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Egidio Moleti di Sant'Andrea

MARE NOSTRUM

- ROMA NELLA CIVILTÀ MEDITERRANEA -

capitolo II

IL MEDITERRANEO FINO ALL'AVVENTO DI ROMA

Il Mediterraneo fino all'avvento di Roma: Gli antichi popoli italiani — Siculi e Pelasgi — La civiltà Etrusca — I popoli dell'Oriente — Le genti semitiche — La civiltà nilotica — Gli Assiro-Babilonesi — I Fenici — Gli Ebrei — Le civiltà preelleniche — La Cretese — La civiltà Micenea — La civiltà Troiana — La civiltà Greca o Ellenica — Atene — Sparta e Tebe — Alessandro Magno — L'eredità della Grecia — Entra in scena Roma.

Gli antichi popoli italici.

L'Italia del tempo anteriore all'avvento di Roma, non ha storia; la vita delle popolazioni primitive che ci precedettero svanisce nella oscura notte dei secoli e nulla ci è stato tramandato per poterne ricostruire qualche traccia. Si dice che in tempi remotissimi, il nostro, sia stato un paese selvaggio, scarsamente abitato, ma frequentato di bestie feroci annidantesi nelle impervie foreste che lo ricoprivano; i pochi abitatori vivevano nelle caverne e si nutrivano di caccia e di pesca, sconoscevano l'uso delle armi, usavano qualche rozzo utensile di pietra ed erano del tutto incapaci a coltivare la terra e ad allevare bestiame. Nulla di straordinario, perché un tale periodo primitivo detto dell'età paleolitica, è quello attraverso il quale sono passati tutti indistintamente i popoli del mondo, pervenuti poi nel secondo stadio, detto dell'età neolitica ad un grado di barbarie meno rude, perché cominciarono a fabbricarsi armi ed arnesi di lavoro levigando accuratamente la pietra, imparando altresì ad addomesticare qualche animale e cominciando a dedicarsi alla pastorizia ed all'agricoltura.

Da scoperte effettuale nel fondo di parecchie caverne, dove sono stati rinvenuti utensili ed altri avanzi di questa età, si è potuta ricostruire la vita preistorica dei primi abitatori dell'Italia, deducendone che essi sarebbero rimasti fino ad epoca relativamente a noi vicina, in tale stato di primitiva barbarie.

Chi furono i primi abitanti d'Italia? A questa domanda, la scienza moderna ha cercato di dare una risposta che risente di un voluto errore d'interpretazione degli storici tedeschi, i quali, ripudiando le testimonianze attendibilissime di antichi scrittori greci e romani, in base agli studi etnografici e linguistici scoprirono che la nostra penisola venne popolata da immigrazioni di popoli indoeuropei, cioè di quella stirpe che, costituita prevalentemente da popoli di razza germanica, viene comunemente intesa sotto il nome di indogermanica.

Una tale aberrazione etnografica, con molta acrobazia scientifica, dovrebbe portare alla conclusione che la civiltà antica, di cui Roma si fece vessillifera nel mondo, non sarebbe stato, altro che merito di Italici indogermanici...

Anche molti storici italiani e stranieri hanno accettato la tesi della coltura germanica facendola propria, per cui ancora oggi si scrive e si diffonde una tale versione, accettata come verità assiomatica, senza pensare affatto che, viene seriamente messa in dubbio, dalla disamina di quanto i più antichi scrittori, storiografi e poeti lasciarono scritto in proposito. Astrazione facendo del favoloso, che in molti casi nelle opere di tali scrittori si riscontra, non vi è dubbio che in ciascuno di essi un fondamento di verità storica sussista, e tanto basta a formarsi una traccia veridica, per una ricostruzione più ampia ed attendibile di molte vicende preistoriche.

Siculi e Pelasgi.

Cosi, per quanto ha riferimento all'Italia, è stato riconfermato anche recentemente da nostri valenti scienziati che i primi abitanti di essa non erano indoeuropei, ma Siculi e Liguri, entrambi rami estesissimi della grande stirpe mediterranea alla quale volentieri attribuiamo la paternità della nostra origine.

Antropologia e storia ci confortano in questa tesi; Dionisio d'Alicarnasso, che fu lo storiografo più oculato dell'antichità perché riporta un indice bibliografico di una cinquantina fra autori greci e romani, afferma che i Siculi furono i primi abitatori dell'Italia, più diffusi nel territorio latino, ove ebbe luogo la fondazione di Roma; poi essi furono assaliti dagli Aborigeni, altri popoli italici che abitavano sui monti e nelle caverne che, sospinti al piano dal bisogno di terre ne scacciarono i Siculi. Narra lo storico greco che la lotta fra Siculi ed Aborigeni fu lunga e cruenta, non volendo i primi abbandonare le loro case e le loro terre, ma infine sopraffatti dai nemici che avevano chiamato in loro aiuto i Pelasgi furono costretti ad abbandonare il Lazio migrando verso l'Italia meridionale ed andandosi a stabilire nell'isola mediterranea, dalla quale probabilmente erano venuti, avendo preso da essi il nome di Sicilia. Dionisio cita in proposito dei brani d'uno storico precedentemente vissuto, Ellanico Lebio, di cui però nulla ci è pervenuto, come purtroppo di nessun altro degli autori riportati da Dionisio. Comunque, le ricerche antropologiche hanno dimostrato la veridicità d'un tale assunto, accettato prima di noi e tramandatoci dagli scrittori più accreditati dell'antichità: scrive infatti Plinio (N.H. III, 6) "Italia, primique dehinc Ligures". E' da tenere altresì presente che, Siculi o Liguri, si tratta sempre della medesima gente appartenente alla magnifica stirpe mediterranea, la stessa stirpe da cui discendono i Greci, i popoli che con i Romani furono generatori della civiltà mondiale ed ai quali, si frammischiarono genti di stirpe indoeuropea, per successive migrazioni asiatiche.

La civiltà Etrusca.

