MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA'
COORDINAMENTO REGIONALE
- MARCHE -



Egidio Moleti di Sant'Andrea

MARE NOSTRUM

- ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA -

capitolo III.

DALLA FONDAZIONE DI ROMA ALLA DISTRUZIONE DI CARTAGINE

Dalla fondazione di Roma alla distruzione di Cartagine: La leggenda di Roma — La fondazione di Roma — La fusione dei popoli latini — La federazione italica — L'ansia mediterranea ed il primo scontro con Cartagine — La seconda guerra punica — La distruzione di Cartagine.

Roma, suggestiva nel fascino del suo nome, nel mito favoloso della sua leggenda, nell'epopea superba della sua storia plurimillenaria identifica l'Italia, rappresenta il simbolo universale e perenne della cultura, della civiltà e del progresso, motivo di consapevole orgoglio per la nostra stirpe immortale.

Ma dove attinge Roma il fondamento del suo mitologico divenire?

La leggenda di Roma.

Nel mito di Enea, l'esule troiano, che, scampato all'incendio della sua città dopo averla valorosamente difesa, radunò i superstiti suoi concittadini sul monte Ida e regnò su di essi, meditando di restituire la combusta Ilion all'antica gloria; gli Dei però lo avrebbero distolto da tanto magnanima quanto impossibile impresa e gli avrebbero ingiunto di salpare verso il Mediterraneo, alla ventura di una nuova terra destinata a superare in grandezza e splendore l'impero troiano distrutto per opera del fato.

Questa leggenda, tramandata dagli antichi romani ed immortalata nella mirabile arte di Virgilio, ha consacrato dall'epoca preistorica il destino fatale di Roma; l'esule in cerca di una terra predestinata, dopo tempestose vicende, approdò sulla costa africana mediterranea ivi incontrandosi con Didone, vedova di Sicheo, che fuggita da Tiro si era rifugiata in Africa fondandovi Cartagine.

Vuole la leggenda :che Didone perdutamente innamorata di Enea, si sarebbe gettata nel rogo per la disperazione dell'abbandono, quando Enea, obbedendo ad una nuova imposizione degli Dei, sacrificando la passione umana avrebbe levato desolatamente i penati per riprendere il procelloso viaggio senza meta alla ricerca della terra predestinata al dominio del mondo.

Dopo tanto peregrinare Enea si trovò nella rada di Cuma, ove apprese finalmente dall'oracolo della famosa Sibilla, che la meta al suo viaggio era prossima, perché la stirpe predestinata sarebbe sorta alle foci del Tevere.

E nel Lazio posò finalmente Enea i suoi penati alla corte di re Latino, che non esitò a dargli in moglie la figlia Lavinia presagendone la sovrannaturale missione; l'esule troiano, rimase al mondo per il tempo sufficiente a fondare la dinastia progenitrice dei re di Roma, con Silvio, primo re di Albalonga, e scomparire rapito dalle nubi innalzandosi al cielo ove poi i Romani lo adorarono come il simbolo di Giove Indigete.

Fin qui la leggenda, ma quanto fascino in questa tradizione mitologica e quanta orgogliosa consapevolezza negli antichi romani che se la inventarono, formandone la loro ragione d'esistere ed il loro diritto d'imperio nel Mare Nostrum.

Infatti nel mito d'Enea, che lascia l'Africa per ricercare nella nostra penisola la terra predestinata, che abbandona Didone per darsi in braccio a Lavinia, è insita mitologicamente la funzione storica di Roma, destinata ad inserirsi nelle vicende dell'umanità, con l'intraprendenza ed il genio della sua stirpe, per svolgere perenne funzione di collegamento fra Oriente e Occidente, per fondere nella sua civiltà mediterranea quanto di meglio di ogni civiltà, in un continuo superamento e perfezionamento.

