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MOVIMENTO FASCISMO E LIBERTA' |
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I. IDEE GENERALI SULLA CULTURA FASCISTA
LA NOZIONE espressa dalla parola "cultura" non è in generale ben definita. A parte il significato che la stessa parola ha nell'uso tedesco in cui ha la completa estensione che ha la parola "civiltà" e comprende quindi tutte le manifestazioni della vita di un popolo, comprese quelle della vita materiale nell'uso nostro "cultura" ora significa quel complesso di conoscenze che sono patrimonio di un uomo "colto", ora il complesso delle forme di attività spirituale della Nazione, in contrapposizione a quelle della vita pratica. Il primo significato è in sostanza quello della parola "istruzione" e si suole applicare agli individui, la "cultura animi" di Cicerone e di Orazio. Ma è solo nel secondo significato che la parola "cultura" può essere intesa, quando sia applicata ad un popolo o a un'epoca. "Cultura", in questo senso è l'attività propriamente creatrice di un popolo nel dominio dello spirito; attività che si estrinseca propriamente nei domini del conoscere scientifico e della creazione artistica. Questo è il significato che il Fascismo fa proprio in conformità alla sua concezione che il conoscere non rappresenta un modo di essere nell'individuo, ma un "modo di agire". Secondo la dottrina fascista difatti, l'elevamento dello spirito, che deriva certo dall'ampiezza delle conoscenze e dall'autoeducazione, non è raggiunto sino a quando esso non si traduca in potenza di azione, in costruzione. Mentre, nel senso liberale, la cultura è ornamento dell'intelletto, che l'individuo ricerca per suo intimo ed egoistico godimento, e quanto più è intellettuale tanto più è apatico e assente dalla vita, per il Fascismo la "cultura" è la forma più informata e più piena con cui l'uomo manifesta la sua azione sociale, spirituale, storica. Analogamente, quando si parla di "cultura" di un'epoca, il Fascismo vuole che si consideri il complesso delle sue creazioni, l'apporto che tale epoca ha dato al lento e faticoso procedere degli uomini verso la conquista della spiritualità. Non è più una concezione edonistica, individualista come si ha nel liberalismo, ma è invece concezione etica ed universale, che riflette l'anelito del Fascismo verso la potenza, come liberazione delle forze morali dell'uomo. Il duce ha detto: "Intendo l'onore delle Nazioni nel contributo che hanno dato alla cultura dell'umanità".(1) Questo contributo che una Nazione o un'epoca dà all'umanità è la sua cultura. Il complesso della civiltà di un'epoca è certamente condizionato dalle condizioni fisiche in cui essa si svolge. Ma quello che le da il carattere propriamente differenziale è il motivo spirituale che la domina; un motivo umano che informa di sé tutte quante le manifestazioni della vita e si rivela con maggiore vigore nel dominio delle creazioni dello spirito. La potenza del motivo predominante crea anzitutto una concezione della vita. Ed è questa concezione della vita che si riflette in tutte le creazioni e determina il carattere unitario di un'epoca e di una civiltà. Non c'è dubbio che la vita spirituale del popolo italiano ha una fisionomia assolutamente non confondibile con quella di altri popoli. Non c'è dubbio che anche nello sviluppo storico del popolo italiano ci sono diverse fasi improntate a una diversa maniera di concepire le cose. Per questo motivo il Rinascimento italiano si distingue come complesso spirituale dell'epoca dei Comuni. Per lo stesso motivo il romanticismo italiano è una cosa intimamente e profondamente diversa dal romanticismo tedesco. Il Fascismo ha una sua concezione della vita ed è ineluttabile che questa concezione si debba tradurre anche in attività, in creazioni dello spirito. Se la dottrina fascista è una concezione della vita nuova e originale che si contrappone nettamente a tutto il mondo animato dalla concezione liberale, se i motivi umani che il Fascismo riconosce e pone in valore sono profondamente diversi da quelli su cui si fonda l'interpretazione positivista e materialista della realtà, è ineluttabile che esso debba prendere forme concrete non