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IL SOLE ALL'ORIZZONTE

In Principio...

Un freddo mattino di Primavera il Sole non si levò.
La notte era ormai stanca e l'aria gelata. Già le foglie gocciolavano e l'umida nebbia ricopriva, come se intuisse qualcosa, ora la sommità, ora la base del Colle.
E i primi albòri destavano al canto gli uccelli e ravvivavano i predatori alla caccia.
Ma la notte impietrita non finì. Proprio così. In quell'umida mattina di Maggio, quando la Primavera scaccia ogni timore, il meraviglioso Colle proteso ad Est non ricevette il giusto calore del giorno e non si rischiarò per l'abbagliante luce solare.
Il Sole questa volta aveva vinto; era un evento, un fatto da tramandare; non si alzò pigramente dall'orizzonte come aveva fatto, quasi obbligato, nei secoli e nei giorni passati, ogni mattina. No Lui aveva vinto; vinto sull'arroganza di chi credeva tutto scontato, sulla follia della corsa umana.
Anzi fece di meglio: si alzò fino al bordo dell'Orizzonte, quasi a voler fare capolino; ma no, non andò più su, lasciando tutti con quell'amarezza che si sente in bocca; come a voler dire "forse fra poco esce..." e invece no.
La questione era una sola: non lo si sarebbe visto più, ed inutili sarebbero state le arrampicate sulle guglie più alte del paese; Lui non c'era. Disperatamente il Colle ed il villaggio sarebbero rimasti per sempre senza il loro, ora quanto mai desiderato, Sole.
E le ore passarono, le prime ore nella storia di un giorno senza Sole.

Il Risveglio...

Nell'ora in cui di solito si risvegliava il villaggio, erano già tutti nelle strade, nei vicoli, sulle terrazze a rimirare terrorizzati quell'inaspettato cielo crepuscolare, velato di una fioca luce rossiccia. E già incontrastato dominava nei cuori di ognuno il sentore di una peggiore disgrazia ancora da venire. Tutto induceva a pensare che quelle sarebbero state le ultime ore prima della fine.

C'era già chi si abbandonava alla disperazione e non era raro trovare uomini e donne di ogni età accasciati a terra in un pianto cui nessuno sarebbe riuscito a dare conforto. Dopo i primi sentimenti, qualcuno di animo più intraprendente cominciò a ragionare sulle cause dello straordinario fenomeno. E la convinzione che man mano che trascorrevano le ore si faceva sempre più forte era che, in un mondo piatto come tutti gli studi avevano confermato, l'unica colpa potesse essere attribuita al Sole. Oltretutto, forse per fare un dispetto in più, pareva si fosse fermato poco al di sotto dell'orizzonte tanto da rischiarare un po' la Terra, quel tanto che bastava per non far morire la vegetazione. Infatti tutto confermava che il dispetto fosse rivolto solo agli uomini e la prima temuta fine del mondo, col passare dei giorni (se così si potevano più chiamare), non sembrava essere la ragione degli avvenimenti accaduti a partire dalla storica mattina.

Emmer...

Vi fu una sola persona, Karl Emmer, questo era il nome dello scienziato, che ponderò un metodo di risoluzione; del resto, essendo considerato la mente più geniale della sua epoca, vi era quasi costretto. Si diceva che fosse molto dotto: sapeva di filosofia e di arte, ma soprattutto conosceva ogni scienza quantitativa meglio di chiunque altro. Proprio per questa sua propensione verso il razionale, Emmer non si poneva neanche il minimo dubbio sull'esistenza di una causa ragionevolmente accettabile del fenomeno. Era altresì convinto che questa causa dovesse essere cercata nel Sole, e approntò, con l'appoggio del Signore del Colle, una spedizione verso i confini del Mondo nella ricerca di qualche indizio che confermasse la sua teoria sull'interpretazione dei fatti. Ma tenne la spiegazione solo per sè, tanto tutti erano sicuri che avesse già risolto ogni cosa. Aveva soltanto fatto spargere la voce che, dopo un rapido sguardo ai suoi testi, avesse congetturato una soluzione matematica al problema; e nella complessa algebra di formule il tutto risultava così armoniosamente chiaro e preciso che era impossibile da parte di alcuno confutare ciò che aveva dedotto.

Ad Est...

