui traffici. Segno evidentissimo della forza di attrazione esercitata dal Mediterraneo, era stato il trasferimento della capitale Seleucia, che fondata dal Re Seleuco lungo il Tigri, era stata da lui stesso portata ad Antiochia quasi sulle coste del Mediterraneo. Antioco III il Grande (223-187 av. Cr.), si propose di restaurare l'unità del mondo ellenico, riunendo tutto l'Oriente sotto il suo scettro, consolidò infatti il suo dominio in Palestina, Fenicia e Mesopotamia, penetrò in Asia Minore, con il proposito di annettersi anche il regno di Pergamo stimolalo dall'odio di Annibale, si portò in Grecia in un estremo tentativo di sollevazione di tutto il mondo ellenico contro Roma. Ancora sul mare, Roma dimostrò la sua supremazia, e, dopo varie battaglie vittoriose, Lucio Cornelio Scipione, fratello dell'Africano, nel 190 av. Cr. sbaragliava a Magnesia le forze di Antioco imponendogli durissime condizioni di pace. L'indipendenza della Siria veniva tuttavia conservata, imponendole lo sgombero di buona parte dell'Asia Minore che, Roma cedette al Re di Pergamo, in premio della sua fedeltà. Fedeltà di cui gli Attalidi diedero ancora riprova in estremis perché Aitalo II, morendo nel 133 av. Cr., lasciava in eredità a Roma il suo regno ormai vasto e fiorente. Dopo la presa di possesso del regno di Pergamo, organizzato a provincia doltremare, Roma diventò di fatto signora assoluta del Mediterraneo Orientale, anche se per un certo tempo coesistettero in quel mare i regni indipendenti di Siria e d'Egitto, su cui esercitava un'indiscussa influenza. Si narra infatti che, quando Antioco IV occupò di sorpresa l'Egitto, il legato romano Caio Popilio intimandogli di sgombrare immediatamente il paese non suo, abbia traccialo sul terreno intorno al Re, un piccolo cerchio, ed abbia dello: "O Re, tu non uscirai da questo cerchio prima di avere risposto". A tale intimazione perentoria, Antioco non avrebbe esitato ad obbedire, sgomberando l'Egitto e restituendolo ai Tolomei. Roma eliminati i competitori, non ebbe altro intenlo che quello di unificare tutte le genti assoggettate, pacificando le popolazioni turbolente, impedendo le violenze ed i soprusi e governando con equità " giustizia, per assicurare a tutti la pace ed il lavoro nel segno di Roma. Silla e la guerra contro Mitridate. Pace Romana, che già cominciava a fare sentire i suoi veramente benefici effetti, quando venne turbala da Mitridate re del Ponto, che ripresi gli ambiziosi disegni di Filippo e di Antioco, si pose a capo di una ribellione dei popoli orientali da poco assoggettali, facendola scoppiare di sorpresa e simultaneamente in tutto l'Oriente. L'incendio divampò improvviso, cogliendo Roma impreparata ed in preda alle lotte intestine fra le fazioni di Mario e di Silla; Mitridate si impadronì della provincia romana, ordinando dappertutto la strage dei Romani; soltanto ad Efeso furono sterminati circa centomila fra italiani e romani, mentre le città che si rifiutarono di aderire alla carneficina vennero dichiarate da Mitridate nemiche dell'Oriente e condannate ad essere distrutte. Cos, che si rifiutò venne distrutta, mentre Rodi, che era stata antica alleata di Roma, non solo si rifiutò, ma potendosi ribellare grazie alle sue salde fortificazioni, accolse fra le sue mura i romani scampati all'eccidio. Durante la tirannia di Mitridate quelle popolazioni rimpiansero l'epoca della protezione dei romani e presto si ribellarono invocando nuovamente l'aiuto di Roma; l'esempio venne dato da Efeso, che, come le altre città, era vivamente interessata al ripristino dei traffici, dei commerci e della navigazione mercantile nel Mediterraneo, la cui libertà e sicurezza, soltanto da Roma poteva essere garantita ed equilibrata, a vantaggio di tutti; Siila riprese la campagna e nell'87 a. Cr. poté finalmente riconquistare e pacificare l'Oriente. Pompeo signore del mare. Nel 646 av. Cr., Pompeo Magno, dopo avere domato la insurrezione spagnuola, che capitanata dal valoroso Sertorio aveva messo nuovamente in pericolo il dominio di Roma, si propose di stroncare l'attività dei pirati che rendevano malsicura la navigazione nel Levante Mediterraneo. Animato da an tale proposito, dopo avere snidato dappertutto i corsari, sbarcò in