Fintanto che non riusciremo a decifrare le antichissime iscrizioni etrusche, giunte fino a noi intatte e assai numerose, molte vicende dell'antichità italica rimarranno oscure ed oggetto delle supposizioni più svariate. Nulla si sa, ad esempio, dell'antichissima civiltà etrusca precorritrice di parecchi secoli e forse di millenni di quella stessa di Roma; nulla si sa delle origini degli Etruschi, si è congetturato sulla loro provenienza e non si sa se siano venuti per terra o per mare, mentre è probabile che, come i Siculi, essi siano stati altra popolazione autoctona di stirpe mediterranea, abitanti la Toscana, che fu appunto detta Etruria, e diffusi anche in Umbria, nel Lazio, nella Campania e nell'Emilia ove fondarono Fèlsina, l'odierna Bologna, e altrove. Ignota è pure la data della loro apparizione nella storia; essi compariscono ad un tratto in condizioni di progredita civiltà, hanno comode case in belle città cinte di solide mura, conoscono l'uso del ferro che lavorano artisticamente, estraendolo dalle miniere dell'isola d'Elba; rame, bronzo, terracotte sono le materie prime che sanno magistralmente lavorare; sono specializzati nella tessitura di stoffe e forniscono tutta l'Italia di oggetti i più svariati, di utensili, di armi, di stoffe pregiate, esportano anche i loro prodotti perché essi sono, oltre tutto, navigatori provetti e commercianti abili. Gli Etruschi dominarono infatti per parecchi secoli il Tirreno, al quale anzi diedero il nome, contrastando a Greci e Fenici ogni infiltrazione e imponendosi poi sulle colonie greche di Siracusa e di Marsilia e sulle colonie Fenicie; navigarono anche nell'Adriatico, che prese il nome dall'etrusca Adria; ebbero attivissimi scambi con Greci e Cartaginesi e forse prima anche con gli antichi Egizi, dal contatto con i quali avrebbero probabilmente introdotto in Italia il culto dei morti e la particolare cura delle tombe affine a quella adottata in Egitto.

In effetti, nell'epoca preromana, gli Etruschi ebbero per vari secoli il dominio di buona parte del Mediterraneo, l'Adriatico ed il Tirreno; questo è certo, ma potrebbe darsi che strabilianti rivelazioni venissero dalla interpretazione di moltissime iscrizioni da essi lasciateci; nuove pagine restano ancora da schiudere nel gran libro della storia della civiltà ad onore di questa gente italica preromana, dalla quale Roma potrebbe essere stata anche una diretta discendente.

I popoli dell'Oriente.

Nell'attesa che presto possa venire rivelato il mistero fascinoso di questo popolo, dovendo parlare delle civiltà mediterranee preromane, in ordine cronologico cominciamo dall'Oriente. I popoli di più antica civiltà fiorirono lungo il bacino orientale del Mediterraneo ed ebbero quasi tutti a capostipite — secondo la tradizione biblica — Sem figlio del patriarca Noè.

Fra le genti di questo ceppo vanno annoverati i Semiti propriamente detti, gli Assiri, i Babilonesi, i Siri o Aramei, gli Ebrei o Israeliti e gli arabi, fra cui i colonizzatori dell'Etiopia e i Fenici, che furono navigatori e coloni e si spinsero sulle coste dell'Africa fino all'estremo lembo occidentale fondandovi Cartagine.

Oriunde dell'Alta Mesopotamia, queste genti andarono diffondendosi fino in Armenia a nord, nei fertili pianori siti tra l'Eufrate e il Tigri ed al di là del deserto siriaco in Siria e Palestina distendendosi lungo le coste del levante Mediterraneo fino a tutta la penisola Arabica; da qui passarono in Africa in due diverse direzioni portandosi in Etiopia per lo stretto detto poi di Bab el Mandeb ed in Egitto attraverso il promontorio sinaitico. Lo splendore di civiltà che ebbero questi popoli antichissimi ci lascia ancor oggi sbalorditi attraverso il ricordo della orgogliosa Ninive o della favolosa Babilonia, del regno d'Israele da Davide ai Salomonidi, oppure della progredita arte marinara dei Fenici, che fra l'altro nel loro navigare e colonizzare apportarono alla civiltà ellenica e perciò romana e mondiale il dono divino dell'alfabeto. Nel flusso e riflusso delle genti e nell'intensificarsi dei rapporti, degli scambi, dei commerci, razze e lingue finirono con l'incrociarsi e frammischiarsi, creando così fin da antichissima data, attorno al bacino Mediterraneo un sistema unitario, caratterizzato anche da affinità di varia indole, dovute alla comunanza di vita e di interessi sullo stesso mare.

Le genti semitiche.

La più antica civiltà Mediterranea accertata è quella Egiziana, che risale ad un'epoca aggirantesi intorno ai 5.000 anni avanti Cristo, ma prima degli Egizi che possono classificarsi assieme ai popoli del Sud Europa fra quelli di razza mediterranea propriamente detta, è assodato che dal vicino Oriente altri popoli si affacciarono al Mediterraneo, apportandovi ed attingendovi novello soffio di vita e di civiltà.

Nell'Asia anteriore e precisamente in quel vasto tratto di territorio compreso fra il Levante Mediterraneo, il Mar Rosso ed il Golfo Persico ebbero stanza, fin da remotissime epoche, popoli la cui antica civiltà si confonde nella leggenda; fra questi, i Babilonesi la cui civiltà, anteriore a quella Egiziana, se non servì di modello a questa, consentì probabilmente agli Egizi attraverso rapporti e scambi di procurarsi le ricchezze naturali e materiali, trapiantate poi con gran profitto nella ubertosa valle del Nilo.

Fra le popolazioni premediterranee dell'Asia anteriore sembra che per primi siano venuti i Fenici, apparsi non si sa quando in Siria e in Palestina, spingendosi da navigatori intrepidi a colonizzare le isole del Mediterraneo, e portatisi poi in epoca storica nel Mediterraneo occidentale per fondarvi colonie a Cartagine, in Spagna, in Sicilia e in Sardegna, a minacciare l'esistenza stessa di Roma.

Nessuna notizia precisa si ha però sull'origine dei Fenici; ne parlano Eusebio, Giustino, Strabone, Erodoto, ma essi si riferiscono a leggende tramandate dal tempo precedente, quindi come riustamente osserva il Barbiellini Amidei «si può sostenere egualmente che i Fenici siano arrivati sulle coste siriane tanto 3.000 come 30.000 anni avanti Cristo senza che nulla possa contraddire sia l'ima che l'altra ipotesi. Siano stati Cananei che da pastori siano diventati a contatto del mare pescatori, e poi navigatori, oppure siano stati Cananei, ria navigatori che emigrando dal Golfo Persico al Mar Rosso abbiano insegnato la navigazione agli Egizi passando poi sulle pendici del Libano a fondare i grandi cantieri navali egiziani, rimane di positivo soltanto che i Fenici sono Semiti e apparentati con i Cananei».