In Didone abbandonata, che si da la morte gettandosi volontariamente fra le fiamme, possiamo anche rilevare il senso tragico dell'irreparabile, l'oscuro presagio di sventura, che nella mitica fondatrice di Cartagine sarà stato presentito per la sua città anch'essa destinata al rogo; analogamente in Lavinia genitrice possiamo cogliere il favorevole auspicio al destino luminoso di Roma.

In sintesi è il dominio del Mediterraneo che fin nella leggenda viene legato alle travagliate vicende di Enea. E sulle orme di Virgilio dirà poi Dante nel II canto dell'Inferno: "Dell'alma Roma e di suo impero nell'empireo ciel per padre eletto", ricordando appunto che nell'Eneide, l'esule troiano è considerato come il capostipite della grandezza romana, il progenitore più lontano d'Augusto, il forgiatore dell'Impero eterno, di cui aveva posto la prima pietra con la sua fede, il suo dolore e con la sua passione.

La fondazione di Roma.

Il 21 aprile del 753 avanti Cristo è la data della fondazione di Roma; sono pochi pastori i compagni di Romolo, gente di stirpe italica che in Giove Laziale celebravano il culto del leggendario eroe della stirpe; si è detto che i Latini discendano dal ceppo delle razze indo-germaniche, ma non sembra accertato.

Anzi può ammettersi che tanto i Latini come gli altri popoli italici non ci tengano, — e nemmeno noi ci teniamo —, a questa discendenza cara alla cultura germanica.

Fra un presupposto e l'altro, per l'originalità della nostra stirpe, è preferibile ammettere che gli Italici siano stati veramente gli aborigeni della penisola, frammischiatisi poi ai siculi o liguri di antichissima razza mediterranea, caratteristici del litorale e delle isole del nostro mare, ove, migrandovi da un punto all'altro con i Pelasgi, originarono quel tipo di razza bianca, che prende il nome di tipo mediterraneo: statura piuttosto bassa, carnagione bruna, occhi e capelli neri.

Alla tesi di una immigrazione nordica è da preferire l'ipotesi che in epoca antichissima, attraverso il braccio di mare che collega l'Africa alla Spagna, gruppi di immigrati di razza dolicocefala si siano spinti dall'Africa Settentrionale verso il Continente Europeo, trapiantandosi in Sicilia, in Sardegna e nella nostra penisola; ad avvalorare questa ipotesi sta il fatto che, fra i popoli italici di stirpe antichissima, vanno annoverati gli Etruschi, la cui civiltà, all'epoca della fondazione di Roma, era una delle più vetuste e progredite e si faceva risalire a qualche millennio avanti Cristo, fino all'età del bronzo ed alla prima età del ferro.

Nulla di preciso si può sapere sul conto degli Etruschi, perché pur essendo pervenuti fino a noi infiniti documenti e indiscutibili testimonianze della loro civiltà, fra cui numerose iscrizioni, non si è ancora riusciti a decifrare il loro alfabeto, malgrado gli studi profondi di eruditi e scienziati; quando un tale arcano sarà rivelato, molti presupposti forse erronei o approssimativi sulla nostra antica storia potranno venire precisati.

Si sa che infiltrazioni greche per via dei traffici e dei commerci erano avvenute a sud della nostra Penisola, ove erano andate formandosi delle fiorentissime colonie elleniche, specialmente in Sicilia, che gareggiò nobilmente con la stessa Ellade tanto da venire denominata la Magna Grecia. I Fenici, che da tempo erano stanziali sul litorale d'Africa, all'epoca della fondazione di Roma possedevano varie colonie tipicamente commerciali nell'Italia meridionale ed insulare.

Nell'Italia centrale e particolarmente nel Lazio, gli Italici, pur guerreggiando fra loro, si erano conservati indipendenti; fra questi andavano annoverati i Latini, che con Romolo fondarono la città quadrata degradante dalla collina del Palatino al Tevere.