Siria, occupandone tutto il litorale ed estendendo l'occupazione fino all'Eufrate per prevenire l'espansione dei Parti in progresso verso il Mediterraneo, che vi erano sospinti dalle medesime ragioni economiche dei Seleuci. La presenza dei forti popoli asiatici nel Mediterraneo avrebbe potuto costituire col tempo un serio pericolo per la talassocrazia assoluta che Roma era decisa a conservare e consolidare ad ogni costo. Pompeo, dopo avere reso servizi così eminenti al paese la cui supremazia navale aveva ancora una volta riaffermato, conquistandogli una nuova provincia, la Siria, rientrò a Roma nel 52 av. Cr., ivi accolto dagli onori del trionfo. Mentre le lotte intestine dilaniavano ancora Roma, i tre più potenti cittadini di essa : Pompeo onusto di glorie militari, Crasso possessore di ricchezze favolose, Cesare il beniamino del popolo, approfittando del disorientamento generale si accordarono fra di loro, formando un'alleanza, il così detto triumvirato, che di fatto diventò arbitro dei destini della Repubblica, spianando a Cesare la strada per esperimentare il suo genio. Cesare. Cesare appare nella costellazione di Roma come astro di prima grandezza, in un momento in cui le lotte civili dilaniavano i suoi concittadini nell'antagonismo delle fazioni, fra oligarchia senatoriale e rappresentanti democratici. Cesare venne proscritto perché sospetto di parteggiare con gli oppositori della reazione sillana, dati i suoi legami di parentela con Mario e con Cinna; egli aveva combaltuto da giovanissimo in Oriente rivelando fin da allora le sue magnifiche virtù di guerriero; presto salirà a figura di primo piano nella valutazione dei suoi concittadini, acquisterà il favore del popolo, prodigando, per conquistarselo enormi somme che lo ridurranno in gravi imbarazzi finanziari, da cui poi l'amicizia e l'opulenza di Crasso lo risolleveranno; diventa prima pontefice, poi pretore e propretore in Spagna, si allea a Pompeo nella lotta contro il Senato, partecipa con Pompeo e Crasso al. primo triumvirato, che rende sostanzialmente i tre uomini padroni ed arbitri della Repubblica; ottiene nel 59 il Consolato e nel 58 il Governo (rinnovatogli poi fino al 51) dello Illirico e della Gallia cisalpina e Transalpina, quella parie già costituita in Provincia Romana. Durante questi otto anni di governatorato nella Gallia, il genio militare di Cesare, a profitto dell'immenso amore che egli nutriva per la Patria, avrà modo di rivelarsi pienamente, perché è per merito esclusivo di questo invincibile ed invitto condottiero di Roma che, la nostra civiltà, verrà estesa ai popoli della media ed alta Europa. La guerra gallica. Cesare giunge nella provincia gallica per sedare la rivolte degli Elvizii e li annienta, piomba quindi sui Belgi che sottomette duramente, affronta le bellicose e baldanzose genti germaniche degli Svevi e degli Usipeti che avevano invaso la Gallia e le costringe a precipitosa fuga di là dei confini della provincia romana; nell'impeto dell'inseguimento conduce i legionari di Roma alla occupazione delle terre dei barbari, sottomettendo tutte le popolazioni costiere dell'Atlantico fra i Pirenei ed il Reno fino al braccio della Manica. La travolgente avanzata di Cesare sbaraglia ovunque i barbari ed ingrandisce smisuratamente il dominio di Roma. Anche i Britanni avranno duramente il fatto loro e si rifugeranno spauriti e pavidi in quelle palafitte primitive ove rimarranno presso che a vegetare in quarantena dell'Europa fino al 1492, quando, per la coincidenza fortunata di trovarsi sulla nuova rotta aperta dal genio italiano, ai traffici, ai commerci ed agli scambi, ne trarranno profitto, non senza avere prima imparato l'arte del navigare dai fratelli Giovanni e Sebastiano Caboto, insinuandosi nelle cose d'Europa per trovare al momento opportuno chi combatterà le loro guerre, ed avere mano libera sui mari e nel mondo. Cesare acquisterà a Roma un immenso dominio territoriale in mezza Europa e saprà genialmente organizzarlo amministrativamente, finché la insurrezione generale, capeggiata da fiero principe germanico Vercincetorige, non lo metterà nuovamente a tu per tu con tutte le popolazioni in rivolta, che disponevano di armati di gran lunga più numerosi degli ormai stanchi, benché