Possiamo pertanto ammettere che prima della civiltà nilotica, in epoca preistorica, le popolazioni della Siria, della Palestina e dell'Arabia Sinaitica fossero già passate attraverso i successivi stadi dell'evoluzione umana, pervenendo a tal grado di civiltà da diffondere pacificamente, per mezzo di scambi commerciali e di rapporti economici con i popoli vicini, l'uso fra questi delle risorse naturali che ad essi mancavano. Vero lievito di civilizzazione e di progresso, consistito nella propagazione della coltura dei tre cereali, base dell'alimentazione umana come l'orzo, il miglio ed il frumento e dell'allevamento delle razze bovine, ovine e caprine, sconosciuti in Egitto fino a quando non vi vennero importati dall'Asia Occidentale.

Alla stessa stregua, i Semiti diffusero l'uso dei metalli, fra gli Egiziani, perché a differenza di questi, essi favoriti dalla natura, possedevano miniere di ferro e di rame, tanto che l'Egitto si trovò ad una svolta più prosperosa della sua esistenza soltanto dopo essersi impossessato delle ricchissime miniere del Sinai, il cui sfruttamento venne effettuato in regime di monopolio dallo Stato.

Con il progredire dei rapporti e degli scambi, gli Egiziani, che prima avevano trafficato soltanto con le carovane dei nomadi arabi provenienti dal deserto sinaitico, appresa l'arte del navigare, si spinsero verso le isole dell'Egeo e verso i porti della Siria e della Palestina, intavolando rapporti commerciali per via marittima ed importando in gran copia, legname e materie vegetali e minerali grezze da Creta e dalle altre Isole dell'Arcipelago, oltre che dal Libano, esportandovi prodotti manufatti e lavorati, in guisa da influenzare a loro volta della propria arte l'antichissima civiltà cretese o micenea, che è civiltà tipicamente Mediterranea non appartenendo il popolo cretese né alla razza semitica, né a quella ariana, ma discendendo dalla razza mediterranea propriamente detta.

Se la prima civiltà mediterranea comprovata fu quella nilotica, non è ancora certo se sia stata preceduta dalla civiltà Assiro-Babilonese o da quella Fenicia, benché così inducano a supporre le notizie sugli scambi, che fin dai tempi preistorici si sarebbero effettuati fra le genti stanziate dal Golfo Persico al Levante Mediterraneo e quelle delle isole Egee e dell'Egitto.

La civiltà nilotica.

Con pittoresca espressione è stato detto che l'Egitto è figlio del Nilo perché deve la sua prosperità alle acque di questo fiume immenso, che straripando periodicamente inondano " fecondano la terra, onde renda frutti rigogliosi e frequenti alla fatica umana. Così è da migliaia e migliaia di anni; per questo, prima di ogni altro, il popolo egiziano poté conseguire un grado evolutissimo di civiltà e conservarlo ininterrottamente per parecchi millenni, favorito dalla sua singolare natura; circa seimila anni fa, 4000 anni prima di Cristo, l'Egitto esisteva già civilmente organizzato; lo rileviamo storicamente dagli annali che gli antichi Egizi ebbero cura di compilare diligentemente, incidendoli su pietra o raffigurandoli in simboli, per tramandare nei secoli venturi gli avvenimenti più significativi della loro vita, dalla cui conoscenza ci è stato dato di potere ricostruire minuziosamente la loro esistenza, con progressione cronologica per il corso di parecchi millenni. La necropoli dell'antica Menfi parla con i suoi monumenti sepolcrali, le sue piramidi, la sua Sfinge a rivelare tutto lo splendore della corte dei Faraoni, succedutosi per ben ventisei dinastie dal 3500 circa al 525 av. Cristo; i templi maestosi della magnifica Tebe documentano tutto il fasto di quell'epoca, sicuro indizio di civiltà abbastanza progredita nelle scienze e nelle arti; tutto quanto è stato messo in luce, dagli scavi del secolo scorso e da quelli successivi, testimonierà perennemente che questa civiltà fu maestra a tutte le civiltà mediterranee.

L'invariabile rispetto della tradizione, caratteristica della civiltà egizia, fece sì che arte e scienza raggiungessero progressivamente un graduale perfezionamento, senza distaccarsi dall'idea fondamentale, ma attingendo, dallo studio dei modelli preesistenti, nuova inventiva, maggior senso pratico e rinnovato gusto estetico.

Politicamente l'Egitto fu uno Stato autoritario; il Faraone era un re assoluto divinizzato in vita, onnipotente ed infallibile; l'ordinamento gerarchico dello Stato era semplicissimo; guerrieri e sacerdoti costituivano la casta privilegiata, nel cui seno il monarca nominava gli alti dignitari; tutto il rimanente della popolazione era privo di diritti, ripartito in classi a seconda se dedito all'agricoltura, alle industrie ed al commercio e soggiaceva per vincolo ereditario al suo stato servile, da cui soltanto il re poteva sollevarlo elevandolo eccezionalmente alla dignità di sacerdote o di guerriero. Spiritualmente il popolo egiziano professava un culto per le cose della natura, sentendo l'esistenza di qualche cosa di sovrannaturale che reggesse le sorti dell'umanità; adorava perciò il Sole materializzato nel bue Api, la Luna, Iside ed Osiride nel mito della vita e della morte, nella credenza della metempsicosi, che elevò il culto dei morti alla più scrupolosa osservanza con la mummificazione e la preoccupazione della vita futura.

Attraverso la successione di varie dinastie, l'Egitto cominciò a decadere nel 526, all'epoca della conquista del re persiano Cambise, cui successe il governo dei Satrani durato fino ad Alessandro Magno; questi nel 332 fondò Alessandria dando l'impulso ad un nuovo periodo di floridezza che raggiunse l'apogeo nel successivo dominio dei Tolomei, degni emuli della grandezza dei Faraoni di Menfi e di Tebe.

L'ultima dei Tolomei, tragicamente entrata nel destino di Roma, fu la Regina Cleopatra, l'affascinante sovrana, alle cui seduzioni, il conquistatore del mondo non seppe resistere, riuscendo infine a dominarsi; mentre Antonio ne fu fatalmente travolto al punto che tutto obliando, divorziò dalla moglie Ottavia, suscitando lo sdegno del cognato Ottaviano, causa della guerra a lui funesta. Nella battaglia di Azio (31); Cleopatra ed Antonio vennero sconfitti e fuggirono in Egitto, ove Antonio si tolse la vita; Cleopatra lo seguì presto facendosi mordere il seno dal velenosissimo aspide, dopo avere vanamente tentato di sedurre l'incorruttibile Ottaviano; così nel 300 a. Cr. l'Egitto cadeva sotto il dominio di Roma rimanendovi ininterrottamente fino al 395 d. Cristo, allorché passò all'impero romano d'Oriente per poi cadere sotto la dominazione degli arabi, che nel 638 lo islamizzarono.