soltanto nelle esigenze della vita pratica, ma anche in quelle delle attività superiori dello spirito. La cultura di un'epoca è costituita dalle sue creazioni sia nel dominio del conoscere scientifico, sia in quello della creazione artistica. Di fronte a queste due forme di attività spirituale il Fascismo ha già netta e precisa la sua posizione. Sin da oggi possono definirsi quali sono, e più saranno nell'avvenire, i caratteri tipici della cultura fascista. Di fronte alle scienze cosiddette morali la posizione del Fascismo deriva nettamente dai postulati etici della sua dottrina. Poiché per il Fascismo il bene è tutto ciò che guida l'uomo alla conquista della continuità storica che si traduce in conquista spirituale e difatti tutto ciò che dell'uomo veramente sopravvive come opera e come pensiero è bene, mentre è male ciò che induce l'uomo ad esaurirsi nella morta gora dell'egoismo nel giudizio dell'attività umana in tutte le sue forme esso ha un sicuro punto di riferimento. La valutazione, quindi, dell'attività molteplice degli uomini, nel passato come nel presente, non può essere che valutazione etica. Storia in senso fascista è dunque valutazione etica dei fattori dell'azione; e questa concezione si applica non soltanto nella valutazione dell'azione individuale che è propriamente quella creatrice di storia, ma anche al complesso di tutte le attività che costituiscono la vita degli uomini. C'è dunque per la dottrina fascista la possibilità di stabilire una gerarchia di valori rispetto ai quali si debbono giudicare tutti i fattori della storia. Nell'azione storica individuale, il nostro conoscere deve particolarmente cercare ciò che è veramente costruttivo, ciò che porta l'umanità ad un progresso. Con ciò non s'intende che la storia degli uomini debba essere considerata come una storia di successi. Ci sono delle disfatte che rappresentano già una conquista, perché in esse gli uomini hanno mostrato un vigore spirituale, e una dedizione di sé che nobilita la stessa sconfitta. Errore, elemento negativo nella storia è soltanto ciò che è puramente arbitrio del singolo, cioè volontà di un'affermazione egoistica, non interpretazione per dir così sinergetica di tutte le forze palesi e occulte che muovono la vita delle nazioni e dei popoli nelle loro varie fasi. Per quanto concerne dunque la storiografia, il Fascismo esige che essa si ispiri al mondo morale che è suo contenuto. Non c'è dubbio che la storia del passato in tutte le sue molteplici forme sarà riveduta dalla storiografia fascista. Mentre è ovvio che un criterio morale e politico debba guidare nella valutazione e nella interpretazione dell'azione politica di individui e di nazioni, sembra assai più difficile informare la ricerca scientifica nel campo della natura ad un criterio analogo. Nel passato il ricercatore, lo scienziato è stato considerato come l'apostolo, il sacerdote di una religione, quella della scienza: una religione che non conosce limiti di nazionalità ed è dominata dal desiderio incontaminato di affermare la potenza della ragione umana nello scoprire i meccanismi che regolano i processi naturali. La religione della scienza fu caratteristica del periodo positivista e materialista ed anche oggi quei popoli e quei regimi che improntano la loro vita e il loro mondo spirituale a criteri positivisti, danno alla religione della scienza un posto in quei loro templi dai quali hanno bandito il Dio del popolo. La ragione di ciò va ricercata nel fatto che, riducendosi la vita dell'uomo ad un puro fatto economico, la conoscenza dei misteri della natura può giovare al miglioramento dei fattori materiali della vita. Esasperata, questa concezione ha dato origine alla cosiddetta religione della scienza. Il Fascismo considera la ricerca scientifica come una delle più nobili attività alle quali si possa applicare lo spirito umano. Ritiene tuttavia che la ricerca scientifica ha la sua vera giustificazione se viene considerata, non come una religione che ha i suoi misteri ed i suoi sacerdoti, ma una delle attività preminenti che possono contribuire a liberare l'uomo dalle esigenze propriamente materiali per affermarne la natura spirituale; e che come tale la scienza deve