Capitolo 6
In ogni incontro si nasconde uno scontro
Quella sera, Eric andò al cimitero del Verano. Inutile dire che i fatti che portavano la firma del Camaleonte lo avevano scosso a tal punto che doveva fare per forza una visita in quel posto che odiava tanto.
Andò ad aprirgli il guardiano notturno, che lo conosceva bene dato che avevano fatto un anno di scuola insieme. Eric andò verso la tomba del Camaleonte: era passato solo un giorno dall’ultima volta che era entrato nel cimitero, ma per il ragazzo sembrava essere passato un anno, e il cimitero di notte sembrava spettrale e dava l’impressione che i morti potessero risorgere da un momento all’altro.
-A parte ieri, non eri più venuto dal giorno del funerale.- fece il guardiano.
-Lo so.- disse Eric. –Ma non mi piacciono molto i cimiteri: ne ho visti troppi in vita mia. La tomba di Cama è dentro di me. E vedo che è ben curata, ci sono fiori freschi…-
-Quella ragazza, Valeria, viene tutte le settimane.- spiegò il guardiano.
-Non verrà più.- disse tristemente Eric, ricordando com’era morta la sua ex ragazza.
-Beh…vi lascio soli e torno a leggere il mio libro!- fece il guardiano, tornando nella sua abitazione e lasciando solo Eric con il suo amico Camaleonte, che sicuramente avrebbe gradito quella visita a sorpresa.
Ad un certo punto qualcosa attirò la sua attenzione: un rumore di un cespuglio mosso. Eric andò guardingo, afferrando un bastone come arma di difesa ma venne colpito. E la cosa più strana fu vedere da chi fu colpito. Era una ragazza: era alta quasi quanto Eric, aveva la pelle leggermente abbronzata e i capelli lisci che le arrivavano alle spalle, neri. Gli occhi erano neri e la bocca, bellissima, era tinta di nero.
-GIULIA!- esclamò Eric.
-Che ci fai tu qui!?- esclamò la ragazza, proferendosi in mille scuse per aver colpito Eric così forte, ma diceva che lo aveva scambiato per un morto vivente. A sentire quelle parole i due ragazzi si abbracciarono: era quasi un anno che non si vedevano più! Dopo il funerale del Camaleonte e la vicenda giudiziaria del suo ragazzo, Andrea, Giulia aveva preferito che le acque si calmassero sparendo dalla vita di Eric per un po’. E invece chissà perché, forse per uno scherzo del destino, i due ragazzi si erano incontrati proprio un anno dopo la morte del Camaleonte.
-Ma pensa!- disse Eric, sorridendo. –Anche tu vieni spesso qui, vero?-
-Già!- disse Giulia. –In un certo senso, è come se una parte di te fosse morta.-
-Dimentichi che è una parte di me, è nato con il mio stesso codice genetico!- fece Eric, quando sentì un altro rumore di cespugli provenire dalla tomba vicina. Eric aveva chiesto a Giulia se per caso era qualcuna delle sue amiche che veniva a trovare il Camaleonte di nascosto dal guardiano, ma la ragazza aveva detto di no, che solamente lei veniva al cimitero quasi tutte le notti.
-Ma allora chi è?- domandò Eric, ma la risposta la trovò da solo perché una figura alta come Eric, anzi, l’esatta fotocopia di Eric, sbucò e, senza badare al ragazzo, andò da Giulia e cominciò ad accarezzarla e a baciarla come se si fosse trattato non di una buona amica, ma della sua ragazza. Giulia era così contenta, perché sapeva che una persona soltanto poteva dare quei baci in maniera così, secondo la ragazza, divina. Giulia ricambiò un appassionato bacio del Camaleonte, o di chi lo stava imitando. Eric stava guardando tutto, incredulo per ciò che stava vedendo: infatti non era possibile che quello fosse il Camaleonte, e se la situazione fosse stata più assurda di quella avrebbe giurato di stare sognando. Stava per intervenire quando il Camaleonte (o chi fosse) cambiò atteggiamento: spinse via Giulia e cominciò a tempestarla di pugni e calci in preda a una specie di furia. Ma cosa poteva avere fatto Giulia al Camaleonte perché si beccasse questo trattamento?
