Capitolo 5
Eric o Ivan?
-Ooooh!- fece Eric, svegliandosi. Ma c’era un qualcosa che non andava. La casa non sembrava la sua e la sua stanza, di solito buia, adesso era rischiarata dalle prime luci dell’alba.
Effettivamente, c’era qualcosa che non quadrava. Il ragazzo si alzò per lavarsi la faccia; si sentiva in effetti un po’ rimbambito dopo quello che era successo la sera prima. Quando si alzò, vide una stanza che a lui sembrava diversa da quella attuale, piccola: quella stanza, infatti, era grande e c’erano bambole di pezza e di porcellana dappertutto come piccoli demoni maligni pronti ad uccidere chiunque con quel loro sguardo fisso e immobile.
“Mio dio!” pensò Eric. “Che giornata…mi sento ancora rimbambito. Che cavolo sarà successo? Forse ieri sera avrò esagerato con le canne!”
Le canne? Forse se ne era fatta una in quel preciso momento, perché tutti gli amici di Eric, compresi i Vendicatori Europei, sapevano che Eric non aveva mai provato una canna in vita sua.
Dopo essersi lavato la faccia, il ragazzo andò a specchiarsi e appena vide la sua immagine riflessa lanciò un urlo.
“Porco…chi è quello che mi sta guardando? Calma…calma…quello…quello sono io! E se sono io…chi sono io?”
Fantastico! Adesso Eric si trovava a migliaia di chilometri di distanza da casa (il che era impossibile, dato che era tornato a casa con Valeria dopo aver salvato quella ragazzina, oppure possedeva il dono dell’ubiquità, oppure come avrebbe azzardato il principe Robert, Eric era in preda ad uno “sdoppiamento del corpo”) e aveva anche perso la memoria. Decise di farsi una doccia fredda cosicché le idee gli si sarebbero rinfrescate e avrebbe finalmente capito chi era.
Macché! Niente da fare. Non ricordava nulla, la sua memoria era quella che verrebbe definita aristotelicamente una “tabula rasa”. In preda alla disperazione, si grattò la testa perché gli prudeva e sentì un qualche cosa di liquido, oltre all’acqua, che gliela bagnava; pensò fosse stato semplice shampoo, solo che si era ricordato di non averlo usato perché non l’aveva visto in giro. Allora esaminò il liquido fra le dita. Era di un rosso scuro, dal sapore molto ferruginoso.
Sangue.
Una ferita alla testa fatta in chissà quale momento e in chissà quale luogo.
Sconsolato, aprì la porta della “sua” stanza e vide che il pavimento della casa era tutto cambiato: di solito era di marmo, ma ora era fatto tutto di legno in stile campagnolo. E anche il primo piano, che non era mai esistito perché Eric abitava in un appartamento al quarto piano di un condominio, era così reale che scartò l’ipotesi di stare ancora sognando.
“Questa casa mi sembra di non averla mai vista…eppure devo conoscerla, visto che ho dormito qui!” pensò il ragazzo, andando verso le scale. Quando fu a metà strada, incrociò una ragazza giovane, alta, dai capelli biondi a caschetto; era di carnagione chiara, come se provenisse da qualche Paese dell’Europa dell’Est o giù di lì. Gli occhi, molto belli, erano di un azzurro mare limpido mentre la bocca era rossa come le ciliegie appena mature; vestiva un vestito nero e bianco, tipico delle cameriere.
-Oh, ben svegliato!- gli fece, appena lo vide.
-Lei…tu…chi…chi sei?- chiese Eric, ancora confuso.
-Sono Annemarie, signore.- rispose la ragazza. A giudicare dal nome, sembrava fosse davvero straniera.
-Annemarie…- domandò Eric. -…lei…tu…sai dirmi dove sono?-
A quelle parole, Annemarie esitò un po’ prima di parlare.
-No, signore. Io…sono solo la cameriera. Mi dispiace.- E se ne andò. Eric rimase a guardarla mentre entrava nella stanza che il ragazzo aveva occupato per fare le pulizie.
“ “Sono solo la cameriera, mi dispiace?” Ma che razza di risposta idiota è mai questa? Qua mi chiedo se sono finito in una casa oppure al manicomio!” pensò, scendendo le scale e andando verso quella che doveva sembrare la cucina per prepararsi una tazza di latte caldo.