La fusione dei popoli latini

Dal nome del fondatore della città si chiamarono Romani ed in breve, forti della loro compatta organizzazione, avventurosi ed audaci, animati dalla ferrea volontà del loro capo, che, nella unione di tutte le piccole comunità, intravedeva il mezzo di propulsione per migliorare la sorte comune, si imposero agli abitanti degli altri caratteristici colli, federandoli alla loro città e facendo riconoscere Romolo come il solo Duce. Gli abitanti del Quirinale, che non si erano sottomessi, vennero piegati dopo aspro combattimento e, una volta federati, formarono con gli altri una comunità politico-sociale compatta ed omogenea, cementata dal principio che l'unione fa la forza.

E' probabile che l'iniziativa della fondazione di Roma, realizzata federando ad una ad una le comunità minori ad un nucleo centrale, sia partita dagli Etruschi, che p"r essere più evoluti degli altri potevano pensare a forme più progredite di costituzione sociale e di organizzazione statale, onde imporre il loro dominio sulle ancora primitive genti Laziali; del che si hanno svariati e notevoli indizi che la verità storica ha messo in rilievo.

Lo stesso nome Roma, infatti, è etrusco; etruschi sono i nomi delle più antiche famiglie romane conosciute, gli usi connessi con la monarchia romana, la monarchia stessa, l'unica dinastia storicamente stabilita, ed etrusco è l'uso della pietra quale materiale da costruzione.

E' quindi assai probabile che gli Etruschi, al tempo della loro maggior potenza, quando si estendevano verso sud fino alla Campania, si siano impadroniti anche dell'importante testa di ponte naturale sulla riva sinistra del Tevere, e abbiano quivi dominato, fino a che fra il VI e il V secolo, avvenuta la reazione, non ne furono ricacciati, come potremmo arguire, interpretando gli avvenimenti della storia romana tramandati sotto il titolo di cacciata dei re, e che comprenderebbero appunto l'espulsione della dinastia etrusca dei Tarquini e l’instaurazione della Repubblica.

Con la cacciata della dinastia etrusca, Roma, che frattanto aveva raggiunto un grado di incivilimento e di progresso assai più progredito dei vicini, sviluppando sistematicamente la sua politica federativa, attrasse nella sua orbita i popoli Latini e Sabini, formando con essi la lega romano-latina, svolta decisiva del suo programma di espansione, culminato, nell'assorbimento delle schiatte indigene latine ed, al tempo stesso, nella lotta contro gli Italici e magari in primo luogo, contro gli Etruschi stessi, considerati allora come i competitori più temibili della Penisola.

La Federazione Italica.

Fusi alla propria sorte i popoli latini, Roma si prefisse la sottomissione dei popoli italici e presto, a seguito di campagne vittoriose, realizzò l'unificazione della penisola, ponendosi a capo di una federazione italica.

La prima fase poteva dirsi conclusa e Roma non indugiò a realizzarne gli effetti per conquistarsi gli sbocchi al mare, allorché venne a contatto con le grandi potenze talassocratiche, che, padrone del Mediterraneo, la guardavano a vista mentre Taranto le sbarrava la strada.

E prima degli altri furono i Tarantini a venire sconfitti anche se fecero venire in loro aiuto Pirro, re dell'Epiro, grande generale di Alessandro il Grande, il quale riportò sui Romani una vittoria rimasta proverbiale a significare che ebbe tutto il valore di una sconfitta, tanto da determinarlo a levare il campo e ritornare ingloriosamente in Epiro, dopo non meno sfortunate battaglie in Sicilia.

L'ansia mediterranea e il primo scontro con Cartagine.

Eliminata la potenza dei Tarantini, Roma soddisfece la sua ansia mediterranea per quel tanto che le bastò a comprendere come, fintanto che fosse rimasta in piedi la potenza marinara di Cartagine, essa che non aveva flotta, né tradizioni marinare, sarebbe rimasta una potenza effimera, prigioniera di quel mare, ove con tanta baldanza si era affacciata.