Eric corse a soccorrerla, dicendo anche al ragazzo di fermarsi. Ma il ragazzo, appena sentì la voce, si voltò e al vedere Eric prese un pesante sasso e glielo tirò, prendendolo in pieno e quasi spaccandogli il cranio. Eric cadde a terra per un attimo privo di sensi; il ragazzo ghignò, si mise a correre verso il muro del cimitero, scavalcandolo come se fosse un ragno e se ne andò, facendo perdere le sue tracce e lasciando Giulia quasi in fin di vita.
Eric, ripresosi dalla sassata avuta poco fa, dovette caricare Giulia in macchina e portarla all’ospedale più vicino, vale a dire il “Sandro Pertini”. La ragazza perdeva molto sangue.
-Scusa…- fece uno degli infermieri. -…ma ti sei impazzito? Questo è un ospedale per i cristiani! Porta via quella schifosa zingara!-
A quelle parole Eric non ci vide più dalla rabbia e dopo aver delicatamente steso Giulia su una poltrona e averle dato un bacio sulla guancia, si avventò contro l’infermiere razzista ingaggiando una rissa alla quale presero parte alcuni infermieri e anche un addetto alla sorveglianza.
-Adrenalina!- gridò un medico appena vide Giulia. –E preparate una sala operatoria! Subito!-
Così, Giulia fu curata e se la cavò con un paio di punti di sutura, infatti i pugni e i calci di quel ragazzo che si spacciava per il Camaleonte non erano stati tanto forti da lesionare parti vitali delicate. Ma dovette essere tenuta a riposo per un po’ affinché le contusioni si sanassero da sole.
Eric, nel frattempo, era andato nello studio del medico a farsi curare la ferita riportata alla testa a causa della sassata. Il medico era un ragazzo giovane, sulla ventina d’anni, dal fisico slanciato. Aveva i capelli neri come quelli di Eric e due occhi castani che teneva dietro un paio di occhiali alla Clark Kent.
-Grazie dottore!- fece Eric. –Avevo girato cinque ambulatori, ma erano tutti chiusi e la farmacia più vicina era in zona Nomentana…-
Non riuscì a finire la frase, dal momento che quando il medico cucì i punti Eric si lasciò sfuggire un ululato preistorico al quale il medico rispose con un “BUONO! CUCCIA!”, facendo ridere vari infermieri che stavano passando da quelle parti.
-La tua ragazza se la caverà. Te non ti denuncio.- fece il medico. –Quello che ci andrà di mezzo sono io: probabilmente mi sbatteranno fuori dall’ospedale. Tu sei Eric Roberts, vero? È stato grazie a te se Andrea Maraschini è finito in galera. Lavorava qui. Grande biochimico, ma brutta persona. Mi spiace che non ci sia più, in galera.-
-Cosa?- domandò Eric. –Vuol dire che…è stato rilasciato?-
-Sì, un mese fa. E comunque credo che la tua ragazza, qui, stia bene. Ma non tanto bene da portarla a un concorso di bellezza. Dovrai prenderti molta cura di lei, sennò verrò io a menare le mani!-
Eric ringraziò il medico ancora di quello che aveva fatto, promettendogli che si sarebbe sdebitato in futuro. Il medico sorrise e tornò al suo lavoro, mentre Eric tornò a casa con Giulia. Appena arrivarono a casa di lei, il ragazzo la aiutò a scendere e a stendersi sul letto: appena la madre di Giulia tornò e li trovò, chiese che cos’era successo. Eric rispose che Giulia era caduta dalle scale e si era rotta una gamba, perciò aveva dovuto riportarla a casa.