Dodici ore dopo, due navi presero la via del mare.
Vi erano a bordo sessantadue e quarantanove, in tutto centoundici uomini, tra cui ventitre soldati armati di tutto punto. Vi era naturalmente Emmer con le sue carte ed i suoi strumenti; ed una leggera brezza li spingeva verso Est. Secondo i calcoli da lui stimati, Karl Emmer fece sapere ai comandanti delle due navi che il viaggio di andata non sarebbe durato più di nove 'giorni', che si sarebbero dovuti tradurre in duecentosedici ore circa. Aveva dato disposizioni, poi, per il modo in cui si sarebbero dovute fermare le navi all'approssimarsi del confine della Terra.
Il confine, quell'immenso baratro che si trovava proprio là, davanti a loro, ad una distanza mai percorsa da alcun uomo, secondo una rotta mai seguita da nessun capitano di nave con il cervello sano. Già, perchè qualcuno prima ci provò, ma fu sempre fermato in tempo dalla ciurma che non esitò ad andare contro gli ordini, anche se di un pazzo, col rischio di finire sotto processo per ammutinamento. Fortunatamente qualche legislatore molto accorto decise, in un remoto passato, di non far processare i marinai che per questi motivi si ammutinavano. Era convinzione diffusa, infatti, che al confine della Terra le acque dei mari cascassero nel vuoto dello spazio attorno a loro. Ma le credenze popolari si spingevano oltre, immaginando che, sotto all'enorme baratro, fosse in agguato Belzebù stesso, e che i suoi demoni provvedessero a posizionare un calderone gigante nel punto in cui i malcapitati stessero per precipitare, e in un tripudio infernale gioissero alla vista di quel banchetto straordinario. Queste, però, erano solo fantasie popolari, mentre la realtà era un'altra. Scienziati del calibro di Karl Emmer concordavano nel ritenere che non potesse cadere nel baratro quell'enorme quantità d'acqua , i mari si sarebbero presto svuotati, ma ipotizzavano che in quelle remote regioni si trovasse uno scudo, una muraglia naturale, come un immenso argine ad evitare alle acque di traboccare.

Il Confine...

Il nostro scienziato era tutto preso dalle sue fantasie di gloria futura (sarebbe stato il primo a verificare l'autenticità di quelle teorie), che non si accorse di uno strano fermento che serpeggiava tra i marinai. Egli conosceva le superstizioni ben radicate nella mente e soprattutto nei cuori dell'equipaggio, ma non volle darvi perso. Quella 'notte' del sesto 'giorno' (circa centoquarantaquattro ore dall'inizio del viaggio) un grido di terrore destò Emmer, e poi uno strano tremolio, infine una confusione che proveniva dalla coperta. Appena uscì all'aperto vide gli uomini dell'equipaggio strapparsi le vesti ed invocare pietà verso un cielo plumbeo ed irreale. Alcuni videro Emmer e subito il terrore si trasformò in rabbia verso colui che li aveva spinti ad una morte sicura.
Nel tentativo confuso di sfuggire alle loro mani, corse e si trovò su di un ciglio con il mare da una parte e la ciurma dall'altra. Ma quale mare? Ormai mancava solo qualche decina di metri e poi il baratro, e solo allora udì le urla inumane di due demoni che fiancheggiavano le imbarcazioni. Alla loro vista si sentì perduto, sentì perdute tutte le sue teorie scientifiche e in un lampo già la sua nave attraversò quell'ultimo confine, cominciando a sprofondare nel nulla cosmico, dove l'aspettava il calderone fumante di Belzebù. Gli uomini allora tentarono un ultimo gesto disperato, ed afferratolo, sporsero Emmer fuori dal bordo in sacrificio al grande Diavolo. I marinai dell'altra nave, allo stesso tempo, incitavano i loro compagni incuranti di essere caduti anche loro nel vuoto.
Capro espiatorio, autore, unico colpevole di quel viaggio, di quella sfida agli dei era Karl Emmer. D'un tratto lo lasciarono cadere implorando pietà ed imprecandogli contro. Indescrivibile fu lo strazio di quella scena: con la gola gelata e gli occhi increduli, cadeva in quell'incubo, mentre il caos cresceva d'intensità ad ogni attimo, ed i rumori, gli strilli, le risate ed i gemiti arrivarono ad un culmine assordante che decretò sopra ogni dubbio la fine di tutto.
E tutto finì.

Il Dubbio...

