Capitolo 5
Il passato ritorna
Il giorno dopo, Eric non andò a scuola: doveva rimanere a casa per fare dei lavori di manovalanza, vale a dire svuotare la sua casa con l’aiuto di Thor dal momento che i suoi avevano deciso di imbiancarla di nuovo. Ma dato che erano partiti, avevano lasciato a lui una parte del lavoro, che non era poi molto: solamente mettere i teli di plastica sui mobili affinché non venissero sporcati dalla vernice.
-Beh, sempre meglio che mandare tutta la roba in un magazzino!- sospirò Eric, mettendo l’ultimo telo di plastica sul suo computer.
In quel momento suonarono alla porta.
-Questo dev’essere lui!- fece Eric.
Invece, la sorpresa fu di trovare il principe Robert sull’uscio.
Eric sgranò d’occhi.
-Robert!- esclamò appena lo vide. –Ma hai deciso di cambiare mestiere?-
-Era meglio se facevi aprire Thor. Che è ’sta storia?- domandò il principe, sorpreso.
-Scusami principe, è che pensavo fosse quello che dipinge i muri e…ma hai una faccia da “non so come dirtelo” che è un programma!- fece Eric.
-DirtelE, due cose. Andiamo, va’!-
-Che è successo?- chiese Eric, preoccupato.
-Lo scoprirai presto!- rispose Robert, salutando Thor mentre Eric lo lasciava ad occuparsi della casa attendendo l’arrivo dell’imbianchino.
I due salirono nella macchina di Robert. Eric si aspettava di andare nella sede dei Vendicatori Europei, ma si stupì quando vide che il principe stava tornando indietro, e stava andando verso casa di Valeria. Si chiese cosa potesse essere successo in quella palazzina dove era stato tantissime volte, ma trovò la risposta quando vide un’autoambulanza e un paio di volanti della polizia.
Entrarono nella palazzina, ed Eric si stupì ancora di più quando il principe stava entrando nell’appartamento di Valeria, che stava per venire sbarrato con i sigilli della polizia. Il suo stupore giunse al culmine quando vide che quelli della scientifica si stavano portando via un corpo avvolto in un lenzuolo bianco da cui spuntava un braccialetto raffigurante un disegno indiano. Eric riconobbe a chi apparteneva: a Valeria, ed era un regalo che lui le aveva fatto per festeggiare la loro prima settimana di fidanzamento. Il ragazzo pensò di essere dentro un incubo dal quale doveva assolutamente svegliarsi.
I due arrivarono sul luogo del delitto, gremito di agenti e investigatori.
-Valeria…- mormorò Eric, mentre si portavano via il corpo della ragazza.
-Non la vedevi da molto?- domandò Robert.
-Da quando ci siamo lasciati…pensavo uno di questi giorni di telefonarle o di passare da lei per vedere come stava…ma non immaginavo che non l’avrei vista più. Beh, se non altro la seconda cosa, per quanto peggiore, non può essere più brutta di questa…- rispose, mentre si sforzava di trattenere le lacrime.
-Valeria è stata strangolata. –Spiegò Robert. –Sembra che non ci siano impronte nella stanza. Nessun indizio. E nessuno nel palazzo ha visto entrare o uscire qualcuno di sospetto o di strano. O meglio, di strano sì: il portiere del palazzo qui vicino ha detto di aver visto entrare qualcuno che si attaccava ai muri come un ragno e che si muoveva molto velocemente. C’era buio. Poteva essere un geco, o semplicemente un frutto della sua fantasia. La stanza era così quando siamo arrivati. Solo la lampada era accesa.-
-E perché mi hai fatto trovare tutto com’era?- domandò Eric.
-Per farti vedere come ho visto io!- rispose Robert, aprendo la porta di una stanza ed accendendo la luce. Appena la luce venne accesa, davanti ai due si presentava uno spettacolo che colpiva per la sua bizzarria: una stanza vuota, senza mobili, con solamente le finestre. E per tutti i muri della stanza c’erano dei disegni, dei quadri, come se si fosse trattato della “Quinta del Sordo”, la casa del pittore Francisco Goya. Eric riconobbe “Il Grido” di Munch, “Guernica” di Picasso, “L’Inferno” di Bosch ma più di ogni altra cosa lo colpì un particolare dell’Inferno, un letto dentro il quale stavano lui e Valeria.