Appena fu nella sala da pranzo, sentì un tintinnio di posate su un qualche piatto o scodella, e vide una ragazzina sui dodici anni, alta più o meno la metà di Eric, capelli biondi e occhi azzurri accompagnati da un fisico che si stava sviluppando e che avrebbe dato origine a qualche attrice o modella.
I due si guardarono. Si salutarono con un sorriso, e appena Eric salutò la ragazzina, una strana luce gli invase gli occhi: gli sembrava, infatti, di averla già vista da qualche parte, quella ragazzina. Stava per chiedere come si chiamava quando all’improvviso si sentì male e fu sul punto di svenire.
-IVAN!- gridò la ragazzina, tenendolo prima che cadesse. –Ivan, stai bene?-
-No…- rispose Eric, ancora confuso. -…io…Ivan? È così che mi chiamo? Ma…chi sono? Dove…dove sono?-
La ragazzina alzò gli occhi al cielo.
-MAMMA! IVAN HA UN ALTRO ATTACCO!- gridò.
-Attacco…di cosa?- chiese Eric, che ancora non capiva nulla. La ragazzina stava per rispondergli quando arrivò la madre, una signora grassa e bionda che doveva avere sì e no una cinquantina d’anni. La donna corse ad abbracciare Eric.
-Ivan!- disse, abbracciandolo. –Che cos’hai, stai male?-
-Signora…- fece Eric. -…chi è lei? Io…io non…non la conosco…-
-Ma come, Ivan!?- la signora scoppiò a piangere. –Non riconosci neanche più la tua mamma?-
-M-mamma?-
-GIOIA! Di’ a Giulio di chiamare il dottor Evani! E chiama papà!-
-Subito!- rispose la ragazzina, uscendo di corsa dalla casa.
Rimasero solamente Eric e la donna. Ma come poteva essere che Eric avesse scordato il volto dei suoi genitori? Anche ammettendo che la madre si fosse tinta i capelli senza dirgli nulla, non era per niente normale che lui si comportasse così. E chi era quella ragazzina che la madre di Eric aveva chiamato “Gioia”?
-Vedrai, tesoro, tra poco ti sentirai meglio!- disse la donna abbracciando Eric.
-Io…mi dispiace, ma…non riesco a ricordare nulla!- disse Eric.
-Lo so, Ivan, lo so. Non devi agitarti, è solo un altro piccolo attacco. Ti preparo qualcosa? Magari una tazza di latte caldo con cacao?- gli propose la donna.
-Io…ehm, no grazie. Non credo mi piaccia molto il cacao.-
rispose Eric, gentilmente. Ci fosse stato Thor ad assistere a quella scena, si sarebbe fatto delle risate che sarebbero passate senz’ombra di dubbio alla storia! Non era possibile che a Eric non piacesse il cacao…ci andava letteralmente pazzo!
In quel momento, entrò un uomo di corporatura robusta, che vestiva un semplice completo di seta verde. I capelli erano biondi e corti, e così anche i baffi.
-Andrà tutto bene, figliolo!- disse.
-E lei chi…- fece Eric.
-TUO PADRE, IVAN!- fece la donna. –È tuo padre! Adesso rilassati…il dottor Evani sarà qui fra cinque minuti.-
Poco dopo, Eric si trovava disteso su un divano e un uomo sulla settantina d’anni, vestito da prete, con due occhiali grandi che ingigantivano l’espressione da bovino che aveva, gli stava iniettando un calmante.
-Ecco!- fece. –Tra poco ti sentirai meglio.-
-Io…è la mia testa che…- Eric non riusciva a parlare sia perché si sentiva come il tappetino di un taxi, e ora ci si era messo anche il dottore con quel calmante.
-Lo so, ragazzo!- fece il dottor Evani. –Purtroppo non è il primo attacco, e non sarà neanche l’ultimo. Adesso ti sembra di non ricordare più nulla, vero? Neanche il tuo nome. Comunque, queste sono brevi crisi che col tempo spariranno del tutto.-
-Tornerai come prima, Ivan!- disse l’altro uomo, sorridendo.
Eric si sentiva talmente confuso che gli stava per venire davvero, una crisi. Gli pareva di non aver mai visto quelle persone prima d’ora, e com’era possibile allora che loro lo amassero e lo coccolassero come fosse loro figlio?
-Ma…perché…ho dimenticato tutto?- domandò Eric, ancora rincoglionito per il sonnifero.
-Forse sarebbe il caso di raccontargli la sua vita.- Suggerì il dottore. Allora la ragazzina si fece avanti e si offrì per raccontare a Eric la sua “vita”. I due uomini e la donna se ne andarono, ed Eric rimase solo con la ragazzina.