Sei ore dopo, Emmer era ancora sconvolto per l'incubo della notte appena trascorsa. A malapena era riuscito a non urlare di paura, al risveglio improvviso da quell'allucinante esperienza. Si era addirittura alzato e vestito per andare a sincerarsi che non si trovasse davvero in quella situazione. Intanto qualcosa in lui era cambiato; non che le sue certezze scientifiche potessero essere intaccate, ma sicuramente era cambiato il suo spirito, il suo approccio agli eventi che gli si sarebbero posti di fronte in futuro. Il 'giorno' trascorse tutto sommato in modo tranquillo, anche se quell'inquietitudine continuava a tormentare la mente del povero scienziato. Passarono alcune ore e le mille luci del cielo senza nuvole e la brezza che spettinava i capelli dei marinai affacciati sul bordo della nave a guardare l'orizzonte, sembravano l'intervento di un Dio che volesse placare ogni animo inquieto. Il firmamento nel suo splendore, l'enorme distesa del mare e la nave che stava di fianco all'ammiraglia erano le cose che la vedetta, dall'alto della sua postazione, poteva ammirare e contemplare; e fu in questa predisposizione d'animo che incominciò a notare che quel rossore che li aveva accompagnati fin dall'inizio del viaggio era passato ad arancio intenso nello scorrere di poche ore, e in cielo quasi non si vedevano più le stelle, tanto era il chiarore. Ciò voleva dire soltanto una cosa: presto ci si sarebbe trovati di fronte alla verità. Avevano ragione le ipotesi di Karl Emmer, o le antiche leggende tramandate dalla notte dei tempi? Questo si chiedeva in cuor suo la vedetta, ma poi capiva che era meglio non stare troppo a pensarci.
Le navi si svegliarono all'ora prestabilita, il 'mattino' di centosettantacinque ore dopo la partenza (ottavo giorno). Si svegliavano i marinai non ancora abituati all'idea che quegli albori mattutini non si sarebbero tramutati nella luce intensa del giorno. E dire che era passato ormai parecchio tempo dall'Evento. Ma come ci si poteva abituare ad una simile stranezza? No, non si poteva, ed anche chiamarla stranezza era come volerne sminuire il significato. Era passato tanto tempo. Tempo, come si poteva parlare ancora di tempo, quando ogni riferimento naturale era scomparso, e la natura si ripeteva senza sosta e sempre uguale? Ma il pensiero degli equipaggi in quel risveglio era rivolto ad altro, a qualcosa di disperato, che il sogno di Emmer aveva in qualche modo anticipato.
Si incominciò dalla nave di supporto, in modo da non averla contro al momento di conquistare l'ammiraglia. La ciurma degli ammutinati riuscì ad infiammare i cuori del resto dell'equipaggio, e senza un capo, ma tutta unita, riuscì a conquistare la nave. Quasi contemporaneamente scoppiò la rivolta sull'ammiraglia, dove furono fatti prigionieri gli ufficiali di bordo e l'ammiraglio stesso quasi senza opporre resistenza. Per ultimo toccò ad Emmer che chiuso nella sua cabina ascoltava cosa stesse succedendo. Non fu difficile irrompere e catturare lo scienziato che immobile aspettava la sua condanna. In tutti gli ammutinati vi era un solo pensiero, non delirante, ma lucido e inappellabile. Era come se qualcosa li avesse presi ed avesse catturato il loro cuore. Erano artefici e schiavi di un solo sentore. Tra di essi non vi erano più singoli individui, entità assolute, e forse non v'erano mai state. Un tutto indistinto, ma cosciente di ciò che faceva. Nessuno aveva più vita a sè, sciolta dagli altri, neanche i prigionieri, e forse non l'avevano mai avuta. Nessuno tranne Karl Emmer che pensò a tutto questo in un attimo, o un milione di anni, o il tempo che impiega un uomo a morire, o a nascere, e si sentì come l'unico in quell'inferno a godere di vita propria e autonoma. L'inferno, già, forse era proprio questo. E non passò neanche quel milione di anni che la voce di un marinaio, indistinta dalla folla, sentenziò l'unanime decisione.
Poi non si sentì altro che il mare.

Il Fine...

Come si sarebbe potuto contare il tempo senza un riferimento come il Sole? Quanto tempo era passato allora? Questo Emmer non lo sapeva, ma sapeva una cosa: ormai era solo; non lo avevano ucciso, non lo avevano fatto. Solo, questo sì, in una scialuppa, ma non ricordava come vi fosse finito. Visto dall'alto, quel minuscolo puntino in mezzo a quell'enormità rivelava il senso di solitudine che riempiva l'animo del marinaio che poteva contare solo sulla propria determinazione a sopravvivere. La vela spiegata al vento ed il braccio al timone; lo sguardo rivolto ad Est. Così, spinto da quella leggera brezza era facile lasciarsi prendere dall'apatia e farsi cullare dalle onde per poi addormentarsi e non svegliarsi più. Ma c'era qualcosa che spingeva a vivere, a non cadere nelle braccia di quella dolce morte. Anche se a stento, Emmer riusciva a tenere svegli i suoi sensi. Ripensando a ciò che aveva passato cominciò a capire che in fondo la gente, dopo i primi attimi di smarrimento, non era così interessata a rivedere il Sole. Si sarebbe abituata ben presto, forse lo aveva già fatto, ed era così scemato anche l'interesse per quella spedizione. Sì, in fondo non si è fatto sempre così con tutto? E non è forse vero che molti regnanti ne hanno approfittato in millenni di storia conosciuta? Ma Karl Emmer voleva ricordare, voleva tenere vivo l'interesse e riuscire a ritornare per poter tramandare ciò che aveva visto alle generazioni future. Poi stette un po' fermo, immobile a fissare l'orizzonte e il cielo. E ancora un po', un altro minuto o millennio senza far nulla; poi poco a poco ricominciò a pensare e gli vennero alla mente gli sguardi assenti dei marinai durante la rivolta, ricordando come avessero macchinato il tutto senza essere guidati da nessuno. O forse qualcuno che li guidava c'era, ma non era lì presente fisicamente. Di certo Questi voleva soltanto Emmer al cospetto del Sole. Forse quel qualcuno era proprio il Sole. Ma che cosa stava cercando Emmer, o meglio, Chi?
La scialuppa andava con il suo marinaio, e la luce già si era fatta più intensa, e quasi si poteva vedere il Sole all'orizzonte.


FINE



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