Subito dopo tornò a casa, dove vide che Thor non c’era. Il pomeriggio lo passò tra studio delle materie più pesanti tipo matematica e fisica, che il ragazzo odiava a morte. Dopodiché si ordinò una pizza, andò alle pesanti prove di teatro dove per poco non strangolò Mariella che quel giorno era incazzata come un caimano e strillava come un’aquila e, tornato a casa, si fece una doccia e si mise a letto.
“Non poteva essere Cama!” pensò, mentre si addormentava. “Forse ho visto male…la tensione delle ultime ore mi ha fatto un brutto scherzo. O forse qualcun altro, per chissà quale motivo, gioca a interpretare il Camaleonte. E stavolta è davvero un mostro!”
Dopo un giorno tranquillo senza preoccupazioni né altro, Eric ricevette una telefonata. Era un tranquillo sabato di sole di inizio ottobre ed Eric stava sognando di farsi una scopata da dio con Giulia (l’ex di Andrea) quando squillò l’odioso telefono.
“Ma chi cazzo è a ’st’ora de nott…ah, è già mattina!” pensò. “Dev’essere Rob…ma non era così urgente da svegliarmi all’alba delle…mezzogiorno e un quarto!?”
-Ehm…pronto?- rispose, dopo essersi ripreso dall’aver guardato l’orologio.
-Eric…- fece una voce, la stessa voce debole che aveva sentito poco tempo addietro.
-CHI SEI!?- gridò Eric. –BASTA CON QUESTA COMMEDIA!-
-Sì…hai ragione…basta…- le parole si capivano appena. –Vieni…sera…al…otto…stazione metro…Roma!-
E riattaccò. Eric aveva capito tutto: chi si spacciava per il Camaleonte voleva che venisse quella sera alle otto alla stazione della metro Re di Roma. Quando spiegò il tutto a Thor, lo pregò di non venire perché sapeva come gestire la situazione.
Il ragazzo prese la macchina e si diresse verso il luogo destinato dell’incontro, all’ora stabilita: le otto di sera. La metro era deserta, c’erano solamente Eric e un altro ragazzo dall’età compresa fra i diciotto e i vent’anni che indossava una giacca di pelle con i simboli del fascismo, un cappellino della A.S.ROMA, dei jeans ultimo modello e delle scarpe da ginnastica.
Era tutto coperto, come se non volesse far vedere il suo vero volto. Ma Eric sapeva benissimo chi era e perché l’aveva condotto lì. Si mise faccia a faccia di fronte a quel ragazzo.
-Chi sei?- domandò, facendo finta di niente.
Per tutta risposta, il ragazzo gli puntò all’improvviso una pistola al volto.
-Non porto mai pistole o simili.- disse in maniera calma Eric.
-Beh, non credevo che il grande Eric Roberts sarebbe caduto così stupidamente nella trappola!
-Mai stato grande. Se è per questo, non so ancora cosa farò da grande!
-E fa pure lo spiritoso!- rise il ragazzo. –Un suggerimento te lo do io: farai il morto!-
Eric sospirò alzando gli occhi al cielo.
-Hai già tentato un paio di volte di uccidermi, Andrea…- disse . -…e ti è andata male. Anzi, per essere precisi, le hai sempre prese. Sei masochista, che vuoi provare ancora?-
-Fine della conversazione!- fece Andrea. –Volevo solo che sapessi chi è che ti ammazza. E adesso crepa!-
Eric stava sudando freddo: Andrea stava quasi per ammazzarlo e non ci sarebbe stato nessuno a salvarlo. O forse sì? In quel momento un fulmine (a ciel sereno) entrò nella stazione e colpì il polso di Andrea, facendogli gettare via la pistola. A quel punto il ragazzo gridò di dolore e si massaggiò il polso; Eric ne approfittò per tentare di stordirlo, ma Andrea si accorse di Eric e gli sferrò un destro sulla mascella. E i guai non erano finiti, perché Andrea lo buttò oltre la linea gialla, con la testa che sporgeva dalla banchina, e stava arrivando anche il treno.
Il conducente, appena vide la testa di Eric che sporgeva, tentò di frenare. Ma ormai era troppo tardi: il treno avrebbe decapitato il ragazzo, dando ad Andrea la vendetta che tanto aspettava.