Delle vicende successive dell'Egitto e della sua situazione nel tempo attuale, diremo in appresso a proposito del Canale di Suez; riprendiamo ora il filo cronologico della storia per completare la veduta d'insieme delle civiltà preromane.

Gli Assiro-babilonesi.

Nella Mesopotamia, cioè paese fra i fiumi, furono coevi alla civiltà egizia i due grandi imperi Babilonese ed Assiro; il primo, sorto nella Caldea nel 2225 av. C. dopo la scomparsa dei Sumeri e degli Accadi, e che prese il nome da Babilonia, la leggendaria città fondata sulle rive dell'Eufrate, venne sopraffatto ed assorbito dall'Impero degli Assiri durato dal 1115 al 666 av. C.. Gli Assiri raggiunsero il Mediterraneo attraverso la Siria, conquistarono anche la Fenicia e la Palestina, sottomettendo temporaneamente l'Egitto nel 668 av. C., quindi vennero dispersi dalla sollevazione dei Babilonesi, che distrutta Ninive, risollevarono Babilonia a splendore ancora più fulgido di prima, riedificando un nuovo Impero crollato nel 538 av. C. con l'invasione dei Persiani.

I Fenici.

Ma i veri signori del Mediterraneo, nell'epoca preromana, furono i Fenici; essi abitavano sul litorale dell'Asia mediterranea prospiciente l'isola di Cipro e da essi denominato Fenicia; ivi, angustiati dalla ristrettezza del loro paese, quasi schiacciato fra i massicci del Libano ed il mare, i Fenici sentirono per istinto, per necessità, il bisogno di navigare, di andare verso lidi ignoti alla ricerca di altre terre, di traffici, di commerci per procurarsi quel benessere che la mancanza di spazio in casa propria, negava anche ai più intraprendenti e risoluti fra loro. Favoriti dal legname pregiato dei loro boschi, particolarmente adatto alla costruzione di solide imbarcazioni, i Fenici si costruirono delle imponenti flotte e navigarono con i remi e con le vele, divenendo in breve maestri dell'arte del navigare che insegnarono agli altri popoli; Sidone e Tiro furono le loro città più importanti; altri centri prosperosi essi formarono qua e là lungo le coste e le isole del Mediterraneo, colonie più o meno autonome che sopravvissero all'assoggettamento della madre patria da parte degli Assiri e dei Babilonesi. Indubbiamente i Fenici ebbero delle superbe qualità marinare ed osarono spingersi in peripli che apparirebbero ardui oggi con i moderni mezzi di navigazione ; quando si pensi che i Fenici compirono il primo viaggio di circumnavigazione dell'Africa c'è da rimanerne stupefatti ed increduli: essi partirono dal Delta, attraverso un Canale che allora — altro prodigio dell'antichità — congiungeva il Nilo al Mar Rosso, giunsero a questo mare, da dove proseguirono per l'Oceano Indiano, costeggiando sempre il continente africano superarono il Capo di Buona Speranza, si avventurarono nell'Oceano Atlantico e rientrarono nel Mediterraneo attraverso lo Stretto di Gibilterra ritornando dopo tre anni alla base di partenza e ricevendo dal Faraone Necao III e dagli Egizi accoglienze deliranti che possiamo immaginare simili a quelle d'oggi, degne degli eroi dell'aria, sorvolatori di oceani a tempo di record.

E' da tenere presente che i Fenici furono il primo popolo, che congiungendo il mare le diverse genti, inventarono i traffici fra i territori più lontani nell'esercizio del loro commercio di importazione ed esportazione e diedero il più fecondo impulso alle conquiste della civiltà e del progresso. Infatti, se i Fenici non avessero sentito il bisogno di annotare con segni convenzionali i loro appunti per regolare i conteggi degli scambi, ovunque esercitati con gente di cui non conoscevano l'idioma, l'umanità non avrebbe ricevuto da essi una delle più utili scoperte: l'alfabeto, formatesi con l'uso costante di 22 segni fonetici corrispondenti ai suoni fondamentali della lingua d'ogni popolo. I primi a studiare su questo sillabario furono i Greci, venuti a contatto con i Fenici fin dagli albori della loro civiltà; i Greci lo insegnarono ai Romani, trasmettendolo con la loro denominazione formata dalla pronunzia greca delle prime due lettere a: alfa e b: beta; Roma lo ha dato a tutto il mondo attraverso la diffusione della sua civiltà.

Gli Ebrei.

Benché il litorale palestinese mancasse di buoni porti e gli antichi suoi abitatori, i Semiti, fossero dei nomadi pastori provenienti dalla Caldea, la Palestina, pur non avendo mai avuto importanza marinara, va annoverata anch'essa fra le più antiche civiltà mediterranee.

Conosciuta in tempi remotissimi come la terra di Canaan, la Palestina diventò poi la terra promessa degli Ebrei, ove immigrarono condotti dal patriarca Abramo, fermandosi con Israele, loro capostipite ed eroe, da cui presero il nome di gente d'Israele, ed i cui dodici figli costituirono le dodici tribù, in cui si divisero in seguito gli Ebrei.

Verso il 1800 av. Cr., i discendenti d'Israele, sospinti dalla miseria e dalla fame si trapiantarono in Egitto ed ivi rimasero per parecchio tempo, moltiplicandosi e sviluppandosi, senza tuttavia mescolarsi alla popolazione, conservando intatti i loro costumi, la loro lingua e la loro religione e tenendo un contegno così superbo e sprezzante da accattivare loro l'odio degli Egizi e la persecuzione dei Faraoni. Un Faraone ne decideva lo sterminio, ordinando che venissero gettati nel Nilo tutti i fanciulli maschi; solo un bimbo bellissimo scampò alla strage : Mosè, cosi chiamato perché salvato dalle acque per la pietà d'una figlia del Faraone, che lo raccolse neonato da una cesta di vimini galleggiante sul fiume e lo fece allevare da una nutrice, la quale, secondo la Bibbia, sarebbe stata la stessa madre del bimbo. Fatto sta che Mosè, divenuto grande, liberò il suo popolo dalla schiavitù egiziana, facendolo miracolosamente attraversare il Mar Rosso ed il deserto, mentre gli inseguitori venivano tutti travolti dalle onde.

