Leggende del Garda: Catullo,Quinzia e i carpioni
Allorché dalla sua Sirmione Caio Valerio
Catullo, viveur e poeta con la borsa piena di sonanti monete
d'oro, si trasferì a Roma, subito venne bene accolto da quella
gioventù elegante e scapigliata, tanto più che suo padre era
amico di Giulio Cesare. Fra quel mondo chiassoso, sfrenato e
licenzioso, conobbe la dissoluta Clodia moglie di Cecilio Metello
governatore delle Gallie, che durante l'assenza del marito si
dava ai nipoti di Romolo, e Catullo la cantò sotto il nome di
Lesbia.
Ma se a Roma il poeta viveva piacevolmente, pensava qualche volta
che doveva recarsi a sorvegliare la coltivazione delle sue vaste
terre a Sirmione ed in Lugana, ed un giorno salutata la sua
amante partì per l'Italia superiore. Una lettiga elegante,
portata da due vigorosi cavalli, guidati da schiavi indossanti
rosse vesti, trasportò il nostro poeta; questi durante il
viaggio dimenticò la sua cara romana, specialmente allorché
nella valle padana s'incontrò con Quinzia, bella diciottenne,
che immediatamente pensò di condur seco nella sua villa su
Benaco.
Catullo era meravigliato della nuova conquista; una differenza
enorme correva fra la depravata Lesbia e questa giovane
cortigiana. Piacevolissimi giorni trascorsero i due nuovi amanti
a Sirmione e il poeta sempre ripeteva che mai aveva trovato una
donna si piacente, si amorosa e ad essa volle dedicare dei carni.
Ma Roma con la sua vita tumultuosa, chiamò ancora a sé il
poeta, che salutò Quinzia facendola signora della villa fino al
suo prossimo ritorno.
Durante l'assenza di Catullo dall'Urbe, era morto Cecilio Metello
e la voce generale diceva, in seguito a veleno fatto preparare
dalla sua cara consorte, che alla fine liberarsi dal marito,
diedesi alla vita più licenziosa, divenendo assidua
frequentatrice della Suburra, luogo di ritrovo delle donne del
suo stampo. Il poeta di Sirmione inorridito della depravazione
dell'amante, si sfogò con le più atroci satire contro tal
femmina da trivi ed andiporti, dolendosi di aver lasciato la
buona Quinzia per questa corrottissimo sorella del celebre
demagogo Publio Clodio.
Poco rimase a Roma il poeta di Sirmione,
nauseato di quanto aveva veduto, e ritornò dalla sua Quinzia che
lo accolse con i più calorosi amplessi. In suo onore la giovane
cortigiana fece sacrifici agli dei, ed invitò il popolo ad una
meravigliosa festa, là in mezzo agli olivi, così che Catullo
calmò i suoi tristi pensieri su quella Lesbia tanto mutata. Ben
poco però durò quella felice vita; Valerio deciso di rivedere
le rive del Tevere per svergognare la sua vecchia amante, un bel
giorno abbandonò ancora la sua bella Quinzia, promettendole il
ritorno fra poche settimane.
A Roma Lesbia era scesa sempre più in basso e Catullo, che
ancora l'amava, tentò ogni mezzo per ricondurla a miglior vita;
ai suoi piedi abbruciò le satire che aveva scritto sul suo
contegno, ma la mala femmina non volle più saperne del poeta
benacense. Questi già colpito da mal sottile, - e contava allora
trent'anni - peggiorava ogni giorno sempre più, tanto che i
medici gli consigliarono come unico farmaco un lungo viaggio in
mare.
Nell'Asia minore era morto un fratello di Catullo, probabilmente
per gli stessi stravizi, ed egli decise di recarvisi per
raccogliere le ceneri e ricondurle in patria; prima d'imbarcarsi
sul suo fasèlo ch'era ancorato nel Tevere, scrisse una
commovente lettera a Quinzia, promettendole che sarebbe ben
presto tornato dal suo viaggio.