Ed il tragico duello che doveva durare oltre un secolo, (dal 265 al 146 av. Cristo) fu deciso; Roma si apprestò a diventare forte sul mare; ormai nella penisola si era spinta sino a Reggio Calabria, in vista della Sicilia, il cui dominio era diviso fra Siracusani e Cartaginesi; a guardia dello stretto vegliava Cartagine con la sua flotta pronta a salpare dall'isola di Lipari; il casus belli venne offerto dalla richiesta di aiuto che i Mamertini assediati in Messina dai Siracusani fecero in Roma.

I Romani non rifiutarono i soccorsi invocati e per contraccolpo i Cartaginesi si unirono ai Siracusani contro i Mamertini, offrendo a Roma l'occasione propizia per accorrere alla liberazione di Messina e nel 265 Caio Claudio malgrado la vigilanza e i contrasti della flotta cartaginese passò lo Stretto, liberò Messina sconfiggendo entrambi gli avversari e catturando lo stesso comandante delle forze Cartaginesi.

L'anno successivo Marco Valerio Massimo diede il colpo di grazia agli eserciti avversari, che sgominati si divisero; i Siracusani invocarono l'alleanza dei Romani abbandonando nel momento dell'estremo bisogno gli sfortunati alleati; i Cartaginesi si ritirarono a Girgenti per farne il fulcro della loro resistenza, ma non ebbero il tempo di fortificarvisi perché, nel 262, una nuova e più dura sconfitta li costrinse a ritirarsi ancora in posizioni più arretrate.

Roma, ormai padrona di buona parte della Sicilia, entusiasmata dalle ripetute vittorie, decise di proseguire la guerra fino alla totale sottomissione dell'Isola e, per riuscire nell'impresa nel più breve termine possibile, si accinse a bloccare i Cartaginesi per terra e per mare onde impedire loro ogni rifornimento ed aiuto, da parte di Cartagine.

L'impresa era abbastanza ardua perché per la prima volta Roma si sarebbe dovuta cimentare sul mare e con un avversario, padrone del mare.

Tuttavia i Romani vi si accinsero con fermezza di volontà tale che, in poco tempo, armata una numerosa flotta, mossero incontro ai Cartaginesi con ardimento e baldanza, ma inesperti ed impreparati subirono la prima dura ed umiliante sconfitta, cui altre ne seguirono nei successivi scontri.

Sul mare i Cartaginesi sembravano imbattibili ed erano infatti superiori ai Romani sotto ogni rapporto; Roma però non poteva rassegnarsi a dare partita vinta; tutto il suo prestigio ne sarebbe rimasto scosso, ed anche la sua sicurezza, ora che la libertà del Mediterraneo era diventata per essa questione di vita o di morte.

Bisognava trovare il modo di vincere anche sul mare, ed il genio romano, a servizio dell'ardimento giunse anche a questo, perché l'ammiraglio Caio Duilio esperimentò l'uso del rostro o rampone per agganciare la nave nemica, e consentire ai romani di potere combattere come se fossero sulla terraferma nel tradizionale corpo a corpo, sconvolgendo così la tattica dell'avversario, addestrato a ben diverso sistema di combattimento navale.

Le navi rostrate di Caio Duilio si misurarono nella battaglia di Milazzo con l'imbattibile flotta cartaginese, contro la quale esperimentarono di sorpresa la geniale innovazione, infliggendo una vera disfatta ai Cartaginesi.

Roma finalmente aveva stravinto sul mare, il mito era infranto, il Mediterraneo poteva diventare veramente suo; Cartagine però era ancora abbastanza forte e teneva delle salde posizioni in Sicilia; bisognava perseverare nel gigantesco sforzo per scacciarla dall'Isola portando la guerra in casa sua, ivi rinserrandola con il libero ed incontrastato possesso del Mare d'Africa.

Dopo Milazzo, Egnomo (Licata) la seconda grande battaglia navale, combattuta nel 256 fra 330 navi romane con 140 mila uomini e 340 navi cartaginesi con 150 mila uomini, scontro tremendo in cui i Cartaginesi perdettero quasi un terzo dei loro effettivi tra navi affondate e catturate, mentre i Romani ebbero soltanto 20 navi affondate e nessuna catturata.