E fu lì che non resse più la vista di niente, uscendo furiosamente da quel luogo.
-Allora?- fece il principe, portatolo in un bar per farlo calmare un po’.
-Mi sembra chiaro, no?- rispose Eric, furioso. –Un dannato bastardo che conosce tutta la storia! Forse l’avrà letta sui giornali. Puoi escludere gli analfabeti, è già qualcosa!-
-Come detective fai pena, fattelo dire!- disse scherzosamente Robert. –Ok, gli analfabeti non sapranno leggere ma guardano la tivù. E la Rai ha fatto addirittura uno special sul “Camaleonte”…
-NON CHIAMARLO COSÌ!!!- sbottò Eric.
-Scusami.- rispose Robert, bevendo il caffè che aveva ordinato non appena si erano seduti.
-No, scusami tu.- fece Eric, addentando un cornetto alla crema. –Non mi va di riparlare di quella storia…e poi sono un po’ nervoso. Già avere gli imbianchini in casa è uno stress!-
-Ma se mi hai detto che non erano ancora arrivati…- disse Robert.
-E che ne sai?- fece Eric. –Forse ci sono. A meno che non si siano spaventati vedendo Thor!-
Robert rise. Anche nelle situazioni più difficili, Eric sapeva come tirar su il suo morale e quello della gente che gli stava vicino. Poi tornarono seri entrambi.
-Tornando a quei dipinti…cosa mi dici?- domandò il principe.
-Hmmm…- rispose Eric. -…Cama era molto più bravo: gliel’avevo insegnato io!-
-Ma non puoi dire che l’assassino non ce l’abbia messa tutta per imitarlo. Ah…e c’è anche un’altra cosa: uno dei vicini ha detto di aver sentito all’ora del delitto una specie di disco…un remake dance della canzone di “Pinocchio”.- aggiunse il principe.
Dopo il cornetto, Eric ordinò un bicchiere di whisky per digerirlo. Glielo portarono, lo tracannò d’un sorso e, cinque minuti dopo, quando il principe gli chiese se pensava gli avesse fatto bene, Eric rispose con dottrine di pseudo-filosofia zen stile prima fase sbronza.
Quando smaltì, era già tornato a casa. Ma si stupì molto nel vedere che era ancora com’era, e che c’era Thor sbracato sul divano lucidando il suo martello.
-Ma…non è venuto l’imbianchino?- chiese Eric.
-No.- rispose il dio. –Ma poi di cosa ti lamenti? In questo Paese nessuno vuole lavorare…-
-Io ora bestemmio!- sbottò Eric. –Giornata del cazzo! Adesso gliene dico quattro!-
Ma proprio in quel momento squillò il telefono. Eric pensava fosse l’imbianchino ed era già tutto teso e pronto per chiedere una spiegazione del perché questa mancanza del pittore quando sentì che la voce che proveniva dall’apparecchio era debolissima, appena si riuscivano a sentire le parole che emetteva.
Eric riuscì a capire questo:
-E…ric…c…scu…sa-
-CHI PARLA!?- gridò Eric, pensando che fosse il solito scherzo telefonico da parte di qualche ragazzo che si divertiva a prendere in giro la gente così.
-Beh, non parla più nessuno: adesso urlano tutti!- scherzò Thor, lucidando il martello.
-Ha riattaccato!- fece Eric.
-Sai cosa penso?- fece Thor. –Che forse ti manca una ragazza! Dovresti invitarne una qui con la scusa di farle vedere la tua collezione di stampe cinesi. Magari riesci a vendergliene un paio!