Quinzia che aveva una cultura limitata, cosa
insolita nelle etère, non poteva concepire come fosse necessario
un lungo periodo di tempo per navigare a vela o a remi dalle
coste italiche a quelle della Troade, tanto che dopo due anni non
sapeva capacitarsi del motivo di una così lunga assenza, e
paventava di non poter più abbracciare il suo adorato Catullo.
Purtroppo una triste notizia giunse un giorno a Sirmione da Roma:
la si vociferava con sicurezza che Catullo era naufragato in
seguito ad una procella scatenatasi nel mare greco. Si può
immaginare la disperazione della bella fanciulla: la morte del
suo amante preannunciava la sua in brevi giorni, essendo immenso
il suo dolore.
Dalle ampie finestre della villa di Catullo, stava Quinzia ad
osservare le furiose ondate che spinte da un forte vento
proveniente da monte Baldo, cozzavano spumeggianti contro le
muraglia che scendevano a picco nel lago. Continuamente si
lamentava; dai suoi occhi lucidi scendevano trepidi goccioloni,
il suo cordoglio era enorme. Come candide perle quelle numerosi
lagrime dalle sue guance cadevano nelle acque dell'azzurro
Benaco, ed attrassero l'attenzione di branchi di carpioni,
nuotanti nelle vicinanze. Qualche pesce assaggiò avidamente il
nuovo alimento e lo deve aver trovato di suo gusto, poiché altri
numerosi carpioni accorsero a divorarlo.
La leggenda racconta che da quell'istante la bontà delle ottime
carni dei carpioni abbiano assunto una eccellenza superiore e che
quindi le lagrime della sconsolato Quinzia siano state quelle che
ebbero la virtù di rendere tali pesci i migliori fra tutti
quelli delle acque dolci.
Al cadere del sole due schiave entrarono nella sala ove si
trovava la giovane cortigiana per accendere le faci, ma
rabbrividirono nel vederla riversa a terra. A nulla valsero le
affrettate e premurose cure: Quinzia era ormai fredda, essa non
aveva potuto sopportare l'immenso dolore e la falce le aveva
troncato l'esistenza.
La mattina successiva gli abitanti di
Sirmione scorsero una nave che proveniva da Arilica, la odierna
Peschiera; ben presto da taglio delle vele e dal loro colore
riconobbero essere il fasèlo di Catullo, tanto noto sul Benaco
per le escursioni lungo le sponde e che dopo aver navigato per i
mari d'Oriente e salito i fiumi, era alla fine ritornato alla sua
patria.
Il poeta che recava le ceneri del fratello ascoltò terrorizzato
la notizia della fulminea morte della sua Quinzia, avvenuta
proprio allorché egli stava per rivederla dopo tanto tempo. Il
suo affanno fu immenso e lunghe giornate passarono avanti potesse
calmare il grande dolore. Dopo la cremazione, le ceneri di
Quinzia vennero chiuse in un'urna che come quella del fratello,
venne deposta nell'atrio della villa, fra il verde glauco degli
ulivi ed il profumo degli allori, che contornavano quella superba
residenza.
O voi che dopo aver visitato le interessanti e due volte millenarie Grotte di Catullo, vi arrestate in qualche albergo per assaporare l'eccellentissimo carpione, portate un mesto pensiero a Catullo e a Quinzia ch'ebbero il grande merito di rendere così saporito questo pesce, che è una specialità del lago di Garda, poiché vive unicamente fra le sue onde.