Allora Eric chiamò all’appello le sue forze, afferrando Andrea e, con una mossa di judo (reminiscenza del corso che aveva frequentato fino a dodici anni), lo scaraventò verso il treno. L’impatto del ragazzo fece rompere il vetro, mentre Andrea cadde a terra, scoppiando sotto il treno come un palloncino pieno di sangue.
-Invero, stai bene, Eric?- domandò Thor, accorrendo sul luogo del delitto. Erano passate un paio di ore dal suo tentato omicidio, e inutile dire che sulla scena del delitto erano accorsi polizia e carabinieri, che avevano fatto un interrogatorio da film giallo al ragazzo chiedendogli chi fosse e perché ce l’avesse avuta con lui.
-È identificabile?- domandò il principe Robert.
-Come hamburger andato a male sì.- rispose uno della scientifica. –Proveremo con l’impronta dei denti, ma prima ci vorrà un esperto di puzzle.-
Eric, Thor e il principe se ne andarono dalla metro tornando a prendere la macchina di Eric. Robert chiese se gli dava un passaggio fino a casa di Claudia, dal momento che aveva lasciato la macchina da quelle parti ed era dovuto correre con una volante della polizia verso il luogo del delitto.
-Ti ho cercato ieri sera…- fece Eric, rompendo un po’ il ghiaccio che si era venuto a creare dato che Robert stava andando a casa di Claudia, della donna che era anche amata segretamente da Eric.
-L’ho saputo stamattina. – rispose il principe. –Ho provato a richiamarti, ma il telefono era sempre occupato.-
-L’ho staccato dopo che mi ha chiamato…“Cama”.- spiegò il ragazzo. –Non volevo dirtelo: ho assurdamente pensato che se fosse davvero lui, non c’era bisogno di arrestarlo.-
-Infatti l’ha già arrestato la vita.- disse Robert. –E adesso è morto.-
-Lo so.- disse Eric. –Ma ogni occasione è buona per far saltare di nuovo il pensiero. Fa perfino scordare che sia tornato come pazzo assassino.-
-Ah…a proposito di “pazzo assassino”…- fece Robert. -…Andrea Maraschini è stato rilasciato dal carcere davvero un mese fa. Il suo avvocato è riuscito a fargli condonare un paio d’anni.-
-E allora!?- domandò Eric, irritato. –L’ergastolo meno due anni fa sempre l’ergastolo!-
-Lo so, ma il giudice ha stabilito che Andrea aveva commesso omicidio involontario. Scusa, ma non l’hai seguito il processo?- domandò Robert.
-No.- rispose Eric, freddamente. –Dopo la morte del Camaleonte, non ho mai più voluto sapere di quella storia. E non avrei voluto che ci fosse un seguito.-
E mentre la macchina di Eric sfrecciava verso la Tuscolana diretta al quartiere Trieste, dove stava Claudia, una figura imponente, di quasi due metri di altezza, stava camminando sui marciapiedi con lo sguardo perso nel vuoto, osservando i passanti. O meglio…osservava i loro pensieri.
“Ma no…Michela non può avermi lasciato! Sì, sono sicuro che mi ama ancora!” pensò un ragazzo sui diciannove anni, che stava aspettando l’autobus.
La figura, che si rivelò essere Ralf Mordsen, lo guardò teneramente e tornò a camminare quando ad un certo punto urtò un altro uomo che gli chiese scusa e tornò nei suoi pensieri. Pensieri che per Ralf erano udibili:
“Che mondo di merda! Proprio oggi quello stronzo del direttore doveva licenziarmi?!”
“Forse, se ne avessi il coraggio…ma sì, l’ultima spada e poi tutto finito! Come vorrei essere in cielo, a toccare l’arcobaleno…e invece sono qui in questo mondo dove c’è solo il grigio…”
A formulare questo pensiero era stata una ragazza giovane, sui venticinque anni, dal fisico molto slanciato e snello. Anzi, a dire la verità sembrava smunta e denutrita per la sua età, in evidente sottopeso. Indossava un giubbotto di jeans dal quale si vedeva una maglietta nera dei Kiss, dei pantaloni azzurri di jeans e delle scarpe da ginnastica bianche, che avevano l’aria di essere portate da una vita.