Il viaggio verso la terra promessa fu però lungo e difficoltoso; durante il cammino, Mosè salì sul monte Sinai e lassù ricevette da Dio l'ispirazione per i famosi Dieci Comandamenti che lui fece scolpire nelle sacre Tavole della Legge.

Morto Mosè, gli Ebrei guidati da Giosuè intrapresero la conquista della Palestina combattendo contro i Cananei ed i Filistei, popoli idolatri che allora l'abitavano; finché con Davide, che da fanciullo aveva atterrato con la fionda il famoso gigante Golia, gli Ebrei si impadronirono di Gerusalemme facendone la capitale del loro regno. Sotto il regno di Davide (1000-962 av. Cr.) e di suo figlio Salomone (962-930 av. Cr.) gli Ebrei raggiunsero il più alto splendore; proverbiale è rimasta la saggezza del Re Salomone e la floridezza materiale che egli fece conseguire in questo periodo a tutto il popolo ebraico. Alla morte di Salomone però l'unità del popolo ebraico si infranse e fra discordie e disordini, gli Ebrei finirono con il ricadere nuovamente sotto il dominio straniero; dagli Assiri, ai Babilonesi, ai Persiani, la cattività degli Ebrei non ebbe più limite, essi passarono poi sotto i Greci con le conquiste di Alessandro il Macedone, subirono il gioco dei sovrani della Siria, caddero infine sotto il dominio di Roma allorché l'Oriente diventò romano.

Un tentativo di ribellione da essi effettuato nel 70 d. Cr. venne stroncalo nel sangue, ed i superstiti da questa ultima persecuzione, maledetti da pagani e da cristiani, andarono raminghi per il mondo, destinati a rimanere perennemente senza patria, senza pace, senza ideali.

La civiltà del popolo ebraico ebbe leva potente nella concezione religiosa monoteistica, falsata però dalla presunzione perniciosa di credersi ovunque il popolo eletto, al di sopra degli altri popoli, ritenuti tutti di razza inferiore. La credenza ebraica nella venuta di un Messia favorì la predicazione di Cristo, che gli ebrei tenacemente avversarono, pur avendoci tramandato, con la Bibbia, le massime fondamentali della dottrina cristiana.

Oggi, il mondo ebraico è sparpagliato per il mondo, ma è cementato dalla riserva mentale verso gli altri popoli e le altre religioni, al cui scardinamento gli ebrei debbono dedicarsi per antico comandamento religioso; ecco perché sono dappertutto indesiderati ed indesiderabili.

La Cretese.

In quella parte del Mediterraneo, denominata Mare Egeo, racchiusa fra le frastagliatissime coste dell'Asia Minore e dell'Oriente Balcanico, dominata all'imboccatura dall'Isola di Creta e caratterizzata dai due arcipelaghi delle Cicladi e delle Sporadi, fiorì in tempi remotissimi una assai progredita civiltà, il cui ricordo giunse, abbastanza confuso ed aureolato di leggenda, agli stessi greci che con le loro civiltà, sopravvenendo dalla estrema punta della penisola Balcanica e dalle isole adiacenti, si sovrapposero a questa prima civiltà. I protagonisti di essa saranno venuti dalla vicina Asia ed ebbero stanza nell'isola di Creta; ivi era Re Minosse, figlio di Giove, che, dotato di sovrannaturale spirito di sapienza e di giustizia, aveva fondato un regno, la cui esistenza si fa risalire a circa tremila anni avanti Cristo. La leggenda del Minotauro, intessuta dagli Ateniesi per glorificare il loro eroe leggendario Teseo, che riscattò epicamente i suoi concittadini dall'orrendo tributo di sette fanciulli e di sette fanciulle immolati ogni nove anni in pasto al mostro, rivela la pittoresca vicenda, attraverso cui Atene sarebbe pervenuta al dominio di quell'isola. Nessun ricordo storico documenta se Minosse sia veramente esistito, né attraverso quali vicende sia passato il suo regno; si sa però indirettamente, intuendolo dalla storia dell'antico Egitto e dei Fenici, che a Creta abitava un popolo di progredita civiltà, perché con esso ebbero scambi e traffici Egiziani e Fenici, come è documentato dagli scavi che, a cura principalmente di italiani, sono stati effettuati nell'isola di Creta, ove, avanzi di maestosi palazzi ed oggetti di gran pregio, hanno dimostrato l'esistenza di una antichissima civiltà cretese, che, in epoca anteriore all'avvento degli stessi greci avrebbe avuto il dominio di quella parte del Mediterraneo esercitandovi prevalente influsso ed attraendo nella sua orbita tutte le isole dell'Egeo e gran parte di quel litorale, tanto da venire ricordata anche con il nome di civiltà Egea. Tale civiltà, veramente Mediterranea, viene di solito distinta in tre periodi:

l'antico Minoico, che dal terzo millennio avanti Cristo compreso, dall'età neolitica ridiscende in crescente sviluppo fino all'età del bronzo;

il medio Minoico, che va dal 2000 al 1500 avanti Cristo e che si identifica per oltre 500 anni nel periodo più splendido di tale civiltà, caratterizzato dall'influsso benefico risentito nei frequenti contatti con la civiltà Nilotica, dalla quale molto assimilò, specialmente nel campo delle arti.

La civiltà micenea.

Il tardo Minoico, detto più comunemente Miceneo perché il centro della civiltà Cretese si trasferisce a Micene, città del Peloponneso, situata a Nord di Argo nella valle dell'Inaco; questo periodo, benché venga compreso ancora fra le civiltà Preelleniche, fu quello che vide affermarsi gli Achei, la prima fra le stirpi Elleniche che verso la fine del 1500 avanti Cristo conseguì il dominio della penisola dell'Egeo, fiorendo oltre che a Micene, a Tirinto, ad Argo e in altri centri dell'Acaia, ove scavi recenti hanno scoperto rovine di sontuosi palazzi e di monumenti grandiosi, indizio dell'esistenza di quella splendida civiltà così suggestivamente descritta negli immortali poemi di Omero, che nell’Iliade e nell'Odissea, canta le gesta degli Achei con tanta dovizia di particolari, da farci pensare all'effettivo svolgersi degli avvenimenti così pittorescamente descritti. Certo che, all'epoca di Omero, che potrebbe essere vissuto fra il nono e il decimo secolo avanti Cristo, l'eco delle leggendarie vicende degli Achei doveva essere ancora viva, tramandata dalla tradizione popolare, cui l'immortale cantore diede forza e sostanza di epico canto glorificatore della stirpe Ellenica. Non soltanto gli scavi di Micene, ma anche quelli compiuti sulle rive dell'Asia Minore, hanno fatto trovare recentemente a grande profondità, le rovine di una antichissima città, mettendo in luce ben nove strati successivi che vanno dall'Eneolitico al Romano e che corrispondono alla leggendaria Troia colle sue mura, con le sue fortezze e con i suoi palazzi, tali da confermare ancora sotto questo aspetto che, i poemi omerici, sfrondati della parte leggendaria e mitologica, debbono avere indubbiamente un fondamento storico.