essere subordinata alle stesse necessità che regolano le altre attività dell'uomo sociale. In altre parole la scienza che viene professata da uomini i quali vivono in comunità storielle dominate da bisogni particolari e aventi fini determinati, deve rispondere in maniera concreta a tali bisogni e a tali scopi, non deve in altri termini essere un'esercitazione, per quanto nobilissima delle facoltà indagatrici ed inventive dell'uomo, ma deve mirare a realizzazioni concrete e a conquiste utili per la propria nazione e per l'umanità. Ha detto il duce: "Le applicazioni pratiche della scienza, diventate ormai innumerevoli in ogni campo accompagnano l'uomo moderno in ogni istante della sua attività e ne moltiplicano le energie. Niente di più razionale e di più necessario dell'applicazione sistematica al lavoro umano dei ritrovati della scienza". Il duce il 15 febbraio 1926, inaugurandosi la Prima Mostra del Novecento italiano, poneva a sé stesso, in un lampo di improvvisa e veggente rivelazione, le basi di partenza di tutta la politica artistica e culturale del Fascismo. Nessuno, crediamo, sino allora aveva formulato, nemmeno grossolanamente, la possibilità di una gerarchia tra la politica e l'arte. Anzi, sulla corrente dell'estetica moderna e ne vedremo più innanzi le principali programmazioni teoretiche i più opponevano le varie e spesso nebulose definizioni dell'"arte pura", onde proclamare l'assoluta libertà e individualità dell'artista, qualsivoglia esso sia poeta, narratore, pittore, scultore, cineasta, ecc. e quindi implicitamente negare una possibile funzione politica dell'arte. Anzitutto, sopra questo argomento, fecondissimo di facili confusioni, è giusto premettere che il parlare di gerarchia tra la politica e l'arte, non significa affatto confondere i concetti classici che si hanno sia dell'una e sia dell'altra, e nemmeno intravedere immediate funzioni pratiche in quelle attività spirituali, le quali hanno per fine supremo la bellezza. L'arte, in funzione diretta della politica, è certamente la negazione di sé stessa; ma, se l'arte può avere, come effettivamente ha ed ha avuto attraverso i secoli, una funzione civile, questa civiltà non può trovare corrispondenza che nelle caratteristiche politiche del tempo in cui essa è fiorita. Per ciò, è assurdo pretendere che l'arte si manifesti completamente estranea ai tempi e ai climi morali in cui essa vive, e da cui essa trae alimento, senza subire di questi tempi e di questi climi influenze ambientali e soprattutto spirituali. Se, come afferma il duce, "la politica lavora sullo spirito degli uomini", l'influenza che un dato regime politico può avere sugli artisti e sull'arte non può essere discussa. La politica non agisce, né lo potrebbe, programmaticamente sull'arte; non impone che l'arte assuma forme pedagogiche e pratiche; non insinua elementi estranei e contingenti; ma agisce sulla generalità e sulla totalità dello spirito, forgiandone le caratteristiche fondamentali: quelle caratteristiche che danno i diversi rilievi e i diversi significati dei secoli letterari. L'arte, così, anche nelle sue più pure e più alte espressioni, rappresenta molte volte il documento più completo e più persuasivo del tempo in cui essa, maturandosi, s'è fissata in forme estetiche. Vive di sé, ma nello stesso tempo riflette la spiritualità di quel mondo esterno, donde essa quasi inconsciamente sorse. Infatti, di codesta influenza di tempo e di clima politico, il duce, sempre nel discorso pronunciato alla Prima Mostra del Novecento, fissò alcune verità, che è bene ricordare. "Mi sono domandato se gli avvenimenti che ognuno di noi ha vissuto guerra e Fascismo hanno lasciato tracce nelle opere qui esposte. Il volgare direbbe no, perché salvo il quadro "A noi", futurista, non c'è nulla che ricordi o ohimè fotografi gli avvenimenti trascorsi o riproduca le scene delle quali fummo in varia misura spettatori o protagonisti. Eppure il segno degli eventi c'è. Basta saperlo trovare. Questa pittura, questa scultura, diversifica da quella immediatamente antecedente in Italia. Ha un suo inconfondibile sigillo. Si vede che non è il prodotto di un mestiere facile e meccanico, ma di uno sforzo assiduo, talora