Ralf la vide, e vedendo il suo viso magro, i suoi occhi azzurri e i suoi capelli biondi decise di seguirla. La seguì fino in un vicolo della zona chiamata Quadraro.
-Ehi!- la chiamò. La ragazza si voltò. –Ho sentito i tuoi pensieri. Sei sola…terribilmente sola. Hai bisogno di qualcuno che parli con te…che ti capisca…che ti dia l’affetto che non hai mai avuto. Se vuoi…se vuoi possiamo parlarne insieme.-
Le parlava con dolcezza, come se la conoscesse da sempre.
-Senti bello…- rispose la ragazza, sorridendo. -…per oggi le marchette le ho finite, quindi meglio se vieni un altro giorno. Ehi…che hai detto? Hai “sentito i miei pensieri”? Ma che sei un mago? I vede lontano un chilometro che ho il morale sotto i tacchi. Inventane un’altra, dai!-
E se ne andò, salutandolo. Ralf rimase a guardarla mentre se ne andava tutta felice. Mentre lei se ne andava. Elena C., venticinque anni, una vita noiosa e demotivata, priva di ogni emozione e piacere di vivere. Morì due giorni dopo per un’overdose: il suo ultimo pensiero, prima di morire, fu quell’uomo che le aveva parlato con dolcezza.
“Che Dio ti accolga!” pensò Ralf, vedendola allontanarsi. “Ora che ci penso…ho fame! Speriamo ci sia un bar o qualcosa!”
Si erano fatte le sette e mezza, l’ora in cui la maggior parte dei bar chiudeva. Ma Ralf, chissà come, ebbe la fortuna di trovare un negozio di alimentari aperto. O meglio, in procinto di chiudere. Entrò e vide che non c’era nessuno, solamente un ragazzo sui vent’anni, alto, magro e con dei folti capelli neri. Appena lo vide, fece una smorfia di disgusto.
-Salve!- disse educatamente Ralf. –Vorrei qualcosa da mangiare.-
-Sto per chiudere!- rispose sgarbatamente il bottegaio. –Torni domani!-
-Ma…per favore!- implorò Ralf con garbo. –Lì c’è un panino.-
Al ragazzo non restò altro che dargli l’ultimo panino. Però…meglio darlo all’ultimo cliente che buttarlo nella spazzatura e darlo in pasto ai cani.
Così, Ralf ebbe il suo panino.
-Un euro.- disse il ragazzo. Ralf gli diede delle monete. Il ragazzo si irritò. –Ehi…questi sono quaranta centesimi! Non bastano!-
-Per piacere…ho fame!- fece Ralf. Ma che motivo aveva quel ragazzo per arrabbiarsi tanto, poi? Gli aveva solo chiesto un panino, mica gli aveva chiesto due etti di macinato!
-NO!- sbottò il ragazzo. –Se non hai i soldi arrangiati, extracomunitario di merda! Hai capito?!-
-Sì.- disse furiosamente Ralf. –Ho capito benissimo!-
Appena disse quelle parole, i tatuaggi che aveva sul volto diventarono più scuri, fino a far vedere la sua vera natura: infatti sollevò il ragazzo da terra come se si trattasse di un fuscello e lo scaraventò sul retrobottega, spezzandogli le gambe nell’impatto. Poi prese la cassa e con tutta la forza che aveva gliela fece cadere in testa, facendogliela scoppiare.
Alla fine, dopo il suo stato di rabbia, Ralf buttò il panino vicino al cadavere del ragazzo, prendendo solamente una pagnotta.
-Tieniti pure il tuo panino. Mi è passata la fame!- disse, uscendo dal negozio e continuando a vagare per Roma verso una destinazione ancora ignota.
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