agguerriti presidi romani. E qui l'arte militare del Condottiero forgiatore dell'impero di Roma si eleverà alle vette del genio, perché, con somma strategia Cesare disperderà ancora i barbari ed in battaglia campale sconfiggerà Vercincetorige, il grande Capo germanico che aveva già duramente battuti tutti i luogotenenti di Cesare. La Gallia e le conquiste di Cesare rimarranno definitivamente all'Urbe e Cesare si appresterà a rientrare in Roma, ove legittimamente aspira agli onori del trionfo; ma le invidie per il rapido successo da lui avuto sono molte; morto Crasso, suo vero amico, la compattezza del Triumvirato si era allentata ed ora stanno, l'uno di fronte all'altro i due rivali: Cesare e Pompeo, che frattanto si era riaccostato al Senato prendendo posizione contro Cesare, se pur non ancora apertamente. La marcia su Roma e la dittatura. Ma gli amici di Cesare vegliano e riferiscono al grande condottiero gli armeggi romani; Cesare non indugia e con mossa audacissima passa il Rubicone, marcia alla volta di Roma e obbliga Pompeo, i Consoli ed il Senato, colti di sorpresa a riparare a Durazzo. Da questo momento Cesare diventa arbitro dei destini di Roma, perché la sua stella salirà sino ai più alti fastigi. Egli sgomina le forze pompeiane in Spagna e nella greca Marsiglia, sconfiggendo definitivamente Pompeo a Farsaglia; seguono ancora le spedizioni vittoriose in Egitto, con la battaglia di Alessandria contro Tolomeo, di Asia contro Farnace re del Ponto, annunziata dal suo lapidario "veni, vidi, vinci", d'Africa con la battaglia di Tapso contro Giuba re di Numidia e gli ultimi fautori di Pompeo, di Spagna con la battaglia di Munda, ove viene sterminato un ricostituito esercito pompeiano. A coronamento delle sue campagne vittoriose, che hanno esteso il dominio di Roma in mezza Europa, in Africa ed in Asia, Cesare non pensa che a restaurare dappertutto la pace per la floridezza dello Stato, accudendo alla saggia amministrazione ed alla organizzazione dei territori conquistati. Egli concepisce il fondamentale programma di colonizzazione imperiale nel quadro di un saggio programma di colonizzazione, mercé cui comincia con l'estendere la cittadinanza romana ai Transpadani, migliorando le condizioni delle provincie più lontane ed assicurandosi che vengano onestamente e saggiamente amministrate, si preoccupa dello sviluppo dell'agricoltura, prodigandosi per il rafforzamento della piccola proprietà, specialmente nei territori conquistati, ove dispone che la proprietà demaniale venga ripartita in piccoli appezzamenti fra i suoi veterani, per popolare ed avvincere a Roma le nuove terre e costituire ovunque dei capisaldi per la difesa dell'immenso organismo imperiale. Ma Cesare, cui erano stati conferiti il titolo di imperatore e la dittatura a vita, che era stato incoronato d'allora e proclamato Padre della Patria, cadde vittima di una infame congiura il 15 marzo del 44 avanti Cristo, colpito da 23 sacrileghe pugnalate. Ottaviano Augusto e l'Impero. L'eredità dell'organismo imperiale doveva venire raccolta dal di lui figlio Ottavio, che dopo nuove convulsioni civili dava finalmente assetto definitivo e vita duratura all'Impero, i cui confini estendeva ancora ad Occidente fino al Danubio ed all'Elba, con le vittoriose campagne contro i Reti, i Vindeici, i Pannoni, e i Germani, ed in Oriente riceveva l'omaggio dei Parti, il popolo più bellicoso sottomessosi al dominio di Roma, la quale nel 31 av. Cr. diventava anche padrona dell'Egitto, dopo la vittoria di Azio contro le forze riunite di Antonio e Cleopatra. Il secolo di Augusto fu splendido; Roma toccò l'apogeo della grandezza e della potenza e la sua espansione coloniale si venne decisamente affermando e sviluppando sotto ogni rapporto. Nei secoli successivi il territorio che passò sotto lo Imperium Romanorum si estese ancora di più fino a che, nel secondo secolo dopo Cristo comprendette in Europa tutta la penisola iberica, la moderna Svizzera, la Francia, il Belgio, tutta l'Europa centrale, e cioè Germania, Austria, Ungheria, i Balcani e la Gran Bretagna; nel continente africano tutta l'Africa mediterranea ripartita nelle regioni della Mauritania (l'odierno Marocco), della Numidia (l'odierna Algeria), dell'Africa