La civiltà Troiana.

La civiltà Troiana sarà sorta, parallelamente a quella Cretese, sulle rive dell'Asia Minore in quella regione detta Troade così vicina all'isola di Creta, colla quale avrà avuto, fin dai primordi della sua esistenza, diretti e frequenti rapporti, essendo le sole civiltà, che in epoca preellenica fiorirono in quella parte del Mediterraneo Orientale.

Il tragico destino di Troia, probabilmente sarà stato deciso con il progredire degli Achei, che sospinti dall'invasione Dorica, dopo essersi irradiati a Creta e nelle isole e città costiere del Peloponneso, si sarebbero spinte, sulle coste dell'Asia Minore per togliere a Troia il dominio del mare. Infatti ad avvalorare l'ipotesi che gli Achei abbiano mosso guerra a Troia, per eliminare un concorrente pericoloso nel mare che diventava loro, sta il fatto della lega che appositamente strinsero fra loro tutti i Re degli Achei, che fino da allora erano vissuti divisi ed in contrasto, armando nell'interesse comune una poderosa flotta, per portare l'offesa al di là del mare nel territorio nemico.

Dalla stessa descrizione leggendaria di Omero si rileva che l'arte marinara, relativamente all'epoca, doveva essere abbastanza progredita tanto presso gli Achei quanto presso i Troiani e che, di conseguenza, fin da allora le origini della contesa debbono essere scaturite dal fatale antagonismo per il dominio del mare.

Così rimane ancora una volta dimostrato che, in qualunque epoca, chi conquista il dominio del mare si assicura la libertà, la ricchezza e la potenza.

La distruzione di Troia avvenuta nel 1184 avanti Cristo, schiudeva infatti agli Achei, rudi avanguardie della stirpe Ellenica, le vie luminose per l'affermazione della loro splendida civiltà.

La civiltà Greca o Ellenica.

La decadenza degli altri popoli nel momento in cui le popolazioni greche pervenivano ad altissimo grado di civiltà, fece sì che presto Oriente ed Occidente venissero ellenizzati. La civiltà ellenica, splendidamente fiorita nella parte meridionale della penisola Balcanica e nelle isole adiacenti, si trapiantò prestissimo sulle coste dell'Italia meridionale, ove, le numerose colonie fondatevi dai greci, assursero in breve tempo a centri indipendenti, pulsanti di vita propria e di così splendido divenire da far meritare a questa parte d'Italia il nome di Magna Grecia, quasi riconoscendo in essa una nuova e più grande Grecia distesa fra il mare Jonio ed il Tirreno. Anche in Sicilia, che i Greci chiamarono Trinacria per la sua caratteristica configurazione geografica, si svilupparono rapidamente altre colonie diventate le più importanti e prosperose del mondo Ellenico, e che per parecchi secoli coesistettero con le non meno ricche e potenti colonie Fenicie.

La civiltà Ellenica può collocarsi in linea diretta di precedenza alla civiltà di Roma e possiamo considerarla un po' come merito dell'Italia Meridionale ed Insulare preromana, che vi ebbero parte attiva specialmente fra l'ottavo e il quinto secolo avanti Cristo, in cui superarono in ricchezza ed in potenza le città della stessa Grecia.

Gli Elleni o Greci erano popoli di stirpe Mediterranea, quindi della nostra stessa stirpe, e questa fu una ragione dell'immediato affiatamento e della rapida fusione, avvenuti fra i primi coloni greci e le popolazioni dell'Italia meridionale e della Sicilia; cosa che non sarebbe avvenuta con gli Egizi di razza Camitica e con i Fenici e gli Ebrei di origine Semitiche. Originariamente divisi nelle quattro grandi famiglie di Achei, Dori, Joni ed Eoli, i Greci irruppero nella vita del Mediterraneo orientale avidi di libertà e di dominio, popoli giovani e prolifici, destinati per fatale evoluzione dei tempi ad innestare la linfa vitale della loro avventurosa intraprendenza nella vita degli altri popoli rinnovando il corso della civiltà in Asia ed in Egitto, ed illuminare della loro civiltà la Magna Grecia e la Sicilia, le quali proiettarono poi splendidamente tanta dovizia di luce riflessa.

All'invasione Dorica, che travolse le fastose monarchie degli Achei, subentrò un lungo e nebuloso periodo di semi-barbarie detto Medio Evo Ellenico, durante il quale i Greci si organizzarono nelle caratteristiche città-stato (polis), rette ciascuna da un governo cittadino costituito quasi sempre da una oligarchia, cioè raggruppato in poche famiglie ricche; talvolta raggiunse la base più larga di rappresentanza delle diverse categorie del popolo che si chiamò democrazia; in certi momenti, venne assunto con poteri dittatoriali da un solo cittadino, e si chiamò tirannide, che in termine greco significa dittatura, senza alcun significato di oppressione o di arbitrio.

Durante questo periodo, la Grecia prese la sua fisonomia classica, ed avvenne il definitivo assestamento delle diverse stirpi elleniche nel suo territorio, ove, secondo la rispettiva parlata, rimasero distinti in Dori, Joni ed Eoli: i Dori, che si erano sovrapposti agli Achei, occupavano il Peloponneso e rudi e forti, da Sparta, roccaforte della loro signoria, predominavano su tutta la Grecia. Gli Joni, stanziati nell'Attica, ove fondarono la splendida Atene, abitavano anche l'isola Calcidica e le Cicladi settentrionali. Gli Eoli, invece, risiedevano nelle regioni della Tessaglia e della Beozia ed ebbero a capitale Tebe, l'antica città, già centro di civiltà micenea.

Fra l'ottavo ed il settimo secolo, Sparta dalla Laconia, si estese su tutto il Peloponneso imponendovi la sua egemonia in forza della rigida costituzione di Licurgo, che aveva fatto del popolo spartano un formidabile organismo aristocratico militare, saldissimo nell'ordine, nella gerarchia e nella disciplina.