-Allora…- fece. -…io sono Gioia. Gioia Fumarola, e tu sei Ivan Fumarola, mio fratello!-
-Fratello?- domandò Eric.
-Sì! Sei addirittura maggiorenne! Mamma e papà ci hanno messo cinque anni per dare alla luce la tua adoraaaaaaaaaabile sorellina!
-Meglio tardi che mai. Comunque…sì, sei proprio adorabile per essere una sorellina minore. Senti un po’…che mi è successo? Perché ho perso la memoria?
-Non l’hai persa…viene e va, ecco! Ti spiego: sei rimasto coinvolto in un incidente d’auto. Un incidente molto grave, e sei rimasto in coma per tre anni.
-TRE ANNI!?
-Sì, e ti sei risvegliato solamente pochi mesi fa. E da quel momento, hai delle crisi in cui ricordi perfettamente tutto, e altre in cui la tua mente è completamente vuota…che vai un po’ di testa, ecco!
-Vado un po’ di testa…in effetti, ho la testa che mi gira come una trottola…
-Il dottore ti ha dato un calmante. Hai solo bisogno di un po’ di riposo.
-FANCULO!- disse una voce. Gioia si voltò e vide un uomo di forse cinquant’anni, vestito in maniera molto trasandata, che impugnava una bottiglia di whisky con fare minaccioso. Indossava un cappotto invernale scuro, una camicia marrone, dei pantaloni neri lunghi e degli stivali di gomma da contadino. La faccia era quella di uno appena sveglio con tanto di barba lunga.
-Cosa? Chi?- fece Eric, addormentandosi.
-È solo lo zio Max.- spiegò Gioia, alzandosi dal divano su cui stava seduta.
-Già! Quel vecchio, pazzo ubriacone dello zio Max!- fece l’altro uomo, sorridendo alla ragazzina.
-Lascialo in pace!- disse Gioia con fermezza. –Ivan deve dormire.-
L’uomo rimase a guardare Eric. Il suo sguardo era un misto d’odio e di compassione.
-Ma sì! Ma sì! Lasciamolo dormire, va’. Alla tua salute…IVAN! Che nome ridicolo…- disse, brindando a Eric e bevendo un’abbondante sorsata di whisky.
-MAMMA! Lo zio Max da fastidio ad Ivan!- gridò Gioia. In quel momento accorse la signora Fumarola, che appena vide l’uomo chiamato Max con la bottiglia in mano, a momenti non le venne un attacco isterico. Ma cercò di calmarsi.
-Oh, Massimo!- fece, spazientita. –Già con la bottiglia di whisky a quest’ora…ma sono solamente le dieci e mezza!-
-Già!- fece lo zio. –Avrei voluto svegliarmi prima per iniziare. Un goccio, Ivan?-
Gli porse la bottiglia. Eric, ancora rincoglionito per la botta e il calmante, chiese che cos’era quella strana cosa che puzzava tanto e che gli stava per far venire da vomitare.
-EH!?- sbottò Max. –UN ASTEMIO?! UN MALEDETTO ASTEMIO?! Hai sentito, piccola? In casa abbiamo un astemio! E io dovrei essere suo zio? Ma manco pe’l cazzo!-
-Via, Massimo…non vorrai far inquietare Gioia!- fece la signora Fumarola, cercando di portare via quell’uomo che minacciava Eric, quasi volesse ammazzarlo sul posto.
-Sei geloso, zio Max!- gridò Gioia. –Non volevi che Ivan tornasse!-
-Ma no. Lo sai che non è vero!- fece Max, andandosene. –Io sono tuo amico…-
E se ne andò, seguito dalla signora Fumarola. Rimasero solamente Eric e Gioia.
-Scusalo!- fece la ragazzina, sorridendo. –Adesso dormi.-
-No…io…voglio ancora…ricordare…- disse Eric, prima di cadere in un sonno profondo. Durante quel sonno, ebbe un sogno che fu come un flashback durante il quale aveva una specie di incidente d’auto e andava a sbattere contro un albero. Poi, disteso a terra e incapace di muoversi, vedeva le figure del dottor Evani che lo visitava, i signori Fumarola e Gioia che gli dava un piccolo bacio sulla guancia. Il dottore diceva che il ragazzo era in coma e che ci sarebbe restato per tre anni, fino alle tre di notte. Ma Eric vedeva e sentiva tutto.