angoscioso. Ci sono i riverberi di questa Italia che ha fatto due guerre, che è diventata sdegnosa dei lunghi discorsi e di tutto ciò che rappresenta lo sciattume democratico, che ha in un venticinquennio camminato e quasi raggiunto e talora sorpassato gli altri popoli: la pittura e la scultura qui rappresentate sono forti, come l'Italia d'oggi è forte nello spirito e nella sua volontà. Difatti nelle opere qui esposte vi colpiscono questi elementi caratteristici e comuni: la decisione e la precisione del segno, la nitidezza e la ricchezza del colore, la solida plasticità delle cose e delle figure". Così, portando questa illuminante e particolare constatazione del duce sopra un piano generale, si può affermare che la politica, qualsivoglia politica, ma in special modo quella fascista, suscitatrice e animatrice di tutte le attività spirituali, può e deve informare di sé la cultura, sia essa poesia, scienza e filosofia. Ma ciò e il Fascismo lo dimostra ogni qualvolta agisce a favore del rinnovamento spirituale dell'arte italiana non potrà mai avvenire meccanicamente, cioè agendo dal di fuori, sulle mere forme e sugli atteggiamenti esteriori; ma invece incidendo profondamente e spontaneamente l'intimità e lo spirito degli artisti e d'ogni altro uomo che viva in piena sincerità e dedizione di sé l'alta e pura vita della cultura. Prima del Fascismo l'intellettuale, forse troppo orgoglioso di sé, o mentalmente portato a rinserrarsi entro le ragnatele di una frigida teorica, ostentava il proprio isolamento in un mondo di carta. Il suo agnosticismo politico, come la sua indifferenza davanti a qualsivoglia problema di vita e di pratica politica, dimostravano l'errato concetto che la massima parte degli intellettuali d'allora avevano sia dell'arte sia della cultura. Pareva quasi che ogni artista, ogni uomo colto, in nome di quest'arte e di questa cultura, avesse il diritto di vivere al di fuori, o addirittura al di sopra, della società, dello Stato, della Nazione. Ciò trascinava l'artista a vivere appunto nella turris eburnea della propria spiritualità astratta: turris eburnea che finiva per essere l'osservatorio di un mondo e di una società irreali o falsi. Eppure ogni artista, prima d'essere tale, è uomo e cittadino. Ed ogni uomo, ogni cittadino ha, secondo il duce, il dovere imprescindibile e assoluto di "impegnarsi politicamente", operando nella realtà, e assumendo quella responsabilità delle proprie azioni che ogni uomo, ogni cittadino deve assumersi dinnanzi allo Stato. È naturale quindi che il trionfo dell'io, base alla concezione individualistica ed egocentrica della cultura, e che portava a un'arte apolitica e neutra, debba scomparire dinanzi alla concezione totalitaria che il Fascismo ha della vita nazionale. Arte e politica quindi non possono esistere in sudditanza diretta l'una dell'altra, bensì in quella naturale gerarchia che lo spirito dell'homo sapiens crea allorché vive nello spirito della razza, della patria, dello Stato, della Nazione. E quando la patria, lo Stato, la Nazione s'identificano con la politica, come oggi appunto s'identificano con il Fascismo, la zona ideale, in cui l'artista lavora e crea, non può specchiarsi che nelle attività spirituali promosse dal regime politico. L'intellettuale quindi deve sentirsi parte dello Stato, cittadino, né esistere ai margini di quei multipli problemi della vita umana, i quali formano l'attività politica. Che il Fascismo, nella sua essenza spirituale, abbia agito sull'arte e sulla cultura italiana, è verità già provata. Oggi, gli intellettuali, i creatori, hanno ripreso contatto col tempo, adeguandosi a quella "maniera di vita", vita esemplarmente spirituale, che le parole mussoliniane hanno risvegliato in ogni coscienza italiana, dall'uomo colto al contadino. Il Fascismo non è soltanto una dottrina politica, ma è soprattutto, un tipo di civiltà, e come tale sa suscitare correnti d'idee, lampi di fede, balenamenti di passione, e, ricordiamolo, lieviti di umanità. È, come disse mussolini, "una parola di vita", "un modo di concepire e di vivere la vita"; è "giovinezza, quindi bellezza e ardore e armonia".
1) E. ludwig, Colloqui con Mussolini, Milano 1932, p. 199. |