ATENE

Nell'Attica primeggiò Atene, la città fondata nel suo cuore, divenuta l'epicentro della unificazione degli Joni ed assurta poi, per la sua felice ubicazione, a floridissima attività mercantile, che molto incremento diede ai traffici, ai commerci ed all'artigianato in guisa da trasformare il governo dello Stato, facendolo evolvere a forme democratiche, in cui la borghesia mercantile, largamente rappresentata nelle sue varie categorie, ebbe la prevalenza sulla resistente oligarchia aristocratica; fu merito di Solone l'aver dato ad Atene il nuovo ordinamento democratico, basato sul censo anziché sul tradizionale privilegio di casta nobiliare.

Atene poté così avviarsi a splendido avvenire, diventando più tardi il centro più importante di tutta la Grecia; e quando, nel 500 avanti Cristo, i Persiani avanzando minacciosi verso l'occidente, forti di un migliaio di navi al comando di re Serse I, si accingevano a sbarcare con un immenso esercito sulla costa Attica, fu merito dell'ateniese Temistocle l'avere riportato la vittoria decisiva sul nemico, benché la flotta di tutta la Grecia disponesse appena di 310 navi, di cui circa la metà ateniesi. Si deve altresì a Milziade, stratego degli ateniesi, se nel 490 av. Cr. l'invasione dei persiani potè essere arrestata a Maratona, ove diecimila ateniesi vinsero in epica battaglia l'esercito nemico forte di centinaia di migliaia di soldati. Tali vittorie greche sui persiani ebbero valore storico decisivo per l'ulteriore corso della civiltà greca, delineando le vicende mediterranee nelle note conseguenze; se Atene, che in tale vittoriosa difesa ebbe parte preponderante, fosse rimasta soccombente, l'invasione delle orde persiane sarebbe senza dubbio dilagata in tutto l'occidente, ed il corso della storia sarebbe stato sostanzialmente diverso.

Atene conseguì così, altissimo pregio in tutta la Grecia e, sorretta dalle città marittime ad essa alleate, con la confederazione di Delo, potè espandere il suo commercio in Asia. Minore e in Oriente, dominando con la sua flotta potente ed agguerrita l'Egeo e l'Ionio, spingendosi nel Mar di Levante e nel Mediterraneo centrale e occidentale. Di fatto Atene dominava tutta la Grecia e nell'età di Pericle raggiunse l'apogeo della potenza e dello splendore, caratterizzata specialmente da uno splendido movimento intellettuale nel campo della cultura, delle arti e della scienza.

SPARTA E TEBE

Il predominio di Atene suscitò presto le gelosie di Sparta, che, approfittando del malcontento di altre città alleate, si mise alla testa di queste muovendo contro Atene; nella lunga guerra detta del Peloponneso e durata dal 431 al 404 av. Cr., Atene ne uscì esausta e costretta ad entrare essa stessa nella Lega peloponnesiaca capitanata da Sparta. Già nella spedizione contro Siracusa nel 415-413 av. Cr., Atene era rimasta scossa per il disastroso rovescio subito e, dopo la disfatta di Egospostami, decadde senza più risollevarsi; Sparta prese il suo posto e per consolidare la propria egemonia strinse alleanza con lo stesso re persiano, ma, abusando del potere, suscitò una nuova ribellione fra le altre città greche capeggiate da Tebe e venne abbattuta specialmente ad opera di Pelopida e di Epaminonda.

Tebe non fece in tempo ad affermare il suo predominio fra le discordi fazioni politiche, perché fu prevenuta da Filippo di Macedonia, che, intromessosi nelle contese intestine della Grecia, ne approfittò per sottometterne gran parte del territorio al suo dominio. Ed i tentativi di ribellione, rinnovati contro il figlio e successore di Filippo, Alessandro Magno, non fecero che rinsaldare maggiormente l'egemonia macedone sulla Grecia.

Alessandro Magno.

Alessandro Magno, instaurando un regime dittatoriale, riuscì a conseguire l'unione e la solidarietà di tutte le città greche, federandole ancora in una nuova grandiosa spedizione contro la Persia e portandole di vittoria in vittoria alla conquista di un immenso impero, che riunì in un solo Stato tutti i popoli civili dell'Oriente. Alessandro fu signore della Macedonia, della Grecia, dell'Asia Minore, della Siria, della Fenicia, della Palestina, della Persia, della Mesopotamia e dell'Egitto; ivi fondò Alessandria, splendidamente fiorita poi, come nuovo centro della rinnovata civiltà ellenica nel cuore del Mediterraneo orientale. Morto Alessandro nel 323, il meraviglioso organismo imperiale si infranse nell'urto dei vari contendenti alla successione, perché dopo lunghe lotte durate dal 323 al 281 d. Cr. si divise nei tre grandi regni di Egitto, Siria e Macedonia; quest'ultimo comprendeva anche la Grecia, alla quale fu data una larga autonomia, che consentì a diverse città di potersi federare in leghe regionali più o meno indipendenti.

L'EREDITA' DELLA GRECIA

La vera gloria della Grecia non è riposta soltanto nelle sue epiche imprese di guerra e nelle sue grandiose conquiste militari; risiede principalmente nella sua splendidissima civiltà.

Se a Maratona, alle Termopili, a Salamina, la Grecia sbaragliando gli immensi eserciti persiani salvava l'intera Europa dall'invasione asiatica, ben più alto titolo essa conquistò nella storia della civiltà, perché nessun altro popolo lasciò orme così profonde in ogni campo dell'umana scienza e del progresso.

Nella storia del Mediterraneo, la Grecia ha il grande merito di essersi sovrapposta alle civiltà orientali, ellenizzando tutte le genti dell'Oriente, per impedire alle invadenti pressioni del mondo asiatico di dilagare in Europa, aprendo così la strada al divenire imperiale di Roma, affermatasi proprio nel momento in cui, decaduta Atene, fu universale salvezza se la fiaccola ancor vivida della sua luce, venne sollevata dalla rude e salda mano di Roma, che splendidamente la riattizzò.

Entra in scena Roma.

Allorché Roma, proseguendo nel suo risoluto piano di unificazione dei popoli della penisola, si scontrò con Taranto, colonia greca fra le più floride e potenti, Pirro, re dell'Epiro, accorse volentieri in soccorso dei Tarantini, nutrendo il segreto proposito di approfittare di questo scontro con l'Urbe, che già aveva fatto parlare di sé, per impadronirsi dell'Italia e fondare nella penisola le basi di un nuovo impero ellenico, che si sarebbe dovuto estendere verso tutto l'Oriente, a cavallo fra il Tirreno e l'Ionio. Si può dire che la battaglia di Taranto sia stata doppiamente decisiva, in senso propizio per i Romani, perché con la vittoria riportata sui Tarantini la loro ansia mediterranea venne appagata, facendoli proseguire nel processo di unificazione di tutta l'Italia centrale e meridionale.