Questa seconda battaglia vinta così splendidamente, precipitò gli eventi perché i vincitori di Egnomo, Lucio Manlio Vulso e Marco Attilio Regolo sfruttando il successo, non esitarono a prendere il largo veleggiando verso l'Africa, sicuri di non incontrare altri ostacoli nella loro rotta ed infatti, quasi indisturbati poterono sbarcare e prendere Clupea.

Mentre Regolo restò a presidiarla, Manlio Vulso tornò a Roma a portare la duplice notizia della vittoria di Egnomo e dello sbarco in Africa suscitando un vero delirio di entusiasmo; durò purtroppo poco, perché i Cartaginesi, riavutisi dalla sconfitta e dal colpo di mano, ripresero Clupea facendo prigioniero lo stesso Attilio Regolo che mandarono a Roma, per indurre i suoi concittadini a chiedere la pace.

E' ben nota la magnifica figura di Attilio Regolo, il quale, per non venir meno al giuramento fatto ai Cartaginesi, dopo aver perorato a Roma la prosecuzione della guerra, pur essendo certo che al suo ritorno fra i nemici, lo avrebbe atteso inesorabile sorte, non cedette alle preghiere dei congiunti e degli amici, sacrificandosi per l'onore di Roma.

E Roma lo vendicò, perché, armata una nuova flotta, salpò per liberare il superstite presidio di Clupea, riuscendovi dopo uno scontro vittorioso con la flotta cartaginese, che invano aveva tentato di ostacolarle il cammino all'altezza di Capo Bon.

Il Senato però ritenne prudente partito non impegnarsi prematuramente in terra d'Africa, mentre Cartagine occupava ancora la Sicilia Settentrionale ed occidentale; la flotta ricevette l'ordine di ritornare in Patria, ma sulla via del ritorno venne decimata da una tempesta.

Fu proseguita la guerra in Sicilia ed in pochi mesi venne espugnata Palermo, costringendo i Cartaginesi a trincerarsi nell'estremo lembo occidentale dell'isola; ivi, fra attacchi di terra e di mare, nell'alterna vicenda delle battaglie non tutte vittoriose per i romani, vennero decise le sorti della prima guerra Punica durata oltre vent'anni e conclusasi con la cacciata dei Cartaginesi anche dal Lilibeo, per modo che la Sicilia rimase tutta sotto il dominio di Roma, la quale dettò anche le condizioni della pace invocata da Amilcare Barca nel 141.

Le seconda guerra punica.

Roma era uscita vincitrice dalla prima fase del gigantesco duello che aveva avuto per pedana la Sicilia; ormai si era elevata al rango di grande potenza, con nuovo consolidamento del suo prestigio in seno alla Confederazione Italica, in condizione di potere estendere e rettificare il suo dominio anche in terraferma.

Dopo essersi aggregata tutta l'Italia Meridionale ed aver conquistato la Sicilia, Roma snidò i presidi cartaginesi dalle Isole minori della Sicilia, costringendoli altresì ad abbandonare in sue mani la Sardegna e la Corsica, e, certa ormai per la lontananza di non aver più nulla da temere da Cartagine, intraprese la Campagna contro i Galli, che ribelli e minacciosi avevano varcato l'Appennino e li sconfisse presso Talamone nel 225.

In solo quattro anni di campagna Roma sottomise i Celti portando i termini del suo dominio al di là del territorio dell'oltre Po, escluso ancora il Piemonte; sul versante Adriatico si estese invece fino alle Alpi Giulie, dopo avere anche snidato e distrutto la pirateria, che sulle frastagliate coste illiriche trovava sicuro rifugio nelle sue scorrerie in quel bacino; la guerra contro Teuta regina degli Illirici mise Roma in contatto con le città greche della penisola balcanica, che in cambio della protezione intavolarono con essa proficui traffici. Cartagine però aveva chiesto pace onde prepararsi alla riscossa, approfittando della tregua per organizzare formidabili basi in Spagna, nel premeditato disegno di muovere poi contro Roma per via di terra.