Proconsolare con i territori di Cartagine (l'odierna Tunisia e la Tripolitania), della Cirenaica, della Marmarica e dell'Egitto; tutta l'Africa fino allora conosciuta, perché il dominio di Roma cominciava, come del resto si rileva dalle carte geografiche dell'epoca, dallo stretto di Gibilterra alle leggendarie Colonne d'Ercole, e si fermava, a dimostrare l'impossibilità e l'inutilità del cammino della civilizzazione, verso l'interno con la scritta: "Hic sunt leones". Roma comprendeva alfine tutta l'Asia anteriore, che era stata teatro delle precedenti civiltà semitiche, dalla assiro-babilonese alla ebreo-israelia, dalla siro-armena alla arabo-fenicia, dalla persiana alla ellenica. Durante le guerre civili romane, anche in Oriente se ne ebbero delle ripercussioni per l'instabilità della nomina dei governatori, sostituiti spesso dalla fazione prevalente, ora sotto l'accusa di peculato, ora per semplice rappresaglia o perché sospetti di appartenere alla fazione avversaria. Un tale stato di cose contribuì a sminuire il prestigio di Roma, riaccendendo nelle popolazioni sottomesse, se non impeti di ribellione, contegno turbolento e indisciplinato, disordine e anarchia che pregiudicarono la sicurezza e la prosperità delle provincie. Con l'avvento dell'Impero, le cose mutarono aspetto. Augusto nel 27 av. Cr., effettuò la grande riforma che fu salutare politicamente ed amministrativamente; l'Asia anteriore, che nell'ultimo periodo delle guerre civili sembrava una terra maledetta in preda a continuo disordine, vivaio di prevaricatori, di briganti, di pirati, di gente indomabile, sotto Angusto diventò una delle provincie più quiete e disciplinate dell'Impero, tanto da non necessitare di una stabile guarnigione romana nel suo territorio ed essere, tra le pochissime, direttamente amministrate dal Senato. La pax romana. Per due secoli ininterrotti l'Asia godette pace e prosperità evolvendosi verso forme di civiltà e di progresso mai più raggiunte in avvenire; le grandi strade romane si spingevano fino alle lontane e fascinose terre dell'Oriente incrementando ovunque gli scambi e i commerci, che facevano capo a Roma vera direttrice del traffico di tutto il mondo. Il Mediterraneo ormai nella sua interezza era diventato romano: al di là di esso verso Oriente, Roma aspirava all'Oceano Indiano, ove già dal Golfo Persico e dal Mar Rosso si erano avventurati prima Caldei e Fenici, forse gli Egizi. Ma, anche, dalla parte opposta, i popoli facevano pressione per giungere al Mediterraneo; intermediarie fra l'Estremo Oriente e l'Occidente Romano, le genti arabe, a cavallo, per felice posizione naturale fra l'uno e l'altro mare. Spinte e risospinte le correnti della civiltà non avevano altre direzioni; tutto il mondo allora conosciuto gravitava attorno al bacino del Mediterraneo; l'ignoto si immaginava al di là del Sinay, al di là del Mar Rosso; vi era la profonda intuizione dell'esistenza di un mondo antichissimo, che esercitava magnetica attrazione e stimolava alle ricerche, all'indagine, alla conoscenza. I grandi viaggi, le scoperte geografiche trassero origine quasi casuale dalla necessità di identificare le terre dell'Oceano Indiano, di tracciare degli itinerari diretti verso l'India sterminata; in tutti i secoli la lotta è stata imperniata attorno a questi due bacini fra l'Oriente mediterraneo, il Mar Rosso ed il Golfo Persico; chi ha il possesso ed il controllo di tale settore possiede la chiave di volta dei due sistemi; la guerra europea ebbe la sua determinante storica nell'antagonismo anglo-germanico per la prevalenza in Oriente; la finzione giuridica dei mandati del dopoguerra ha voluto mascherare l'intendimento franco-inglese di prevalere a cavallo fra l'Oriente e l'Occidente. La stessa trovata del focolare nazionale ebraico in Terra Santa attinge ad analogo intendimento ma con metodo sbagliato perché la violenza, le minacce e il terrore, sono metodi che le genti arabe ed asiatiche non intendono più sopportare. Roma docet! è sull'esempio di Roma, della pax romana di Augusto che una grande moderna nazione mediterranea potrà in forza del suo altissimo prestigio avvantaggiarsi della propria singolare posizione naturale per diventare la intermediaria della civiltà europea in