Poi, come in un lampo, come in un canale televisivo in cui si ha un’interferenza visiva, le quattro figure scomparvero e al loro posto comparve un uomo di età indefinibile, molto alto, che vestiva un’armatura di tipo vichingo. Aveva i capelli biondi, lunghi, un elmetto di metallo con due ali d’aquila ai bordi e reggeva un pesante martello alla mano.
-Invero, padrone, non dare retta ai medici: dicono sempre che per star bene devi smettere di mangiare, fumare, bere e vivere contento!-
Poco dopo, quando Eric si svegliò, trovò Gioia seduta sotto un albero intenta a leggere un fumetto horror.
-Orrore?- chiese. –Non sei un po’ troppo giovane per leggere i fumetti horror?-
-Adoro le storie del terrore.- rispose Gioia. –Mi piace la paura. Come stai?-
-Io bene. Ma tu non fai brutti sogni, la notte?
-A volte.- rispose Gioia. –Ma sono solo sogni…incubi…-
-A proposito di sogni!- fece Eric, ricordando il suo. –Ho sognato il mio incidente: c’eravate voi, il dottor Evani, lo zio Max…e anche un uomo alto, biondo e con un pesante martello…ci mancava solo il cavallo ed era perfetto…lo conosci?-
-No. Hai detto “cavallo”?- fece Gioia, sorridendo. –A te piace moltissimo andare a cavallo! Vieni!-
Gioia condusse il ragazzo in una parte della fattoria occupata da un magnifico cavallo di razza purosangue che era intento a pascolare. Il pelo era di un marrone chiaro ed era liscio; inoltre, faceva vedere i muscoli dell’animale senza neanche un’ombra di grasso, come se quel cavallo fosse allenato per le corse.
-Ti presento il tuo migliore amico, dopo me chiaramente…THOR!- fece Gioia, chiamando il cavallo.
-“Thor”?- fece Eric. –Ma che è il nome del cavallo? Mi ricorda qualcosa…-
-Benissimo!- disse Gioia, con un sorriso. –È già un miglioramento, vedi? Dài, montalo!-
-Eh? Non credo che…- fece Eric, ma non poteva rifiutare un invito da parte di sua “sorella”: era troppo adorabile per poterle dire di no.
Il ragazzo dovette farsi aiutare da Gioia per montarlo. Appena fu sulla groppa dell’animale, quest’ultimo iniziò ad imbizzarrirsi, a scalpitare e a nitrire. Eric era più spaventato che mai: il cavallo era altissimo, ed Eric aveva pure le vertigini.
-Buono, Thor!- fece Gioia. –È solo Ivan! Non lo riconosci!?-
Ma al cavallo non importò nulla di quello che diceva la ragazzina che si mise a correre con Eric ancora in groppa. Eric urlava, ma chi poteva sentirlo oltre a Gioia?
In quel momento accorse il signor Fumarola.
-Ma che succede?- gridò. –Quello era Ivan! Ma che gli hai fatto montare Thor!? È una furia, quel cavallo!-
-Io…credevo che a Ivan avrebbe fatto bene. –Si giustificò Gioia. –Credevo che gli sarebbe servito per ricordare…e comunque non intrometterti più negli affari miei e di Ivan!-
-Io…- fece il signor Fumarola, abbassando la testa. -…scusami, Gioia. Quello che fai tu va sempre bene.-
Nel frattempo, il cavallo si era addentrato nella boscaglia, nitrendo imbizzarrito. Eric gli si era aggrappato al collo. Ad un certo punto, il cavallo si era impennato, lo aveva disarcionato e se n’era andato in cerca di qualche posticino tranquillo.
“Ufff!” pensò Eric, dopo essersi massaggiato il sedere. “Se prima sapevo andare a cavallo, adesso me ne sono completamente scordato!”
Guardò la boscaglia: era fitta, ma permetteva alla luce di entrare. Il suo sguardo, improvvisamente, cadde su una pietra dipinta di rosso e lievemente scheggiata.
“Quella pietra deve aver subito qualcosa!” pensò il ragazzo, avvicinandosi. Si rese conto che c’era un qualcosa che luccicava.
La prese. Era un portaritratti che conteneva solamente la sua foto, ed era di quei portaritratti pieghevoli che contengono più di una foto.
Ma dov’era andata a finire l’altra parte?
<-- torna a "Il Camaleonte"
Vai al capitolo 6 -->