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La
“farsa per clown” scritta da Dario Fo è ambientata in una “casa chiusa”
negli anni ’50, nel periodo immediatamente successivo alla Legge Merlin, che ne
decretava la chiusura.
Due
assai spensierati perdigiorno, spacciandosi per imbianchini (mestiere che non
sanno svolgere, come tutti gli altri lavori, probabilmente) si ritrovano
coinvolti nei traffici, poco chiari, della “padrona di casa”.
Quest’ultima, che passa per una povera vedova, in realtà tiene prigioniero il
marito con uno stratagemma del tutto particolare ed assolutamente
inimmaginabile.
I
due sedicenti imbianchini, tra mille peripezie e colpi di scena, riusciranno a
risolvere il caso, liberando il “marito” e conquistando l’affetto delle “ragazze
di vita” della maison.
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GLI IMBIANCHINI NON HANNO RICORDI : IL GIOCO DELLO
SCAMBIO E DEGLI EQUIVOCI
di Franco Quadri
(…) Non è vero che i testi di Fo, come si usa dire per gli
autori-attori che si confezionano i soggetti addosso, abbiano un interesse
esclusivo di canovacci. Piuttosto bisognerebbe notare come le sue commedie
pubblicate siano lontane dalla prolissa aritmia delle stesure originarie,
asciugate e ritoccate durante le prove, rese teatralmente comunicative dal
lavoro su e con gli attori, e in seguito dall’incontro col pubblico che ne
promuove il continuo divenire; alla fine delle repliche si arriva a vere
trascrizioni degli spettacoli, che dàn conto anche delle invenzioni mimiche, e
son quindi passibili di suggerire nuovi spettacoli e di indirizzarne
l’interpretazione. L’elemento visivo, espresso in gags che fisicizzano le
battute, ne surrealizzano il senso o traggono semplicemente spunto dai ritmi
dell’azione, e tradotto in movimenti corali esasperati e meccanici, è fedelmente
registrato nella scrittura. Sono generalmente vecchi lazzi della commedia
dell’arte, recuperi del repertorio popolare, tics chapliniani, rinsecchiti e
stilizzati da una tecnica che si ricorda del mimo acrobatico di Lecoq, o
riprende le accelerazioni o i gesti forsennati e eterodiretti di un Larry Semon,
adattandoli a motivi di attualità.
Questi giochi scenici si innestano in precise situazioni che
trovano antecedenti nel grande teatro comico, da Plauto in poi, a cominciare dal
classico esempio del camuffamento o della confusione sull’identità dei
personaggi, sfruttato in ogni possibile gamma, dal travestimento, allo scambio
di persone; mentre a contrario agisce il tormento delle somiglianze (…).
Alcune di queste convenzioni sono entrate come elementi canonici nel
vaudeville, ai cui modi si rifà del resto la costruzione di intere scene.(…)
. Alle cadenze ravvicinate della recitazione fa eco una singolare asintatticità
dei tempi nel testo, dove le battute stravolgono il senso della razionalità; e
vi fa capolino un parlato popolaresco che attinge a antiche tradizioni di teatro
girovago, così come il gioco della recitazione cita scopertamente i lazzi della
commedia dell’arte.
(Le commedie di Dario Fo, Einaudi, 1966).