Oriente nella piena fiducia di quelle genti, che, nella sua forza, confideranno come in una salda garanzia di libertà e di sicurezza. Strade imperiali. Roma che schiuse al traffico tutte le strade del mondo, lungi dal procurarsene egoisticamente il monopolio, volle che venissero liberamente attraversate da tutti; anzi armò di arcieri, carovane e navigli per assicurare l'incolumità a tutti coloro che camminavano per le vie della civiltà. Una delle ragioni della decadenza d Roma, allorché prevalse Bisanzio, va ricercata appunto nel progressivo spostamento delle correnti commerciali dell'Asia, che invece di fare capo a Roma, si dirigevano a Bisanzio sconvolgendo la economia dell'Impero nell'abbandono delle antiche strade e nell'adattamento di nuove, con sempre più diretta influenza e prevalenza degli elementi orientali, che pervennero così alla completa indipendenza da Roma. Già prima dell'Impero, il commercio, che attraverso l'Arabia proveniva dall'Oriente, affluiva tutto agli empori di Siria e d'Egitto, smistandosi poi nel Mediterraneo attraverso il porto di Alessandria : nei secoli antecedenti, Fenicia e Palestina avevano tenacemente contrastato il primato di Alessandria, cercando di fare affluire nei loro porti il traffico delle carovane provenienti da Petra, grande stazione carovaniera dell'Egitto, ma non vi erano riuscite. Roma, dopo avere assoggettato Alessandria, aveva avviato anche per altre strade il commercio proveniente dall'Asia ed i porti siriaci e palestinesi erano assurti anch'essi a primaria importanza, specialmente dopo che Settimio Severo nel 199, per riattivare all'interno le antiche strade naturali lungo i corsi del Tigri e dell'Eufrate, era stato costretto a procedere all'occupazione di tutto il territorio circostante, assicurandosi le comunicazioni dirette sino al di là del deserto siriaco. Tuttavia la riattivazione dei traffici attraverso la tradizionale e frequentatissima via dell'Eufrate per assicurare la quale, i romani d'accordo con i Parti erano giunti persino a fondare lo Stato di Palmira costituito da una tribù di Aramei non arrestò il movimento commerciale che avveniva ancora sul Mar Rosso e ciò, perché, la prosperità e l'ampiezza dell'Impero, moltiplicando i bisogni e le esigenze, si erano favorevolmente ripercosse sullo sviluppo dei traffici, del lavoro e del benessere; questi erano stati magnifici effetti della Pax Romana. Pax Romana, durante la quale gli imperatori non trascurarono mai di intervenire energicamente tutte le volte che si era trattato di sviluppare traffici e commerci incoraggiando e tutelando ogni libera iniziativa, preoccupandosi di assicurare e garantire il tranquillo svolgimento di ogni attività, anche nelle più lontane terre, istituendo come si è detto reparti speciali di scorte armate, che resero sicure tutte le strade. Strade che collegavano l'Impero Romano fin con la Russia e con la Cina, e sotto Claudio, si prolungarono fin verso l'India anche attraverso il mare. Lo stesso Nerone ebbe parte lodevole nella colonizzazione dell'Asia; per merito suo il Ponto Eusino poté diventare un lago romano, assicurando a Roma la libera disponibilità dell'importantissimo nodo di comunicazioni che facevano capo a quella provincia. La penisola di Crimea fu fìorentissima colonia romana e centro di intenso traffico commerciale; attraverso i grandi fiumi russi e le lontanissime vie dell'Estremo Oriente, si spingevano i convogli e le carovane, nel segno protettore di Roma per apportare ovunque la civiltà e il progresso. La carta stradale dell'Impero, fatta fare con criterio modernissimo dall'Imperatore Caracalla, documenta alla stupefatta ammirazione di tutto il mondo civile, la prodigiosa organizzazione imperiale, realizzata in profondità ed in estensione per tutto il mondo allora conosciuto. Il carattere universale dell'Impero romano fece sì che al termine di impero e imperatore si associasse l'idea di sovranità universale, idea che venne ereditata e ripresa dalla organizzazione della comunità cristiana, la quale nella decadenza del paganesimo, che aveva pur avuto la sua funzione etico-religiosa, riattizzò la fiaccola dell'universalità di Roma per riaffermarla nei secoli venturi, in rinnovellata e sublime missione di civiltà. |