L'odio fra le due grandi rivali era mortale, anche Roma non era soddisfatta di quella pace che lasciava in piedi potente ed intatta Cartagine in terra d'Africa; vero che il Tirreno ormai era diventato Romano, ma Cartagine non aveva indugiato a ripagarsi della perdita delle Isole ed aveva occupato la Spagna senza che Roma glielo avesse impedito, anzi era venuta a patti con Asdrubale delimitando nel corso dell'Ebro, i confini del rispettivo dominio nella penisola iberica.

La sottomissione dei Galli con la conquista di tutta l'Alta Italia da parte dei Romani, determinò Cartagine a non indugiare oltre nella ripresa delle ostilità e la tregua di Amilcare venne spezzata da Annibale, che attaccò improvvisamente Sa-gunto espugnandola dopo otto mesi di assedio, senza che i Romani avessero osato intervenire.

Imbaldanzito da tale successo Annibale pensò di mettere in esecuzione il suo audacissimo piano strategico: piombare con un formidabile esercito in Italia, sollevare i Galli ancora turbolenti, fomentare la ribellione e il tradimento fra i federati, assalire contemporaneamente la Sicilia, occupando anche le basi marittime dell'Italia meridionale e piombare poi, su Roma, per distruggerla.

Ed il grande stratega Cartaginese muove alla riscossa del suo popolo, passa con 50.000 uomini i Pirenei, nel 217 valica le Alpi probabilmente al Moncenisio, dilaga nella valle Padana e si scaglia come un fulmine sui Romani.

Tremende sono le sconfitte che subisce Roma nella guerra Annibalica: Ticino, Trebbia, Trasimeno, Canne; è una vera catastrofe! Annibale travolge ogni difesa, è la valanga che precipita incontenibile, gli eserciti Romani non hanno più consistenza.

Canne.

A Canne il 20 agosto 216 poco più di trentamila Cartaginesi annientarono ottantamila Romani, di cui 70.000 caddero sul campo e gli altri vennero fatti prigionieri, mentre le perdite dei Cartaginesi furono inferiori ai 10.000 uomini!

Ma il peggio era che ad ogni sconfitta, una nuova insurrezione sfaldava l'organismo militare e politico di Roma; primi a ribellarsi erano stati i Galli, che subito rinforzarono le file di Annibale; dopo Canne fu la volta dei Federati, mentre in Sicilia alla morte di Gerone che si era mantenuto fedele vassallo, i Siracusani si ribellavano accogliendo nuovamente i Cartaginesi.

Mai Roma attraversò momento così tragico, le travolgenti vittorie di Annibale, che s'avvicinava alle porte facevano presagire tremenda sventura; l'esistenza di Roma era in pericolo e i Romani nella suprema consapevolezza si ritemprarono più forti ed agguerriti di prima, disperatamente volitivi e tenaci, pronti a morire fino all'ultimo sangue piuttosto che cedere al punico invasore.

"Ceterum, censeo, delenda est Cartago!" propose Catone ed il Senato decise la distruzione di Cartagine.

Correva il 146 a. C. e Cartagine, che in un ultimo disperato anelito di vita, aveva tentato una strenua difesa fra le sue mura, sacrificata inesorabilmente alla volontà di dominio di Roma venne rasa al suolo e ridotta un fiammeggiante rogo!

Due anni prima alla morte di Massinissa, lo stesso Publio Cornelio Scipione, suo esecutore testamentario, per disposizione del Senato, ne aveva smembrato il Regno troppo vasto, ripartendolo fra i tre figli del defunto Re ed assoggettandoli alla tutela di Roma, che si riservò anche altri sbocchi al mare.

Con questi sistemi, Roma si formò le basi indispensabili del suo dominio perché, eliminando ogni competitore nel Mediterraneo centrale e occidentale, poté rivolgersi contemporaneamente alla conquista ed alla civilizzazione dell'Europa ed alla penetrazione e colonizzazione del mondo orientale.

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