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Il Ciclope: da Omero a Euripide

dall’introduzione di Alceste Angelini (Ed. Einaudi)

Dei numerosi drammi satireschi che allietarono le scene del teatro greco ci rimane intero soltanto questo Ciclope di Euripide: un esemplare splendido, ricco di comicità e di poesia, in tutto degno di reggere il confronto con i capolavori tragici del poeta. Non sappiamo del Ciclope , né a quale tetralogia appartenesse, né quando fu scritto. Euripide non fu l’unico a mettere in scena l’avventura di Polifemo cantata nel IX dell’Odissea. Ma Euripide, secondo il suo stile, riesce lo stesso a sottrarsi ai vincoli della tradizione e ad arrecare alla favola nota geniali modifiche che, senza alterarne le linee essenziali e la struttura propongono del mito omerico una versione sostanzialmente diversa. A prima giunta, gli elementi di questo distacco si individuano nella scena mutata e nella presenza dei Satiri. Omero colloca la dimora dei Ciclopi in un’isola fiabesca; mentre il drammaturgo, dà per ambiente all’azione un angolo della Sicilia. Sileno e i Satiri sono nel dramma la nota più spassosa. Il rubicondo balio di Bacco, furbo matricolato, bugiardo e pavido, anticipa, come è stato giustamente osservato, il tipico servo della commedia. Tutto calato nell’intimo della poetica euripidea è il carattere dei due personaggi principali: un’aurea di nobiltà circonda Ulisse, in cui sull’astuzia qui prevale il senso della dignità e dell’amicizia offesa; personaggio tragico in sostanza, all’opposto di Polifemo che è un misto di razionalità e di ferocia, di ingenuità buffonesca e di violenza consapevole. Alle parole che Ulisse rivolge a Polifemo per supplicarlo in nome di Poseidone di rispettare le leggi sacrosante dell’ospitalità, il Ciclope risponde ironico disprezzando l’umanità civile che onora gli dèi e intanto non si vergogna di intraprendere una guerra lunga e sanguinosa, come quella di Troia, per causa di una donna.

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