In quello stesso istante, a molti chilometri di distanza dalla casa di Eric e dal luogo del delitto, per le strade del quartiere conosciuto come Tor di Quinto, una figura si stava muovendo vestita di una tuta di qualche ospedale. Era molto alta, longilinea e di faccia sembrava l’esatto opposto del principe Robert: biondo e con gli occhi azzurri, dai lunghi capelli lisci, stava vagando senza meta. Quella figura era Ralf Mordsen, il paziente scappato dall’ospedale della Norvegia, che per eludere le tracce dei suoi inseguitori, vale a dire polizia e forze armate di mezza Europa, si era tagliato la barba e coperto i tatuaggi congeniti del volto con del fondotinta compatto.
-ZIO!- fece una voce maschile. Ralf si voltò e vide un ragazzo di tipo vent’anni con i capelli rasati a zero che vestiva una giacca di pelle nera, una maglietta inneggiante al Duce e al ventennio fascista, jeans strappati lungo le ginocchia e delle vecchie scarpe da ginnastica, e aveva vicino a lui una ragazza di forse quattordici anni vestita nonostante il freddo che faceva con un top che le arrivava all’ombelico, senza maniche, una minigonna aderente e degli stivali neri.
-Di’, zio…- fece amichevolmente il ragazzo. -…ti andrebbe una sgommacazzi? Dài, l’ho visto dalla faccia che sei uno raffinato! Guarda qui: neanche quattordici anni. Te la do per mezz’ora…a soli cinquantacinque euro! Guardala…e toccala pure se vuoi…merce di prima scelta, garantita a un prezzo stracciato!-
-No.- rispose freddamente Ralf.
-Ma come no!?- fece il ragazzo. –Dài, ti faccio oltre il minimo: venti euro per un’ora!-
-La ragazza ha paura.- disse Ralf, guardando il ragazzo con i suoi occhi di ghiaccio. –Ha paura di te e di quello che le fai fare. Se reagisce, tu la picchi: sei un pezzo di merda! Ti piace farle male!-
A quelle parole, il ragazzo sgranò d’occhi: era vero tutto! Era vero che lui era un protettore e che la ragazzina non era la sorella (come qualcuno poteva apparentemente immaginare) ma una delle sue “protette”, che picchiava duramente se lei tentava di reagire.
-Ehi!- fece il ragazzo, estraendo un coltello a serramanico. –Come fai a sapere che io la meno, quella? Ma chi sei, suo fratello? Meglio che te ne vai, sennò finisci male!-
Per tutta risposta, Ralf gli sputò in faccia.
-Mi fai solamente schifo.- gli disse, mentre i tatuaggi che si era coperto venivano alla luce, diventando più scuri del normale. La ragazza era in preda al terrore più completo, e non riusciva a muoversi per quanto aveva paura. Ma il ragazzo, dopo quel segno di sfida, era determinato ad ucciderlo con il suo coltello a serramanico: grosso errore, perché Ralf era arrivato al suo stato di follia temporanea: gli occhi diventarono di un giallo brillante mentre schivava il colpo del ragazzo, gli spezzava il braccio e, senza tranciarglielo, faceva sì che il ragazzo si desse delle coltellate da solo, morendo così dissanguato.
Dopo quell’attimo di follia, Ralf tornò normale e si prese la giacca di pelle del ragazzo perché aveva freddo. Ma mentre se ne stava andando, incrociò lo sguardo della ragazza, che stava piangendo per quello che aveva visto e temeva che l’uomo l’avrebbe uccisa.
Invece, Ralf estrasse il portafoglio del ragazzo e diede tutto ciò che conteneva (quasi trecento euro) alla ragazza.
-Tieni.- le disse dolcemente. –Ho tanti soldi. Sono ricco.-
Poi si avvicinò di più e le asciugò dolcemente le lacrime con dei piccoli baci.
-Vai, adesso sei libera.- le disse. La ragazza ringraziò Ralf e se ne andò, da un lato contenta perché era libera ma dall’altro triste perché non sapeva dove andare in quella metropoli. Ma quei soldi le sarebbero serviti.
Intanto, Ralf vagava per le strade di Roma in cerca di qualcuno o di qualcosa che potesse spiegare quell’omicidio.
Vai al capitolo 6 -->