Articolo di V. Cavazzocca Marzanti (1930)
Poeti del Garda: Catullo
| Catullo. Ecco un nome che ci arride volando
amoroso attraverso i secoli, visione voluttuosa, insieme
con la ridente penisola di Sirmione, della quale un
giorno il poeta dei baci fu elegante signore e cantore. La famiglia di Catullo era quello che oggi si direbbe una "buona famiglia". Gente ricca. Cesare fu ospite di lei, a Sirmione, e fu amico di Catullo, che si divertiva a punzecchiarlo; ma il gran Cesare, da uomo di spirito, ne rideva. Catullo fu, infatti, condotto a Roma in tenera età, e ivi studiò, ivi avvicinò i grandi, e diventò uno scavezzacollo. Lo confessa egli stesso, con quella sincerità che forma il primo pregio della sua fervida, alata poesia. La sua poesia è censurata come licenziosa dai critici arcigni? Ma si pensi alla vita d'allora, i una Roma! Molte volte la licenza nella poesia latina non è altro che una faccia del poliedro dell'arte; quasi una teoria estetica. Catullo ama più donne; ma è Lesbia, è Lesbia colei che diverrà immeritatamente immortale mercè i versi del suo amante appassionato. Vivamus, mea Lesbia, atque amemus! Così comincia un'ode di dodici rapidi versi. Mario Rapisardi la tradusse in sedici, raggruppati in quattro quartine così: Viviam, mia Lesbia, amiamo e le
severe Ma se
al tramonto piegherà una volta Viviam,
mia Lesbia, amiam, dammi i tuoi baci Ancora,
ognora! I tanti baci e tanti Ma Sirmione è il rifugio
di pace, e Catullo la saluta, Ocella, la chiama: piccolo
occhio delle isole e delle penisole. Pupilla, gioiello
infine, o , come lo Zanella traduce e il Carducci ripete
nell'ode a Sirmione, "Fiore delle penisole". Giuseppe Adami(1922) |
Poeti del Garda: Goethe
Quando fuggendo, alla chetichella, da Karlsbad, alle
tre di una mattina, senza salutar nemmeno gli amici, nemmeno la
gelosa Carlotta Stein, della quale era sazio, perché voleva
evitare le scene fastidiose degli addii, Volfango Goethe arrivò
al lago di Garda, nessuno lo poteva conoscere. Viaggiava in
istretto incognito, come un principe del sangue, assumendo il
falso nome di Gian Filippo Moeller. Ma gliene doveva capitare
subito una bella, per quel suo incognito.
A Malcesine, prima borgata di terra veronese sul lago di Garda,
sorge un antico castello, che trasse subito l'attenzione del
Goethe, per l'incantevole promontorio sul quale esso signoreggia
quell'angolo del lago, fra ulivi e allori e cedri. Il poeta si
pose a ritrarre col disegno il castello; ma eccoti le guardie
della Repubblica veneta lo arrestarono, scambiandolo per una spia
del confine.
I viaggiatori tedeschi, che toccano Malcesine, vogliono vedere la
prigione del capitano veneziano, che accolse per poche ore il
malcapitato autore del Faust: poche ore, perché ben presto il
Goethe si fece conoscere, come l'Almaviva del Barbiere di
Siviglia.
"Io non sono il signor Gian Filippo Moeller, egli avrà
detto; ma il nobile Johann Wolfgang Goethe, ministro di Sua
Altezza reale il principe di Sassonia-Weimar, nato a Francoforte
sul Reno nel 1749". E Avrà mostrate le sue carte in
perfetta regola. Il capitano di San Marco lo lasciò libero. Ma
prima di codesta immagine noiosa, quale altra gli era sorta
dinanzi a Torbole, capo settentrionale del Garda!
Il Benaco era agitato dal vento. Faceva ricordare il verso che
gli aveva rivolto Virgilio nelle Georgiche; Virgilio, che
paragona quei flutti e quel fremito al fremito e ai flutti del
mare:
Fluctibus et fremitu adsurgens, Benace, marino
E, dinnanzi alla mente del Goethe, ecco appare un'immagine antica: quella d'una sacerdotessa greca, Ifigenia, di colei ch'egli, nella celebre tragedia, rappresenta vergine gentile, benefica e vittoriosa sulla barbarie. Si direbbe che, sul Garda, il Goethe abbia ideato la giocoliera Mignon del suo Wilhelm Meister, poiché ivi si adattano assai bene i versi notissimi:
Kennst du das Land wo die Citronen blühen...
"Conosci tu il paese, dove il cedro fiorisce; e fra l'oscuro fogliame ardono le arance d'oro?..." Si: "un vento soave anche là spira dal cielo azzurro; e il mirto sorge silenzioso e alto l'alloro".
Raffaello Barbiera (1922)
Questi articoli sono stati tratti dal portale TEBAIDE
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