In senso infausto per i Macedoni, perché Pirro si trovò costretto a rinunciare al sogno ambizioso, in cui si era cullato nell'illusione di poterlo realizzare con l'aiuto del suocero Agatocle, il potente tiranno di Siracusa. e sentendosi sicuro delle proprie forze per essere nipote del grande Alessandro; il valore dei Romani, che, dopo il primo disorientamento prodotto dalla apparizione degli elefanti e dalla tattica di combattimento degli epiroti, ripresero il sopravvento comportandosi da valorosi, fece sì che Pirro, nella tema di un ritorno in forze del nemico, levasse sollecitamente il campo.

Pirro con il suo esercito si portò allora in Sicilia, muovendo contro i Cartaginesi in guerra con Agatocle: l'Epirota sperava forse di rifarsi della vittoriosa sconfitta riportata in Italia, cooperando a liberare la Sicilia dai Fenici e quindi con l'appoggio di Agatocle iniziare la conquista dell'Italia muovendo dalla Calabria per risalire fino a Roma.

Fatto sta che i Romani, resisi conto della gravità del pericolo che, per essi avrebbe potuto rappresentare, una disfatta dei Cartaginesi in Sicilia, stipularono con costoro un nuovo trattato di alleanza, questa volta a scopo bellico e contro Pirro, avendo entrambi interesse di eliminare da ogni ulteriore intromissione nelle loro faccende il terzo incomodo; tuttavia, benché alleati, Romani e Cartaginesi rimasero reciprocamente sospettosi e si astennero dal domandarsi aiuto.

Fintanto che Cartaginesi e Siracusani si sarebbero combattuti fra di loro, Roma se ne sarebbe avvantaggiata perché entrambi si sarebbero indeboliti ed al momento buono essa avrebbe potuto usare della sua forza con profitto, prevalendo anche in quel settore. Allorché scese in campo Pirro, nemico di Roma, questa si preoccupò giustamente che in caso di una vittoria di Agatocle sui Cartaginesi, sarebbe stato molto più pericoloso per essa ritrovarsi con un Pirro vittorioso, che avrebbe potuto rinfocolare le velleità insurrezionali delle città della Magna Grecia, minacciandola nell'Adriatico e nell'Ionio, e con un Agatocle padrone della Sicilia e despota, perciò, del Mediterraneo centrale e occidentale. Per gli interessi immediati di Roma era preferibile una vittoria dei Cartaginesi; costoro erano tanto lontani e ci sarebbe voluto ancora molto tempo prima di scontrarsi direttamente con essi.

Pirro venne duramente sconfitto e se ne tornò in Epiro; Agatocle dovette subire i duri patti impostigli dai Cartaginesi: Roma trasse un ampio respiro perché ormai, davanti a sé, di veramente temibili e forti, non restavano che i Cartaginesi.

Quando, dopo le travolgenti vittorie annibaliche, la Macedonia si alleò ad Annihale, Roma portò la guerra in Oriente, volgendosi per fatalità di eventi verso il Levante Mediterraneo, chiamatavi da Attalo, re di Pergamo. in lotta contro Prusa, re di Bitinia alleato dei Macedoni: Roma vinse in Oriente, e il dominio dell'Adriatico e dell'Egeo si aggiunse a quello del Tirreno: nel Mediterraneo centrale l'Egitto era ancora forte ma in decadenza ed assente da ogni competizione; nel Mediterraneo occidentale, annientato con la seconda guerra punica, il predominio cartaginese, Roma ne era altresì diventata padrona assoluta.

Nel 197 Roma, riportando a Cinocefale la vittoria Conclusiva in Oriente, mandò in frantumi i progetti espansionistici di Filippo nell'Egeo, imponendogli, fra le altre condizioni di pace, la concessione dell'indipendenza alle città della Grecia ed il riconoscimento a Roma del diritto di intervento ed arbitrato nelle cose d'Oriente.

Anche in Asia Minore, Roma fece sentire la sua forza ad Antioco III, re di Siria, infliggendogli una tremenda sconfitta a Magnesia nel 190 e costringendolo a cedere gran parte dell'Asia Minore ad Attalo, re di Pergamo, suo fedele alleato.

Dopo la seconda guerra macedonica, Roma, che già nell'Illirico e nella penisola balcanica aveva notevoli interessi e formidabili basi, acquistò parte preponderante in tutto l'Oriente togliendo definitivamente alla Macedonia ogni possibilità di risollevarsi; con sempre crescente ingerenza, sospinta da incontenibile spirito di espansione e da necessità di sicurezza e difesa, anche nel settore orientale del suo mare, dopo avere assoggettata al suo dominio la Macedonia nel 146, si trovò costretta ad annettersi anche la Grecia, che, approfittando della terza guerra punica, s'era ribellata.

Alla romanizzazione completa dell'Oriente Ellenico non mancava che l'Egitto, la cui ora doveva suonare più tardi.

Ma "Graecia capta ferum victorem cepit, et artes intulit agresti Latio" cantò Orazio, cioè: "La Grecia sottomessa sottomise il rozzo vincitore e importò le arti nel rustico Lazio".

Nell'epoca preromana nessuna potenza ebbe mai il dominio completo del Mediterraneo; nel periodo ellenistico in Oriente predominò per un certo tempo Atene. Taranto e Siracusa e le città della Magna Grecia avevano anch'esse la loro parte di dominio incontrastato, mentre i Fenici da Cartagine e dalle Colonie insulari scorrazzavano liberamente nel Mediterraneo Occidentale, ove tuttavia cercava di prevalere la fiorentissima città greca di Siracusa; nel Tirreno Marsilia, la colonia Focese, lottava per l'egemonia, contrastata dagli Etruschi, che dal litorale toscano erano riusciti ad estendersi verso il Golfo del Leone e fino nell'Italia Meridionale; in complesso, qualcuna di queste potenze era riuscita a conseguire il dominio particolare chi del Tirreno, chi dell'Ionio o dell'Adriatico, dell'Egeo o del Mare di Sicilia, ma nessuna era mai assurta a potenza talassocratica assoluta. Vedremo in appresso come Roma, costretta inizialmente da necessità di difesa, di libertà e di sicurezza, sia stata portata dalla fatalità e dalle circostanze ad una politica di espansione imperialistica in tutti i bacini del Mediterraneo, da essa denominato con consapevole fierezza: "Mare Nostrum".

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